Peregrinatio Summorum Pontificum 2022

venerdì 11 maggio 2012

Comunicato dalla Casa Generalizia della Fraternità San Pio X

Comunicato dalla Casa Generalizia della Fraternità San Pio X (11 maggio 2012)

Uno scambio di lettere private tra il Superiore generale della Fraternità San Pio X e gli altri tre Vescovi è stato diffuso su internet, il 9 maggio 2012. Un tale modo di procedere è condannabile. Colui che ha infranto la confidenzialità di questa corrispondenza interna ha peccato gravemente. Tale pubblicazione incoraggerà i fautori della divisione, ai quali la Fraternità San Pio X invita a non rispondere se non con una insistente preghiera, affinché si faccia unicamente la volontà di Dio, per il bene della Chiesa e la salvezza delle anime.
Menzingen, 11 maggio 2012


giovedì 10 maggio 2012

Lettera di Mons. Fellay agli altri vescovi della Fraternità San Pio X. Traduzione

Carissimi, grazie all'aiuto di Luisa, sono felice di poter tempestivamente condividere con voi la profonda e toccante lettera di Mons. Fellay agli altri tre Vescovi della Fraternità. È un momento drammatico, ma anche una svolta storica determinante e significativa. Sono rammaricata di questa coralità mediatica, alla quale ormai siamo dentro e dalla quale non è bene sottrarsi anche per parlarne, qui, in termini cattolici e dal cuore, senza i grossi fraintendimenti e falsità che purtroppo incontriamo in altre Agorà. Spero che questa visibilità un po' esasperata non debba compromettere nulla, anche perché in fondo sta servendo a far venir alla luce nodi che comunque non potevano essere ignorati. È una grande istanza di chiarezza che riguarda e riguarderà anche Roma, dove non mancherà chi godrà della divisione nella Fraternità e del fatto che questa ne possa uscire indebolita; tuttavia, il persistere del cosiddetto statu quo, preferito dai tre vescovi, nel tempo non avrebbe fatto altro che radicalizzare i problemi ed aumentare la divaricazione già impegnativa da sanare. E nessuno ha fatto i conti con la Provvidenza... Staremo a vedere. Continueremo a pregare e a fare del nostro meglio, in partecipe attesa.

Eccellenze,
la vostra lettera collettiva indirizzata ai membri del Consiglio generale ha coinvolto tutta la nostra attenzione. Vi ringraziamo per la vostra sollecitudine e la vostra carità.
Permettetemi a mia volta nello stesso intento di carità e giustizia di farvi le osservazioni seguenti.
Innanzitutto la lettera menziona la gravità della crisi che scuote la Chiesa e analizza con precisione gli errori  che pullulano nell'ambiente. Ma la descrizione contiene due difetti rispetto alla realtà della Chiesa: manca di soprannaturale e nel contempo manca di realismo.

Manca di soprannaturale. Leggendovi, ci si domanda seriamente se voi credete ancora che la Chiesa visibile la cui sede è a Roma è la Chiesa di Nostro Signore Gesù Cristo, una Chiesa certo sfigurata in modo orribile a planta pedis usque ad verticem capitis, ma una Chiesa che ha comunque ancora come capo Nostro Signore Gesù Cristo. Si ha l'impressione che siete talmente scandalizzati che non accettate più che ciò può ancora essere vero. Per voi Benedetto XVI è ancora papa legittimo? Se lo è, Gesù Cristo può ancora parlare attraverso la sua bocca? Se il Papa esprime un volontà legittima nei nostri confronti, che è buona, che non dà un ordine contro i comandamenti di Dio, abbiamo il diritto di trascurare, di rimandare indietro questa volontà? E altrimenti su quale principio vi basate per agire in quel modo? Non credete che se il Nostro Signore ci comanda, darà anche i mezzi di continuare la nostra opera? Ebbene il Papa ci ha fatto sapere che la preoccupazione di regolare la nostra situazione per il bene della Chiesa era al cuore stesso del suo pontificato, e anche che sapeva che sarebbe più facile per lui e per noi di lasciare la situazione così come è adesso. Dunque è una volontà decisa e giusta quella che esprime.

Con l'atteggiamento che preconizzate, non c'è più posto né per i Gedeoni né per i David, né per tutti coloro che contano sul soccorso del Signore. Ci rimproverate di essere ingenui e di aver paura, ma è la vostra visione della Chiesa che  è troppo umana e anche fatalista; vi vedete i pericoli, i complotti, le difficoltà, non vedete più l'assistenza della grazia e dello Spirito Santo.

Se si vuole accettare che la divina Provvidenza conduce gli affari degli uomini, lasciando loro la libertà, bisogna allora accettare che i gesti di questi ultimi anni in nostro favore sono sotto la sua guida. Ora indicano una linea, non completamente diritta, ma chiaramente in favore della Tradizione. Perché improvvisamente questa linea cesserebbe, mentre facciamo tutto per conservare la nostra fedeltà e accompagniamo i nostri sforzi con una preghiera non comune? Il buon Dio ci abbandonerebbe nel momento più cruciale? Ciò non ha molto senso. Soprattutto non cerchiamo di imporgli una nostra qualsiasi volontà propria, ma  cerchiamo di scrutare attraverso gli eventi ciò che Dio Vuole, essendo disposti a tutto, come Lui vorrà. 

Nel contempo manca di realismo sia per quel che riguarda l'intensità degli errori che la loro ampiezza.

Intensità: nella Fraternità si sta facendo degli errori del Concilio delle super-eresie, diventa come il male assoluto, peggio di tutto, allo stesso modo in cui i liberali hanno dogmatizzato questo concilio pastorale. I mali sono già abbastanza drammatici senza che li si esageri ancor di più (cf. Roberto de Mattei, Una storia mai scritta, pag.22; Mons, Gherardini, Un discorso da fare, p.53, ecc). Non c'è più nessuna distinzione. Mentre Mons. Lefebvre ha fatto più volte le distinzioni necessarie a proposito del liberale.(1) Questa assenza di distinzione conduce uno o l'altro di voi a un indurimento "assoluto". Ciò è grave perché questo ingigantimento degli errori non è più nella realtà e sfocerà logicamente nel futuro in un vero scisma. E probabilmente questo è uno degli argomenti che mi spinge a non più tardare a rispondere alle istanze romane. 

Ampiezza: da una parte si attribuiscono alle autorità presenti tutti gli errori e tutti i mali che si trovano nella Chiesa trascurando il fatto che esse cercano almeno in parte di liberarsi dei più gravi (la condanna della "ermeneutica della rottura" denuncia degli errori ben reali). D'altra parte si pretende che TUTTI siano radicati in questa pertinacia (« tutti modernisti», …. «tutti marci»). Ora ciò è manifestamente falso. Una grande maggioranza è trascinata nel movimento, ma non tutti.

Al punto cruciale tra tutti della questione, quello della possibilità di sopravvivere nelle condizioni di un riconoscimento della Fraternità da parte di Roma, noi non arriviamo alla stessa vostra conclusione.

Che si noti di passaggio che NOI NON ABBIAMO CERCATO un accordo pratico. Ciò è falso. Non abbiamo rifiutato a priori, come voi chiedevate, di considerare l'offerta del Papa, Per il bene comune della Fraternità, noi preferivamo di gran lunga la soluzione attuale di statu quo intermedio, ma chiaramente, Roma non lo tollera più.

In sé, la soluzione proposta della Prelatura personale non è una trappola. Ciò che emerge innanzitutto da ciò che la situazione presenta nell'aprile del 2012 è ben diverso da quella del 1988. Pretendere che nulla sia cambiato è un errore storico. Gli stessi mali fanno soffrire la Chiesa, le conseguenze sono ancora più gravi e manifeste di allora; ma nello stesso tempo si può constatare un cambiamento di atteggiamento nella Chiesa, aiutato dai gesti ed atti di Benedetto XVI nei confronti della Tradizione. Questo nuovo movimento, nato almeno una decina d'anni fa, va rafforzandosi. Esso tocca un buon numero (ancora una minoranza) di preti giovani, di seminaristi e anche già un piccolo numero di vescovi giovani che si distinguono nettamente dai loro predecessori, che si esprimono le loro simpatie e il loro sostegno, ma che sono ancora piuttosto messi a tacere dalla linea dominante della gerarchia a favore del Vaticano II. Questa gerarchia sta perdendo slancio. Ciò è obiettivo e mostra che non è più illusorio considerare un combattimento «intra muros», della durata e della difficoltà del quale siamo consapevoli. Ho potuto constatare a Roma come il discorso sulle glorie del Vaticano II che ci si va ripetendo continuamente, se è ancora sulla bocca di molti, tuttavia non è più in tutte le teste. Sono sempre meno coloro che ci credono.

Questa situazione concreta, con la soluzione canonica proposta, è ben diversa da quella del 1988. E quando paragoniamo gli argomenti che Mons. Lefebvre portava avanti all'epoca, concludiamo che egli non avrebbe esitato ad accettare ciò che ci è proposto. Non perdiamo il senso della Chiesa, che era così forte nel nostro venerato fondatore.

La storia della Chiesa mostra che la guarigione dei mali che la colpiscono abitualmente avviene gradualmente, lentamente. E quando un problema è finito, ce n'è un altro che comincia.... oportet haereses esse. Pretendere di attendere che tutto sia risolto per arrivare a ciò che chiamate un accordo pratico non è realista. E' molto probabile vedendo come si sviluppano le cose che la fine di questa crisi richiederà ancora decine d'anni. Ma rifiutare di lavorare sul campo perché ancora ci si trova dell'erba cattiva, che rischia di soffocare, di mettere a tacere l'erba buona trova curiosamente una lezione biblica: è Nostro Signore stesso che ci fa comprendere con la sua parabola dell'operaio che avrà sempre, sotto una forma o l'altra dell'erba cattiva da strappare e da combattere nella sua Chiesa...

Non potete immaginare quanto in questi ultimi mesi il vostro atteggiamento - ben diverso per ciascuno di voi - è stato duro per me. Esso ha impedito al superiore generale di comunicarvi e rendervi partecipi di queste grandi preoccupazioni, alle quali egli vi avrebbe associato così volentieri, se non si fosse trovato di fronte ad una incomprensione così forte e passionale. Quanto avrebbe desiderato poter contare su di voi, sui vostri consigli per sostenere questo passaggio così delicato della nostra storia.  È  una prova grande, forse la più grande di tutta la sua funzione. Il nostro venerato Fondatore ha dato ai vescovi della Fraternità una carica e dei doveri precisi. Egli ha mostrato che il principio che nella nostra società fa unità è il superiore generale. Ma già da un certo tempo, voi tentate, ciascuno in maniera diversa, di imporgli il vostro punto di vista persino sotto forma di minacce e perfino pubblicamente. Questa dialettica tra verità/fede e autorità è contraria allo spirito sacerdotale. Almeno egli avrebbe sperato che cercaste di comprendere gli argomenti che lo spingono ad aire come ha agito in questi ultimi anni, secondo la volontà della divina provvidenza.

Noi preghiamo per ciascuno di voi, perché in questo combattimento ben lungi dall'essere terminato ci ritroviamo tutti insieme, per la più grande gloria di Dio e per l'amore della nostra cara Fraternità. Si degni il Nostro Signore risorto e la Nostra Signora di proteggervi e benedirvi. 

Bernard Fellay 
Niklaus Pfluger 
Alain-Marc Nély
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1. «Non è perché un Papa è liberale che non esiste, (…). Dobbiamo restare su una linea salda e non smarrirci nel corso delle difficoltà che viviamo. Si sarebbe tentati appunto, di soluzioni estreme, e di dire: "No, no, il papa non è solamente liberale, il Papa è eretico! Il Papa è forse probabilmente più che eretico, dunque non c'è un Papa!" Ciò non è esatto. Non è perché qualcuno è liberale , che è necessariamente eretico e che per conseguenza è fuori dalla Chiesa. Bisogna saper fare le distinzioni necessarie. Questo è molto importante per restare in una via sicura, per restare nella Chiesa. Se no, dove andremmo? Non c'è più un Papa, non ci sono più cardinali, perché se il Papa non fosse Papa, quando ha nominato i cardinali, questi cardinali non possono più nominare un Papa perché non sono cardinali. E allora? È un Angelo del cielo che ci porterà un Papa? È assurdo! E non è solamente assurdo, è pericoloso! Perché allora saremo condotti, forse, a delle soluzioni che sono veramente scismatiche» (Conferenza a Angers 1980). vedere anche Fideliter n°57, p.17 sui limiti da conservare.

Lettera di Mons. Fellay ai vescovi della Fraternità San Pio X

Così ha appena scritto Riposte Catholique by Blog Summorum Pontificum:

Eravamo impegnati a rimanere silenziosi sul vocio alimentato da ogni sorta di voci e di “rivelazioni” intorno al processo di riconciliazione tra Roma e la Fraternità Sacerdotale San Pio X. È stata sempre nostra intenzione non “inquinare”, a causa di informazioni rivelate in maniera inopportuna, un processo delicato, difficile ed estremamente importante. Questo processo, se evidentemente concerne la Chiesa universale, è innanzitutto una questione che riguarda Roma e la FSSPX. Tuttavia, due documenti fondamentali per comprendere la tappa di questo processo sono stati rivelati pubblicamente da un Forum tradizionalista anglofono CathInfo.

Ecco la lettera di Mons. Fellay e dei membri del Consiglio generale della Fraternità, indirizzata agli altri tre vescovi della Fraternità, in risposta ad una loro lettera collettiva del 7 aprile, che dimostra tutta la sua chiara intenzione di ricondurre la FSSPX a Roma. La riporto di seguito in originale in anteprima, insieme a quella dei vescovi prendendomi il tempo per la traduzione. Ma intanto preferisco darvi la notizia, di per sé molto significativa. Poi commenteremo.

 

Mons. Brunero Gherardini. Il suo nuovo libro: Il Vaticano II. Alle radici di un equivoco

Finalmente vede la luce la più recente fatica di Mons. Gherardini, che completa -al momento- un percorso di molti anni, ricco di esperienza e sapienza, a completamento di una lunga e fruttuosa carriera di docente e studioso a servizio dell’Intelligenza della Fede, la cui rara e raffinata competenza ci è di grande aiuto e sostegno in questo momento difficile per la nostra Chiesa.

«Il Vaticano II insegna veramente e soltanto ciò che fu rivelato e trasmesso?» E «il senso oggettivo delle parole usate dal Vaticano II corrisponde a quello del precedente Magistero ed in ultima analisi a quello della divina Rivelazione?» Due domande, “a bruciapelo”, che vengono rivolte da Monsignor Brunero Gherardini a tutti coloro che avranno la fortuna di leggere il suo ultimo libro, che brilla per chiarezza linguistica e teologica, dal titolo Il Vaticano II alle radici d’un equivoco (Lindau, pp. 410, € 26.00).

Sono trascorsi cinquant’anni (1962-2012) dall’apertura di un Concilio che sempre più diventa protagonista di un vero e proprio processo. Finalmente il tribunale si è aperto, grazie, in particolare, allo stesso teologo Gherardini (con il suo ormai celebre Concilio Vaticano II un discorso da fare) e allo storico Roberto de Mattei (con il suo Concilio Vaticano II, una storia mai scritta) per far entrare l’imputato, il Concilio Vaticano II.

Pur essendo i contenuti di questo scrupoloso volume assai profondi e complessi, il suo autore, com’è nel suo “gherardiniano” stile, rende la disamina fresca, vivace e vincente. Quest’opera nasce da un’ispirazione polemica, ovvero per rispondere alla malafede di alcuni studiosi e giornalisti nei confronti degli approfondimenti che il teologo da alcuni anni realizza con rigore. Alcune pennellate qua e là ironiche ricordano l’humor graffiante utilizzato dal beato John Henri Newman nel suo capolavoro Apologia pro vita sua, dove, anch’egli, come Gherardini, rispondeva a coloro che lo accusavano, con il coraggio proprio di chi sa, come direbbe san Tommaso d’Aquino, di essere posseduto dalla verità.

Gherardini non si è accodato alla vulgata, ovvero a tutti coloro che continuano ad osannare il Vaticano II in senso aprioristico e senza accettare un’analisi nel merito, ma è andato a fondo del problema, osservando da vicino il radicale cambiamento di rotta della Chiesa postconciliare ed individuando la causa di quel cambiamento negli atti dell’Assise. Ed ecco il grande “equivoco”, «dai più quasi mai preso in esame», matrice dei tanti equivoci e dei tanti errori che sono emersi a cascata: l’antropocentrismo. «L’uomo moderno, verso il quale si protende l’antropocentrismo conciliare, ne assorbe le idee che sovvertono i rapporti naturali e rivelati fra la creatura e il Creatore, diventa di codest’idee il portabandiera e l’araldo, e dalle medesime vien per così dir inchiodato in uno stato d’inconciliabilità con le verità della dottrina e della Tradizione». Ed ecco le derive della Nouvelle Théologie e della Teologia della liberazione.

L’equivoco antropocentrico trova per Gherardini le sue radici nella dichiarazione conciliare sulla libertà religiosa (Dignitatis humanae), nella dichiarazione sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane (Nostra aetate) e nel decreto sul dialogo ecumenico (Unitatis redintegratio). L’antropocentrismo ha contaminato tutta la cultura moderna e il pensiero maggioritario conciliare, e nulla «nel modernismo e nella sua assatanata reviviscenza neomodernista è risparmiato del tesoro di verità ricevute e trasmesse», ovvero la Sacra Scrittura, i dogmi, la Liturgia, la morale. Oggi quel tarlo modernista che erodeva dal di dentro è emerso con spavalderia, ma l’aula conciliare ne fu già testimone quando si trattarono tematiche nodali, che si distanziavano, nella loro elaborazione, dalla Tradizione.

Gherardini, dato il suo porsi in maniera critica di fronte al Concilio, è stato accusato di essere un “lefebvriano”, dando al termine, come sempre, un’accezione meramente negativa. Egli, a questo riguardo, afferma che pur non appartenendo alla Fraternità Sacerdotale San Pio X, ne condivide le linee di costruttiva critica al Vaticano II.

L’autore, inoltre, punta la sua attenzione sul linguaggio conciliare e postconciliare, del tutto diverso dalla patristica e dalla Tradizione in genere; fa, inoltre, nome e cognome dei protagonisti delle moderne filosofie e teologie e non li interpreta, ma ne fa la radiografia delle idee; idee che hanno avvelenato lo spirito dell’Assise e «se la sacra gerarchia non blocca questa deriva antropocentrica, il domani della Chiesa non sarà più quello della Chiesa una santa cattolica apostolica nella sua gloriosa ed universalistica configurazione romana».
Cristina Siccardi

mercoledì 9 maggio 2012

Nessun problema dottrinale secondo il segretario del pontificio Consiglio per l'interpretazione dei testi legislativi

Appena colto su Riposte Catholique by Blog Summorum pontificum.

Lunedì 7 maggio, Mons. Juan Ignacio Arrieta, segretario del pontificio Consiglio per l'interpretazione dei testi legislativi, era di passaggio a Lovanio. Colui che per analogia [rispetto all'ordinamento belga -ndT] potrebbe esser chiamato « presidente del Consiglio di Stato » della Chiesa, ha parlato degli aspetti canonici dell'accoglienza degli anglicani convertiti e della penosa questione Vangheluwe, dal nome tristemente celebre dell'anziano vescovo di Bruges. Ma Mons. Arrieta – ed è ciò che ci interessa su questo blog – ha anche accennato alla riconciliazione in corso con la Fraternità Sacerdotale San Pio X, dichiarando in particolare, secondo il quotidiano La Libre Belgique :
« Penso che i problemi dottrinali si sono potuti chiarire, anche se non è facile metterlo nero su bianco. Il vero problema, il solo, secondo me, è la separazione, la distanza umana che risale al 1988 ».
Discorsi incoraggianti e soprattutto una indicazione importante, venendo da un personaggio che conosce personalmente la pratica, dal momento che è stato incaricato di risolvere i problemi canonici della reintegrazione della FSSPX.

Manifestamente, non sussiste più alcun maggiore ostacolo alla completa riconciliazione tra Roma e Menzingen. Appropinquat hora.

Ricordiamoci che Mons. Juan Ignacio Arrieta, membro dell’Opus Dei, dal 2008 segretario del pontificio Consiglio per l'interpretazione dei testi legislativi, nel febbraio scorso si trovava presso il seminario della Fraternità Sacerdotale San Pietro (Wigrazbad) per il conferimento degli Ordini Minori.  [...]

La preghiera che sostiene Pietro.

Il Papa attraversa la folla
per l'Udienza di stamane
Città del Vaticano, 9 Maggio 2012 - Come Pietro anche il Papa, trova forza nella preghiera. Oggi, all'udienza generale, Benedetto XVI continuando il ciclo di catechesi dedicate alla preghiera nella Chiesa primitiva, ha evocato l'incarcerazione di Pietro da parte di Erode Agrippa e la sua liberazione miracolosa riportata dagli Atti degli Apostoli. Ha illustrato ai fedeli l'episodio relativo alla liberazione dalla prigionia a Gerusalemme grazie all'intervento prodigioso dell'angelo del Signore.

Sottolineando l'atteggiamento dell'apostolo, che "si fida di Dio", ha aggiunto: "Anche io, fin dal primo momento della mia elezione come Successore di Pietro, mi sono sempre sentito sorretto dalla preghiera della Chiesa, dalla vostra preghiera, soprattutto - ha detto tra gli applausi dei fedeli - nei momenti più difficili".

Un altro
momento festoso
Il Papa conclude la catechesi con queste parole che danno da pensare: "E l’Apostolo, anche se in catene, si sente tranquillo, nella certezza di non essere mai solo: la comunità sta pregando per lui, il Signore gli è vicino; anzi egli sa che «la forza di Cristo si manifesta pienamente nella debolezza» (2Cor 12,9). La preghiera costante e unanime è un prezioso strumento anche per superare le prove che possono sorgere nel cammino della vita, perché è l’essere profondamente uniti a Dio che ci permette di essere anche profondamente uniti agli altri. Grazie."
Mai catechesi è apparsa più aderente alla realtà di questi giorni...

Il nuovo «Roman Missal» e la questione decisiva del tradurre i testi liturgici

Sul discorso dell'uso del Latino e delle traduzioni dei testi sacri nonché di quelli liturgici, sempre più spesso infedeli, torneremo tra breve. Nel frattempo, propongo di seguito l'interessante articolo apparso su L'Osservatore Romano di Oggi, magisteriale riflessione di uno studioso serio e competente come Uwe Michel Lang, perfettamente in linea con il pensiero del Papa. Lo stesso autore - nel corso del primo Convegno Summorum Pontificum - Una ricchezza spirituale per tutta la Chiesa, Roma 16-18 settembre 2008 - ha pronunciato un notevole intervento dal titolo Il Latino come lingua liturgica del Rito Romano. Ne conservo il testo integrale dal Convegno e lo rendo disponibile dal link. C'è una 'inclusione' nella conclusione, ricavata dall'estratto pubblicato da Zenit, che reca un riferimento alla traduzione inglese del Missale Romanum.

Dell'oratoriano Uwe Michael Lang è appena uscito negli Stati Uniti il volume The Voice of the Church at Prayer. Reflections on Liturgy and Language (San Francisco, Ignatius Press, 2012, pagine 225, dollari 18,95) nel quale il liturgista tedesco sottolinea come riappropriarsi del profondo di parole date per scontate, o appiattite e “consumate” dall'uso sia una delle priorità del cristiano. Dello stesso autore ricordiamo anche il libro Turning Towards the Lord (San Francisco, 2004, seconda edizione 2009), introdotto da una prefazione del cardinale Joseph Ratzinger, che ha avuto ampia diffusione ed è stato tradotto in varie lingue. In Italia è stato pubblicato dall'editrice senese Cantagalli con il titolo Rivolti al Signore.


Attenti a non svilire le parole
 di Uwe Michael Lang

La storia della traduzione biblica comincia con la versione dei Settanta, che ha reso la Scrittura ebraica accessibile alla lingua greca e al mondo ellenistico. Non si sottolineerà mai abbastanza l'importanza religiosa e culturale di questo progetto di traduzione, che non ha eguali nel mondo antico. Mentre la nuova fede cristiana si diffondeva anche negli angoli remoti del mondo conosciuto, la questione della traduzione diventava più urgente. In questo processo è emersa una preferenza per la traduzione letterale (verbum pro verbo), per la quale si presentavano le seguenti ragioni teologiche: la traduzione senso-per-senso presuppone che il traduttore sia in grado di comprendere il senso pieno del testo originale, e questo sarebbe in contraddizione con l'infinita ricchezza della Scrittura.

San Girolamo, avendo ricevuto il mandato da Papa Damaso di produrre una nuova versione latina della Bibbia, poi conosciuta come Vulgata, esprimeva pure questa idea, quando scrisse che nella Sacra Scrittura «anche la sequenza delle parole è un mistero» (Lettera, 57, 5).

Tuttavia la traduzione letterale, nel passaggio dalla lingua di partenza alla lingua d'arrivo, spesso non riesce a comunicare il messaggio del testo, soprattutto quando si tratta dei testi antichi, come quelli biblici o liturgici, nelle lingue contemporanee.

Senz'altro ogni traduzione cerca di trasmettere il contenuto spirituale e dottrinale in un modo che renda giustizia delle regole e delle convenzioni del linguaggio d'arrivo.

Alcune ermeneutiche di traduzione vanno ben oltre, nel senso che non mirano più a una traduzione che riproduca per quanto possibile la struttura formale dell'originale. Lo scopo è piuttosto quello di identificare il messaggio contenuto nel testo originario e di astrarlo dalla sua forma linguistica. Nel tradurre occorre creare una nuova forma che possieda qualità equivalenti in grado di esprimere più adeguatamente il contenuto originale. Per mezzo di questa nuova forma, la traduzione si propone di avere nella lingua d'arrivo lo stesso effetto informativo ed emotivo che il testo avrebbe nella sua lingua d'origine.

Senz'altro si pongono delle questioni metodologiche, soprattutto come determinare il significato di un testo astraendolo dalla sua forma.

Nel 1966 una traduzione inglese del Nuovo Testamento è stata pubblicata con il titolo Good News for Modern Man. Avendo completato la versione dell'Antico Testamento nel 1976, si pubblicò la Good News Bible (Gnb) con i libri deuterocanonici nel 1979. I problemi di questa versione risaltano al confronto con la Revised Standard Version (Rsv), che si inserisce nella grande tradizione delle Bibbie in lingua inglese, in forma aggiornata e al corrente delle scienze storiche.

Per dare qualche esempio (traducendo dall'inglese): dove la Rsv parla di essere riscattato «con il sangue prezioso di Cristo», la Gnb legge «il prezioso sacrificio di Cristo» (1 Pietro, 1, 19). Si tratta di una parafrasi, anziché di una traduzione, che scarta l'immediatezza dell'espressione biblica e le sue risonanze nella tradizione della Scrittura. La parola di Cristo che «Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità» (Rsv) è reso nella Gnb come «Dio è Spirito, e solo nella potenza del suo Spirito si può adorarlo come realmente è» (Giovanni, 4, 24). In questo passo centrale, il senso della frase è trasformato dal precetto di adorare Dio “in spirito e verità” ad una dichiarazione generica di essere in grado di adorare Dio “come è”. Si perdono pure le sfumature trinitarie e cristologiche del detto (cfr. Giovanni, 6, 63 e 14, 6). La scelta metodologica di astrarre il messaggio essenziale per comunicarlo nella lingua moderna non riguarda quindi solo questioni di stile e di espressione letteraria, ma solleva anche problemi di carattere dottrinale.

Uno dei casi più noti è il racconto lucano dell'Annunciazione, dove la Gnb rende il greco parthènos (Luca, 1, 29), come “giovane donna” invece di “vergine” e offusca così un'affermazione essenziale del Vangelo.

Tuttavia, tali teorie hanno influenzato la traduzione dei nuovi libri liturgici nelle lingue volgari, e sono state applicate nel modo più coerente nella versione inglese del Missale Romanum di Paolo VI, pubblicata nel 1974.

Mentre non si può presentare in questo luogo un quadro dettagliato, può essere utile accennare in linea di massima alcune tendenze che sono evidenti soprattutto nelle preghiere variabili della Messa. Molto spesso la versione inglese ristruttura la preghiera originale, con poco riguardo alla sequenza delle idee teologiche e alla loro espressione retorica, che sono caratteristiche della classica eucologia romana. Quelli nel cui nome si fa la preghiera, sono non di rado ridotti ad un indeterminato “noi”, presumibilmente da identificare con la particolare assemblea. Di conseguenza, si limita lo scopo universale di tante preghiere, il quale include tutto il Corpo cristiano o addirittura tutta l'umanità.

Frasi tipiche come praesta, ut o concedere, ut, con le quali si esprime la supplica a Dio, si traducono di solito con una variante di “aiutarci”. In questo modo, si introduce una nozione debole della causalità divina e si riduce l'operazione misteriosa della grazia divina nel cuore umano, con una sfumatura semi-pelagiana. Nella colletta per la ventunesima domenica del Tempo ordinario la tendenza generale a rendere l'originale in parafrasi è andata così lontano che il concreto concetto biblico di amare la legge divina (id amare quod praecipis) viene trasformato in “valori” (values). Questo non si può non descrivere come un passo verso l'auto-secolarizzazione e forse anche verso il relativismo morale (in quanto il concetto di “valori” viene comunemente adoperato per sostituire il discorso di un ordine morale oggettivo). Se si chiede quali siano questi “valori”, la versione inglese dà la risposta: quelli «che ci porteranno gioia perenne in questo mondo che cambia (that will bring us lasting joy in this changing world)». Quando l'antica colletta romana parla di inter mundanas varietates, si sentono anche le connotazioni negative che invece si perdono nella frase sul mondo che cambia.

Ancora più importante: il testo originale non chiede la gioia perenne in mezzo alle incertezze di questo mondo, ma prega piuttosto che il nostro cuore sia ancorato in quel luogo, dove si trova la vera gioia: la realtà trascendente del cielo (ibi nostra fixa sint corda, ubi vera sunt gaudia). Nella versione inglese è sparito l'eco di Luca, 12, 34, «dove è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore».

La consapevolezza che questa traduzione si è allontanata troppo dalla lex orandi del Rito Romano ha portato al grande progetto di revisione, iniziato dall'istruzione della Santa Sede Liturgiam authenticam del 2001. In seguito, si è preparata una nuova traduzione del Missale Romanum, che è stata introdotta in modo definitivo in moltissimi Paesi anglofoni la prima domenica d'Avvento dell'anno scorso.

Anche se una traduzione può solo approssimare l'eleganza e la concisione delle antiche orazioni latine con il loro ritmo di prosa e le loro figure retoriche, il nuovo Roman Missal, a differenza del suo predecessore, apre il tesoro della tradizione liturgica latina, fedelmente e integralmente, alla Chiesa nel mondo anglofono. Inoltre, esso contribuisce notevolmente alla formazione di “una lingua sacra vernacola”, come è previsto dalla Liturgiam authenticam (n. 47): un linguaggio di culto che si distingue dal linguaggio quotidiano ed è sentito come la voce della Chiesa in preghiera. «Attraverso questi testi sacri e le azioni che li accompagnano, Cristo sarà reso presente e attivo fra la sua gente. La voce che ha contribuito a far scaturire queste parole avrà completato il suo compito» (Benedetto XVI, Discorso ai Membri del Comitato “Vox clara”, 28 aprile 2010). Per i pastori, a cui è affidato il compito di introdurre la nuova traduzione nelle loro comunità, questa è anche un'occasione unica per insegnare la lex credendi che trova un'espressione bella e profonda in queste preghiere, un'opportunità che «dovrà essere colta con fermezza» (Benedetto XVI, ibidem).
[vedi anche: Benedetto XVI, Lettera ai vescovi tedeschi sul "pro multis" - vedi anche]
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(©L'Osservatore Romano 7-8 maggio 2012)

martedì 8 maggio 2012

Santa Sede-FSSPX. Anche il Superiore dell'Asia si unisce all'attesa orante.

Maria Imperatrice della Cina
Il Superiore dell'Asia - e anche quello del Benelux - si aggiungono al Superiore del Distretto degli Stati Uniti.

Il Superiore della Fraternità San Pio X per il distretto di Asia, p. Daniel Couture, si unisce il richiamo del superiore del distretto degli Stati Uniti per una speciale novena, a partire da oggi:


Cari Padri e fedeli,

Vorrei fare mia la recente lettera di p. Rostand ai sacerdoti e ai fedeli degli Stati Uniti di fare una novena allo Spirito Santo il prossimo 8-16 maggio, prima della festa dell'Ascensione. Ecco la lettera di Padre Rostand.
 Con la mia benedizione in questo mese di maggio, il più bello.
 Fr. D. Couture
 Superiore del Distretto

Leggere la sua interessantissima intervista sulla Chiesa in Asia: Prima parte - Seconda parte
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[Fonte: Asia, Fraternità San Pio X ]

lunedì 7 maggio 2012

La storia è sempre fatta dalle minoranze determinate.

Uno dei testi di riferimento più interessanti per nutrire le nostre riflessioni e approfondimenti sul Concilio Vaticano II e sulle sue dinamiche, è l'intervento del Prof. de Mattei tenuto al Convegno di dicembre 2010 sul Concilio Vaticano II, organizzato dai Francescani dell'Immacolata. Un evento che fornisce materiale e spunti rilevanti per le nostre riflessioni e approfondimenti. [Per chi fosse interessato, gli Atti sono stati pubblicati]. Anche le altre relazioni, che riprenderemo, saranno importanti per l'evoluzione ulteriore di un discorso serio, ormai ineludibile per il futuro della nostra Chiesa. E se diventassimo anche noi, con l'apporto della Fraternità di San Pio X, una minoranza determinata e dotata dell'intelligenza strategica, che si chiama parresìa ed è frutto della Grazia?

Approfondiamo un poco la prima delle numerose suggestioni che questo primo testo ci offre:
... il successo dei progressisti può essere spiegato. La minoranza progressista prevalse anche grazie alla migliore strategia e organizzazione, occorre dire che la storia è sempre fatta da minoranze e ciò che prevale, nello scontro, non è il numero e neanche l’organizzazione, ma la determinazione e l’intensità con cui queste minoranze combattono le loro battaglie. Fu questa una delle cause del successo dell’ala progressista. Successo o sconfitta? Le rivendicazioni dell’ala giacobina furono certo respinte. I documenti non corrisposero alle attese dei progressisti più audaci ed è grazie ai compromessi raggiunti in extremis che oggi quei documenti possono essere letti anche alla luce della Tradizione. Ma l’immagine che il mondo aveva della Chiesa cambiò. Quando il 12 ottobre 1963 mons. Franić, vescovo di Spalato, propose che nello schema De Ecclesia al nuovo titolo di Chiesa “pellegrinante” fosse aggiunto quello, tradizionale, di “militante”, la sua proposta fu respinta. L’immagine che la Chiesa doveva offrire di sé al mondo non era quella della lotta, della condanna, della controversia, ma del dialogo, della pace, della collaborazione ecumenica e fraterna.
  1. Interessante e sorprendente la constatazione - che diventa un monito per noi - che la storia è fatta dalle minoranze che esprimono nelle loro azioni tutta la determinazione e l'intensità del 'sentire' da cui sono mosse
  2. Interessante anche l'interrogativo: successo o sconfitta delle forze giacobine? Sconfitta, si potrebbe dire, tenendo conto che alla fine i compromessi frutto delle estenuanti discussioni - riconoscibili nelle ambiguità denunciate da Amerio e che ora tutti constatiamo - consentono anche l'interpretazione "secondo continuità"... e tuttavia la prassi consolidata delle applicazioni secondo 'rottura' è quella che è prevalsa e ha modificato i connotati della nostra Chiesa (che chi è fedele alla Tradizione non ha mai perso...)
  3. le motivazioni dell'esclusione della definizione di "Chiesa militante" rispetto al'immagine di "Chiesa pellegrina" non hanno preso in considerazione gli aspetti metafisici presenti nell'una e assenti o per lo meno nascosti nell'altra, edulcorando l'immagine stessa e svilendone la sostanza e lo spessore per due motivi:
  1. innanzitutto la Chiesa militante è strettamente connessa, innescata e compresente a quella Trionfante e Purgante (nella Comunione dei Santi) e supera i confini dello Spazio e del Tempo e di ogni contingenza, pur comprendendola in tutta la sua concreta presenza nel mondo e nella storia e nella drammatica realtà della lotta che non è rivolta alle persone: “La nostra battaglia non è contro creature fatte di sangue e di carne, ma contro i Principati e le Potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti.” (Ef. 6,12) Ragion per cui il discorso della "misericordia" riguarda le persone e non gli errori, che purtroppo sono entrati a pieno titolo a oscurare le verità di fede da sempre professate.
  2. la Chiesa "pellegrina" è solo un aspetto del suo essere nel mondo e non del mondo - in cammino verso il Regno, ma già NEL Regno, sia pure non ancora in pienezza - e non ne coglie il mistero teandrico del suo essere Corpo Mistico di Cristo, ma sembra confinarla nell'orizzonte soltanto terreno... sembra quasi evocare un Esodo infinito, quando la vera Terra Promessa noi l'abbiamo già raggiunta, perché è Cristo Signore il compimento di ogni promessa.
(continua)

Occhio non vede cuore non duole. Ma chi è la mano longa Cardinalizia che ha fatto questa opera di "carità"?

Le carte perdute del Vaticano II
di Sandro Magister

Mezzo secolo dopo, una grossa parte della documentazione del Concilio è ancora in attesa di essere riordinata e studiata. Alcuni documenti di rilievo sono andati persino smarriti. La denuncia choc di un archivista

ROMA, 7 maggio 2012 – Come si sa, Benedetto XVI ha indetto uno speciale Anno della Fede che avrà inizio il prossimo 11 ottobre in coincidenza con un doppio anniversario: il cinquantesimo dell'apertura del Concilio Ecumenico Vaticano II e il ventesimo della promulgazione del Catechismo della Chiesa Cattolica.

Né l'uno né l'altro dei due anniversari sono pacifici.

Il Catechismo ha sofferto e soffre di un diffuso rifiuto, anche tra l'episcopato e il clero.

Quanto al Concilio, la diatriba sulla sua interpretazione e recezione è tuttora vivace e ha persino dato origine a uno scisma: quello tra la Chiesa di Roma e i seguaci dell'arcivescovo Marcel Lefebvre.

Nella lettera apostolica in forma di motu proprio "Porta fidei", con la quale ha indetto l'Anno della Fede, Benedetto XVI auspica che diventi "un'occasione propizia" affinché i documenti del Concilio vengano letti e accolti "guidati da una giusta ermeneutica", poiché solo così "esso può essere e diventare sempre di più una grande forza per il sempre necessario rinnovamento della Chiesa":
"Porta fidei"

All'ermeneutica, cioè all'interpretazione del Vaticano II papa Joseph Ratzinger dedicò il primo dei suoi discorsi prenatalizi alla curia romana:
"Expergiscere, homo..."

Naturalmente, anche la ricostruzione storica dell'evento conciliare è essenziale alla sua ermeneutica.

E perché questa ricostruzione sia fondata occorre che gli storici lavorino su una documentazione esauriente di quell'evento.

Ebbene, potrà sembrare incredibile, ma "esiste tutta una serie di carte e di documenti ancora inesplorati e che hanno un grandissimo valore per comprendere sia lo spirito del Concilio, sia la corretta ermeneutica dei suoi documenti".

È ciò che scrive un archivista dell'Archivio Segreto Vaticano a conclusione di un suo impressionante resoconto pubblicato su "L'Osservatore Romano" del 1 maggio 2012.

L'archivista, Piero Doria, ha lavorato e sta lavorando proprio alla raccolta e al riordino – perché diventi accessibile agli studiosi – di una ingente mole di documentazione dei lavori conciliari, che nel tempo era caduta in preda all'incuria o addirittura era andata in parte dispersa.

Ad esempio, è stato scoperto che tra le carte andate perdute c'è "il registro di protocollo della commissione teologica e della commissione 'De doctrina fidei et morum'", cioè di due commissioni conciliari di importanza capitale.

Altri blocchi di documenti sono stati ritrovati e ricuperati fortunosamente, a casa dell'uno o dell'altro dei Padri conciliari o dei periti.

Ma lasciamo a Piero Doria di descrivere lo stato dei fatti e il grado d'avanzamento dei lavori di catalogazione dei documenti.

Ecco qui di seguito un ampio estratto del suo articolo choc su "L'Osservatore Romano".
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QUANTO CONCILIO ANCORA DA STUDIARE
di Piero Doria

Il 27 settembre 1967, per volontà di Paolo VI, nasceva l’Archivio del Concilio Vaticano II, [...] "un ufficio [temporaneo] per la stampa degli atti del Concilio, e per la sistemazione scientifica di tutto il materiale d’archivio". [...]

Al nuovo ufficio spettò pure il compito, secondo le intenzioni di Paolo VI, di provvedere a mettere a disposizione degli studiosi, con gradualità, l’ingente massa di documentazione. Papa Montini infatti era consapevole, come la storia dei concili insegna, che era importante fin da subito evitare derive teologiche o interpretazioni soggettive dei documenti che avrebbero potuto falsare sia lo spirito del Concilio, sia una corretta lettura degli stessi documenti conciliari, favorendo lo studio delle carte di archivio. [...]

L’Archivio del Concilio Vaticano II, che ebbe fin dalla sua istituzione come destinazione finale l’Archivio Segreto Vaticano, è la somma di più archivi particolari. [...] Quella di via Pancrazio Pfeiffer 10 fu la prima sistemazione dell’ufficio dell’Archivio. [...] Nel luglio 1975 l’ufficio viene trasferito nel Palazzo delle Congregazioni in piazza Pio XII, [...] dove è rimasto fino al 9 marzo 2000, [...] quando il cardinale Jorge Maria Mejía, archivista e bibliotecario di Santa Romana Chiesa e padre Sergio Pagano, prefetto dell’Archivio Segreto Vaticano, presente il sottoscritto come incaricato della redazione dell’inventario, presero ufficialmente possesso dell’Archivio del Concilio Vaticano II.

Il versamento della documentazione nei locali dell’Archivio Segreto Vaticano avvenne nei giorni successivi, sotto la supervisione del prefetto, la mia collaborazione e quella di alcuni addetti dell’Archivio Segreto Vaticano. Al momento del versamento l’Archivio del Concilio contava 2.001 buste non numerate.

A conclusione delle operazioni di versamento e della ricostituzione fedele dell’ordinamento dato dall’Ufficio versante, iniziai a consultare per studio la monumentale documentazione per stabilire i criteri e il tipo di inventario da redigere e [...] apparve subito evidente la complessità della sua natura. [...]

Complessità confermata anche da alcuni promemoria di mons. Emilio Governatori, archivista, conservati nell’Archivio del Concilio, nei quali [...] con riferimento alla fase antepreparatoria e preparatoria ha scritto:

"Per ben due anni tutti i documenti concernenti le risposte dei vescovi, che costituivano il nucleo primo e più grosso dell’Archivio, servirono alla redazione dei volumi 'Acta et documenta': furono manipolati per questo gli stessi originali, in quanto che non esisteva una efficiente macchina per fotocopie. Spesso l’ordine dei raccoglitori veniva manomesso e ristabilito più volte, in quanto che gli incaricati della correzione delle bozze prelevavano i documenti necessari, senza avvertire affatto l’archivista".

E ancora:

"Non è mai esistito un unico e proprio incaricato dell’Archivio e del protocollo. Moltissimi documenti, tra i più importanti, venivano custoditi dallo stesso segretario nel suo archivio particolare: soltanto nel 1962, poco prima del Concilio, il segretario poté fare una revisione del suo archivio e molti documenti passarono nell’archivio generale. Molti documenti non furono mai protocollati o molto tardivamente: può darsi quindi che molti documenti non si trovino nell’ordine cronologico dovuto, sia come posto, che come protocollo". [...]

Queste testimonianze, tutte riscontrabili purtroppo, e anche altre (come la presenza eccessiva di fotocopie; l’utilizzo di testi originali o copie originali come bozze per la stampa; i voti dei vescovi sezionati e collocati per argomenti in buste diverse; lettere di accompagno e voti allegati, a volte non firmati, privi di data e di numero di protocollo, conservati in buste diverse; mancanza di alcuni registri di protocollo) indussero il prefetto dell’Archivio Segreto Vaticano a convenire per la scelta [...] di procedere alla redazione di un inventario analitico, vale a dire documento per documento, di tutta la documentazione dell’Archivio del Concilio, pur consapevole che un inventario di tal genere avrebbe senza dubbio allungato i tempi del lavoro, ma avrebbe offerto, in compenso, sia uno strumento utilissimo di ricerca per gli studiosi, sia [...] un indice completo e totale della importantissima documentazione.

Allo stato attuale del lavoro sono state inventariate 1.465 buste su un totale di 2.153 per un numero complessivo di oltre 7.200 pagine di inventario suddivise in 18 volumi, di cui il XVIII ancora in corso ma che già comprende 408 pagine. [...]

Per quanto riguarda invece l’Archivio, [...] devo dire [...] che da parte dell’ufficio non sia stata prestata particolare attenzione al suo riordinamento e che, invece, il lavoro di pubblicazione dei volumi degli "Acta Synodalia" abbia assorbito per intero o quasi tutte le energie degli addetti dell’ufficio, soprattutto dopo il trasferimento nel dicembre 1968 ad altro incarico di Emilio Governatori che fino a quel momento era stato l’archivista della segreteria generale. [...] Mi sembra di poter dire che con il suo trasferimento [...] il riordinamento si interrompa e non sia stato più proseguito con lo stesso “entusiasmo” dai suoi immediati successori.

Solo tali ragioni possono giustificare un ordinamento così approssimativo della documentazione, soprattutto per ciò che riguarda la segreteria generale [del Concilio]. Per questa sezione, infatti, le buste sono state ordinate esternamente in maniera a volte confusa senza purtroppo fare particolare riferimento [...] né a un ordine cronologico, né a un ordine tematico, e soprattutto senza alcun tipo di numerazione esterna delle buste, che può aver causato, in parte, la collocazione fuori posto delle stesse dopo la loro consultazione. [...]

Bisogna tenere pure conto che non sempre le persone chiamate a ricoprire il ruolo di archivista avevano le competenze necessarie. [...] Valga qui un esempio per tutti: il registro di protocollo. I suoi criteri di redazione generalmente sono stati ben osservati; altre volte invece questi stessi criteri sono stati un po’ troppo personalizzati, con risultati a volte contraddittori come nel caso dei registri di protocollo redatti dal segretariato per l’unità dei cristiani. [...]

Altro aspetto da segnalare è la dispersione della documentazione, verificatasi durante i lavori conciliari, che però non significa necessariamente smarrimento delle carte. Purtroppo è accaduto, soprattutto per i segretari delle commissioni, di portarsi a casa il lavoro e, quindi, le carte d’ufficio. In alcuni casi queste carte sono andate perse, altre volte fortunatamente sono state recuperate.

Mi limito a segnalare due casi. Il primo riguarda il registro di protocollo della commissione teologica e della commissione "De doctrina fidei et morum". Purtroppo in questo caso bisogna parlare, almeno allo stato attuale, di smarrimento di questo prezioso strumento di ricerca. Nel 2006, infatti, segnalai questa mancanza al prefetto dell’Archivio Segreto Vaticano, che scrisse al sottosegretario della congregazione per la dottrina della fede. Purtroppo, la risposta della congregazione fu negativa, così come il sondaggio effettuato presso i padri gesuiti della Pontificia Università Gregoriana, dove risiedeva il padre Sebastiano Tromp [segretario della seconda delle due commissioni], non ha dato gli esiti sperati.

Il secondo esempio, invece, fortunatamente di segno opposto, riguarda l’archivio della commissione preparatoria "De sacra liturgia" che, come scrisse il cardinale Pericle Felici al cardinale Ferdinando Antonelli il 4 marzo 1967, era presso mons. Annibale Bugnini [e lì fu ricuperato].

Alcune recenti ed eccellenti pubblicazioni mi permettono, a questo punto, di introdurre il tema relativo alle nuove prospettive di ricerca.

Bisogna, infatti, chiedersi se per ricostruire le dinamiche conciliari siano ancora sufficienti i documenti editi in "Acta et documenta" e in "Acta Synodalia", pur importantissimi, come spesso accade anche in pubblicazioni recentissime, anche se almeno una di queste purtroppo di dubbio valore scientifico, o se non siano necessarie approfondite ricerche d’archivio come, per esempio, il libro di Mauro Velati e di altri studiosi dimostrano.

È evidente che la risposta, per quanto mi riguarda, risiede tutta nella seconda parte dell’affermazione precedente.

A questo proposito, desidero ricordare che nell’Archivio del Concilio Vaticano II esiste tutta una serie di carte e di documenti ancora inesplorati e che hanno un grandissimo valore per comprendere sia lo spirito del Concilio, sia la corretta ermeneutica dei documenti così come sono stati approvati dall’assemblea dei vescovi riuniti nella basilica vaticana e da Paolo VI.
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Il testo integrale dell'articolo di Piero Doria uscito su "L'Osservatore Romano" del 1 maggio 2012:

Quanto Concilio ancora da studiare
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Nelle battute finali del suo articolo Doria cita "ad honorem" un libro di uno studioso che appartiene alla "scuola di Bologna" fondata da Giuseppe Dossetti e da Giuseppe Alberigo.

Il libro è una ricca raccolta documentaria relativa al segretariato per l'unità dei cristiani nel triennio antecedente l'inizio del Concilio Vaticano II:

Mauro Velati, "Dialogo e rinnovamento. Verbali e testi del segretariato per l'unità dei cristiani nella preparazione del Concilio (1960-1962)", Pubblicazioni dell'Istituto per le Scienze Religiose, Bologna, il Mulino, 2011.

Invece, poche righe prima, Doria critica come "purtroppo di dubbio valore scientifico" un'altra pubblicazione "recentissima" dedicata a una ricostruzione storica del Concilio. Non fa nomi, ma l'allusione sembra essere al seguente volume:

Roberto de Mattei, "Il Concilio Vaticano II. Una storia mai scritta", Lindau, Torino, 2011.

A proposito di questo libro, vedi in www.chiesa:

La Chiesa è infallibile, ma il Vaticano II no (5.5.2011)
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Tra le carte riguardanti il Concilio Vaticano II tuttora inedite, eppure di grandissima rilevanza, vi sono i diari di colui che ne fu il segretario generale, Pericle Felici.

In un convegno nel ventennale della sua scomparsa, tenuto nel 2002 a Segni, sua città natale, monsignor Vincenzo Carbone, già archivista e curatore negli anni Novanta della pubblicazione degli "Acta Synodalia", attinse ai diari di Felici per tratteggiarne il ruolo in Concilio.

A margine del convegno, Carbone disse che stava lavorando per la pubblicazione di quei diari, con tanto di apparato critico, "tempo due anni".

Ma di anni ne sono passati dieci. E dei diari di Felici ancora non c'è traccia.