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| Il vero obbediente |
George Orwell scrisse nella celebre frase de "La fattoria degli animali" che "tutti gli animali sono uguali, ma alcuni animali sono più uguali degli altri". È una di quelle rare frasi letterarie che sono sfuggite ai confini della finzione perché colgono qualcosa di duraturo delle istituzioni umane: hanno una straordinaria capacità di applicare gli stessi principi in modo piuttosto diverso, a seconda di chi si trova a doverli subire.
Bisogna constatare, con rammarico, che la Chiesa cattolica non sembra essersi dimostrata del tutto immune.
Quando i tradizionalisti di stampo lefebvriano commettono quello che, in fondo, è un atto di disobbedienza, il meccanismo della disciplina ecclesiastica si rivela improvvisamente straordinariamente efficiente. Il diritto canonico si dimostra rassicurantemente vivo e vegeto. Le rubriche contano. L'autorità conta. L'obbedienza conta.
Altrove, invece, gli ingranaggi sembrano girare con molta più calma.
I sacerdoti contraddicono pubblicamente la dottrina consolidata. I vescovi sfidano apertamente Roma. Fioriscono esperimenti liturgici che un tempo sarebbero stati considerati impensabili. L'ambiguità morale viene ridefinita come sensibilità pastorale, mentre il dissenso è spesso ricompensato con inviti a conferenze anziché con sanzioni canoniche.
Curiosamente, i fulmini restano riposti.
Si comincia a sospettare che, in pratica, esistano due concezioni ben diverse della disobbedienza. Una è considerata una grave ferita all'unità della Chiesa; l'altra un prezioso contributo al dialogo, al discernimento o al tanto invocato processo di "camminare insieme".
A quanto pare, il problema non è la disobbedienza. È la disobbedienza fuori moda.
Ai fedeli viene ripetutamente assicurato che la Chiesa non è né ideologica né di parte. La giustizia, viene loro detto, viene applicata senza timore né favoritismi e la disciplina esiste unicamente per il bene della comunione. Tali assicurazioni diventano sempre più difficili da conciliare con un modello in cui azioni simili sembrano provocare conseguenze notevolmente diverse.
La coerenza non è mai stata nemica della misericordia. Al contrario, la misericordia priva di coerenza ha la spiacevole tendenza ad assomigliare al favoritismo.
Questo è il vero scandalo. Non che la disciplina esista – ogni istituzione la richiede – ma che la sua applicazione possa apparire così palesemente selettiva.
Per citare ancora una volta Orwell, tutti gli atti di disobbedienza possono essere uguali, ma alcuni sono evidentemente più riprovevoli di altri.
Rev. Leon, 11 luglio
Per citare ancora una volta Orwell, tutti gli atti di disobbedienza possono essere uguali, ma alcuni sono evidentemente più riprovevoli di altri.

7 commenti:
Fuori tema.
Speriamo che la CEI legga il documentato articolo di oggi scritto da Roberto Marchesini sulla NBQ: "Violenza minorile e immigrazione, il peso della CULTURA d'origine".
Ancora fuori tema
MENO MALE CHE QUALCUNO DICE ANCORA NO
La Slovacchia conferma lo stop agli aiuti militari e finanziari all’Ucraina.
Il presidente Peter Pellegrini ribadisce che una guerra non si risolve continuando ad alimentarla e che non esiste una soluzione esclusivamente militare. Una posizione condivisa anche da Ungheria e, su questo pacchetto da 70 miliardi di euro, anche dalla Repubblica Ceca.
Mentre a Bruxelles sembra che l’unica parola rimasta nel vocabolario sia “armi”, c’è ancora qualcuno che osa ricordare un concetto quasi rivoluzionario: prima o poi, tutte le guerre finiscono attorno a un tavolo, non in un magazzino di munizioni.
Almeno Slovacchia e Ungheria continuano a difendere un’Europa che non confonda la diplomazia con la resa e il riarmo permanente con la pace.
Bisognerebbe spiegarlo ai tedeschi che comandano in UE e hanno bisogno di rimpiazzare la mattanza automotive (leggi conseguenze delirio green UE) con la politica di riarmo.
È innegabile che nella Chiesa esistano due pesi e due misure, a seconda dei casi, e non solo riguardo ai lefebvriani, che non sono gli unici a cui il principio due pesi e due misure è stato applicato.
Però, al di là delle vicende della San Pio X, la Tradizione ha sempre ribadito il concetto della peccaminosità oggettiva della disubbidienza, da Adamo ed Eva in poi.
Quindi tentare di giustificare i lefebvriani disubbidienti mettendoli sullo stesso piano di altri - peraltro diversi - disubbidienti, è una operazione che fa sicuramente presa sul pubblico dei lettori ma che è intrinsecamente sbagliata. Una disubbidienza non castigata dall'autorità competente non giustifica in nessun modo nessun altra disubbidienza, che resta moralmente sbagliata a prescindere. L'unica cosa che si può fare è analizzare le diverse situazioni... In alcuni casi la disubbidienza è moralmente lecita e obbligatoria (quando l'autorità comanda cose cattive); in altri casi, viene giustificata soggettivamente dalla "coscienza" e diventa soggettivamente lecita ma non oggettivamente obbligatoria; in altri casi ancora è del tutto illecita e peccaminosa.
Senza dubbio ci sono "due pesi e due misure". Per esempio, contro il vescovo Castellucci non è partito finora nessuno strale, né quando autorizzò due anni fa una mostra blasfema, né adesso che ha comicamente blaterato di donne a "copresiedere la Messa".
Castellucci in procinto per succedere a Delpini? Nel contesto attuale e’ … adatto a fare carriera!
Credo che il titolo vada letto in chiave ironica, come suggerisce il richiamo iniziale a Orwell. L'autore non sostiene che tutte le disubbidienze siano moralmente uguali, né che una disubbidienza venga giustificata dal fatto che un'altra rimanga impunita. Il suo punto, a mio avviso, è un altro: denunciare il fatto che, nella prassi, alcune forme di disubbidienza vengano perseguite con estremo rigore, mentre altre siano tollerate o addirittura incoraggiate.
Come ogni pena ha una sua graduazione, così anche gli atti di disubbidienza hanno una diversa gravità. Per questo motivo, mi sembra che il titolo non voglia affermare che tutte le disubbidienze siano equivalenti, ma che alcune vengano trattate come se fossero incomparabilmente più gravi di altre. Sarebbe come infliggere al ladro di una gallina la pena prevista per un omicida e, nello stesso tempo, lasciare impunito l'omicida. Nessuno sta equiparando il furto all'omicidio; ciò che suscita scandalo è la sproporzione nell'applicazione delle sanzioni.
Aggiungerei anche una precisazione teologica. Non ogni disubbidienza costituisce uno scisma. San Tommaso d'Aquino e il cardinale Caietano distinguono chiaramente la mera disubbidienza dal rifiuto della sottomissione al Romano Pontefice in quanto capo della Chiesa, che è ciò che propriamente costituisce lo scisma. Per questo motivo, ridurre tutta la questione alla sola categoria della disubbidienza rischia di semplificare eccessivamente un problema che la teologia classica distingue con maggiore precisione.
Se questa è la corretta interpretazione dell'articolo, allora la critica non riguarda la moralità della disubbidienza in sé, ma l'impressione che, nella prassi, la disciplina ecclesiastica venga talvolta applicata con due pesi e due misure.
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