Ringrazio Gederson Falcometa che, alla luce dei recenti avvenimenti che coinvolgono la FSSPX, della crisi della Chiesa e dell'attuale sviluppo della cosiddetta Chiesa sinodale, e considerando che ci troviamo nel mese dedicato al Preziosissimo Sangue di Nostro Signore, ci segnala il testo che riporto di seguito. È di , uno dei maggiori intellettuali cattolici brasiliani del XX secolo e vigoroso difensore della dottrina tradizionale della Chiesa.
Premessa di Gederson Falcometa
Gustavo Corção (1896–1978) è stato uno dei maggiori intellettuali cattolici brasiliani del XX secolo. Convertitosi al cattolicesimo in età adulta, divenne uno dei più vigorosi difensori della dottrina tradizionale della Chiesa. Filosofo, saggista e polemista di grande talento, affrontò con particolare lucidità la crisi postconciliare, sempre ponendo al centro delle sue riflessioni la fedeltà al deposito della fede e il fine soprannaturale della Chiesa: la salvezza delle anime.
Mi ha colpito soprattutto il criterio con cui egli afferma che debba essere giudicato un Concilio Ecumenico:
«Ci sembra evidente che il valore principale di un Concilio Ecumenico possa essere misurato soltanto secondo un criterio essenzialmente cattolico: quello dell'applicazione del Sangue di Nostro Signore Gesù Cristo per la salvezza delle anime, e non secondo criteri desunti dal mondo o dalla storia.»
Credo che questo principio racchiuda, in poche righe, una prospettiva profondamente cattolica: il valore di un Concilio non può essere misurato dal suo impatto storico, culturale o mediatico, ma unicamente dalla sua ordinazione al fine proprio della Chiesa, cioè l'applicazione dei meriti della Redenzione e la salvezza delle anime.Ritengo inoltre che questo criterio non si limiti al giudizio sul Concilio Vaticano II, ma si estenda necessariamente anche al postconcilio e agli sviluppi che hanno condotto all'attuale Chiesa sinodale. Se il fine supremo della Chiesa è la salvezza delle anime mediante l'applicazione dei meriti della Redenzione, allora è proprio questo il criterio autenticamente cattolico con cui valutare non solo un Concilio, ma anche i suoi frutti, le sue interpretazioni e le sue conseguenze nella vita della Chiesa.
Mi ha colpito soprattutto il criterio con cui egli afferma che debba essere giudicato un Concilio Ecumenico:
«Ci sembra evidente che il valore principale di un Concilio Ecumenico possa essere misurato soltanto secondo un criterio essenzialmente cattolico: quello dell'applicazione del Sangue di Nostro Signore Gesù Cristo per la salvezza delle anime, e non secondo criteri desunti dal mondo o dalla storia.»
Credo che questo principio racchiuda, in poche righe, una prospettiva profondamente cattolica: il valore di un Concilio non può essere misurato dal suo impatto storico, culturale o mediatico, ma unicamente dalla sua ordinazione al fine proprio della Chiesa, cioè l'applicazione dei meriti della Redenzione e la salvezza delle anime.Ritengo inoltre che questo criterio non si limiti al giudizio sul Concilio Vaticano II, ma si estenda necessariamente anche al postconcilio e agli sviluppi che hanno condotto all'attuale Chiesa sinodale. Se il fine supremo della Chiesa è la salvezza delle anime mediante l'applicazione dei meriti della Redenzione, allora è proprio questo il criterio autenticamente cattolico con cui valutare non solo un Concilio, ma anche i suoi frutti, le sue interpretazioni e le sue conseguenze nella vita della Chiesa.
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Il valore del Concilio Vaticano II
Gustavo Corção
Gustavo Corção
Ci sembra evidente che il valore principale di un Concilio Ecumenico possa essere misurato soltanto secondo un criterio essenzialmente cattolico: quello dell'applicazione del Sangue di Nostro Signore Gesù Cristo per la salvezza delle anime, e non secondo criteri desunti dal mondo o dalla storia.
Nel caso presente, se vogliamo valutarne il valore, dobbiamo anzitutto ascoltare le voci più autorevoli che parlano a nome del Concilio. Ascoltiamo dunque ancora una volta il passo del Discorso di chiusura del Concilio, nel quale si trova una definizione della spiritualità che ispirò quell'assise. Ecco il testo, già più volte riportato nelle nostre colonne:
Tali interrogativi sono formulati, con tutta evidenza, per ricordare che altri Papi e altri Concili si scontrarono con simili empietà elevate a sistema, combatterono contro le diverse forme di questa religione dell'uomo che si fa Dio e condannarono severamente la rivoluzione anarchica, il comunismo, le varie forme di socialismo e la massoneria.
E quanto più ascoltiamo la risposta: «Sarebbe potuto accadere, ma non è accaduto», tanto più chiara ci appare l'intenzione di sottolineare la svolta antropocentrica che separa il Concilio Vaticano II da tutta la precedente tradizione cattolica, pretendendo così di definirlo in termini di contraddizione, di innovazione e perfino di censura di tutto ciò che la Chiesa aveva fatto nel corso di venti secoli.
Il contesto dei fatti avvenuti durante il Concilio e moltiplicatisi dopo di esso è ancora vivo nella memoria di tutti e conferma che il Concilio manifestò effettivamente un'«immensa simpatia» verso tutte le empietà della superbia umana elevate a sistema e, correlativamente, una singolare indifferenza nei confronti delle vittime di tali perversità.
Fin dalle prime sessioni conciliari si constatò il clamoroso rifiuto di riaffermare le condanne del comunismo, divenute più necessarie che mai a motivo della travolgente infiltrazione dell'ideologia «intrinsecamente perversa, empia, mostruosa e disumana» (Divini Redemptoris, Pio XI, 1937) negli stessi ambienti della Chiesa.
Più tardi ci siamo stancati di assistere alle prese di posizione delle conferenze episcopali a favore delle idee comuniste e ostili ai governi che osavano adottare una politica di repressione di tale perversità. E, più doloroso di ogni altro, riaffiora alla memoria il caso dei crudeli terroristi spagnoli condannati dal regime di Franco: le autorità ecclesiastiche manifestarono pubblicamente la loro immensa simpatia per i condannati, dopo aver mostrato una glaciale indifferenza verso le numerose vittime innocenti degli attentati.
L'allusione all'«antica parabola del buon Samaritano», che sarebbe stata il modello della «spiritualità del Concilio», non ci sembra felice. Come tutti sappiamo, la parabola del buon Samaritano (Lc 10,30) pone l'accento sulla compassione verso la vittima della perversità dei briganti:
Quando si riascoltano quelle parole con cui si concluse il Concilio, è impossibile non provare lo stupore e il dolore causati dal rivolgimento morale che, a una lettura superficiale o disattenta, potrebbe essere sfuggito. Insisto sull'espressione «rivolgimento morale» e non ho bisogno di ricorrere all'alta sapienza della Prima Secundae o della Secunda Secundae della Summa Theologiae per sostenere la mia dimostrazione. Ponendomi sul piano del semplice buon senso, credo di poter dimostrare pienamente l'esistenza di un autentico rivolgimento morale in questo testo che esalta il Concilio per il fatto di non aver condannato il comunismo, la massoneria, il liberalismo e le altre manifestazioni della svolta antropocentrica, ossia della religione dell'uomo che si fa Dio.
Sì, il Concilio detto «pastorale» viene lodato precisamente per non aver adempiuto il più grave dei doveri pastorali: il dovere di custodire il sacro deposito della fede e quello di vigilare sulla salvezza delle anime, doveri che esigono dai pastori una caritatevole intolleranza verso l'errore e la disponibilità a dare la vita per il proprio gregge (Gv 10).
In questo senso si può affermare che tutti i Concili della Chiesa furono pastorali, eccetto il Vaticano II, il quale iniziò con una sorta di gioco di prestigio, facendo accettare al mondo intero il termine «pastorale» per celare il proprio carattere evoluzionista e sperimentale.
Simpatizzare immensamente con le malvagità elevate a sistema, le quali pretendono di presentarsi come una forma superiore di bontà, costituisce in realtà una forma raffinata di perversità, poiché racchiude due gravi ingiustizie e due gravi peccati contro la carità.
La prima consiste nel dimenticare l'immenso male che tali perversità diffondono, nonché nell'ingiustizia e nella mancanza di carità commesse nei confronti delle loro vittime.
La seconda, più nascosta, consiste nell'ingiustizia e nella mancanza di carità che commettiamo verso gli stessi perversi, gli sviati, i criminali. Anche a loro dobbiamo la carità, non la carità affettiva, bensì quella effettiva, che si manifesta nella repressione e nella punizione, le quali possono costituire, per essi, il mezzo per risvegliare la coscienza e salvare l'anima.
Se invece li accarezziamo con dichiarazioni di «immensa simpatia», commettiamo la terribile empietà di rassicurarli e di confermarli nel loro peccato.
La cosiddetta «Chiesa post-conciliare» proclama in ogni modo questo rivolgimento morale, che rappresenta la sintesi di tutte le svolte antropocentriche.
Ricordi, il lettore, gli elogi che ha già sentito tributare da questa «Chiesa», la quale ha abbandonato gli anatemi e le condanne, e ne tragga le conclusioni che riterrà opportune. Ponga pure la tolleranza al vertice di tutte le virtù; dica ciò che vuole di questa filosofia e di questa religione; si trovi pure a proprio agio nel comunismo e nella massoneria. L'unica e ultima esigenza, insieme verbale e morale, alla quale mi sento vincolato è quella di affermare che un simile atteggiamento di arrendevolezza si trova agli antipodi del cristianesimo.
In verità, la cosiddetta «Chiesa post-conciliare» porta fin dalla nascita tutte le rughe e tutte le macchie della vecchiaia di un mondo in decomposizione. In verità, la sua tolleranza, la sua immensa simpatia verso tutte le aberrazioni elevate a sistema, dissimulano un'unica intolleranza: quella esercitata contro coloro che, in ogni tempo e fuori tempo, vogliono custodire il sacro deposito della fede e salvare le anime, per le quali Gesù ebbe tanta sete sul legno della Croce.
(O Globo, 18 dicembre 1976. Rivista Permanência, nn. 204-205, novembre-dicembre 1985.)
Nel caso presente, se vogliamo valutarne il valore, dobbiamo anzitutto ascoltare le voci più autorevoli che parlano a nome del Concilio. Ascoltiamo dunque ancora una volta il passo del Discorso di chiusura del Concilio, nel quale si trova una definizione della spiritualità che ispirò quell'assise. Ecco il testo, già più volte riportato nelle nostre colonne:
«La religione del Dio che si è fatto uomo si è incontrata con la religione — perché tale è — dell'uomo che si fa Dio. Che cosa è avvenuto? Uno scontro, una lotta, una condanna? Sarebbe potuto accadere, ma non è accaduto. L'antica parabola del buon Samaritano è stata il modello della spiritualità del Concilio. Un'immensa simpatia lo ha interamente pervaso.»Quanto più volte ascoltiamo queste domande: «Che cosa è avvenuto? Uno scontro, una lotta, una condanna?», tanto più puerile ci appare l'esigenza dell'intero contesto del discorso, e persino dei vari interventi di Papa Paolo VI, per una retta interpretazione di questa conclusione del discorso di chiusura del Concilio.
Tali interrogativi sono formulati, con tutta evidenza, per ricordare che altri Papi e altri Concili si scontrarono con simili empietà elevate a sistema, combatterono contro le diverse forme di questa religione dell'uomo che si fa Dio e condannarono severamente la rivoluzione anarchica, il comunismo, le varie forme di socialismo e la massoneria.
E quanto più ascoltiamo la risposta: «Sarebbe potuto accadere, ma non è accaduto», tanto più chiara ci appare l'intenzione di sottolineare la svolta antropocentrica che separa il Concilio Vaticano II da tutta la precedente tradizione cattolica, pretendendo così di definirlo in termini di contraddizione, di innovazione e perfino di censura di tutto ciò che la Chiesa aveva fatto nel corso di venti secoli.
Il contesto dei fatti avvenuti durante il Concilio e moltiplicatisi dopo di esso è ancora vivo nella memoria di tutti e conferma che il Concilio manifestò effettivamente un'«immensa simpatia» verso tutte le empietà della superbia umana elevate a sistema e, correlativamente, una singolare indifferenza nei confronti delle vittime di tali perversità.
Fin dalle prime sessioni conciliari si constatò il clamoroso rifiuto di riaffermare le condanne del comunismo, divenute più necessarie che mai a motivo della travolgente infiltrazione dell'ideologia «intrinsecamente perversa, empia, mostruosa e disumana» (Divini Redemptoris, Pio XI, 1937) negli stessi ambienti della Chiesa.
Più tardi ci siamo stancati di assistere alle prese di posizione delle conferenze episcopali a favore delle idee comuniste e ostili ai governi che osavano adottare una politica di repressione di tale perversità. E, più doloroso di ogni altro, riaffiora alla memoria il caso dei crudeli terroristi spagnoli condannati dal regime di Franco: le autorità ecclesiastiche manifestarono pubblicamente la loro immensa simpatia per i condannati, dopo aver mostrato una glaciale indifferenza verso le numerose vittime innocenti degli attentati.
L'allusione all'«antica parabola del buon Samaritano», che sarebbe stata il modello della «spiritualità del Concilio», non ci sembra felice. Come tutti sappiamo, la parabola del buon Samaritano (Lc 10,30) pone l'accento sulla compassione verso la vittima della perversità dei briganti:
«Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico quando cadde nelle mani dei briganti, che lo spogliarono di tutto e, dopo averlo coperto di ferite, se ne andarono lasciandolo mezzo morto. Per caso passò per quella stessa strada un sacerdote e poi un levita; entrambi, vedutolo, proseguirono oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passando accanto a lui ne ebbe compassione; gli si avvicinò, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino...»Evidentemente, sarebbe necessario riformare profondamente questa parabola per adattarla, con parole attribuite a Gesù, a un'assemblea di sacerdoti e di leviti che, dimentichi delle vittime, provano un'immensa simpatia per i briganti.
Quando si riascoltano quelle parole con cui si concluse il Concilio, è impossibile non provare lo stupore e il dolore causati dal rivolgimento morale che, a una lettura superficiale o disattenta, potrebbe essere sfuggito. Insisto sull'espressione «rivolgimento morale» e non ho bisogno di ricorrere all'alta sapienza della Prima Secundae o della Secunda Secundae della Summa Theologiae per sostenere la mia dimostrazione. Ponendomi sul piano del semplice buon senso, credo di poter dimostrare pienamente l'esistenza di un autentico rivolgimento morale in questo testo che esalta il Concilio per il fatto di non aver condannato il comunismo, la massoneria, il liberalismo e le altre manifestazioni della svolta antropocentrica, ossia della religione dell'uomo che si fa Dio.
Sì, il Concilio detto «pastorale» viene lodato precisamente per non aver adempiuto il più grave dei doveri pastorali: il dovere di custodire il sacro deposito della fede e quello di vigilare sulla salvezza delle anime, doveri che esigono dai pastori una caritatevole intolleranza verso l'errore e la disponibilità a dare la vita per il proprio gregge (Gv 10).
In questo senso si può affermare che tutti i Concili della Chiesa furono pastorali, eccetto il Vaticano II, il quale iniziò con una sorta di gioco di prestigio, facendo accettare al mondo intero il termine «pastorale» per celare il proprio carattere evoluzionista e sperimentale.
Simpatizzare immensamente con le malvagità elevate a sistema, le quali pretendono di presentarsi come una forma superiore di bontà, costituisce in realtà una forma raffinata di perversità, poiché racchiude due gravi ingiustizie e due gravi peccati contro la carità.
La prima consiste nel dimenticare l'immenso male che tali perversità diffondono, nonché nell'ingiustizia e nella mancanza di carità commesse nei confronti delle loro vittime.
La seconda, più nascosta, consiste nell'ingiustizia e nella mancanza di carità che commettiamo verso gli stessi perversi, gli sviati, i criminali. Anche a loro dobbiamo la carità, non la carità affettiva, bensì quella effettiva, che si manifesta nella repressione e nella punizione, le quali possono costituire, per essi, il mezzo per risvegliare la coscienza e salvare l'anima.
Se invece li accarezziamo con dichiarazioni di «immensa simpatia», commettiamo la terribile empietà di rassicurarli e di confermarli nel loro peccato.
La cosiddetta «Chiesa post-conciliare» proclama in ogni modo questo rivolgimento morale, che rappresenta la sintesi di tutte le svolte antropocentriche.
Ricordi, il lettore, gli elogi che ha già sentito tributare da questa «Chiesa», la quale ha abbandonato gli anatemi e le condanne, e ne tragga le conclusioni che riterrà opportune. Ponga pure la tolleranza al vertice di tutte le virtù; dica ciò che vuole di questa filosofia e di questa religione; si trovi pure a proprio agio nel comunismo e nella massoneria. L'unica e ultima esigenza, insieme verbale e morale, alla quale mi sento vincolato è quella di affermare che un simile atteggiamento di arrendevolezza si trova agli antipodi del cristianesimo.
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