martedì 1 giugno 2021

Cardinale Ratzinger scomunica papa Ratzinger (e con lui tutta la Chiesa)

Questione spinosa e dibattuta, ma non abbastanza. Enrico Maria Radaelli prende spunto da un recente articolo di due pubblicisti cattolici statunitensi, Robert Siscoe e John Salza, dal titolo: Ratzinger: chi nega validità all’elezione papale è fuori della Chiesa [qui]. L'occasione è utile per condensare le sue riflessioni ruminate nel corso degli ultimi anni e delle inedite vicende scandite dai protagonisti. Qui l'indice degli articoli sui due papi: qui uno dei recenti articoli di Andrea Cionci, su Libero, che continuano a fare scalpore.

CARDINALE RATZINGER SCOMUNICA PAPA RATZINGER
(E CON LUI TUTTA LA CHIESA).

E LEI, PAPA RATZINGER,
COSA ASPETTA A SALVARE SÉ (E CON SÉ TUTTA LA CHIESA)?
Enrico Maria Radaelli*

Due sono le inflessibili eguaglianze che incontreremo in queste pagine. Prima eguaglianza: nella Chiesa vi sono delle verità che, per la loro origine quasi divina, appartengono a quelle che si dicono ‘sententia definitive tenenda’; a tali verità Pastori e fedeli debbono obbedire in modo ‘fermo e definitivo’, con obbedienza massima, detta de fide; seconda eguaglianza: chi rifiuta di dare tale obbedienza de fide a tali verità si pone per ciò stesso ‘fuori della Chiesa’, cioè si autoscomunica. Con queste pagine ci si chiede: perché il Cardinale Ratzinger nel 1998 ha riservato a un atto della Chiesa un certo trattamento e non ha riservato lo stesso trattamento all’atto opposto, così creando le premesse a terribili, angoscianti e peraltro inaggirabili autoscomuniche che, come vedremo, la Chiesa da se stessa a se stessa si è comminata?

Il 100521 è uscito su Stilum Curiæ, il sito diretto dal vaticanista Marco Tosatti, un articolo di due pubblicisti cattolici statunitensi, Robert Siscoe e John Salza, dal titolo significativo: Ratzinger: chi nega validità all’elezione papale è fuori della Chiesa (titolo originale: Cardinal Ratzinger: Beneplenists are outside the Church) [ripreso qui].
Con l’inusitato neologismo « Beneplenists », il titolo originale è più chiaro di quello italiano, perché la crasi tra ‘Benedetto’, il nome apostolico di Papa Ratzinger, e ‘plenisti’, ossia ‘coloro che riconoscono una pienezza di poteri a qualcuno’, individua esattamente tutti quei cattolici che ancor oggi sono convinti che la pienezza dei poteri di Papa (= ‘plenist’) va riconosciuta solo e unicamente a Benedetto XVI (= ‘Bene’), e chi non lo fa è « fuori della Chiesa », ossia è iure ipso da se stesso medesimo scomunicato; e ad affermare tutto ciò – ecco il motivo di quel “Ratzinger” posto a inizio titolo – è ancora lui: Joseph Cardinale Ratzinger, qui chiamato in causa nella sua qualità di Prefetto della sacra Congregazione per la Dottrina della Fede (siamo nel 1998), sicché si dovrebbe concludere che se i cosiddetti “Ratzingeriani” devono ringraziare qualcuno della situazione attuale, per cui a capo della Chiesa si ha il Cardinale Bergoglio, questo qualcuno sarebbe ancora il loro tanto rimpianto Joseph Cardinale Ratzinger.
Ma non è così. Non è affatto così.

In queste pagine non ci occuperemo dell’articolo dei due studiosi, cui va dato il merito di aver saputo mettere ben in mostra un aspetto rilevante della dottrina ratzingeriana, ma ci concentreremo sulla tesi del Cardinale, giacché se essa fosse vera affosserebbe la tesi contraria, sostenuta da chi scrive in questo saggio, per cui Elezione e Rinuncia papali sono due atti la cui veridicità, che dovrebbe essere speculare, e dunque dello stesso esatto livello, se pur diametralmente opposto, risulta invece asimmetrica, cioè di due livelli veritativi diversi, tutti a sfavore della Rinuncia, perché la Rinuncia manca degli elementi giurisprudenziali indispensabili a essere conformata così da poter essere poi riconosciuta oggettivamente per quello che è, come lo è l’Elezione.

Infatti nel 1968 il Cardinale Prefetto, concordemente a Papa Giovanni Paolo II, aveva stilato un importante testo dottrinale a corredo della Professio fidei stilata da quel Pontefice, chiamandolo Nota illustrativa della formula conclusiva della Professio fidei, « allo scopo di spiegare – così nella Prefazione, cpv III – il significato e il valore dottrinale dei tre commi conclusivi, che si riferiscono alla qualificazione teologica delle dottrine e al tipo di assenso richiesto dai fedeli » (sottolineatura mia).
In tale Nota il Cardinale Ratzinger sostiene che tra le diverse « verità connesse con la Rivelazione che sono da tenersi in modo definitivo, ma che non potranno essere dichiarate come divinamente rivelate » (Cap. 6, cpv III), insegnate dal Magistero ordinario e universale della Chiesa in qualità di ‘sententia definitive tenenda’, ossia in qualità di verità da riconoscere e obbedire in modo « fermo e definitivo » (ibidem), ci sarebbe anche – ecco il motivo del nostro interesse proprio in questo nostro libro – « la legittimità dell’elezione del Sommo Pontefice » (Cap. 11, cpv VII).
Il che, come vedremo ora pian piano, sarebbe un po’ come si dice nel titolo, che il Cardinale Ratzinger scomunica di fatto il futuro Papa Ratzinger che elabora una Rinuncia invalida e tutta la Chiesa che senza batter ciglio la approva e si comporta poi come se essa fosse valida, con tutte le gravi conseguenze che sappiamo. Ma vediamo bene la cosa punto per punto.
Infatti, la verità dell’asserzione non è affatto scontata, e anzi parrebbe doppiamente smentita: in primo luogo sarebbe smentita storicamente dai fatti del 1130 segnalati al § 4 del mio lavoro sulla Rinuncia al Papato di Benedetto XVI, Al cuore di Ratzinger. È lui il Papa, non l’altro (Edizioni Aurea Domus, data di pubblicazione prevista: settembre 2021), dal quale sono tratte queste pagine, fatti nei quali per ben otto drammatici anni metà Chiesa obbedì prima all’antipapa Anacleto II e alla sua morte al suo successore, l’antipapa Vittore IV: quelle sconvolgenti vicende fatte di lotte, schieramenti armati, ribellioni, peregrinazioni da una capitale all’altra di tutta la cristianità di allora e cattiverie di ogni genere, dimostrano che l’elezione di un Papa non è un atto di così scontata qualifica da potersi annoverare serenamente tra le grandi e forti verità che vanno sotto il nome di ‘sentenzia definitive tenenda’, almeno perché il primo che avrebbe potuto e anzi dovuto servirsi di tale eccelsa e solida prerogativa, se vera, e dunque se forte ed eterno bordone di fede come asserito dal Cardinale Ratzinger, era il misero Innocenzo II, il Papa, il quale invece, in tutti i suoi angosciosi e commoventi pellegrinaggi su e giù per le corti d’Italia e d’Europa per raccogliere intorno a sé i consensi necessari a riguadagnare il Trono tanto odiosamente usurpatogli, pur combattivo e convinto delle proprie ragioni com’era, non se ne servì punto, mai e in nessun caso.

Quella che il Cardinale Ratzinger e Papa Wojtyla portano a esempio di verità appartenente a « dottrine … infallibilmente insegnate dal magistero ordinario e universale della Chiesa », come si dice nella Nota illustrativa, Cap. 6, cpv III, vedrebbe la propria universalità interrotta da tutti quei Pastori – Cardinali e Vescovi in primo luogo – che nelle più diverse crisi della Chiesa hanno seguito tutti i vari antipapi, a partire da Anacleto II, e poi anche da tutti quegli altri Pastori – Cardinali e Vescovi in primo luogo – che, pur seguendo i legittimi Papi regolarmente eletti, non hanno mai usato neanch’essi un argomento tanto evidentemente a loro favore, e non l’hanno mai usato semplicemente perché l’argomento non c’era: non esisteva punto.
A tale ipotetica verità non si appellò infatti né il turpe Anacleto, com’è ovvio, che pur avrebbe avuto tutto l’interesse a dimostrare che l’elezione cui obbedire era la sua, ma neppure il perseguitato Innocenzo, che avrebbe avuto ancor più interesse a dimostrare che la propria elezione comportava, per la sua perfetta legittimità, la « ferma e definitiva » obbedienza de fide che sappiamo pretesa da tutte le dottrine direttamente connesse con la Rivelazione di Cristo.
Perché nessuno dei due contendenti vi si appellò? È qui che a mio modo di vedere cadrebbe l’universalità invocata dal Cardinale Ratzinger: perché non è universale una dottrina che interrompe la propria continuità di tenuta e di riconoscimento normativo proprio nel momento in cui più dovrebbe essere individuata, vissuta e utilizzata, ma non lo è affatto, semplicemente perché non può essere individuato, vissuto e utilizzato un argomento che non esiste. E chi più di un Papa avrebbe dovuto mostrare, se fosse esistito, il bene della sua utilizzazione proprio per avvalorare la propria realtà di Papa? 
Si vedrà ora quanto l’asserzione ratzingeriana sembrerebbe smentita, oltre che storicamente, anche teoreticamente.

La Nota infatti prosegue avvertendo che chiunque non conseguisse con la dovuta obbedienza de fide, cioè assoluta, a tali ‘verità connesse’, tra cui viene rimarcata, ripeto, quella che a noi sta a cuore, della « legittimità dell’elezione del Sommo Pontefice », ecco: per ciò stesso costui « non è più in comunione con la Chiesa cattolica » (Cap. 6, cpv III), ossia è iure ipso scomunicato dalla Chiesa cattolica (iure ipso: ‘per disposizione derivante immediatamente dalla legge, dunque senza atto o provvedimento applicativo). Abbiamo detto scomunicato.
Come si è visto, tale conclusione parrebbe del tutto affrettata e discutibile, perché si appoggia su un argomento che non ha basi storiche, e quindi è piuttosto essa, si direbbe, a decadere iure ipso
La dottrina del Cardinale Ratzinger – peraltro suffragata dalla firma del Papa allora regnante, Giovanni Paolo II – potrebbe trovare la necessaria solidità solo se ratificata da una papale locutio ex cathedra, cosa a mio avviso peraltro impossibile proprio per la sua inconsistenza storica.
Ma ammesso e non concesso che sia vero che l’elezione di un Papa dev’esser tenuta e obbedita come una delle tante ‘sententia definitive tenenda’, specularmente, con eguale massima e assoluta pretesa di alto esempio ancora di ‘sententia definitive tenenda’, andrebbe messo anche l’atto con cui si realizza un’eventuale Rinuncia al Papato, ossia un’eventuale Rinuncia a quel Munus Petrinum, o Munus Clavium, raccolto dall’augusto Soggetto con la sua elezione al Trono di Pietro.
Ma è proprio questa pur del tutto logica attesa che è impossibile, ed è impossibile proprio per le stesse leggi della Chiesa, ossia per il Codex Iuris Canonici che governa la Chiesa in ogni suo atto. Infatti il suo Canone 332, § 2, afferma esplicitamente, come segnalato al § 13 di quel mio lavoro: « Nel caso il Romano Pontefice rinunci al suo Ufficio, si richiede, per la sua validità, che la rinuncia sia fatta validamente e che venga debitamente manifestata; non si richiede invece che qualcuno l’accetti » (sottolineatura mia), e non si richiede che qualcuno l’accetti perché per stabilire la validità di una Rinuncia papale e dunque per darle la forza di ‘sententia definitive tenenda’, la Chiesa non attende alcun consenso legittimante, giacché a stabilirlo è necessario e sufficiente soltanto che:
primo, sia corretta la sua formulazione interna;
secondo, le sia data la debita pubblicazione.
Sempreché non sia inficiata da nessuna delle quattro cause perverse enumerate dal Canone 188 visto al § 12 del mio saggio (« La rinuncia compiuta per timore grave, ingiustamente incusso, per dolo o errore sostanziale, o per simonia, è nulla per il diritto stesso »). La presenza di anche una sola di tali cause perverse può concorrere a realizzare la Rinuncia nella forma errata che poi si riscontrerà formalmente attraverso la rigorosa griglia semantica posta dal Canone 332 § 2 che la invaliderà senza speranza. Importante distinzione: il Canone 332, § 2, precisa che « per dare validità … non si richiede che qualcuno l’accetti », ma, appuratane la validità, tutti debbono però accettarla, così come da tutti è accettata, specularmente, una papale Elezione, pena l’autoscomunica iure ipso.

Sicché può avvenire che se anche tutta la Chiesa, a cominciare dallo stesso Papa rinunciante, approva una Rinuncia la cui Declaratio non è validamente formulata o è causata da un movente perverso, quella Rinuncia è e resta invalida, è e resta nulla, cioè è e resta una realtà che non esiste, che non c’è affatto, ovvero è e resta una “nonrealtà”, come sono “nonrealtà” i vestiti dell’Imperatore fintamente ricamati da due gaglioffi nell’esemplare fiaba di Andersen, i quali vestiti, in verità, come sappiamo, sono per l’appunto del tutto inesistenti.
Ma: primo), chi, secondo), in base a cosa, terzo), quando, e, quarto), con quali modi la Chiesa permette che possa riconoscersi tutto ciò?
Si noti che per l’Elezione tutta questa problematica è ampiamente svolta da una normativa elaborata da Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, dove ognuna di queste quattro domande ha precise e ben circostanziate risposte giurisprudenziali elaborate, come si vede, da ben tre Papi, risposte che permettono conoscere come è governato il suo svolgimento in ogni suo aspetto, mentre per la Rinuncia la problematica non è minimamente affrontata, sicché essa si pone con questi quattro vibranti interrogativi che attendono da sempre una risposta, finora mai data, altro che ‘sententia definitive tenenda’:

Primo, chi, chi mai stabilisce che la Declaratio di Rinuncia Papale è valida e legittima secondo la normativa richiesta dal CIC? È forse lo stesso augusto Autore che l’ha elaborata? Si è visto che non vi sono sufficienti garanzie di una sua analisi obiettiva, oltre al fatto che poi possono essere presenti elementi sostanzialmente perversi esterni in cui potrebbe essere facilmente coivolto lo stesso Rinunciante, che possono intorbidare il suo atto, come segnala il Canone 188. 
E allora chi è mai? È un organismo terzo chiamato ufficialmente a vagliarla? In tutto l’ordinamento giurisprudenziale della Chiesa non c’è un comma che ne indichi la fattispecie, eppure la Nota illustrativa di cui sopra e il CIC dell’83 sono stati elaborati dagli stessi medesimi altissimi Pastori: Papa Giovanni Paolo II e il Prefetto Joseph Aloisius Cardinale Ratzinger. Dov’è dunque la disfasia?

Secondo, entro quanto tempo e con quali modalità l’autorità o l’organismo preposto a tale altissima indicazione deve dichiarare la funzionalità dell’atto? Anche a queste esigenze non corrisponde alcuna indicazione legislativa.

Terzo, nel caso la Declaratio non risponda alle normative richieste, che procedura è prevista per segnalare il non raggiungimento delle stesse, e, se ciò è causato da fattori patogeni esterni alla stessa (come previsto possibile per l’appunto dal solito Canone 188), come, a chi e in quali termini illustrare le difficoltà ivi nate?

Quarto e ultimo, e specialmente: che grado di verità è esercitato da quella che a buon diritto dev’essere riconosciuta come una ‘verità connessa alla Rivelazione’ – e precisamente a Mt 16,189 – elaborata da un Prelato elevato al massimo del Munus docendi, capace dunque di proferire anche infallibili e indefettibili ‘sententia definitive tenenda’?
È vero o non è vero che dunque detta Rinuncia dovrà presentarsi per necessità come una verità posta allo stesso grado di Magistero della verità che, con la sua Elezione, ha innalzato l’augusto Pastore con regolare Conclave e alla quale si dovrà dare dunque lo stesso grado di obbedienza per riconoscerne adeguatamente, all’opposto, anche la decadenza?
È vero o non è vero che è solo in tal modo che non si permetterebbe alcuna situazione che porterebbe la Chiesa alla rovina, cosa che invece sta attualmente avvenendo proprio perché la Declaratio papale di Rinuncia oggi è lasciata in una situazione di completa anarchia dallo stesso Legislatore che più di tutti dovrebbe avere a cuore la sua perfetta corrispondenza con l’atto elettivo che, come in un delicato palindromo, ne permette l’alta realizzazione?

È POSSIBILE UN’AUTOSCOMUNICA UNIVERSALE?
SÌ, È POSSIBILE: È PROPRIO CIÒ CHE STA SUCCEDENDO OGGI!

Non solo: come è evidente, ora come ora la Rinuncia papale è una Rinuncia che porta tutta la Chiesa, nella sua universalità, a partire dallo stesso Papa che la formula, ad approvare una realtà che, pur non esistendo, pur non essendo, metterebbe tutta la Chiesa nell’orrenda, assurda situazione di compiere poi atti la cui natura pretenderebbe una obbedienza de fide e non osservando la quale Pastori e fedeli verrebbero a trovarsi, tutti quanti sono nella loro universalità di Chiesa militante, iure ipso « non più in comunione con la Chiesa cattolica », ossia autoscomunicati essi stessi medesimi dalla Chiesa cattolica che ancora essi pur sono, secondo tutti i più legali e legittimi effetti.
Ma come può mai avvenire che tutta la Chiesa, Papa per primo, si trovi a essere scomunicata da se stessa medesima solo per non aver saputo riconoscere l’invalidità di una formula di Rinuncia scritta e manifestata da un suo Papa, e sottolineo l’assurdità persino metafisica della cosa?
In altre parole, la legittimità e la conseguente necessaria obbedienza de fide cui si riferisce la Nota del 1968 del Cardinale Ratzinger presuppongono la medesima legittimità legale di ciascuno degli atti che hanno preceduto e condotto all’elezione del Sommo Pontefice successore al Rinunciante, legittimità legale che nel nostro caso è costituita in primo luogo proprio dalla Rinuncia stessa, che è il primo atto di Magistero su cui verificare la legittimità, e che nel caso specifico, risultando essa intrinsecamente invalida, e, da qui, nulla, rende invalido e nullo ogni atto di Magistero successivo che non la consegua come dovuto, ossia riconoscendo per l’appunto la sua invalidità e dunque nullità.
Tanto più che è lo stesso § 2 del Canone 332 che, come visto, ricorda esplicitamente che a rendere valida o invalida una Rinuncia è intrinsecamente la sua formulazione ed estrinsecamente anche solo una delle quattro cause perverse che possono averla prodotta, elencate dal Canone 188, e invece non è assolutamente una sua approvazione da parte di chicchessia, fosse pure essa anche di tutta la Chiesa.
Al contrario, si rimarca qui ancora una volta che a essere fuori dalla Chiesa è chiunque non abbia considerato la realtà dei fatti e dunque l’invalidità e la nullità della Rinuncia del 2013: il Collegio Cardinalizio nella sua totalità e praticamente tutti i Vescovi della Chiesa, a parte oggi i soli Monss. René Henry Gracida e Jan Pawel Lenga, i due Vescovi che di recente hanno riconosciuto la nullità della Rinuncia come primo e imprescindibile atto d’illegalità da cui è poi nato l’illegale papato spurio dell’antipapa “Francesco”, alias Jorge Mario Cardinale Bergoglio.
Per otto lunghi anni tutta la Chiesa militante che ha accolto acriticamente tutti gli atti compiuti da Benedetto XVI dopo l’11 febbraio 2013 per compiere quella “Rinuncia a metà del Munus Petrino” che tanto gli stava a cuore, si è in qualche modo autoscomunicata, a partire dai suoi Cardinali così acriticamente e ciecamente elettori di un Papa che non andava punto eletto perché, come tutti loro avevano modo di sapere benissimo, e nessuno mi toglie dalla testa che di fatto non sapessero, ossia che di fatto neanche uno di essi non fosse giunto alle conclusioni che erano lì davanti agli occhi di tutti e cui sono giunti tanti in tutto il mondo, non c’era alcun Papa da eleggere, e la cosa, per quanto scandalosa, inverosimile, orrenda, non deve turbare più di tanto, perché non è altro che l’estremizzazione radicale del secondo assunto di Romano Amerio, non a caso proposto nelle prime pagine del mio libro: « La Chiesa non va perdutaspiega il grande filosofo cattolico – nel caso non pareggiasse la verità, ma nel caso perdesse la verità » (sottolineature dell’Autore), perché persino gli Apostoli, quando il Signore fu incatenato e portato all’orrendo processo-farsa, vergognosamente si dileguarono in un baleno tutti quanti, un vero obbrobrio.
Ora come allora è una fuga dalla realtà: un’orrenda fuga dalla realtà, con tanto di traditore, naturalmente, e alla grande anche! Perché, voi come li chiamate un antipapa e tutta la sua cortigianeria? E tutto il labirintico e anzi ultralabirintico escamotage ratzingeriano per restare Papa de iure senza esserlo de facto, o forse viceversa, è uguale, cos’è mai, se non un tradimento del Logos e delle Sue inflessibili leggi, solo però obbidendo le quali Gli si dimostra di amarLo?
Ora come allora, questa specie di anche universale e molto peccaminosa autoscomunica, provocata da una fondamentale mancanza di un preciso Magistero di Rinuncia e dalle leggi che ne debbono conseguire, sta producendo comunque i più sconvolgenti effetti che sono sotto gli occhi di tutti, a cominciare dalla scomparsa della stessa Chiesa dalla vita del mondo, annullata e volatilizzata nel nulla come mai prima d’ora: la Chiesa non ha mai vissuto una crisi grave e autoannientante come l’odierna.
D’altronde, senza Papa, come di fatto è, anzi, persino con a capo un antipapa, visto che il Papa vero nega di esserlo ancora malgrado sia evidente il contrario, come potrebbe non scomparire anch’essa?

Eppure questa crisi così devastante un giorno sarà ricordata solo come un misero fatto contingente a cui la Chiesa militante, per misericordiosa grazia di Dio, presto rimedierà, e si è visto che grazie a quei due Vescovi in qualche modo, come con una debole fiammella, anzi due, vi sta già rimediando, ma ci vuole ben altro: ci vuole una scossa, ci vuole qualcosa di grosso, ci vuole del sangue, come duemila anni fa: sì, proprio come duemila anni fa, col loro sangue, amaramente piangendo sul proprio ignominioso peccato, vi rimediarono i due pentitissimi e oggi santissimi Apostoli Pietro, Giovanni, e tutti gli altri, tranne l’Iscariota.
Sicché ora possiamo sperare che il movimento di correzione dell’obbedienza da dare all’atto di elezione di un Papa si muova a capovolgere il proprio mal consigliato giudizio e, pentita, anzi pentitissima, a cominciare dai suoi Cardinali, ma poi anche da tutti i suoi Vescovi e Pastori di ogni ordine e grado, essa Chiesa riconosca presto e con tutto il cuore la realtà vera e reale che le sta ben di fronte: la Rinuncia non c’è mai stata, il Papa da obbedire è ancora, sempre e solo Benedetto XVI/Joseph Ratzinger, il quale, a sua volta se ne pente, si corregge, cestina per sempre la famigerata Declaratio che l’aveva perduto e che aveva trascinato con sé, in una universale scomunica, tutta la Chiesa, e dunque non solo la Chiesa è salva, ma è salvo anche chi con tanta insana e troppo ostinata protervia l’aveva trascinata sull’orlo della propria miserabile ma anche provvidenzialmente davvero impossibile morte. Deo gratias!

Sì: ancora una volta, siano rese grazie a Dio, e di cuore anche! Ma sia chiaro: è la prima volta che si ringrazia Dio prima che Lui, per Sua fin troppo misericordiosa grazia, compia il gran miracolo, e quale miracolo!
Ma ne vale la pena: grazie, Signore, di tutto il bene che ci stai per elargire, a Tua gloria, affinché ancora una volta l’uomo riconosca la inarrivabile potenza della Tua bontà, l’ineffabile superiorità del Tuo Nome, l’infinita e insuperabile benevolenza del Tuo amore per noi.
* * *
* L’originale delle pagine che formano il presente articolo è costituito da una Annotazione di cinque pagine che concludono il capitolo Antefatto del libro di cui si danno gli estremi qui di seguito:
Al cuore di Ratzinger. È lui il Papa, non l’altro, edizioni Aurea Domus, Milano 2021, pp. LXV + 384 (= pp. 449), € 59,99 (Offerta di lancio = € 44,99; al momento richiedibile a: https://enricomariaradaelli.it/emr/aureadomus/aureadomus.html.

23 commenti:

Anonimo ha detto...

a questo punto aspettiamo una "Declaratio" di pentimento da parte di Ratzinger.

Ma non generica: bisognerebbe smentisse tra gli altri suoi atti e detti:

""" Il popolo ebraico, che venne scelto come popolo eletto, comunica a tutta la famiglia umana la conoscenza del DIO UNO, UNICO E VERO e la fedeltà verso di Lui. I cristiani riconoscono di buon grado che le loro radici affondano in QUELLA STESSA AUTORIVELAZIONE DI DIO CHE NUTRE LA ESPERIENZA RELIGIOSA DEL POPOLO EBRAICO."""

Speriamo che il DIO UNO;UNICO E VERO del ""popolo"" ebraico e che i cristiani, di buon grado…...glielo consenta.

E, così, pieni di giubilo, possiamo fingerci che dal 1958 -no, anzi, dal 1947 -anno di Seelisberg - nulla sia successo.

tralcio ha detto...

Tutto molto interessante.

Per chiarezza segnalo che lo scritto si riferisce a questo documento della DCF:

https://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/documents/rc_con_cfaith_doc_1998_professio-fidei_it.html#PROFESSIONE%20DI%20FEDE

Data il 29 giugno 1998.
(il "1968" riportato nel testo, ancorché un banale refuso, confonde un po'...).

Ciò detto il caso di Anacleto II del 1130 non è il solo a far drizzare le antenne.
Andrea Cionci ha citato il caso di Benedetto VIII nel 1012!

Il Cap. 6 del documento del 1998 letto oggi è profetico e anche satirico sulla neo-chiesa, le sue ossessioni, le pretese, i deragliamenti e la mancanza di senso del ridicolo.

Poi si può pensare che sia accaduto tutto "per caso" (soprattutto negli anni tra il 1998 e il 2013) o "nella continuità" e non per progressive lacerazioni, colte nella loro terribile essenza da una delle menti più lucide della Chiesa fino a prendere la decisione del 2013 per il bene della Sposa di Cristo e nel solco della conservazione dell'unità del gregge.

L'ipotesi che affiora è che ha "rinunciato" in modo invalido e deliberatamente.
Non l'ha fatto per sembrare bello, bravo e intelligente, ma con la morte nel cuore.
L'ha fatto per far emergere una "sporcizia" ormai dilagante e umanamente ingestibile.
La chiesa affamata di mondo si è tutta rivolta a Cesare e ai regni della terra.
È lecito o no pagare il tributo a Cesare? Lo dobbiamo dare, o no?».
Conoscendo la loro ipocrisia la domanda è: "Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?"
"Di Cesare". Dunque "quello che è di Cesare rendetelo a Cesare; quel che è di Dio, a Dio".

Giuda vendette Gesù per trenta monete, con quella o altre analoghe iscrizioni.
Oggi un'élite iperdanarosa gioca a far i filantropi e resetta il creato cianciando d'amore.

Dunque da chi sarà stabilito se chi ha scritto la regola ha invalidamente rinunciato?

E' il punto di arrivo della Chiesa-Sposa, attorcigliata ai modi di Cesare. Mondo.
Può stabilire la Verità solo lo Sposo, che è Lui stesso La Verità.

L'uomo in sé non è. Al più ha ciò che Dio gli dona e affida. Il buon teologo lo sa bene.

Non è questione che Benedetto XVI si penta... E' piuttosto il caso che a pentirci si sia noi tutti prima del redde rationem in cui a mietere non sarà una commissione, un sinodo o un concilio, ma gli angeli incaricati di separare grano e zizzania. Ratzinger vivo o meno.

mic ha detto...

Grazie Tralcio. Del'68 mi ero accorta e lo avevo corretto...

Gederson Falcometa ha detto...

Un Papa che nega una verità ‘sententia definitive tenenda’ commetterebbe dapprima il reato di apostasia. Se successivamente crea dalle dimissioni un papato allargato, un papato emerito che significa pensione papale, commetterebbe anche un'eresia. Bisogna vedere le conseguenze di ciò, perché un Papa dopo aver apostatato e creato un'eresia, anche lui non può più essere Papa. In questo caso la rinuncia non sarebbe solo al Papato, ma anche alla Chiesa stessa.

Gederson Falcometa ha detto...

"L'ipotesi che affiora è che ha "rinunciato" in modo invalido e deliberatamente".

Al "rinunciare" in modo invalido e deliberadamente, non ha commesso nessuno peccato?

Non l'ha fatto per sembrare bello, bravo e intelligente, ma con la morte nel cuore.

Tutte parole di Benedetto XVI vanno in senso contrario da questa affermazion. Basti ricordare lo scambio di lettere tra lui e il cardinale Brandmüller.

"L'ha fatto per far emergere una "sporcizia" ormai dilagante e umanamente ingestibile".

In termini morali cattolici, è lecito fare il male aspettandosi il bene?

Come Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, e soprattutto come Papa, Benedetto XVI non può fare nulla per mostrare la sporcizia degli uomini che oggi sono al potere. Puoi mostrare questa sporcizia solo "rinunciando" al Papato? È serio?

Sia come Prefetto della CDC o come Papa, mai ha fatto qualcosa contro quelli che oggi sono al potere. Il Collegio Cardinalizio che ha eletto Bergoglio è stato formato negli pontificati di Giovanni Paolo II e dello stesso Benedetto XVI...

"La chiesa affamata di mondo si è tutta rivolta a Cesare e ai regni della terra".

L'aggiornamento della Chiesa al mondo morderno è proprio questo: non è più il mondo che diventa cattolico, è la "chiesa" che diventa mondana.

"È lecito o no pagare il tributo a Cesare? Lo dobbiamo dare, o no?».
Conoscendo la loro ipocrisia la domanda è: "Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?"
"Di Cesare". Dunque "quello che è di Cesare rendetelo a Cesare; quel che è di Dio, a Dio"".

" Il Concilio Vaticano II, riconoscendo e facendo suo con il Decreto sulla libertà religiosa un principio essenziale dello Stato moderno, ha ripreso nuovamente il patrimonio più profondo della Chiesa. Essa può essere consapevole di trovarsi con ciò in piena sintonia con l'insegnamento di Gesù stesso (cfr Mt 22,21), come anche con la Chiesa dei martiri, con i martiri di tutti i tempi. La Chiesa antica, con naturalezza, ha pregato per gli imperatori e per i responsabili politici considerando questo un suo dovere (cfr 1 Tm 2,2); ma, mentre pregava per gli imperatori, ha invece rifiutato di adorarli, e con ciò ha respinto chiaramente la religione di Stato. I martiri della Chiesa primitiva sono morti per la loro fede in quel Dio che si era rivelato in Gesù Cristo, e proprio così sono morti anche per la libertà di coscienza e per la libertà di professione della propria fede – una professione che da nessuno Stato può essere imposta, ma invece può essere fatta propria solo con la grazia di Dio, nella libertà della coscienza". Discorso alla Curia Romana, diciembre 2005 - Benedetto XVI

Anche Benedetto XVI riconosce che "il patrimonio più profondo della Chiesa" era nelle mani dello Stato...

Anonimo ha detto...

Si voglia tenere conto che per esperienza diretta (che forse chi ha avuto la grazia di frequentare riti e sacerdoti tradizionalisti non ha avuto occasione di conoscere) i Vescovi coi seminari hanno tirato su un clero che seguiva direttive bergogliane, in era pre-Bergoglio, non solo sotto B XVI ma pure già con GPII. Quello stesso clero con quel tipo di vescovi era di fatto disubbidiente ai magisteri dei Papi ed ha anticipato in tutto il programma attuato da Bergoglio facendo anche peggio di lui.Ora non stupisce quindi che abbia accolto a braccia aperte il secondo papa, o pseudo tale,che essi sapevano secondo le loro aspettative.Si tenga conto cioè che il progetto è stato portato avanti strumentalizzando il concilio ed attuando nelle periferie ciò che il vertice ha attuato solo dal 2013.Si tratta di un piano satanico super astuto ed attuato con precisione certosina.Il Papa di fatto non veniva ascoltato ma da Bergoglio in poi le citazioni dello stesso o di sue frasi sono abbondate dai pulpiti: era il soggetto che attendevano. COSA POTEVA FARE UN PAPA DI FRONTE AD UN AMMUTINAMENTO A CUI TUTTI SI SONO PRESTATI DAI LAICI AI PASTORI?

Anonimo ha detto...


La tesi dell'articolo appare alquanto complicata.

1. Stabilisce che la rinuncia di Ratzinger sia stata invalida, cosa che non dimostra e che non è stata dimostrata finora da nessuno, negata più volte dallo stesso Ratzinger.
2. Afferma che il diritto canonico non disciplinerebbe nel modo dovuto la rinuncia papale. POne solo le condizioni formali tradizionali per la validità di quest'atto (nessuna violenza, assoluta libertà di scelta, nessun errore, corretta procedura) senza predisporre nulla per l'accettazione di tale rinuncia. Ma non dispone nulla in tal senso perché non esiste nella Chiesa un'autorità che possa sindacare un'azione giuridicamente rilevante del papa, effettuata secondo il diritto (e anche contro, a ben vedere), nel caso di specie la rinuncia al Soglio, non esistendo appunto un'autorità superiore a quella del papa, capace quindi di accettare o meno le sue dimissioni. Non abbiamo pertanto a che fare con una lacuna dell'ordinamento canonico.
3. Bisogna vedere in quale contesto R. ha detto che chi non accetta la legittimità di un'elezione (legittima) del papa si pone fuori della Chiesa. Intanto, se ha proprio detto che deve ritenersi scomunicato ipso iure. Potrebbe essersi riferito ad un uscire di comunione implicito, conseguenza non ancora formale di un atteggiamento o pensiero del momento. Potrebbe averlo detto di contro a quei teologi progressisti che negano il primato di Pietro? Insomma, bisognerebbe chiarire bene come è nata quest'affermazione. In ogni caso, quale sarebbe qui il peccato, tale da comportare la scomunica? Se io cardinale dubito della legittimità di un'elezione papale, perché mi sembra ci siano state delle irregolarità nella procedura, non si vede quale peccato o infrazione disciplinare io commetta, col mio dubbio
4.
Accettazione e rinuncia si possono mettere sullo stesso piano? L'accettazione avviene per diritto divino, si suppone che sia sorretta dallo Spirito Santo, visto che ciò che si accetta è governare la Chiesa da monarca di diritto divino. Non così la rinuncia, atto lasciato all'arbitrio umano, nel quale i motivi personali sono prevalenti (la salute, p.e.).

Anonimo ha detto...

Di costoro non mi interessa più nessuno. Il popolo cattolico pregherà come ha sempre pregato, Rosario e Litanie. Il popolo è al sicuro. Quelli al passo dei tempi sono in pericolo mortale. E noi? Non so. Non so neanche se siamo un 'noi'. Pecore sciolte, senza pastore, ruminanti indefesse.

fabrizio giudici ha detto...

COSA POTEVA FARE UN PAPA DI FRONTE AD UN AMMUTINAMENTO A CUI TUTTI SI SONO PRESTATI DAI LAICI AI PASTORI?

Dire come stavano le cose, papale papale. Era troppo difficile? Io e molti altri queste cose le abbiamo imparate dopo il 2013, quando ci siamo messi a studiare cosa stava succedendo. E abbiamo scoperto che c'era chi queste cose le denunciava da molto tempo. Ma noi non conoscevamo quelle persone, che erano fuori da tutti i circuiti mediatici; però leggevamo quello che Benedetto scriveva e se lui ce ne avesse parlato ci avrebbe reso consapevoli.

fabrizio giudici ha detto...

Per non parlare di una visione a più ampio respiro di quanto stava succendendo: che per esempio mons. Lefevbre aveva previsto. Ma il prelato francese è stato lasciato nella damnatio memoriae in cui era stato relegato, e noi cattolici "della strada" non ce ne siamo interessati. Dice: ma Benedetto non poteva parlare di Lefevbre senza sconfessare anche sé stesso. Ecco, proprio questo è il problema.

Anonimo ha detto...

VATICAN--BLUF (Bottom Line Up Front):
Changes to Code of Canon Law, addressing penalties for sex abusers, began under Pope Benedict XVI.

New changes are specific, and include the following chapter--identifying violations against 6th Commandment (sexual), including grooming.

NB: Included are specific penalties.
ALSO—NO CHANGES to the Canonical Penalties (excommunication) associated with assisting in (by way of action, omission, legislation, etc) in matters of grave moral sin—

Including Abortion. (canon 1329)

Anonimo ha detto...

Uno, cento, mille Lefebvte ci sarebbero voluti, per far rigar dritti nella Tradizione cattoli Wojtyla e Ratzinger, forse non avrebbero sbandato come hanno fatto con Assisi 1 e 2, il cedimento ai luterani, ai talmudisti, al' Islam

Anonimo ha detto...

Il popolo è al sicuro? Speriamolo, purché non duri troppo a lungo il regime cattocomunistasatanico della Chiesa e dell'Occidente un tempi ' mondo libero' ed oggi mondo boia (cioè in mano a veri criminali).

Anonimo ha detto...


I cambiamenti nel diritto penale della Chiesa, effettivi dall'8 dicembre prossimo

L'intervento in inglese pubblicato qui sopra menziona il "grooming" tra le offese a sfondo sessuale.
Traduzione: si tratta dello "adescamento" che i pedofili fanno, in genere via internet, delle loro vittime. È termine della lingua parlata.
Le modifiche al codice sono nel senso di rafforzare le pene per i reati a sfondo sessuale, pare. Di comportamenti come "l'adescamento" prima non si parlava.
Le nuove norme prevedono anche la scomunica ipso iure per un chierico che tenti di ordinare una donna e per la stessa donna che cerchi di farsi ordinare. Il sacerdote rischierebbe anche la riduzione allo stato clericale.
Questa norma ha già suscitato proteste rabbiose dalle aspiranti sacerdotesse. È senz'altro una norma positiva, in controtendenza rispetto agli atteggiamenti ambigui finora tenuti da Bergoglio sul tema della donna-prete.
Speriamo che faccia altre cose in controdtendenza a se stesso.

Gederson Falcometa ha detto...

Anonimo,

Giovanni Paolo II è stato eletto Papa nell’anno 1977, nell’anno seguinte Ratzinger diventa Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede. Quanti vescovi sono stati sagrati, e quanto cardinali sono stati creati, nel periodo di 1977 a 2013? Il Prefetto della CDF è almeno il terzo uomo più potente nel Vaticano: non ha alcuna partecipazione nella scelta dei vescovi e nella scelta creazione dei cardinali?


Quanto alla disobbedienza, cosa hanno fatto Giovanni Paolo II e Benedetto XVI contro di essa? Secondo lei Benedetto XVI ha obbedito al Codice di diritto canonico quando si è dimesso?

Giovanni Paolo II ha creato cardinali una buona parte dei teologi della Nouvelle Théologie condannati durante il pontificato di Pio XII. Allo stesso tempo un Mons. Antonio Piolanti, un Mons. Brunero Gherardini, un Mons. Antonio Livi e un P. Cornelio Fabbro, non furono mai elevati nella gerarchia della Chiesa, perché rappresentavano la teologia romana. Appena questa teologia può fare la Chiesa uscire della situazione in che se trova, ma quale sono oggi i rappresentanti della teologia romana nel Collegio dei Cardinali? Esiste ancora un rappresentante della teologia romana?

Considerando la tua domanda:
COSA POTEVA FARE UN PAPA DI FRONTE AD UN AMMUTINAMENTO A CUI TUTTI SI SONO PRESTATI DAI LAICI AI PASTORI?

Non può un Papa consacrare nuovi vescovi e creare nuovi cardinali? Non puoi condannare le eresie e scomunicare gli eretici?

Dimettersi sotto la pressione di un nemico è fare la sua volontà e lasciargli la via libera per farlo, ed è quello che è successo con le dimissioni di Benedetto XVI. Questa rassegnazione ha aiutato anche Bergoglio, perché anche oggi ci sono persone che rifiutano di vedere l'ovvio e insistono sul fatto che è veramente Papa. Mentre tali discussioni hanno luogo, Bergoglio va avanti con la sua agenda. In questo senso Benedetto XVI non poteva dare un contributo migliore al suo successore...

Fabrizio Giudici ha datto una buona risposta alla tua domanda, guarda ciò che ha scritto:

“E abbiamo scoperto che c'era chi queste cose le denunciava da molto tempo. Ma noi non conoscevamo quelle persone, che erano fuori da tutti i circuiti mediatici; però leggevamo quello che Benedetto scriveva e se lui ce ne avesse parlato ci avrebbe reso consapevoli”.

Giustissima osservazione. Qui denunciava da molto tempo queste cose erano lasciati nell’oscurità, ma chi praticava ciò che era denunciato era sagrato vescovo e criato cardinale... Mons. Lefebvre e Mons. Antonio di Castro Mayer sono stati due eroi della fede, ma Wojtyla/Ratzinger avevano più affinità con i Martini, Kasper, Lehmann, Bergoglio, ecc.

Anonimo ha detto...

Caso vuole che quasi in contemporanea stato e chiesa ritornino, almeno a parole, a più miti consigli...quanto sono buoni loro!!! Niente affatto, per il governo ed i suoi ministri le denunce si stanno affollando nei tribunali italiani ed anche all'estero le carte bollate gremiscono tribunali nazionali ed internazionali; per la chiesa si parla ormai a gran voce di scisma e invalidità sia della rinuncia sia della nuova elezione. Tutto sereno per lorsignori il futuro prossimo non si presenta affatto, così stanno correndo ai ripari vestendo gli abiti degli amici di Dio e protettori del popolo. Attenzione!!! Questi sono ipocriti, hanno capito che l'aria che tira sta cambiando per loro. Come insegnamento nazionale ed internazionale popolare lorsignori devono essere portati in tribunale affinché possano attuare il great reset della loro coscienza.

tralcio ha detto...

Il succo della questione è se Benedetto XVI abbia fatto bene o no a fare un passo di lato.
A corollario ci sono le considerazioni sulla situazione che ha determinato.

Indiscutibilmente egli è tuttora Papa; come tale veste tacendo e pregando. A volte firmando.
L'altro, il subentrante, in un contesto con diverse macchie formali dal conclave in poi, è necessario come gli occhi per tutto quello che il sole illumina. Il sole esiste comunque, le cose altrettanto, ma gli occhi aperti del singolo sono necessari per vedere.

La situazione ecclesiale formalmente bicefala è mostruosa, questo sì, ma era già mostruosamente bifronte prima, divisa in se stessa. Adesso ci tocca vederla come è.

La scelta di Benedetto XVI si presta a molte letture: ne condivido una, che l'articolo di Radaelli e alcuni commentatori faticano a cogliere. Per fare ciò che ha fatto il Papa bisogna mettere da parte l'orgoglio. L'orgoglio del comando, del potere, dell'immagine della propria persona, del ministerium e di quello che penseranno gli altri. Resta il munus, che è un dono di Dio, conferito nell'ultimo barlume di normalità legale e procedurale prima del completo tracimare della cloaca i cui olezzi erano già avvertibili.

Messo da parte l'orgoglio, resta il munus. E dall'altra parte, con il ministerium, l'orgoglio di comandare, modificare, resettare tutto, persino ...Dio!

Agli osservatori non dovrebbe mancare l'acume di cogliere non solo la paradossalità della situazione, non solo l'impressionante aderenza alle visioni profetiche, ma soprattutto, essenzialmente, il peso che ha l'orgoglio nelle mosse di ciascuno, noi compresi.

Può aiutarci il vangelo odierno: c'erano dei religiosi, i capi di allora, che dubitavano che Dio possa aver potere sulla morte e che vi sia resurrezione. Colleghiamo domande e risposte di quel confronto con Gesù a due indicazioni molto chiare del vangelo: la necessità di saper morire a se stessi, il seme che morendo porta frutto.

I sadducei, come oggi molti ecclesiastici, si arrampicano su casi da codice civile, su empirismi socio-teologici, sulla necessità di assecondare la prassi, pragmaticamente. In sintesi: sulla pretesa di far tornare -umanamente- tutti i conti attraverso risorse umane.

Gesù parla loro esplicitamente di errore e ignoranza di ciò che ritengono di conoscere e applicare (la Sola Scriptura luteranamente intesa e interpretata con il libero esame).
Soprattutto Gesù dice che "non conoscono la potenza di Dio". Non conoscono il completo rovesciamento di termini che attiene il Suo Regno. Dove l'umano -con tutti i suoi apparati- è ricondotto al nulla (ciò che è l'uomo senza Dio) che diventa tutto (ciò che ha l'uomo nell'abbandono in Dio).

Lasciate che i morti seppelliscano i loro morti. Si direbbe questo della realtà secolare e mondana in cui la Chiesa Sposa s'è riempita d'infedeltà fino a farsi bifronte (e bicefala).

Munus e ministerium: "Non è un Dio dei morti ma dei viventi! Voi siete in grande errore".

Attenzione a non finire come i destinatari di questo rimprovero, facendo troppo le pulci.
Benedetto XVI si è tenuto la parte migliore.
A noi della chiesa, interessa soprattutto Santamarta, con i suoi Ricca e tutta la cricca.

Anonimo ha detto...

1978, non 77

fabrizio giudici ha detto...

"Mettere da parte l'orgoglio". A ridosso delle dimissioni, pensavo che fosse un atto di grande umiltà. Da un po' di tempo non lo penso più. Il più grande atto di umiltà per me rimane l'ammissione dei propri errori e la correzione.

Uno, cento, mille Lefebvte ci sarebbero voluti, per far rigar dritti nella Tradizione cattoli Wojtyla e Ratzinger, forse non avrebbero sbandato come hanno fatto con Assisi 1 e 2, il cedimento ai luterani, ai talmudisti, al' Islam

Già. Forse sarebbe bastato un manipolo di una decina di cardinali "conservatori". Forse se non avessero neanche lasciato Lefebvre da solo non si sarebbe neanche arrivati a certe situazioni estreme.

Gederson Falcometa ha detto...

"Come Lei sa, Pio XII lasciò istruzioni, per il caso di un arresto da parte dei nazisti, che dal momento dell'arresto non sarebbe stato più Papa, ma di nuovo cardinale. Se questo ritorno al cardinalato in effetti sarebbe stato semplicemente possibile, non lo sappiamo. Nel mio caso di sicuro non sarebbe stato di buon senso affermare un semplice ritorno al cardinalato: sarei stato di continuo esposto al pubblico tanto quanto lo è un cardinale – anzi ancora di più, perché in quel cardinale si sarebbe visto l'ex Papa. Questo, volenti o nolenti, avrebbe potuto portare a conseguenze difficili soprattutto nel contesto dell'attuale situazione. Col Papa emerito ho cercato di creare una situazione in cui io sono assolutamente irraggiungibile per i media e in cui è del tutto chiaro che c'è un solo Papa. Se Lei conosce un modo migliore e quindi crede di poter condannare quello scelto da me, La prego di dirmelo". Lettera di Benedetto XVI del 9 novembre 2017 al card. Walter Brandmüller - http://chiesaepostconcilio.blogspot.com/2018/09/benedetto-xvi-non-risponde-al-card.html

Sembra a voi che l'orgoglio è stato messo da parte?

Attenzione alla morale di situazione:

"“Manifesto” autentico che raccolga i princìpi fondamentali della nouvelle morale. Tuttavia “si constata un po’ dappertutto e sotto le forme più disparate […], particolarmente in letteratura, dove si abitua un pubblico troppo fiducioso ad opporre alle leggi giudicate troppo rigide della Chiesa cattolica la legge semplice e sovrana della coscienza individuale. Dunque essenzialmente l’errore consiste nel voler sostituire alle norme oggettive […] le aspirazioni soggettive e il sentimento personale” (F. Roberti – P. Palazzini, Dizionario di Teologia morale, Roma, Studium, IV ed., 1968, vol. II, p. 1065, voce “Morale della situazione”, a cura di Pietro Palazzini)". DALLA NOUVELLE THÉOLOGIE ALLA NUOVA MORALE DELLA SITUAZIONE - http://www.sisinono.org/j3/anteprime-2012/52-anno-2014/229-anno-xxxx-n%C2%B013.html


Gederson Falcometa ha detto...

La Spinosa Questione del “Papa Emerito”, Don Curzio Nitoglia
https://doncurzionitoglia.wordpress.com/2016/06/03/papa-emerito/

Ancora Cionci ha detto...

https://www.liberoquotidiano.it/articolo_blog/blog/andrea-cionci/27410643/ratzinger-lettera-seminario-polacco-forte-critica-germania-cattolicesimo-finito-scisma-benedizione-coppie-gay.html

Anonimo ha detto...

E' il tempo della potatura ?