mercoledì 27 novembre 2013

Gnocchi – Palmaro. La tappa odierna della dialettica in corso.

Ringrazio Alessandro Gnocchi per aver messo così prontamente a nostra disposizione l'articolo apparso su Il Foglio di oggi, completato dal testo cui si riferisce che, per completezza di informazione e per meglio comprendere questo articolo che vi replica, aggiungo di seguito.
La tribuna del Foglio si sta rivelando provvidenziale nell'odierna temperie di silenziamento forzoso, in altri ambiti, delle voci della Tradizione.
Tuttavia, se è interessante, un po' spiace dover cogliere il dipanarsi di idee ed esperienze che sembrano contrapporsi e, invece, dovrebbero essere fraternamente integrabili. Auguriamoci e preghiamo perché lo siano e presto. Lo spartiacque è l'atteggiamento rispettosamente critico, da un lato e ostinatamente acritico, dall'altro, nei confronti del nuovo papa; mentre la critica non è mai fine a se stessa, né mera operazione intellettuale, ma costa ed è mossa da amore sia per il Papa che per la Chiesa, che è del Signore e nostra per appartenenza.

Non ci fosse il brillìo della scrittura, basterebbe quel suo sguardo appassionato verso Cristo a rendere degna di attenzione la cavalcata ribalda di Emmanuel Exitu fra le miserie spirituali di G&P. Anche se quello sguardo appassionato Emmanuel lo nega preventivamente con foga generosa, un po’ inquisitoria e un po’ giacobina, a un prossimo che non ha mai incontrato.

E’ vero che le sue diecimila battute ricalcano temi, argomentazioni, parole, totem e maestri conficcati a viva forza in tante altre lettere planate sulla scrivania di G&P in questi tempi: tutte uguali, tutte disperatamente aggrappate fin dalle prime righe alla dequalificazione dell’interlocutore per poi giungere, svolta dopo svolta, all’incontro con don Giussani, senza mai il brivido di trovare dietro l’angolo qualcosa o qualcuno di inatteso, senza un fremito che possa épater le bigot. Che noia. Ma qui la passione si sente davvero e si sente pure un certo fiato intellettuale che il mittente nasconde e non nasconde. Non a caso, esibisce fin dal cognome d’arte un’identità presa a prestito da un’opera letteraria, facendo di sé una semplice citazione, ma riuscendo in più di un momento a sfuggire all’abbraccio soffocante del pensiero e della vita altrui. E, quando se ne libera, parla, dice, impreca, graffia e, senza tema di venir smentiti, ama. Quel G&P trattato in terza persona singolare è frutto e segno di un interesse che riconosce almeno un po’ di umanità nell’interlocutore. Un cadeau avvolto in una piccola invenzione letteraria che non lascia indifferenti e induce G&P a rispondere in prima persona singolare: per intendersi meglio sulle questioni che contano.

A cominciare dal Gesù che non avrei mai citato e che, invece, è il sangue e l’anima di ogni parola e di ogni spazio con cui sono state composte quelle pagine capaci di scandalizzare persino una creatura a prima vista così disincantata e anticonvenzionale come Emmanuel Exitu. Quelle parole basta rileggerle, o forse leggerle davvero, per rendersi conto che non serve confessare a ogni passo “l’incontro con Gesù” per sentire il Figlio di Dio nelle proprie vene e nella propria anima, per farne la propria vita. Se rubo le parole di Giovannino Guareschi per descrivere la lacrima con cui il Cristo crocifisso guarisce il bambino di Peppone, non sto facendo l’intellettuale. Sto solo dando forma al pudore che mi fa sentire incapace di descrivere con pensieri solo miei il mio sguardo quotidiano su Gesù in croce. E, magari, su quella lacrima pitturata con pennellate così perfette, ci ho pianto, ci ho meditato, ci ho riflettuto: ci ho pregato. Per questo non mi sento soffocare dentro lo la luminosità di quella splendida casa che è la liturgia, l’edificio più bello che l’uomo abbia mai contribuito a erigere, perché è di origine divina.

Per una creatura, non esiste momento più incantevole di quello in cui apparecchia la casa perché sta arrivando il Signore a offrire ancora una volta la sua morte e a portare in dono ancora una volta la sua vita. Tutto trepida d’attesa per quanto non vi è di più grande nell’universo, e profuma ancora una volta del nardo sparso sui piedi di Gesù nella casa di Simone il lebbroso la sera prima dell’ultima cena. Non c’è momento in cui torno  davvero bambino come quando, con ingenuità poveretta, riesco a catturare una goccia dell’acqua santa che il sacerdote, alter Christus, distribuisce lungo la navata prima di salire all’altare di Dio, al Dio che letifica la mia giovinezza. E’ come essere accanto a quella donna che riesce a toccare il lembo del mantello di Gesù e fare come lei. “Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va’ in pace e sii guarita dal tuo male”. E io, che ero in ginocchio, mi alzo e mi sento in pace perché Gesù mi ha guardato.

Ma non c’è nulla di sentimentale in tutto questo. Per guarire nel corpo e nell’anima, l’uomo, che è una creatura razionale e quindi liturgica, ha bisogno di ben altro che il sentimento. La piccola ma incresciosa vicenda del bambino con le mani oranti ripreso dal Papa ha colpito tanto Emmanuel perché dice questa verità e sta alla radice del senso religioso. Ma lui, Emmanuel, non lo ha ancora capito. E’ andato a caccia del filmato su Youtube e poi ha compiuto l’operazione più inutilmente intellettuale che si potesse concepire: ha immaginato i pensieri del Papa mentre riprendeva il chierichetto con le mani giunte. Non ha compreso che qui non si tratta di discorsi, ma di gesti: di rito. Quando riconosce la necessità di adorazione che si fa strada nel cuore dell’uomo, la ragione si umilia, si purifica, si ritrae e fa spazio all’orazione: non parla. La liturgia introduce a un mondo celeste in cui leggi, gesti e parole sono stati stabiliti una volta per sempre da Dio. Farli propri non significa chiudersi in case soffocanti, preda di qualche imbalsamatore, ma accedere a una vita più bella che viene uccisa da una vivacità solo umana. Quel bambino, che ha ricomposto le mani giunte dopo che il Papa gliele aveva disgiunte, tutto questo lo ha già nel suo sangue cristiano, senza bisogno di “vacanzine”, di “scuole di comunità” e di nottate esegetiche sui testi di don Giussani. Gli è bastato imparare a servire la messa da un maestro bravo e devoto.

Naturalmente, servono anche i testimoni viventi, ed Emmanuel cita sacerdoti missionari ai confini del mondo, laici che hanno affrontato la malattia testimoniando che morire da santi è possibile. Ma la dottrina della comunione dei santi ci assicura che sono veramente vivi, oltre a questi contemporanei, tutti i membri della Chiesa di ogni tempo. A cominciare dai santi: Agostino e Benedetto, Ambrogio e Carlo Borromeo, Francesco e Domenico, Filippo Neri e Ignazio di Loyola, don Bosco e padre Pio. Sono tutti più vivi di noi, pregano per noi e ascoltano il nostro orare. Le guglie delle cattedrali gotiche pullulano di statue che rendono visibili migliaia di cristiani defunti che sono vivi nel mistero del Paradiso.
Questi cristiani ci raccontano la storia di una fede che impone di cambiare vita e abbandonare l’uomo vecchio. Non chiede un’adesione intellettuale e filosofica, ma esige un cambiamento di vita. Il Nuovo Testamento mostra una predicazione che sul piano morale è letteralmente senza sconti. Paolo scrive ai dissoluti pagani del corrotto impero romano e, tuttavia, non omette nessun insegnamento che sia necessario per una vita santa. E’ probabile che, a quei tempi, tessalonicesi, romani, filippesi, efesini non se la passassero così bene dal punto di vista del sesto e del nono comandamento. Ma la Chiesa primitiva, spesso citata per contrapporla a quella costantiniana e medievale, non si è inventa un cristianesimo riveduto e corretto a beneficio dei peccatori incalliti. La verità di Cristo, della sua Persona e della sua sequela deve essere insegnata tutta intera.

La gradualità si esprime nel perdono e nella pazienza del confessionale, non deformando la dottrina per emendarla dalle spigolosità che non piacciono all’indio Guarani e, magari, neanche alla casalinga di Voghera, al giornalista milanese o al regista bolognese. Se nel confessionale la Chiesa lava il peccato e sconfigge il nemico, dal pulpito la stessa Chiesa comunica tutto l’orrore del peccato e denuncia tutta la pericolosità del tentatore.

Senza dottrina, senza distinzioni sottili, non si diventa bravi cristiani. Lo diceva Chetserton nel 1934: “Le discussioni teologiche sono sottili ma non magre. In tutta la confusione della spensieratezza moderna, che vuol chiamarsi pensiero moderno, non c’è nulla forse di così stupendamente stupido quanto il detto comune: ‘La religione non può mai dipendere da minuziose dispute di dottrina’. Sarebbe lo stesso affermare che la vita umana non può mai dipendere da minuziose dispute di medicina. L’uomo che si compiace dicendo ‘Non vogliamo teologi che spacchino capelli in quattro’, sarebbe forse d’avviso di aggiungere ‘e non vogliamo dei chirurghi che dividano filamenti ancora più sottili’. È un fatto che molti individui oggi sarebbero morti se i loro medici non si fossero soffermati sulle minime sfumature della propria scienza: ed è altrettanto un fatto che la civiltà europea oggi sarebbe morta se i suoi dottori di teologia non avessero argomentato sulle più sottili distinzioni di dottrina”.

Ma sarebbe non conoscere l’uomo, a cominciare da se stessi, se si pensasse che basta apprendere il bene per sceglierlo sempre. Lo credeva, sbagliandosi, Socrate, professando un intellettualismo che faceva coincidere conoscenza della verità morale con la coerenza di vita. Ma già Ovidio nelle “Metamorfosi” diceva: “Video meliora proboque, deteriora sequor”, vedo le cose migliori e le approvo, ma seguo le peggiori. “Veggio 'l meglio ed al peggior m'appiglio” confessa Petrarca. E Paolo di Tarso nella, “Lettera ai romani”: “Io so infatti che in me, cioè nella mia carne, non abita il bene; c’è in me il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio”. Però questa conoscenza dell’animo umano non deve produrre il testacoda logico secondo cui conoscere la verità morale non serve: possedere la dottrina non basta, però è necessario. Come direbbe Pascal, è il ben pensare che porta al ben agire, e Chesterton, gli fa eco spiegando che la strada dell’inferno è lastricata di tutto, tranne che di buone intenzioni. La ragione indaga e insegue la verità e la volontà poi deve trovare la motivazione che la inclina al bene: l’amore per Cristo, la passione per gli altri nei quali vedo Gesù, l’incontro di veri testimoni del Vangelo.

L’esperienza, dunque, poiché il cristianesimo esige non solo di essere conosciuto, creduto, pensato, ma anche vissuto. Ma “esperienza” è concetto ambiguo che porta inevitabilmente con sé una quota di soggettivismo e rischia di relativizzare la fede. Se è vero che il cristianesimo è incontro con Cristo, bisogna insegnare dove ordinariamente avviene: nella Chiesa e nei suoi sacramenti. Certamente il Signore può trovare altre strade per intercettare un’anima, dalla bellezza di un tramonto all’affetto di una “compagnia”. Ma Cristo si incontra nei sacramenti, dal battesimo alla confessione passando per l’eucarestia, e nella preghiera. Per questo vado a messa, mi confesso, mi comunico, mi inginocchio e prego. Perché nel corso della giornata vorrei avere occhi solo per vedere Gesù, orecchi solo per ascoltare Gesù, bocca solo per lodare Gesù e baciare le sue piaghe, mani solo per carezzare Gesù, ma so che, senza di Lui, non ho la forza per farlo.

Il resto è terreno sdrucciolevole, sul quale i sentimenti rischiano di accecare la ragione e l’esperienza rischia di mangiarsi la verità. Un territorio dove concetti tremebondi e ambigui come “fascino”, “attrazione”, “risposta alla domanda dell’uomo” possono illudere che seguire Cristo sia l’assecondare una gradevole strada in discesa, mentre è proprio il contrario. L’uomo deve combattere contro tutte quelle pulsioni che lo spingono lontano da Gesù. E deve vigilare perché il peccato e il male diventano persino un veicolo privilegiato da pilotare per tenere comodamente insieme l’incontro con Cristo e una vita lontana dal Decalogo, dando del moralista a chi lo fa notare e beffando proprio quel Gesù che ammonisce “Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama”.

Per uno di quei paradossi che ne fanno l’unica religione vera, il cristianesimo è esaltante perché indica a tutti il povero orizzonte di quelli che il vecchio Chesterton chiamava i cristiani comuni. Quelli che credono giusto il bere e biasimevole l’ubriachezza, che credono normale il matrimonio e anormale la poligamia, che condannano chi colpisce per primo e assolvono chi ferisce in propria difesa. Quelli che pensano, e quindi compiono, ciò che la dottrina ha sempre insegnato e, loro sì, sono avviati verso il Paradiso.

A questo punto è arrivato il momento dei saluti e, francamente, caro Emmanuel, sarebbe imbarazzante inviargieli da parte della “premiata ditta d’imbalsamazioni”, “pretestuosa nel maneggio delle fonti e piena di risentimento”, “mitragliatrice senza pietà chi esce dalle righe”, espressione di “spirito travagliesco” con tanto di “uso selettivo di fonti, distorsione di dettagli fuori contesto, sguardo volutamene parziale sul magistero”. Se le basta, li accetti dal suo G&P.
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CI VUOLE PIOGGIA, VENTO E FRANCESCO NELLE VENE

La premiata ditta d’imbalsamazioni Gnocchi&Palmaro dispiace perché pretestuosa nel maneggio delle fonti e piena di risentimento. Sarebbe divertente ribattere colpo su colpo con la gioia maligna del vandalo, ma non c’è spazio né cultura sufficienti. Si può però ribattere sul piano dell’esperienza, che poi sulle faccende di vita è l’unico piano che davvero conti. Non a difesa del papa, che sa benissimo difendersi da solo, ma a difesa di me stesso, della mia esperienza di moderno che vive oggi la fede seguendo l’esperienza viva di testimoni afferrati da Cristo oggi. G&P cita tutti, tranne Cristo: del rapporto con Lui non racconta. Quel rapporto bisogna viverlo, non basta avere in memoria tutti i libri cattolici fino all’ultima nota per poi mitragliare senza pietà chiunque ritenga fuori dalle righe. Il testo scritto ha il difetto che puoi fargli dire quello che vuoi. Un testo vivente, invece, è più scomodo da maneggiare: se fai il furbo, si ribella.

G&P usa molti testi scritti (nessuno creda però che gli autori citati siano così noiosi: sono presi come farfalle inchiodate al velluto e non osservate in volo, ma in realtà pompano sangue nelle vene); ma non usa testi viventi, gli unici che potrebbero davvero convincere un uomo, e in particolare un moderno. E i testimoni che abbiamo sotto gli occhi non sono pataccari: portano prove che si toccano e si vedono. P.e. Aldo Trento, sacerdote che ha ispirato alle reducciones la sua parrocchia in Paraguay: clinica per malati terminali, scuole, giornali, opere che però sono nulla rispetto ai frutti di conversione. Qual è la sua pastorale? Lo dice con Ruiz de Montoya, primo gesuita laggiù: “«Per due anni ci siamo guardati dal giudicare intorno al sesto e al nono comandamento, del tutto incomprensibili per i Guaranì poligamici. Ci siamo preoccupati di non distruggere quelle tenere e giovani piante, annunciando solo l’avvenimento della bellezza di Cristo». Dopo due-tre anni i Guaranì, diventati cristiani, hanno cominciato a chiedere il matrimonio monogamico: con la nascita della famiglia nasce il primo popolo cristiano della selva. Il rapporto gesuiti-indios era definito dalla libertà.” Non è roba fantastica?

A leggere G&P vien da pensare che avrebbe invece mandato i droni per bombardare i Guaranì con i più massicci tomi di teologia morale: e chi non ha il fisico, peggio per lui. Oppure, Chiara Corbetta e Francesca Pedrazzini, due bellissime tutte casa&chiesa morte per tumore raccontato come di una festa perché andavano a scoprire il posto che Gesù ha preparato per loro. Non erano impazzite, basta una googlata per vederlo, ma è anche impossibile credere che vivessero così perché avevano le istruzioni per l’uso desunte dai santi libri: lo facevano solo per l’esperienza dell’amicizia di Gesù, come bimbe in braccio al padre, impadronendosi delle sue mani attraverso l’amicizia sacramentale di familiari e amici. Non si può dire che G&P sbaglino il materiale vertiginoso e razionale della liturgia, della morale, della teologia e chi più ne ha, ne metta. Ma le case che costruiscono sono brutte e soffocanti, inospitali.

Esistono esperienze che con lo stesso materiale – di cui nessuno nega l’essenzialità – costruiscono cattedrali, ospedali, rifugi, dimore aperte a tutti, perfino a Scalfari. Gesù (oddio: sarà blasfemo scrivere il nome di Gesù di fianco a quello di Scalfari?) l’ha detto meglio: il sabato è fatto per l’uomo, non l’uomo per il sabato. Se riti, preghiere, tutto il deposito tradizionale non fa più vita la vita di tutti i giorni, quella solita, che taglia le gambe, si può obiettare che qualcosa non torna nelle loro proposte? Non è il materiale, quindi, ma l’uso che ne fanno. Rimango cristiano perché la mia vita è più vita: e, sia chiaro, nessuno mi ha mai fatto uno iota di sconto su verità di fede e morale. Fede e morale, però, mi sono sempre state offerte in un’amicizia che non mi ha mai imposto nulla, ma mi ha fatto desiderare tutto, innamorandomi sempre più fino ai sacramenti, o al gusto del gregoriano, o all’inchino durante il Credo, o alla storicità dei Vangeli! Perfino alla verginità, alla povertà, e chi più ne ha, ne metta! Chi l’avrebbe detto che la vita può essere così vita? Ma il fascino non è partito dai predicozzi, è nato nell’incontro con persone vive e liete che hanno scatenato in me la voglia di quella vita.

La verità è un bastone, certo, ma da usare per sostenere il cammino, non da dare in testa agli altri – e se s’irrompe in un ospedale da campo, si mena tutti, si disprezzano i feriti dicendo che se lo sono meritato e si sbeffeggiano gli operatori perché hanno i camici sporchi di sangue, poi non ci si può lamentare se arriva qualche calcio nei denti. Quando non c’è coscienza chiara della propria identità, che per un cristiano corrisponde alla coscienza di Chi lo sta facendo ora, le forme hanno una cristallizzata e intoccabile priorità per cui ogni scostamento è la fine del mondo (G&P replicherà che riporta solo la tradizione, con una sicumera che fa sospettare che lo Spirito Santo, in volo verso la Sistina, sia stato abbattuto e fatto precipitare a casa sua: vorrei vedere le prove, però).

È roba che scotta, invoco mani più sante delle mie. Il focus però è chiaro: nel cammino di fede, a cosa si guarda? A cosa guarda G&P? Non riuscivo a capirlo, poi ha descritto scandalizzato la visita del Papa alle grotte vaticane: “Volgendosi al chierichetto che teneva le mani giunte, il Papa gliele ha aperte chiedendo se fossero incollate. Ma il bambino evidentemente educato alla lode e all’adorazione le ha prontamente offerte a maggior gloria di Dio ricongiungendole.” Intrigato, sono andato su youtube e ho visto. Il papa entra, ci sono due chierichetti, si accorge di loro: non “si volge” per caso, ma proprio li punta. Il primo lo guarda arrivare con la faccia che avremo tutti in paradiso: stupita e beata. Il papa l’abbraccia e il sorriso del bambino si espande ancor di più nel calore di quell’attenzione inattesa e dedicata solo a lui (fior di monsignori, attorno). Il secondo è impalato nella cerimonia, occhi sbarrati, e così rimane nell’abbraccio del papa, che se ne accorge e cerca di scioglierlo. Sembra dire: “Se tenere le mani incollate non ti facilita il riconoscimento dell’Amore, a cosa serve? Posso insegnarti un modo per cui le mani così aiuteranno la tua felicità. Intanto abbracciami.” Francesco non disprezza le mani incollate, né tanto meno impone “voglio che tu sia bravo”: con quel gesto così scandaloso grida “voglio che tu sia! senza condizioni!”: questo non è amore vero e razionale, a cui non basta la ragione per realizzarsi? G&P ci vuole imbalsamati, il Papa ci vuole vivi e combattivi ora: cos’è più razionale e desiderabile? Questo è il focus. Sto dalla parte del Papa non perché è il Papa, ma perché lo desidero io, sulla mia vita, quello sguardo che ha avuto sui chierichetti! Che commozione! Che tenerezza! Che invidia!

Ora però il testimone scotta troppo, bisogna proprio passarlo a Giussani (Congresso Catechistico Internazionale, 2002): “Secondo la pedagogia divina ricordata nel Direttorio, il libro della fede deve essere sempre presentato da un testimone e accompagnato da una esperienza, così da poter cogliere la coincidenza fra contenuto e metodo tipica della rivelazione cristiana. […] Le verità del catechismo diventano così, attraverso la carne del testimone, non dottrina cristallizzata, ma eco di un avvenimento vivente, di un incontro totalizzante che rende possibile la permanenza incidente del Mistero di Cristo nella storia. Chi rimane fedele ai sacramenti e al dogma, anche attraverso un uso intelligente e affettuoso del Catechismo, custodito dalla memoria, può essere facilitato nel riconoscimento della Realtà vivente espressa dai dogmi attraverso un incontro personale.” E se Giussani vi sta antipatico, Catechismo n. 25: “tutta la sostanza della dottrina e dell’insegnamento deve essere orientata alla carità che non avrà mai fine. Infatti sia che si espongano le verità della fede o i motivi della speranza o i doveri dell’attività morale, sempre e in tutto va dato rilievo all’amore di nostro Signore, così da far comprendere che ogni esercizio di perfetta virtù cristiana non può scaturire se non dall’amore, come nell’amore ha d’altronde il suo ultimo fine.”

Se scopo dei cristiani fosse difendersi dal mondo, non si saprebbe da dove cominciare (e neanche dove finire, tant’è lo sfacelo così evidente ovunque). È una vita reattiva, logorante e brutta. Gesù fece qualcosa di diverso, racconta Peguy, perché “c’erano tempi brutti anche sotto i Romani. Ma Gesù non si tirò indietro, non si rifugiò dietro la disgrazia dei tempi, tagliò corto. Lui non accusò nessuno. Lui salvò. Lui non incriminò il mondo. Lui salvò il mondo.”

Per queste ragioni l’accusa a Francesco di aprire un’ignobile trattativa con il mondo moderno (cedere verità in cambio di benevolenza) è una bufala come la trattativa Stato-mafia. Le parole di G&P si attorcigliano con spirito travagliesco: uso selettivo di fonti, distorsione di dettagli fuori contesto, sguardo volutamene parziale sul magistero. Sogno un lumeggiante Fiandaca della cattolicità – con fantastico titolo: “La liquidazione della Chiesa da parte di Francesco è una boiata pazzesca” – e intanto invoco il dreamteam del Foglio: Crippa il Chesterton, SDM il Magnifico, Silva l’Esorcista, Milani il Crisostomo con rubrica “Concilio Fisso”, mastro Langone alle vettovaglie. E Smargiassi rubato a Rep.

A me stare al mondo piace da pazzi: mi piacciono le risse, mi piacciono gli abbracci. I cristiani sono nel mondo non per dare ragione al mondo, né per dargliele di santa ragione con la propria bravura (che pensieri esilaranti!). Siamo nel mondo, nel nostro mondo moderno, per dare ragione della nostra speranza. E si spera solo da un Amore vivo, perché “ci vuole pioggia, vento e sangue nelle vene e una ragione per vivere, per sollevare le palpebre. E non restare a compiangermi e innamorarmi ogni giorno e ogni ora di più, di più, di più” (Jovanotti, si parva licet).

20 commenti:

Anonimo ha detto...

W Il Foglio.
Con un piccolo sacrificio si dovrebbe tutti comprarlo ogni giorno :) Risulterà l'unico giornale con le vendite in aumento!
Happy Thanksgiving tomorrow to all of you :)
Peter

Andrea ha detto...

Hai visto mic, è quello che ti dicevo su CL e il loro metodo.

Gnocchi e Palmaro hanno sintetizzato benissimo il problema di CL.

In questo pezzo sono chiarissimi e arrivano al punto:

"Il resto è terreno sdrucciolevole, sul quale i sentimenti rischiano di accecare la ragione e l’esperienza rischia di mangiarsi la verità. Un territorio dove concetti tremebondi e ambigui come “fascino”, “attrazione”, “risposta alla domanda dell’uomo” possono illudere che seguire Cristo sia l’assecondare una gradevole strada in discesa, mentre è proprio il contrario. L’uomo deve combattere contro tutte quelle pulsioni che lo spingono lontano da Gesù. E deve vigilare perché il peccato e il male diventano persino un veicolo privilegiato da pilotare per tenere comodamente insieme l’incontro con Cristo e una vita lontana dal Decalogo, dando del moralista a chi lo fa notare e beffando proprio quel Gesù che ammonisce “Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama”."

Anonimo ha detto...

Il Rosario per l’Italia: è urgente
http://unafides33.blogspot.it/2013/11/milioni-di-rosari-per-litalia.html

Giovanni ha detto...

Leggo ogni tanto "Chiesa e postconcilio" e, accanto a varie cose che condivido (anch' io amo la Tradizione, mi piace la difesa della Chiesa e della dottrina, ecc...), ne trovo altre con cui non concordo.
Intervengo per la prima volta e vorrei farlo in maniera più completa e precisa ma purtroppo non ne ho il tempo.
Il mio principale punto di disaccordo con il blog è la critica, che non posso non definire "feroce", al Papa; definire, come viene fatto in questo post e come spesso è stato fatto in passato, "rispettosamente critico", l' atteggiamento del blog nei confronti di Papa Francesco lo ritengo una falsità. Cito a memoria le prime cose che mi vengono in mente perchè purtroppo, come dicevo, ho poco tempo: definire continuamente "bergogliate" le parole e i gesti del Papa non mi sembra muovere una critica rispettosa. Dire spesso, riferendosi al Papa, "ma come si permette di dire...", "ma come si permette di fare..." non mi sembra una critica rispettosa. Intitolare un post "Se questo è un Papa" non mi sembra una critica rispettosa.
Inviterei quindi a dare sempre giudizi davvero rispettosi, soprattutto da parte di laici, che, in quanto tali, sono ancor meno titolati ad esprimere critiche.
Volevo poi invitare a riconsiderare i giudizi sui movimenti: in particolare su quello di Comunione e Liberazione (cui appartengo) che, anche se (se non ho capito male) considerato quello meno soggetto ad errori di altri, viene comunque trattato, a mio parere, in modo spesso ingiusto e con troppa superficialità, a partire (e qui so di toccare un riferimento importante per questo blog, ma è giusto dire quello che si pensa...) dall' articolo di Mons. Gherardini ("ne obstupescat" mi sembra si intitolasse) pubblicato qualche tempo fa, sul quale avrei voluto intervenire ma non vi sono riuscito.
Ringrazio per lo spazio.

Stefano78 ha detto...

Caro Giovanni.
Il problema odierno è che la critica al Papa è definita feroce A PRESCINDERE

Stefano78 ha detto...

Inoltre su questo blog non troverai NULLA di ironico o irriguardoso... Si trova molto di più sui siti dei farisei che si mettono ad accusare sparando nel mucchio, senza distinzioni, chi si azzarda ad obiettare qualcosa di argomentato

RIC ha detto...

Scusa Giovanni dove eri quando piovevano critiche feroci, dileggio e accuse di ogni genere a Papa Benedetto? Posso chiederti se hai mai sentito l'esigenza di manifestare espressamente il tuo dissenso nei confronti di coloro (tanti, troppi) che per oltre sette anni hanno quotidianamente messo in croce Ratzinger???

una sola fede ha detto...

Nell’articolo viene riportato questo: “Gesù fece qualcosa di diverso, racconta Peguy, perché “c’erano tempi brutti anche sotto i Romani. Ma Gesù non si tirò indietro, non si rifugiò dietro la disgrazia dei tempi, tagliò corto. Lui non accusò nessuno. Lui salvò. Lui non incriminò il mondo. Lui salvò il mondo.”


E' evidente che Gesù è venuto per salvare il mondo. Ma lo ha anche giudicato (da non confondere con il Giudizio Universale alla fine dei tempi), perché tale potere gli è stato dato dal Padre, come afferma Lui stesso in un versetto che cito qua sotto.

A proposito di ciò che è stato riportato nell'articolo, leggendo il Vangelo di Giovanni, si può notare che in effetti c’è un versetto che recita così:

Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui. (Gv 3, 17)


…ma bisogna pur leggere anche il resto del passo stesso, che prosegue così (ed è fondamentale per capire ciò che stava dicendo Gesù):

Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell'unigenito Figlio di Dio. E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce, perché le loro opere erano malvagie.
(Gv 3, 18-19)


E infatti, più avanti, sempre nel Vangelo di Giovanni, Gesù parla ancora più esplicitamente, a tale riguardo:

Come infatti il Padre ha la vita in se stesso, così ha concesso al Figlio di avere la vita in se stesso; e gli ha dato il potere di giudicare, perché è Figlio dell'uomo.
(Gv 5, 26-27)

e inoltre:

Gesù allora disse: «Io sono venuto in questo mondo per giudicare, perché coloro che non vedono vedano e quelli che vedono diventino ciechi».
(Gv 5, 39)

Anonimo ha detto...

ma io vorrei sapere che ne pensa Giovanni di un papa che usa il suo potere per smantellare la Chiesa e in varie occasioni demolire la fede dei piccoli, come quando ad es. si affanna a staccare le mani giunte di un piccolo chierichetto in preghiera, provocando in lui scandalo e sconcerto, tanto che il bambino gli ha risposto:
"non mi piace questo scherzo!" e ha ricongiunto le mani nella preghiera diligente e coscienziosa (secondo la sua retta formazione), preghiera devota che il Signore gradirà di sicuro, e il vescovo Bergoglio invece mostra di non gradire affatto ?
secondo Giovanni dunque quel bambino ha "mancato di rispetto al papa", o piuttosto ha preferito piacere al Signore anzichè agli uomini, chiunque essi siano ?

Franco ha detto...

Non solo saggia, ma addirittura sacrosanta l'indicazione di Mic: anzitutto pregare, soprattutto il Rosario. Non vedo come trovare altrimenti o altrove un po' di pace nella burrasca che si è scatenata e in cui si rischia di addentarsi tra i flutti e gli schizzi ahimè non solo d'acqua. Quasi certamente sono affetto da petulanza e supponenza, ma sento di dovere dire la mia su questa diatriba, perchè posso parlare per esperienza personale, avendo passato tutta la vita, dai diciassette anni in poi, facendo zig - zag dentro e fuori CL, insieme da amico e da "fratello separato".
Con mio GRANDE rammarico devo dire che mi riconosco nei giudizi del prof. De Mattei. Rammarico perchè il mio incontro con il movimento fondato da don Giussani nel penultimo anno del liceo classico significò la scoperta di una realtà viva e attiva, in modo coraggioso e addirittura esaltante. Senonché con il '68 il movimento nel giro di pochi mesi perse il 90 per cento degli effettivi, fino a quel momento numerosissimi nella realtà milanese: esperienza traumatica, che da allora mi rende sospetta qualsiasi manifestazione di festosità giovanile di massa del genere GMNG. Io rimasi ancora per un paio di anni, poi mi staccai. Riprendesi i contatti anni dopo, quando ritenni di dover mandare le figlie nelle elementari e medie del movimento.
La mia opinione è che il metodo "esperienziale" di don Giussani può andar bene per quanti hanno un atteggiamento "prassista": FARE MOLTO E FARE BENE per il Regno di Dio, sulla spinta di un sentimento buono. Chi però come me sente l'esigenza di raccogliere la sfida che al proprio cattolicesimo viscerale-tradizionale, molto legato malla dottrina, è lanciato dalla cultura laicista-razionalista-tecnoscientista vengono offerti pochi strumenti. E' come se in CL si tenesse presente quasi solo la sintesi fatta da don Giussani, considerata pressochè esauriente e definitiva. Questo benchè da CL sia nata la Jaca Book, una casa editrice con testi teologici di alto livello e una linea tutt'altro che settaria. A mio parere un liceale-universitario cattolico deve fare ANCHE letture sue personali e ad ampio raggio. Senonchè questo significa aprire il "vaso di Pandora" dei dubbi in materia filosofica ( prove dell'esistenza di Dio , teodicea ) biblica, di confronto con le altre religioni... . Occorrerebbe un gran numero di direttori spirituali e di maestri di apologetica di alto profilo culturale a cui ricorrere per continnui "pronto soccorso": come fare, visto che i preti sono pochissimi e subissati da mille impegni? Lascio inevasa la risposta, invitando a ritornare all'istanza iniziale della preghiera.
PS Per strumenti intendo anche testi come quelli, utilissimi, di Antonio Socci, legato a CL:"Il segreto di Padre Pio" ( sulla comunione dei santi ) "Indagine su Gesù" "La guerra contro Gesù" ( sullla storicità della narrazione neotestamentaria ). Qualcuno dovrà pur offrire le "munizioni" contro i vari Pesce, Augias, Mancuso, Flores D'Arcais, Odifreddi...

r ha detto...

ma davvero il chierichetto (piccolo chierico, mi chiedo come alcuni parroci possano chiamare bambine a farlo) ha risposto cosi?

Anonimo ha detto...

Caro Giovanni, ma perché oggi non si può criticare il papa? Non si ricorda che per otto anni Ratzinger e' stato morso e divorato dai lupi presenti fuori, ma soprattutto dentro la chiesa? Prima si poteva dissentire ed oggi no?
Oggi che sono a rischio sia la Tradizione che la retta Dottrina, a parte qualche blog, tutti tacciono!! Le sembra una cosa normale? Neri

daisy ha detto...

caro blogger "r", sì, il chierichetto ha risposto così; guardi il filmato su gloriatv

http://gloria.tv/?embed=frame&media=521563&width=410&height=234
e legga anche questa pagina:

http://pagina-catolica.blogspot.it/2013/11/santidad-no-me-gusta-esta-broma.html

le raccomando di leggere anche i commenti, molto significativi per capire le impressioni del cattolico medio sul fatto increscioso e inaccettabile, secondo la sensibilità (minima) tradizionale....

Anonimo ha detto...

Chiedo scusa per l'ignoranza, ma adesso chi è questo "emmanuel exitu"?!?

Ho cercato su internet ed ho trovato questa sua breve autobiografia su un suo blog:

http://greaterfilm.blogspot.it

"Emmanuel Exitu, disgraziatamente autodidatta, è nato a Bologna. Il nome d’arte viene dall’In exitu di Giovanni Testori del quale è figlio illegittimo. È un disordinato metodico, le cose gli capitano non si sa mai bene come, ci finisce dentro e... amen alleluja! A Roma ci è finito per caso facendo quel che capita: dialoghista, adattatore, story editor, sceneggiatore per vari ‘progggetti’, drammaturgo per il Teatro di Documenti fondato da Luciano Damiani, Luca Ronconi e Giuseppe Sinopoli (Sipari d’Autoritratto / Frammenti della Tragedia di Lecco e Baccanti di Guerra, una riscrittura della tragedia di Euripide alla prova della guerra in Iraq). Dal suo primo romanzo, La Stella dei Re (ed. Marietti), ha tratto la sceneggiatura per il film omonimo prodotto da Edwige Fenech e in onda su Rai Uno nel gennaio 2007 con 5 milioni di spettatori. Il suo primo documentario “Greater – defeating Aids” sul Meeting Point International fondato dall’infermiera Rose Busingye negli slum di Kampala in Uganda ha vinto l’Audience Award al New York Aids Film Festival del 2007."

Poi ho cercato il Giovanni Testori del quale si qualifica come figlio illegittimo:

http://it.wikipedia.org/wiki/Giovanni_Testori

E almeno ho contestualizzato la citazione di jovanotti

Alessio

Giovanni ha detto...

A chi mi ricorda le critiche a cui è stato sottoposto Benedetto XVI, dico tranquillamente, se posso usare una parola forte, che mi facevano "schifo" (tra l' altro forse qualcuno sa che, al di là che fosse il Papa, toccare Joseph Ratzinger ad un ciellino significa toccargli qualcuno di veramente caro...).
Altrettanto tranquillamente dico che, a mio parere, non si può criticare Papa Francesco nel modo in cui lo si fa su questo blog e tantomeno, poi, dire che si muove una "critica rispettosa".

mic ha detto...

A Giovanni, ed altri, ho risposta con un articolo.

Marco P. ha detto...

Due frasi, prese dallo scritto di Emmanuel Exitu:

"Si può però ribattere sul piano dell’esperienza, che poi sulle faccende di vita è l’unico piano che davvero conti"
"Sto dalla parte del Papa non perché è il Papa, ma perché lo desidero io, sulla mia vita, quello sguardo che ha avuto sui chierichetti! Che commozione! Che tenerezza! Che invidia!"

Quindi primato dell'esperienza (vedasi al riguardo l'articolo de "Le Sel de la Terre - Intelligence de la Foi" pubblicato su unavox) e in parallelo elezione per sé stessi di ciò che si identifica come buono in base al proprio personale giudizio e sentimento, quindi approccio soggettivistico, invece della elezione di un criterio oggettivo come misura della realtà, in sintesi si ritorna sempre al confronto tra le due visioni inconciliabili dell'agere sequitur esse a cui si oppone la precessione dell'azione sull'essere, per la quale quest'ultimo è determinato dalla prima, risultando perciò mutevole e lasciando in ultima analisi l'uomo in balia di sé stesso.

mic ha detto...

Caro Marco P.,

è esattamente il cuore del problema odierno.
Quella che Amerio chiama la "dislocazione delle divina Monotriade" e che abbiamo più volte sottolineato.

L'agire e il sentimento che precedono il volere e il conoscere, anziché essere conseguenti e integrati.

Anonimo ha detto...

A confronto degli interventi col bazooka che venivano quotidianamente ed 'affettuosamente' dedicati al papa emerito ( vero euge??) queste timide e peraltro educatissime obiezioni al vdr, sono carezze colla piuma , avendo egli un consenso pressocché bulgaro da parte di tutti i media, un po' di onestà intellettuale suvvia, poi erano pochissimi all'epoca coloro che si schieravano a fianco del pastore tedesco, anche in CL, quindi....per quel che riguarda questo ed alri blogs, bisogna dare atto ai webmasters o mistresses di svolgere un eroico compito di filtraggio e scrematura, pur subendo dileggi ed offese su altri blogs dove la malaeducaccion impera e nessuno si spreca per insegnare non solo il rispetto, ma la sana interpretazione del dialogo,ma questo non è un paese civile, è sempre il solito pollaio dove basta un galletto di mezza tacca e tutti diventano capponi....Lupus et agnus

rosa ha detto...

se poi si considera che molti erano gia' capponi di loro, gia' prima che spuntasse il galletto do mezza tacca...
rosa