Ringrazio Andrea Mondinelli per la riflessione che segue che traccia la via retta tra i percorsi, a volte intricati, della crisi epocale che stiamo vivendo.
La crisi ammessa, il diritto che la dimentica
Note in margine a «Facta sunt potentiora verbis»
L'articolo di Roberto de Mattei apparso su Corrispondenza Romana il 15 luglio («Facta sunt potentiora verbis qui. Parole e fatti nel diritto della Chiesa») è giuridicamente raffinato, e proprio per questo merita di essere preso sul serio fino in fondo: fino alla frase che, a metà del percorso, ne rivela il punto debole. Scrive l'autore: «La questione non sta nell'accertare se esiste una crisi nella Chiesa, che è a tutti evidente».
È una concessione, e di peso. La crisi c'è, ed è evidente a tutti. E nessuno può sospettare che si tratti di una clausola di stile: pochi studiosi hanno documentato la profondità di quella crisi quanto l'autore stesso, la cui storia del Concilio e le cui pagine sulla Tradizione restano tra le ricostruzioni più serie della rottura consumatasi negli ultimi sessant'anni. Chi ammette la crisi, qui, la conosce d'archivio. Ma da quel punto in poi l'argomentazione procede come se la crisi non esistesse: la dichiara evidente, e la esclude dal giudizio. Non la definisce — crisi disciplinare, dottrinale, di fede? — non la pesa, non la fa entrare tra le parti in causa. Applica le norme come se la Chiesa fosse in stato di normalità: come se il magistero proponesse la fede con chiarezza, come se la struttura ordinaria funzionasse. È questa la contraddizione che attraversa l'intero articolo: ammettere la crisi e poi giudicare come se non ci fosse.
Chi scrive non interviene da canonista né da storico: interviene in qualità di padre di famiglia, con la responsabilità e il dovere di stato di trasmettere la fede cattolica a tre figlie. È un titolo che nel dibattito pesa meno di una cattedra, ma nella Chiesa viene prima: perché il diritto che l'articolo difende esiste, in ultima istanza, per rendere possibile esattamente questo — che un padre possa consegnare ai figli la fede ricevuta, integra, per la via ordinaria e senza eroismi. Ed è da questo punto di osservazione, il più basso e il più esposto, che la contraddizione dell'articolo si vede meglio.
Eppure il diritto, che l'articolo invoca, conosce da sempre la differenza tra il tempo ordinario e lo stato di emergenza. Necessitas non habet legem non è uno slogan di ribelli: è un principio della tradizione giuridica che l'ordinamento canonico ha incorporato — i canoni 1323 e 1324 del Codice vigente prevedono espressamente che la necessità e il timore grave escludano o attenuino l'imputabilità della violazione. Il diritto stesso, dunque, prevede l'eccezione; e prevede anche il criterio con cui interpretarla: la ratio legis. La norma sulle consacrazioni senza mandato ha una ragione, preservare l'unità della Chiesa e l'integrità della successione apostolica. Ma se l'unità è già ferita da una crisi dottrinale «a tutti evidente», la ragione della norma non è più intatta, e la norma va interpretata alla luce di ciò che la sua ragione voleva proteggere. Il dilemma è netto e non ammette la via di mezzo che l'articolo percorre: o la crisi non è grave, e allora il diritto si applica come in tempo di pace — ma allora non la si dichiari evidente; o la crisi è grave, e allora il diritto va letto dentro la crisi, secondo la gerarchia dei fini che il diritto canonico stesso proclama, con la salvezza delle anime al vertice. Ammettere la gravità e applicare la normalità non è rigore: è la contraddizione elevata a metodo.
L'articolo oppone allo stato di necessità «l'esempio di tanti sacerdoti e fedeli laici che, trovandosi nelle medesime condizioni, conservano integralmente la fede» restando uniti. Ma si guardi da vicino che cosa quell'esempio descrive: chi oggi conserva la fede integra lo fa, di regola, attingendo a ciò che la provvista ordinaria non gli dà più — i vecchi catechismi, lo studio personale, la famiglia che resiste, il sacerdote che supplisce. Cioè lo fa supplendo da sé. L'obiezione, guardata in controluce, descrive esattamente il fenomeno che vorrebbe negare: se per conservare la fede occorre procurarsi in proprio ciò che la struttura ordinaria dovrebbe fornire, lo stato di necessità non è smentito; è documentato.
E c'è un banco di prova che decide la questione meglio di ogni disputa tra adulti: i bambini del catechismo. Un adulto formato può distinguere l'ambiguo, tenere insieme ciò che il testo lascia separato, resistere. Un bambino no. Un bambino riceve ciò che gli viene dato; e se ciò che gli viene dato è ambiguo, riceve l'ambiguità. Dire che «tanti conservano la fede» significa dire che qualcuno — una famiglia fedele, un catechista eroico, una cappella — gliel'ha trasmessa integra resistendo al sistema. Ma l'eroismo è una virtù straordinaria, richiesta a pochi in circostanze eccezionali: non può essere la condizione ordinaria perché un battezzato di sette anni impari la fede. La fede dei piccoli non può dipendere dall'eccezione; deve dipendere dalla struttura ordinaria — un catechismo chiaro, un magistero che distingue, un rito che esprime la dottrina. Se per riceverla integra il bambino ha bisogno di un'isola, la struttura ordinaria ha fallito: e le isole sono precarie. Il sacerdote fedele che oggi c'è, domani può non esserci. Non tutti i bambini hanno accesso a un'isola. E le isole, per quanto sante, non formano da sé le generazioni di sacerdoti che dovranno succedere.
Qui affiora il presupposto non detto di molte risposte correnti alla crisi, e va nominato perché è teologicamente falso: che la famiglia possa supplire alla Chiesa. La famiglia, nella dottrina cattolica, è società naturale e cellula fondamentale, ma è società imperfetta: non ha in sé il proprio fine ultimo né la pienezza dei mezzi di salvezza. È ordinata alla Chiesa come la parte al tutto: prepara, e la Chiesa perfeziona; trasmette i rudimenti, e la Chiesa custodisce il deposito; educa alla preghiera, e la Chiesa celebra il sacrificio e amministra i sacramenti. Il bambino, per salvarsi, ha bisogno di più della famiglia: ha bisogno della Chiesa una, santa, cattolica e apostolica — di un magistero che insegni con certezza, di una liturgia che dica la dottrina, di sacramenti, di una comunità visibile. Se la struttura ecclesiale è ambigua, la famiglia più fedele non può sostituirla, perché una società imperfetta non supplisce la società perfetta che Cristo ha fondato. La risposta implicita che l'articolo lascia ai genitori — la casa, la preghiera, l'eroismo, la fiducia — non è un programma pastorale: è la dichiarazione, involontaria, che la provvista ordinaria non c'è più. Un'immagine rende il vizio logico dell'insieme. Se un medico, in tempo di peste, somministra un farmaco non autorizzato per salvare dei fanciulli, l'ordinamento lo assolve per stato di necessità: non perché il farmaco sia autorizzato, ma perché la pestilenza rende l'emergenza superiore alla procedura. E De Mattei lo sa molto bene. Giudicare quel medico come se l’epidemia non ci fosse — ammetterla a parole e dimenticarla nella sentenza — non è applicare il diritto: è citarlo a metà. E l'articolo fa precisamente questo quando qualifica lo stato di necessità come «presunto» dopo aver dichiarato la crisi «a tutti evidente»: la necessità è la crisi stessa, guardata dal punto di vista di chi deve trasmettere la fede ai piccoli.
Resta il principio del titolo, ed è il punto su cui l'articolo ha più ragione di quanta ne usi: i fatti sono davvero più forti delle parole. Ma il principio, se vale, vale per intero e taglia dai due lati. È un fatto la crisi ammessa. Sono fatti, documentabili atto per atto negli Acta, i decenni di mutazioni espositive e liturgiche che quella crisi hanno prodotto — e chi scrive li ha messi in fila altrove, con le date e i riferimenti, a disposizione di chiunque voglia smentirli. Ed è un fatto, infine, l'esito: le strutture nate dalla necessità hanno conservato, in forma stabile e trasmissibile, la fede integra, il catechismo, il sacerdozio, la Messa — le hanno conservate per i bambini, non solo per oggi ma per domani. Chi giudica soltanto il fatto della disobbedienza e non il fatto della crisi, né il fatto della conservazione, non sta facendo prevalere i fatti sulle parole: sta scegliendo quali fatti far vedere.
La domanda cui l'articolo non risponde è dunque una sola, e non è giuridica — è quella che ogni padre, chi scrive per primo, si pone davanti ai propri figli: se la crisi è a tutti evidente, come possono i bambini conservare la fede integra dentro una struttura che l'ha resa ambigua? Non si chiede a nessuno di approvare le consacrazioni, ma si chiede di riconoscere ciò che la logica impone una volta ammessa la crisi: che lo stato di necessità è reale; che la risposta data dalla necessità va giudicata anche dal suo frutto; e che il rimedio vero resta quello che chi resiste non ha mai smesso di implorare — un atto dell'autorità che ritracci il confine, che dia finalmente alla legge il suo regolamento, e renda di nuovo superflue le isole. Se esiste un'altra via che abbia ottenuto, nei fatti, lo stesso risultato per la fede dei più piccoli, la si indichi: sarà accolta con gratitudine. Finché non venga indicata, condannare chi costruisce le scialuppe mentre si ammette che la nave imbarca acqua non è difendere il diritto: è dimenticare per chi la legge esiste. Perché i bambini hanno bisogno della Chiesa; e la Chiesa è un’arca di salvezza, non un'isola.
È una concessione, e di peso. La crisi c'è, ed è evidente a tutti. E nessuno può sospettare che si tratti di una clausola di stile: pochi studiosi hanno documentato la profondità di quella crisi quanto l'autore stesso, la cui storia del Concilio e le cui pagine sulla Tradizione restano tra le ricostruzioni più serie della rottura consumatasi negli ultimi sessant'anni. Chi ammette la crisi, qui, la conosce d'archivio. Ma da quel punto in poi l'argomentazione procede come se la crisi non esistesse: la dichiara evidente, e la esclude dal giudizio. Non la definisce — crisi disciplinare, dottrinale, di fede? — non la pesa, non la fa entrare tra le parti in causa. Applica le norme come se la Chiesa fosse in stato di normalità: come se il magistero proponesse la fede con chiarezza, come se la struttura ordinaria funzionasse. È questa la contraddizione che attraversa l'intero articolo: ammettere la crisi e poi giudicare come se non ci fosse.
Chi scrive non interviene da canonista né da storico: interviene in qualità di padre di famiglia, con la responsabilità e il dovere di stato di trasmettere la fede cattolica a tre figlie. È un titolo che nel dibattito pesa meno di una cattedra, ma nella Chiesa viene prima: perché il diritto che l'articolo difende esiste, in ultima istanza, per rendere possibile esattamente questo — che un padre possa consegnare ai figli la fede ricevuta, integra, per la via ordinaria e senza eroismi. Ed è da questo punto di osservazione, il più basso e il più esposto, che la contraddizione dell'articolo si vede meglio.
Eppure il diritto, che l'articolo invoca, conosce da sempre la differenza tra il tempo ordinario e lo stato di emergenza. Necessitas non habet legem non è uno slogan di ribelli: è un principio della tradizione giuridica che l'ordinamento canonico ha incorporato — i canoni 1323 e 1324 del Codice vigente prevedono espressamente che la necessità e il timore grave escludano o attenuino l'imputabilità della violazione. Il diritto stesso, dunque, prevede l'eccezione; e prevede anche il criterio con cui interpretarla: la ratio legis. La norma sulle consacrazioni senza mandato ha una ragione, preservare l'unità della Chiesa e l'integrità della successione apostolica. Ma se l'unità è già ferita da una crisi dottrinale «a tutti evidente», la ragione della norma non è più intatta, e la norma va interpretata alla luce di ciò che la sua ragione voleva proteggere. Il dilemma è netto e non ammette la via di mezzo che l'articolo percorre: o la crisi non è grave, e allora il diritto si applica come in tempo di pace — ma allora non la si dichiari evidente; o la crisi è grave, e allora il diritto va letto dentro la crisi, secondo la gerarchia dei fini che il diritto canonico stesso proclama, con la salvezza delle anime al vertice. Ammettere la gravità e applicare la normalità non è rigore: è la contraddizione elevata a metodo.
L'articolo oppone allo stato di necessità «l'esempio di tanti sacerdoti e fedeli laici che, trovandosi nelle medesime condizioni, conservano integralmente la fede» restando uniti. Ma si guardi da vicino che cosa quell'esempio descrive: chi oggi conserva la fede integra lo fa, di regola, attingendo a ciò che la provvista ordinaria non gli dà più — i vecchi catechismi, lo studio personale, la famiglia che resiste, il sacerdote che supplisce. Cioè lo fa supplendo da sé. L'obiezione, guardata in controluce, descrive esattamente il fenomeno che vorrebbe negare: se per conservare la fede occorre procurarsi in proprio ciò che la struttura ordinaria dovrebbe fornire, lo stato di necessità non è smentito; è documentato.
E c'è un banco di prova che decide la questione meglio di ogni disputa tra adulti: i bambini del catechismo. Un adulto formato può distinguere l'ambiguo, tenere insieme ciò che il testo lascia separato, resistere. Un bambino no. Un bambino riceve ciò che gli viene dato; e se ciò che gli viene dato è ambiguo, riceve l'ambiguità. Dire che «tanti conservano la fede» significa dire che qualcuno — una famiglia fedele, un catechista eroico, una cappella — gliel'ha trasmessa integra resistendo al sistema. Ma l'eroismo è una virtù straordinaria, richiesta a pochi in circostanze eccezionali: non può essere la condizione ordinaria perché un battezzato di sette anni impari la fede. La fede dei piccoli non può dipendere dall'eccezione; deve dipendere dalla struttura ordinaria — un catechismo chiaro, un magistero che distingue, un rito che esprime la dottrina. Se per riceverla integra il bambino ha bisogno di un'isola, la struttura ordinaria ha fallito: e le isole sono precarie. Il sacerdote fedele che oggi c'è, domani può non esserci. Non tutti i bambini hanno accesso a un'isola. E le isole, per quanto sante, non formano da sé le generazioni di sacerdoti che dovranno succedere.
Qui affiora il presupposto non detto di molte risposte correnti alla crisi, e va nominato perché è teologicamente falso: che la famiglia possa supplire alla Chiesa. La famiglia, nella dottrina cattolica, è società naturale e cellula fondamentale, ma è società imperfetta: non ha in sé il proprio fine ultimo né la pienezza dei mezzi di salvezza. È ordinata alla Chiesa come la parte al tutto: prepara, e la Chiesa perfeziona; trasmette i rudimenti, e la Chiesa custodisce il deposito; educa alla preghiera, e la Chiesa celebra il sacrificio e amministra i sacramenti. Il bambino, per salvarsi, ha bisogno di più della famiglia: ha bisogno della Chiesa una, santa, cattolica e apostolica — di un magistero che insegni con certezza, di una liturgia che dica la dottrina, di sacramenti, di una comunità visibile. Se la struttura ecclesiale è ambigua, la famiglia più fedele non può sostituirla, perché una società imperfetta non supplisce la società perfetta che Cristo ha fondato. La risposta implicita che l'articolo lascia ai genitori — la casa, la preghiera, l'eroismo, la fiducia — non è un programma pastorale: è la dichiarazione, involontaria, che la provvista ordinaria non c'è più. Un'immagine rende il vizio logico dell'insieme. Se un medico, in tempo di peste, somministra un farmaco non autorizzato per salvare dei fanciulli, l'ordinamento lo assolve per stato di necessità: non perché il farmaco sia autorizzato, ma perché la pestilenza rende l'emergenza superiore alla procedura. E De Mattei lo sa molto bene. Giudicare quel medico come se l’epidemia non ci fosse — ammetterla a parole e dimenticarla nella sentenza — non è applicare il diritto: è citarlo a metà. E l'articolo fa precisamente questo quando qualifica lo stato di necessità come «presunto» dopo aver dichiarato la crisi «a tutti evidente»: la necessità è la crisi stessa, guardata dal punto di vista di chi deve trasmettere la fede ai piccoli.
Resta il principio del titolo, ed è il punto su cui l'articolo ha più ragione di quanta ne usi: i fatti sono davvero più forti delle parole. Ma il principio, se vale, vale per intero e taglia dai due lati. È un fatto la crisi ammessa. Sono fatti, documentabili atto per atto negli Acta, i decenni di mutazioni espositive e liturgiche che quella crisi hanno prodotto — e chi scrive li ha messi in fila altrove, con le date e i riferimenti, a disposizione di chiunque voglia smentirli. Ed è un fatto, infine, l'esito: le strutture nate dalla necessità hanno conservato, in forma stabile e trasmissibile, la fede integra, il catechismo, il sacerdozio, la Messa — le hanno conservate per i bambini, non solo per oggi ma per domani. Chi giudica soltanto il fatto della disobbedienza e non il fatto della crisi, né il fatto della conservazione, non sta facendo prevalere i fatti sulle parole: sta scegliendo quali fatti far vedere.
La domanda cui l'articolo non risponde è dunque una sola, e non è giuridica — è quella che ogni padre, chi scrive per primo, si pone davanti ai propri figli: se la crisi è a tutti evidente, come possono i bambini conservare la fede integra dentro una struttura che l'ha resa ambigua? Non si chiede a nessuno di approvare le consacrazioni, ma si chiede di riconoscere ciò che la logica impone una volta ammessa la crisi: che lo stato di necessità è reale; che la risposta data dalla necessità va giudicata anche dal suo frutto; e che il rimedio vero resta quello che chi resiste non ha mai smesso di implorare — un atto dell'autorità che ritracci il confine, che dia finalmente alla legge il suo regolamento, e renda di nuovo superflue le isole. Se esiste un'altra via che abbia ottenuto, nei fatti, lo stesso risultato per la fede dei più piccoli, la si indichi: sarà accolta con gratitudine. Finché non venga indicata, condannare chi costruisce le scialuppe mentre si ammette che la nave imbarca acqua non è difendere il diritto: è dimenticare per chi la legge esiste. Perché i bambini hanno bisogno della Chiesa; e la Chiesa è un’arca di salvezza, non un'isola.
Andrea Mondinelli

6 commenti:
Cinque anni dopo l'uscita di Traditionis custodes, i fedeli legati alla messa tradizionale chiedono ai vescovi gesti concreti
http://www.famillechretienne.fr/47498/article/rien-na-ete-engage-cinq-ans-apres-traditionis-custodes-les-fideles-attaches-a-la
La crise de l'Église est d'abord et avant tout une crise de la Foi. Combien d'évêques — à commencer par le pape lui-même — seraient capables de commenter sérieusement, c'est-à-dire avec conviction, le Credo ?
La Santa Sede annuncia che: "Oggi, mercoledì 22 luglio 2026, ha avuto luogo l’ordinazione episcopale del Rev. Giuseppe Chang Yanfeng, che il Santo Padre, in data 15 giugno 2026, ha nominato Vescovo di Chifeng (Provincia della Mongolia Interna, Cina), avendone approvata la candidatura nel quadro dell’Accordo Provvisorio tra la Santa Sede e la Repubblica Popolare Cinese".
Peccato, però, che il 15 giugno 2026 non è stata pubblicata alcuna nomina nel bollettino. L'ennesimo tentativo di Pietro Parolin di mascherare quanto il governo cinese fa in barba a Roma. In sostanza, per evitare rotture, oggi si approva una ordinazione decisa dal governo e avvenuta senza che Roma dicesse nulla. Le differenze con Écône, sinceramente, non si vedono.
Articolo molto bello e condivisibile.
[da un po' di tempo Google non mi passa i commenti sul blog. Vediamo se questo passa, come prova tecnica].
Ottimo articolo, apprezzabile anche per l'equilibrio. Mi sembra che negli ultimi anni il prof. de Mattei si sia ammorbidito alquanto, nel rilevare per l'appunto la situazione di crisi, sempre più grave, della Chiesa.
Non capisco come possa considerare "presunto" lo stato di necessità invocato dalla Fsspx come realtà incontrovertibile, esistente per tutta la Chiesa.
Alla recente cerimonia di Econe si è accusata la Gerarchia attuale di non trasmettere più la vera fede. Un'accusa gravissima. È quest'accusa che va verificata piuttosto che cavillare senza costrutto sulle consacrazioni senza mandato, imposte appunto dallo stato di necessità.
pp
4-22 luglio 1456 Battaglia di Belgrado
Comandanti
Maometto II
Zagan Pascià
Karaca Pascià
János Hunyadi
Giovanni da Capestrano
Vlad III di Valacchia
Mihály Szilágyi
Dopo la caduta di Costantinopoli nel 1453, che aveva messo fine all'Impero Romano d'Oriente, il sultano ottomano Maometto II stava preparando le sue forze per conquistare il Regno d'Ungheria. Il suo primo obiettivo era catturare la fortezza di Belgrado (in ungherese Nándorfehérvár), città allora sul confine. Ad aspettarlo c'era János Hunyadi, un nobile della Transilvania che combatteva i Turchi da due decenni a capo dell'esercito ungherese.
L'assedio si trasformò in una battaglia di grandi dimensioni che Hunyadi terminò con un improvviso contrattacco che conquistò il campo turco, costringendo il sultano, già ferito, a togliere l'assedio e ritirarsi. Si dice che l'assedio di Belgrado decise la sorte della cristianità.
La campana di mezzogiorno fu ordinata durante l'assedio da Papa Callisto III per invitare i credenti a pregare per la vittoria e ancora oggi ricorda la vittoria in tutto il mondo.
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