giovedì 3 novembre 2016

don Curzio Nitoglia. La fede di Pietro e degli Apostoli, del Papa e dei Vescovi

La S. Scrittura, il Primato del Papa, la sua infallibilità e l’unità della Chiesa

Il principio secondo cui l’unità di fede è mantenuta dal Primato del Papa, successore di Pietro e Vicario visibile in terra di Cristo asceso in Cielo, lo si trova anche nella S. Scrittura oltre che nella Tradizione e nel Magistero, come abbiamo già visto negli articoli precedenti.

Luca XXII, 31-32

Nel Vangelo di San Luca (XXII, 31-32) Gesù dice solennemente: “Simone, Simone, ecco che Satana ha chiesto e ottenuto[1] di vagliarvi come  si fa con il grano. Ma Io ho chiesto e pregato per te, affinché la tua fede non venga meno. E tu una volta convertito conferma i tuoi fratelli nella fede”.

In questo discorso Gesù predice il triplice rinnegamento di Pietro (ivi, vv. 33-34). Da principio il discorso è rivolto a Pietro e a tutti gli Apostoli   ed espone il pericolo comune a tutti loro: “Satana ha chiesto [e ottenuto] di mettervi alla prova e di tentarvi” (v. 31); poi si indirizza al solo Pietro: “Io ho chiesto e pregato per te…” (v. 32).

Come mai questo improvviso passaggio da Pietro agli Apostoli e poi di nuovo al solo Pietro? Nel pericolo comune Gesù volle far capire di aver pregato specialissimamente per Pietro e di aver dato al solo Pietro la cura, l’ufficio e l’incarico di “confermare” nella fede tutti gli altri Apostoli contro tutte le tentazioni e persecuzioni sataniche avverse alla fede. Infatti Gesù come rimedio dice di aver pregato perché Pietro conservi la fede e confermi in essa anche gli altri Apostoli.

Il significato dei versetti evangelici

Padre Marco Sales commenta: “Il diavolo cerca di trascinare al male [perdita della fede, ndr] tutti gli Apostoli, Gesù prega per ottenere loro il soccorso da Dio. Si osservi però che, mentre tutti gli Apostoli sono tentati, Gesù prega in particolare solo per Pietro; il che suppone che la fermezza di S. Pietro nella fede basti a mantenere fermi tutti gli altri. Pietro è, infatti, il fondamento di tutta la Chiesa, il Capo degli Apostoli e di tutti i fedeli, e coloro che stanno con lui son certi che Satana non riuscirà a strappar loro la fede. L’oggetto della preghiera di Gesù è la stabilità o l’infallibilità di Pietro nella fede. Ora Gesù fu certamente esaudito dal Padre e perciò si deve ritenere che la fede di Pietro non è mai venuta e non verrà mai meno. Anche nelle tre negazioni del suo Maestro Pietro non perdette la fede, ma solo sentì mancarsi il coraggio per professarla pubblicamente.[2] ‘E tu una volta ravveduto’ dalle negazioni in cui tra poco cadrai, conferma, cioè rendi forti nella fede i tuoi fratelli: gli Apostoli. […]. A ragione da questo passo di S. Luca si deducono le grandi verità dogmatiche del Primato e dell’infallibilità del Romano Pontefice definite dal Concilio Vaticano I” (Vangelo secondo San Luca, Proceno di Viterbo, EFFEDIEFFE, II ed., 2015, p. 123, nota 32).

Se le tentazioni di Satana riguardano la fede conseguentemente anche il compito dato a Pietro di “confermare” gli Apostoli riguarda la fede. Ora ciò Pietro (e il Papa) lo può fare definendo autoritativamente le verità di fede e obbligando a credere alle sue definizioni dogmatiche, ossia impegnando l’infallibilità.[3] 

Gesù, in questi due versetti del Vangelo di San Luca, ha comandato a Pietro, il quale ha ricevuto il Primato direttamente da Dio, che nelle tentazioni le quali sarebbero sorte contro la fede confermasse i fratelli, ossia gli Apostoli e i Vescovi loro successori, e con essi tutti i fedeli battezzati, ossia tutta la Chiesa docente e discente.

Definire per confermare nella fede

Ora confermare nella fede significa decidere con autorità, definire e obbligare a credere quale sia la vera dottrina e condannare quale sia quella falsa. Perciò Gesù ha dato a Pietro una autorità che obbliga la Chiesa (Vescovi, preti e fedeli) ad aderire alle sue definizioni  (cfr. P. Ballerini, De vi ac ratione primatus Romanorum Pontificum, Verona, 1766, cap. XII, nn. 54 ss.).

Quindi è dovere del Papa confermare i “fratelli” nella fede, definendo e obbligando ed è dovere dei fedeli, chierici e Vescovi farsi confermare o illuminare nella fede dal Papa nelle questioni dubbie chiedendogli di definire ed obbligare a credere. In breve nessuno può far parte della Chiesa se non vuole essere nutrito con la fede definita da Pietro, come è rivelato nel Vangelo di San Giovanni (XXI, 15-17): “Pasci i miei agnelli e le mie pecorelle”, ossia Pietro ha il compito, affidatogli da Gesù, di nutrire (“pascere”)[4] fedeli, chierici (agnelli) e Vescovi (pecore)[5] con la dottrina della fede (P. Ballerini, De vi ac ratione…, cap. XII, nn. 59-63). 

I Vescovi sono veri Pastori e giudici nella fede

I giudici di grado inferiore sono soggetti, per loro natura, ai giudici di grado superiore, senza per questo cessare di essere veri giudici; così i Vescovi sono soggetti al Papa senza cessare di essere Vescovi, Pastori e giudici nelle loro singola diocesi, come il Papa lo è in tutta la Chiesa. Quindi i Vescovi (come i giudici inferiori) non possono emanare una sentenza contraria a quella del Papa (e dei giudici superiori) nel caso  che egli si sia già pronunciato, ma il loro giudizio deve conformarsi a quello del Papa per essere veramente un buon giudizio (De vi ac ratione…, cap. XIII, n. 13). 

La natura del vero giudizio legale consiste nel fatto che il giudice pronuncia la sentenza con una sufficiente cognizione di causa. Ora quando i Vescovi, in Concilio o sparsi nelle loro diocesi in tutto il mondo, approvano una dottrina definita dal Papa, pronunciano una sentenza con sufficiente cognizione di causa sia perché hanno il  dovere di studiarla sia perché sanno che il Papa quando 
  1. parla di fede e di morale, 
  2. come supremo Pastore della Chiesa universale, 
  3. definisce e 
  4. obbliga, non può errare nella fede[6] (P. Ballerini, De Potestate ecclesiastica summorum Pontificum et Conciliorum generalium, Verona, 1765, cap. II).[7] 
I Vescovi, come è rivelato nel Vangelo di San Matteo, in quanto successori degli Apostoli hanno ereditato i loro tre poteri, ossia il Magistero, il Ministero sacro o Sacerdozio e l’Imperio o Governo: “Andate e ammaestrate tutte le genti, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo e facendo loro osservare quanto vi ho comandato” (Mt., XXVIII, 28). Essi, quindi, sono 
  1. veri doctores seu magistri” (CIC, 1917, can. 1326), che prolungano nel tempo l’insegnamento divino/apostolico e sono, col Romano Pontefice e sottomessi a lui, gli autentici custodi e interpreti della divina Rivelazione, che debbono predicare ai loro fedeli; 
  2. hanno il potere sacro di santificare (v. Pontificale Romano: “Il Vescovo deve consacrare, ordinare, offrire il sacrificio, battezzare e cresimare”); 
  3. hanno, infine, il potere di giudicare con autorità giurisdizionale: “Lo Spirito Santo  ha posto i Vescovi a governare la Chiesa di Dio” (Act., XX, 28).[8]  
La storia ecclesiastica 

La storia della Chiesa lo conferma. Infatti, per fare alcuni esempi,
  1. nel Concilio di Gerusalemme (anno 50) gli Apostoli agirono da veri giudici aderendo alla definizione di S. Pietro sulla salvezza mediante la cooperazione alla Redenzione di Cristo e non tramite l’osservanza dei cerimoniali della Vecchia Alleanza; 
  2. nel Concilio di Calcedonia (451) i Vescovi condannarono l’errore monofisita di Eutiche, il quale insegnava che in Cristo vi è una sola natura teandrica o ibridamente mista (umana e divina, con prevalenza soprattutto di quella divina, che assorbe in sé quella umana),  e che già era stato condannato nel 448 da papa San Leone Magno; 
  3. papa S. Martino I nel Concilio particolare del Laterano (649) e papa S. Agatone nel 680 condannarono i monoteliti, che ritenevano esistere in Cristo una sola volontà (quella divina), e Agatone definì il dogma della duplice volontà (divina e umana) in Cristo; 
  4. i Vescovi al III Concilio di Costantinopoli nel 681 aderirono alla definizione e all’anatema di papa Agatone esercitando un ufficio di veri giudici.
Somiglianza relativa e diversità sostanziale tra il potere del Papa e quello dei Vescovi

Tuttavia bisogna mantenere ben fermo che tra l’autorità del Papa in virtù del Primato e quella dei Vescovi sussiste una differenza radicale:
  1. l’autorità dei Vescovi viene loro da Dio tramite il Papa, mentre quella del Papa viene a lui direttamente da Dio; 
  2. l’autorità dei Vescovi si limita alle loro singole diocesi, quella del Papa si estende alla Chiesa universale. Ora non ripugna che una singola diocesi possa cadere nell’errore. 
Quindi i Vescovi non necessitano dell’assistenza infallibile di Dio quando insegnano in materia di fede e di morale, mentre la Chiesa universale è il Corpo Mistico di Cristo, la Sposa Immacolata di Gesù e perciò essa, nel suo Capo visibile e Vicario di Cristo in terra[10], deve godere dell’assistenza infallibile di Cristo quando definisce e obbliga a credere.

Conclusione 

È per questi motivi, e soprattutto fondandosi sul Vangelo di San Luca (XXII, 31-32), che i Dottori e i teologi (Bellarmino, Gaetano, Bañez, Giovanni da San Tommaso, Suarez e Ballerini[11], Billot, Salaverri, Vellico e Journet) ritengono che il Papa non può cadere nell’eresia formale e pertinace. Solo da un punta di vista puramente ipotetico e investigativo i Dottori della seconda scolastica e i teologi della neo-scolastica  si chiedono se il Papa possa cadere in eresia. 

Inoltre il canone 6 (“Si Papa”) I pars, distinzione 40 del Decreto di Graziano (1141) attribuito a S. Bonifacio vescovo di Magonza († 754), su ciui si basa la mera possibilità ipotetica dell’eresia del Papa, è spurio ed è proprio su questo canone, ritenuto autentico da Ivo di Chartes e da Graziano, che molti teologi hanno affrontato la questione puramente ipotetica dell’eresia del Papa. Quindi tutta la questione spinosa si fonda su un testo spurio, ossia un falso, e cade con esso, come un castello di carte costruito sulla sabbia. 

La nostra Fede, compendiata nel Credo e spiegata nel Catechismo, ci insegna che il Papa è il Vicario in terra di Gesù Cristo. Egli è la Pietra sulla quale Cristo ha costruito la sua Chiesa e contro la quale “le porte degli inferi non prevarranno”. 

Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, è un mistero che si definisce come “Unione Ipostatica”. Tale mistero ci disorienta spesso, durante la sua vita e specialmente durante la sua Passione, quando la sua “Natura divina si nascondeva e lasciava trasparire solo quella umana, che soffriva terribilmente” (s. Ignazio da Loyola) ed era “più simile ad un verme che ad un uomo” (Isaia). Gli Apostoli stessi si scandalizzarono, smarrirono lo spirito di Fede e rinnegarono Gesù, non riuscendo a capire ed ammetter che il Messia potesse essere sconfitto e umiliato.

La Chiesa è Cristo che continua nel corso della storia. Anch’essa ha un duplice elemento: quello divino (il principio che l’ha fondata, ossia Cristo e il fine cui tende, vale a dire il Cielo e Dio visto “faccia a faccia”) ed uno umano (le membra di cui è composta, gli uomini sia i semplici fedeli che i gerarchi). 

Nel corso della storia della Chiesa vi sono pagine gloriose e pagine poco belle, altre addirittura brutte. Se non avessimo la virtù teologale della Fede nella sua origine divina e nella protezione di cui la ammanta Gesù “ogni giorno, sino alla fine del mondo”, rischieremmo di scandalizzarci e perdere proprio la Fede, “senza la quale è impossibile piacere a Dio” (san Paolo). 

Il Papa è un uomo, ma assistito da Dio infallibilmente; però solo a certe specifiche condizioni, che non tolgono o aggiungono nulla alla sua natura umana debole e caduca. San Pietro stesso rinnegò Gesù non una ma ben tre volte (“non conosco quest’uomo”). Onde, per quanto riguarda Gesù, la Chiesa e il Papa occorre, sempre, aver presente il loro duplice elemento: umano e dunque “deficiente”; divino e quindi “impeccabile”. Se si vede solo il primo, si cade nel razionalismo naturalista e si rinnega la Fede teologale, se si fa caso solo al secondo si scivola verso un angelismo rigorista e un pneumatismo cataro, che porta egualmente alla rovina (“ogni eccesso è un difetto”). 

Già 2000 anni or sono, i Giudei fecero rotolare una pietra tombale sul S. Sepolcro e vi misero dei soldati a guardia, ma la pietra fu rovesciata dagli Angeli quando Gesù risuscitò da morte e vinse il male tramite la sua apparente sconfitta in croce. Il cristianesimo è la religione della vittoria tramite la perdita anche, e soprattutto, della propria vita. Quindi non c’è “pietra” che tenga contro “Pietro”. La storia ce l’ha insegnato: la Chiesa è cresciuta e si è rafforzata proprio quando sembrava essere annientata. Gli errori degli uomini di Chiesa, specialmente del clero e della Gerarchia, sono la prova provata della sua indefettibilità, come pure diceva il cardinal Consalvi a Napoleone: “Maestà, lasci perdere, neanche noi preti siamo riusciti in milleottocento anni a distruggere la Chiesa romana, non è cosa da uomo, neppure lei ci riuscirà”, e Napoleone non vi riuscì… . Certamente noi cristiani siamo “papisti”, dacché Cristo la sua unica vera Chiesa l’ha fondata su Pietro e i suoi successori (i Papi), e ci distinguiamo dai protestanti e da tutte le sette eretiche o scismatiche, le quali non ritengono Pietro come loro principio e fondamento con un vero primato di giurisdizione. Ciò senza negare i fatti “poco belli” che i Papi possono aver commesso come uomini o dottori privati o le ambiguità ed errori che possono sussistere nell’insegnamento non normativo - e quindi non infallibilmente assistito - del Papa, come il Concilio “pastorale” Vaticano II o l’esortazione neppure magisteriale Amoris laetitia di Francesco I (19 marzo 2016). Non occorre, perciò, cambiar religione o Chiesa, davanti allo sfacelo spirituale che si è abbattuto contro l’ambiente cattolico. 

Chi pretende di sapere tutto di tutto e di avere la certezza e l’evidenza di come stiano realmente le cose erra; specialmente in una situazione di oscurità e di incertezza come l’attuale, che non ha avuto eguali in tutta la storia della Chiesa. Ogni risposta (anche la mia), “soluzione” o “tentativo” è parziale ed ha le sue ombre e chiaroscuri. Solo la Chiesa gerarchica potrà dirci la parola definitiva. Quindi “si non vis errare, noli velle scrutare” (s. Agostino). La crisi conciliare e postconciliare è un “mistero tremendo”; ora il mistero è oltre la ragione umana, la sorpassa, ma non è contro di essa. Dunque, “cerchiamo di rendere certa la nostra elezione, mediante le nostre buone opere” (s. Pietro). Ossia, fare ciò che la Chiesa ha sempre fatto (s. Vincenzo da Lerino, “Commonitorium”, cap. III), rifiutando le novità che ci hanno portato a tale stato di confusione dommatica, morale e liturgica. 

Nella Somma Teologica l’Aquinate spiega che “la Divinità miracolosamente permise all’umanità di Cristo di provare angoscia per l’abbandono (apparente) da parte di Dio, pur essendo essa unita ipostaticamente alla Persona divina del Verbo e godendo la visione beatifica. Ciò fu permesso perché attraverso molte tribolazioni occorre entrare nel Regno dei Cieli” (III, q. 45, a. 2, in corpore). Sempre nella Somma leggiamo: “Fu per miracolo che la divinità non ridondava sull’umanità di Cristo” (III, q. 14, a. 1 ad 2um), “affinché potesse compiere il mistero della nostra redenzione soffrendo” (III, q. 54, a. 2, ad 3um). Gesù Cristo stesso ha richiamato la nostra attenzione su tale mistero quando ha gridato sulla croce: “Dio mio perché mi hai abbandonato?”. La risposta al “perché” non è stata immediata, ci si è dovuti accontentare, durante la Passione, del “fatto”. 

Così oggi nella Passione della Chiesa si nasconde il suo elemento divino ed appare solo quello umano nella maniera più brutta. Questo è un mistero che deriva da quello dell’Unione Ipostatica e dal duplice elemento (divino e umano) della Chiesa (che è Cristo continuato nella storia). Gesù aveva predetto agli Apostoli questa sua (e loro) eclissi: “Voi tutti vi scandalizzerete per causa mia in questa notte. Poiché sta scritto: Percuoterò il Pastore e il gregge si disperderà” (Giovedì Santo). Nostro Signore, però, ci esorta assieme agli Apostoli: “Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e in Me” e spiega: “Vi ho detto queste cose perché non abbiate a scandalizzarvi (…). Quando giungerà la loro ora ricordatevi che ve ne ho parlato”. L’ora della “Sinagoga di satana” (Apoc., II, 9) e del potere infernale è qualcosa di preternaturale, che quasi si tocca con mano oggi, come durante la Passione di Gesù. “Verrà la loro ora, anzi è già venuta, in cui vi disperderete ciascuno per conto proprio e mi lascerete solo”.

Padre Reginaldo Garrigou-Lagrange spiega che gli Apostoli “proprio nel momento in cui il Maestro loro stava compiendo la Redenzione, non videro che il lato umano delle cose” (Gesù che ci redime, Roma, Città Nuova, 1963, p. 337) e si scandalizzarono, come predetto. Il grande teologo domenicano continua: “Questo mistero della [Passione e] Risurrezione continua, in un certo senso, nella Chiesa. Gesù la fa a sua immagine e, se permette per essa terribili prove, le concede di risuscitare, in un certo modo, più gloriosa, dopo i colpi mortali che i suoi avversari le infliggono” (Ibidem, p. 353). Si noti, i colpi che riceve la Chiesa in tutti i secoli sono mortali, essa ci sembra morire, ma risorge ogni volta più bella “senza ruga né macchia”.
d. Curzio Nitoglia
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1. Expetivit in latino suggerisce l’idea di una richiesta che è stata fatta a Dio e che Egli ha concesso come avvenne a Giobbe, il quale fu tentato da Satana e scosso, dopo aver chiesto a Dio il permesso di metterlo alla prova, ma non perse la fede e la speranza in Dio (Job., I, 12; II, 6). 
2. S. Tommaso d’Aquino nella sua Catena Aurea commentando il Vangelo di San Luca cita S. Giovanni Crisostomo, che scrive: “Gesù non dice ho pregato per te affinché tu non cada negandomi, ma affinché tu non abbandoni la fede in Me ”.  Poi cita Teofilatto, il quale insegna: “Il germe del bene resterà in te [Pietro]. Lo spirito della tentazione scuoterà la pianta, ma nella radice resterà la vita”. In breve Pietro non ha perso e negato la fede, ha avuto paura di confessarla pubblicamente, è stato scosso come il tronco di una pianta che è agitata dal vento, ma le radici non hanno ceduto e la virtù della fede è rimasta in lui. Perciò non è esatto dire che solo la Madonna aveva mantenuto la fede e che tutti gli Apostoli l’avevano persa dal Giovedì Santo sino alla Domenica di Resurrezione, ma è più esatto asserire che gli Apostoli avevano perso il coraggio di professare pubblicamente la fede e per paura dei giudei si erano eclissati, mentre Maria SS. non solo aveva la fede, ma anche la carità assieme alla confessione pubblica della sua fede immacolata. Padre Gabriele Roschini (Vita di Maria, Roma, Fides, 1959) scrive che la Maddalena “tentennava” e che le apparizioni fatte agli Apostoli erano ordinate a “corroborare la loro fede” (p. 276 e 282) poiché “la debolezza della loro fede costituiva la forza della loro testimonianza” (p. 283) e mons. Pier Carlo Landucci (Maria Santissima nel Vangelo, Roma, Paoline, 1945), parla di “fede debole e barcollante” degli Apostoli, cui Gesù apparve per “rafforzare la loro fede” (pp. 436-437). Quindi non si può affermare che gli Apostoli avessero perso totalmente la fede. 
3. È quello che mons. Brunero Gherardini nel suo libro Concilio Ecumenico Vaticano II. Un discorso da fare  (Frigento, Casa Mariana Editrice, 2009) aveva chiesto a papa Benedetto XVI riguardo ai Decreti del (pastorale e quindi non infallibile) Concilio Vaticano II, ossia di definire e obbligare a credere, impegnando l’infallibilità, i punti controversi (Collegialità episcopale, pan-ecumenismo, libertà delle false religioni in foro esterno e in pubblico, rapporti tra Cristianesimo e giudaismo post-biblico, antropocentrismo, le due fonti della Rivelazione…), in cui il Gherardini riscontrava e dimostrava una rottura oggettiva dell’insegnamento del Vaticano II con la Tradizione apostolica, però non ha ricevuto nemmeno una risposta, ma solo la ripetizione dell’assioma: “il Concilio va letto alla luce della Tradizione nell’ermeneutica della continuità”, sempre affermato e mai provato, pur avendo presentato il libro suddetto accompagnato da una supplica firmata da due Vescovi, ai quali, se chiedono di essere “confermati nella fede”, il Papa normalmente dovrebbe rispondere, dato il suo ufficio di “confermare i fratelli nella fede” e specialmente i Vescovi, che sono successori degli Apostoli.
4. “Evangelizare pascere est” (S. Bernardo di Chiaravalle, De Consid., lib. IV, cap. 3). 
5. “Prima Gesù confida a Pietro gli agnelli, poi gli affida le pecorelle poiché lo ha costituito non solo Pastore, ma Pastore dei Pastori. Quindi Pietro pasce gli agnelli e le pecorelle; pasce i figli e le madri; conduce e nutre i fedeli e i prelati. Dunque è il Pastore di tutti perché al di fuori dei fedeli/agnelli e dei Vescovi/pecorelle nella Chiesa non c’è null’altro” (S. Bruno di Asti, Homilia in vigilia festi Sancti Petri). Infatti i Vescovi per rapporto ai fedeli e ai preti sono Pastori, ma per rapporto al Papa sono pecorelle. Quindi Pietro è “Pastor pastorum” e i Vescovi sono “Pastores particularium gregum” (S. Bernardo, Consid., lib. II, cap. 8). 
6. Cfr. Concilio Vaticano I, DB, 1792-1839.
7. Cfr. L. Billot, De Eccclesia  Christi, Roma, Gregoriana, 1898, vol. I, q. 14, thesis 31, § 4. 
8. Cfr. Concilio di Trento, sess. XXIII, cap. 4, DB, 960; Concilio Vaticano I, sess. IV, cap. 3, DB, 1828; S. Pio X, Decreto Lamentabili, 3 luglio 1907, DB, 2050; Id., Motu proprio Sacrorum Antistitum, 1° settembre 1910, DB, 2147; CIC, 1917, can. 3329, § 1. Tutti questi documenti del magistero insegnano che l’Episcopato è stato istituito da Dio per continuare l’opera degli Apostoli, che i Vescovi fanno parte della  gerarchia apostolica e sono formalmente successori degli Apostoli. Cfr. A. M. Vellico, De episcopis iuxta doctrinam catholicam, Roma, 1937.  
9. S. Paolo, Col., I, 18; Pio XII, Enciclica Mystici Corporis Christi,1943.   
10. L’infallibilità deriva alla Chiesa (Vescovi riuniti in Concilio o sparsi nel mondo, cum Petro et sub Petro) dal suo Capo visibile (il Papa), come la vita e l’agire giunge al corpo fisico a partire dalla sua testa.
11. Pietro Ballerini ritiene che il Papa può diventare eretico, sebbene ritenga che questo caso non si sia mai verificato e non si verificherà mai” (T. Facchini, Il Papato principio di unità e Pietro Ballerini di Verona, Padova, Il Messaggero di S. Antonio, 1950, p. 127). Pietro Ballerini scrive: “haec hypothesis nullo facto comprobatur; siquidem nullus vel privatus error cuipiam Pontifici adscriptus, contra ullum dogma evidens aut definitum hactenus inventus est, aut futurus putatur / L’ipotesi del Papa eretico non è provata da nessun fatto storico realmente accaduto; poiché nessun errore privato è stato ascritto ad alcun Pontefice romano,  né è stato trovato sinora contro alcun dogma evidente o definito e non si reputa possa avvenire in futuro” (De Potestate Ecclesiastica Summorum Pontificum et Conciliorum generalim, II ed., Roma, De Propaganda Fide, 1850, cap. IX, n. 8).

17 commenti:

Anonimo ha detto...


# Nessun Papa puo' professare eresie, e' impossibile.

Tre Domande all'autore dell'articolo, per orientarsi nella difficile materia:

1. Non puo' professarle perche' in tutto cio' che dira' lo Spirito Santo impedira' che appaia mai una eresia? oppure:
2. Non puo' professarle perche' lo Spirito Santo impedira' sempre che eventuali eresie (in senso materiale) siano professate in un documento dogmatico, penetrando cosi' nel Deposito della Fede?
3. Come dobbiamo regolarci di fronte alla recente "Dichiarazione Congiunta sulla Giustificazione" tra cattolici e luterani, documento non dogmatico ma ufficiale, approvato nella forma e nella sostanza da t r e Papi (Giovanni Paolo II, Benedetto XVI, Francesco), il quale documento contiene palesemente, nelle dichiarazioni "congiunte" o comunque in alcune di esse, l'adesione della Chiesa all'eresia luterana? Per esempio, nella dichiarazione congiunta a proposito della salvezza che proviene unicamente dalla fede, mentre le opere ne sarebbero solo una conseguenza, di questa fede? Insomma, come dobbiamo regolarci di fronte a un documento della Chiesa, firmato con i luterani eretici e scismatici, che afferma cose apertamente condannate come eresie dal dogmatico Concilio di Trento? Documento che ha valore normativo, per la Gerarchia attuale, sia sul piano del dogma che della liturgia e della pastorale, e che viene pertanto inteso come "atto di governo" del presente Pontefice?
Grazie dell'attenzione. PP

da Fb ha detto...

Ciò che mi fa letteralmente ribollire di rabbia è dover assistere pressoché inerme al trionfo dei nemici della Chiesa: non quelli esterni ma quelli interno verso i quali ho un fiuto particolare perché sono i peggiori. Dopo aver occupato ogni posto possibile nella compagine ecclesiale oggi stiamo assistendo al loro trionfo. Dietro le parole e i gesti di questo papa assistiamo a una loro sistematica legittimazione e, dietro questa copertura autorevole, non fanno altro che pontificare ingannando i semplici e gli sprovveduti coi loro contorti e velenosi ragionamenti ammantati di sofismi di deformata derivazione evangelica. E dietro questa autorevole copertura, pur ammantandosi di caritatevolezza e misericordia, superbi e arroganti quali sono possono pure permettersi di riservarci il disprezzo di chi sente di avere non la forza della ragione, ma la ragione della forza.

Jacek Balemba ha detto...

Si puo' capire la cautela di molti cattolici di diagnosticare la situazione odierna. Pero' chi ci puo' assicurare con certezza assoluta che sbagliano quelli che parlano della sede vacante. Veramente abbiamo i tempi di confusione. Tante parole non cattoliche. Tanti avvenimenti non cattolici. Kyrie, eleison.

Josh ha detto...

http://sauraplesio.blogspot.it/2016/11/bergoglio-non-porta-fede-ne-speranza-ne.html

Petrus LXXVII ha detto...

Riformulo la mia osservazione perché mi sono accorto di averla presentata in una forma ridondante e poco chiara. Tra virgolette («») la perplessità che spero di aver reso più comprensibile..

«Non sono d'accordo col PP quando definisce eretica la proposizione della dichiarazione congiunta, perché lui erroneamente la intende affermare che la fede sarebbe l'unica fonte di salvezza, essendone le opere "solo" una conseguenza».
PP mostra di non aver compreso a fondo il senso della dichiarazione se vi intende leggere la fede e le opere come due istanze legate tra loro semplicemente da un meccanico rapporto di causa-effetto, relegando l'effetto (le opere) al "semplice" status di epifenomeno della fede, ovvero un inutile accessorio all'unico motore utile alla salvezza: la causa (la fede). Letta in questi termini la sua opinione avrebbe senso..
Dal testo invece abbastanza chiaramente si evince che la relazione esistente tra la causa (fede) e l'effetto (opere) è intesa come una unità dinamica che attraverso le opere muove lo spirito di chi nasce alla fede, verso la salvezza. Non sarebbe forse fideismo una fede che non si manifestasse nelle opere, come l'apostolo Giacomo insegna? E' non sarebbero opere senza un orizzonte salvifico quelle che non nascono dalla fede ma dalla sterile legge, come insegna l'apostolo Paolo? Nascere alla fede implica un cambiamento e il corrispettivo visibile di questo cambiamento sono le opere, che quindi vanno considerate un effetto costitutivo alla fede stessa, non da essa separabile, e non una indifferente e avulsa derivazione da essa!
Fede e opere sono presentati dalla dichiarazione come un'unica e inscindibile realtà.. sostenere la salvezza per fede, secondo la definizione data nella dichiarazione, implica implicitamente e imprescindibilmente l'agire delle opere.
Questa prospettiva, diversamente da come la legge il PP, a mio parere rende ben evidente la mano cattolica impressa nella dichiarazione comune ed è un intendere ben diverso dal "sola fide" storicamente professato dal luteranesimo.

Anonimo ha detto...

Possibile che ogni volta che esce un documento a firma di questo papa si debbano fare congetture, supposizioni, interpretazioni senza fine? Possibile che nessuno spieghi mai cosa significano davvero le sue prese di posizione, cosa sta dicendo questo personaggio ambiguo che occupa il soglio di Pietro in modo tanto strano? Posso chiedere, da cattolica, di ricevere chiarimenti dai vertici della Chiesa a cui appartengo? Sta davvero diventando insoppportabile questa confusione. Non siamo tutti teologi, il popolo di Dio deve essere guidato con chiarezza e onestà. Si rendono conto gli alti prelati che continuano a tacere quali sono le gravi conseguenze di tutto questo?

Anonimo ha detto...

Le parole di Don Curzio non sono condivisibili, a mio avviso, soprattutto negli ultimi paragrafi. Non mi sembra che il comportamento del Cristo(durante la Passione) e di Bergoglio(durante quella che Don Curzio considera la passione della Chiesa)siano anche solo lontanamente paragonabili. Non credo che quando Gesù predisse ai suoi discepoli che nelle successive ore si sarebbero scandalizzati per causa sua, alludesse al fatto che sarebbe lui stesso divenuto un eresiarca bestemmiatore! Mi sembra questa un'analisi non solo inutilmente cervellotica ma pure decisamente inopportuna!

Anonimo ha detto...

Provo i sentimenti fi Fb, non basta forse la confusione che c'è? ... vorrei solo dire, se passa il commmento, che tacciare il Capo di deficienza nella parte umana e impeccabilità nella divina, proprio non mi va. Altrettanto e di conseguenza applicato al Corpo Mistico. Deficiente sta con efficiente e impeccabile con peccatore. Tacciare Gesù e la Chiesa di deficienza e impeccabilità nelle parti rispettivamente umane e divine???

Anonimo ha detto...


@ Replica a Petrus LVXXII

Confesso che il concetto di "unita' dinamica" tra la fede e le opere mi rimane oscuro.
Questa "unita", lei scrive, "attraverso le opere muove lo spirito di chi nasce alla fede verso la salvezza". Ma le opere, ci insegna il Tridentino, se non bastano da sole alla nostra giustificazione, tuttavia costituiscono per noi dei meriti ai fini della salvezza ("l'eterna ricompensa" viene in premio alle opere buone compiute in Dio, cioe' sulla base della fede, perseverando sino alla fine - Can. 26 e can. 32 del Decreto sulla Giustificazione - quest'ultimo ribadisce che le buone opere "sono anche meriti [per la vita eterna] di colui che e' giustificato"). Che le opere buone siano "meriti" per la nostra salvezza, da cio' che lei dice, non appare (lei dice che le opere "muovono verso la salvezza", che non e' la stessa cosa).
Lei dice anche che le opere "vanno considerate un effetto costitutivo alla fede stessa". Il che nemmeno sembra chiaro. Effetto costitutivo si dice in genere "di" qualcosa. Ma non si puo' dirlo qui per le opere altrimenti esse costituirebbero la fede, il che non e' sostenibile nemmeno per i cattolici.

DAL TESTO DELLA 'DICHIARAZIONE CONGIUNTA' NELLE PARTI APPUNTO CONGIUNTE, APPARE IL FAMAIGERATO "SOLTANTO" DEL SOLA FIDE E SOLA GRATIA TIPICO DI LUTERO. L'USO DI QUESTO AVVERBIO NON TAGLIA DA SOLO LA TESTA AL TORO? SE LA CHIESA SOTTOSCRIVE IL "SOLAMENTE" CADE NELL'ERESIA. O NO?
Testi della 'Dichiarazione congiunta': art. 15.[...] Insieme confessiamo che non in base ai nostri meriti, ma s o l t a n t o per mezzo della grazia, e nella fede dell'opera salvifica di Cristo, noi siamo accettati da Dio etc.
art. 17 Condividiamo anche che [...] la testimonianza che il Nuovo Test. da' dell'azione salvifica di Dio in Cristo [...] ci dice che noi, in quanto peccatori, dobbiamo la nostra vita nuova s o l t a n t o alla misericordia di Dio che perdona e che fa nuove tutte le cose, misericordia che noi possiamo ricevere s o l t a n t o come dono della fede, ma che non possiamo meritare mai e in nessun modo [e le opere buone, allora, che fine fanno? MAI E IN NESSUN MODO POSSIAMO MERITARE CON LE OPERE!]
L'art. 17 e' o no luterano in modo addirittura sfacciato? PP

Catholicus ha detto...

Segnalo a tutti gli amici del blog un imperdibile articolo di critica della cerimonia di Lund; si tratta di una lettera indirizzata personalmente a Sua Santità papa Francesco dal professor Luciano Pranzetti. Ecco i link che permettono di leggere l’imperdibile lettera del professor Pranzetti. Una vera, piccola, “summa teologica”, una perla preziosa da meditare e conservare gelosamente per non farsi confondere le idee dagli sproloqui dei prelati modernisti (un’altra è la famosa preghiera di s. Pietro Canisio per conservare la fede cattolica).
http://www.unavox.it/ArtDiversi/DIV1699_Pranzetti_Lettera_al_Papa_nov-2016.html
https://apostatisidiventa.blogspot.it/2016/11/con-deferenza-e-rispetto.html

d. Curzio Nitoglia ha detto...

rispondo al lettore PP: 1°) lo Spirito Santo potrebbe impedire l’eresia anche facendo morire un Papa che stesse per pronunciarla; 2°) in un documento dogmatico, che è infallibile ex sese, non è possibile che s’infiltri l’eresia, sarebbe una contraddictio in terminis: infallibile = erroneo; 3°) i documenti pastorali o non infallibili in cui, da Giovanni XXIII sino ad oggi, si sono infiltrati ogni sorta di errori debbono non essere seguiti.
Naturalmente si parla dell’eresia 1°) del Papa come Papa e non come dottore privato, 2°) dell’eresia formale, 3°) ostinata e pubblica.
Questo dicono i Dottori della Chiesa.
Pace e bene!
d. Curzio Nitoglia

Perplesso ha detto...

1) Bergoglio è andato a Lund come papa e non come dottore privato.
2) La Dichiarazione congiunta non è ex cathedra (In ogni caso dal CVII nessun papa intende più pronunciarsi ex cathedra) ma è un documento al quale è data una validità erga omnes. Può essere considerato informale?
3) le occasioni di ostinazione in pubblico mi pare che si sprechino.

Anonimo ha detto...

...dite al Papa che se Dio ci ha dato la testa, noi non la useremo solo per metterci un cappello!
Sant'Ambrogio...se l'esempio tuonasse ancora, corale e all'uniscono, con spirito di vera fede e ubbidienza a Dio, non staremmo ad osservare il fondo del tunnel in cui vorrebbe portarci l'eretico Francesco

Petrus LXXVII ha detto...

Gentile PP, mi scuso per qualche espressione poco lucida, che proverò a chiarire.
Quando scrivo "unità dinamica" mi riferisco al dinamismo insito nella relazione causa-effetto che ho invocato per descrivere il rapporto tra la fede e le opere. Il principio di causalità implica necessariamente una condizione dinamica piuttosto che statica, perciò ho utilizzato l'aggettivo "dinamica". Per la stessa ragione ho applicato il verbo "muovere" per esprimere questo dinamismo, costitutivo della fede. A tal proposito, chiarisco che nel post precedente ho utilizzato semplicemente in modo improprio la preposizione "alla" in luogo di "della", e ho usato l'aggettivo "costitutivo" riferito alle opere, intendendolo non in senso identificativo e strutturale come da lei sostenuto, ma come proprietà derivata e connaturata alla fede. Per intenderci, le proprietà chimiche e fisiche della materia non si identificano strutturalmente con essa, ma non sussisterebbero se la materia stessa non esistesse.

Detto ciò, mi permetto di dissentire da come lei interpreta il tridentino, che proprio nel Can. 26, a mio modo di vedere, definisce il moto continuo (il dinamismo cioè) che deve caratterizzare la fede del giustificato, quando afferma «..qualora [i giusti], agendo bene ed osservando i divini comandamenti, abbiano perseverato fino alla fine». L'espressione "fino alla fine" in qualità di locuzione temporale, comunica evidentemente un movimento, quindi traccia un percorso, il cui traguardo finale è esattamente la salvezza eterna. In quest'ottica le opere sono espressione di quella tensione spirituale che rigenera costantemente la fede da cui le stesse opere traggono origine. Così, come affermato dal Can. 32 del Concilio, colui che è giustificato detiene propriamente i meriti per le opere compiute, i quali sono tali nella misura in cui contribuiscono a conservarlo nella fede, "fino alla fine" e in maniera sempre più perfetta. I meriti del giustificato, in ultima analisi, rappresentano la "misura" della sua fede e dunque della sua vicinanza o lontananza dalla salvezza.

Se lei si limita a denunciare i soli enunciati della dichiarazione congiunta che definiscono la natura della giustificazione, senza collegarli a quelli dove viene esplicitato il ruolo che in tale contesto hanno le opere, finisce per nasconderne il senso. L'Art. 38 è chiarificatore a riguardo, secondo il senso da me poc’anzi indicato, poiché mettendo in risalto il carattere di responsabilità personale che il fedele ha sulle proprie azioni, definisce la necessità costante di "meritare" il dono della fede e quindi della grazia. “Responsabilità delle proprie azioni” non significa forse possedere il senso del peccato? “Meritare il dono della grazia” che deriva dalla fede non significa forse nutrire la volontà di superare il peccato per restare in comunione con Cristo che ne è la fonte? E restare in comunione con Lui non significa forse ricevere il dono di “operare” secondo la fede? Solo in questo circolo virtuoso risulta pienamente soddisfatta la natura della nostra fede e meritata la salvezza e ciò non ha nulla a che fare con la concezione luterana classica, secondo cui la salvezza di chi ritiene di essere giustificato dalla fede non necessità obbligatoriamente di “adoperarsi” per superare il peccato. Non mi pare che nella dichiarazione congiunta venga incoraggiata siffatta ignobile liceità!!!

Anonimo ha detto...

Le VIRTU' alla base delle OPERE e la FEDE base delle VIRTU', quindi fede virtù opere. Credo miglioro agisco. Non agisco per credere ma perché credo agisco.

Anonimo ha detto...


# Duplica di PP a Petrus 77

1. Sul Can. 26 del Tridentino. Per comodita' del lettore, riporto il canone: "Se qualcuno afferma che i giusti non devono aspettare e sperare da Dio - per la sua misericordia e per tutti i meriti di GC - l'eterna ricompensa in premio delle buone opere che essi hanno compiuto in Dio, qualora, agendo bene ed osservando i divini comandamenti, abbiano perseverato fino alla fine: sia anatema" .
Lei dice: qui le opere sono "espressione di quella tensione spirituale che rigenera costantemente la fede da cui le opere stesse traggono origine". Non mi sembra che qui ci sia una prospettiva del genere. Si ribadisce che "le buone opere compiute in Dio", cioe' sulla base della fede, ci garantiscono l'eterna ricompensa. La perseveranza rinvia alla stabilita' non al moto: lotta interna contro noi stessi per rimanere s t a b i l i nella fedelta' all'insegnamento del Verbo Incarnato ("Sii fedele sino alla morte e ti daro' la corona della vita", Ap, 2, 10). E quando cadiamo, peccando, la divina misericordia ci consente di rimetterci in piedi con i Sacramenti.
2. Nemmeno mi sembra che il can. 32 del Trid. affermi, come dice lei, che i meriti delle buone opere rappresentino la misura della fede del giustificato e quindi la sua vicinanza o meno alla salvezza (che allor dipenderebbe solo dalla fede?). Il canone si limita a rivendicare il carattere meritorio delle opere per la salvezza. Testo:
"Se qualcuno afferma che le opere buone dell'uomo giustificato sono doni di Dio, cosi' da non essere anche meriti di colui che e' giustificato, o che questi con le buone opere da lui compiute per la grazia di Dio e i meriti di GC (di cui e' membro vivo) non merita realmente un aumento di grazia, la vita eterna e il conseguimento della stessa vita eterna (posto che muoia in grazia) ed anche l'aumento della gloria: s.a.".
3. L'art. 38 della Dichiarazione Congiunta, da lei citato, non e' congiunto ma espone solo la posizione cattolica odierna ed e' a mio avviso ambiguo. Si scrive: "[...] Quando i cattolici affermano il 'carattere meritorio' delle buone opere, essi intendono con cio' che, secondo la testimonianza biblica [?], a queste opere e' promesso un salario in cielo [sarebbe la vita eterna? perche' non dirlo?]. La loro intenzione e' di sottolineare la responsabilita' dell'uomo nei confronti delle sue azioni, senza contestare con cio' il carattere di dono delle buone opere, e tanto meno negare che la giustificazione stessa resta un dono immeritato della grazia". Mi chiedo se scrivere qui "dono immeritato" non intorbidi il discorso, rispetto al can. 32 Trid. appena citato. Le buone opere servirebbero solo a attribuirci la responsabilita' delle nostre azioni e a loro e' solamente "promesso" un imprecisato "salario in cielo nella Bibbia"? Lei trova soddisfacente questo modo di rendere la dottrina cattolica sul carattere meritorio delle b. o.? Io no. PP

Anonimo ha detto...

Ho trovato la documentazione relativa a San R Bellarmino

http://vaticanocattolico.com/non-si-depone-un-papa/#.WCGnteQzVYc
Mi pare strano che DN non la conosca dato che è stata citata anche dal sui ex confratello nel 2005.
cap.30 De Romano Pontifice (cap succ. a quello che dice che un papa non può essere deposto o giudicato perché superiore a tutti anche se impartisce ORDINI -non parla di leggi- che vanno a distruzione della Chiesa, ordini personali) recita (confutando il Gaetano e altri teologi che dicono che il papa eretico deve essere deposto) "GLI ERETICI SONO FUORI DELLA CHIESA ancor prima della scomunica e privati.... come insegna SPaolo in Tito 3". Quindi San Roberto dice che non può essere deposto perché non è tale.