Peregrinatio Summorum Pontificum 2022

giovedì 29 gennaio 2026

In illo tempore: III Domenica dopo l’Epifania

Nella nostra traduzione da OnePeterFive la consueta meditazione di P. John Zuhlsdorf che ogni settimana ci consente di approfondire i tesori di grazia ricevuti nella domenica precedente qui. Importante anche per i riferimenti al superamento dei problemi attuali.

In illo tempore: III Domenica dopo l’Epifania

Quest’anno abbiamo un periodo piuttosto breve di Epifania, quella fascia verdeggiante dell’anno liturgico in cui la Santa Chiesa indugia sulle manifestazioni della divinità del Signore prima che cali il velo violaceo della Settuagesima. Il calendario stesso fa catechesi. In certi anni il Tempo dell’Epifania è fugace, quasi brusco, abbreviato da una Pasqua precoce; in altri si dispiega più ampiamente, conducendoci attraverso la Terza, la Quarta e la Quinta Domenica dopo l’Epifania. La Chiesa marca queste settimane con la ripetizione. In queste domeniche l’Introito rimane invariato: si tratta di una deliberata insistenza liturgica che invita l’ascoltatore attento a cogliere un tema unificante. Nel Rito Romano, la ripetizione raramente è accidentale. Essa imprime il significato nella memoria. Qui il tema è la manifestazione, l’“epifania”, rivelata attraverso opere di potenza, misericordia e autorità che solo Dio può compiere.

I Vangeli assegnati a queste domeniche non seguono una rigida sequenza cronologica. Sono invece disposti secondo un criterio teologico. La Chiesa continua a pórci innanzi i segni della divinità del Signore, soprattutto attraverso i Suoi miracoli. In questa domenica Cristo è rivelato con particolare chiarezza come Christus Medicus, il Medico divino.

Il contesto è il seguente: Matteo colloca questi miracoli immediatamente dopo il Discorso della Montagna (cap. 5-7), la grande promulgazione della legge del Regno. Come Mosè un tempo discese dal Sinai portando la Legge, così ora Cristo scende dal monte con un’autorità che stupisce le folle. Esse Lo seguono in gran numero. Ciò a cui assistono conferma che Colui Che insegna come nessuno scriba ha mai insegnato, agisce anche con prerogative proprie di Dio stesso.

Il primo incontro è con un lebbroso, in Matteo 8. Il racconto parallelo di Luca rende l’immagine ancora più intensa con l’espressione plḗrēs lépras, “pieno di lebbra”. È sopraffatto dalla malattia, sfigurato, isolato e gravato non solo da una sofferenza fisica, ma anche dalle schiaccianti conseguenze sociali e religiose imposte dalla Legge. Il Levitico legifera con severità riguardo alle malattie della pelle. Il lebbroso è dichiarato impuro, escluso dal culto, separato dalla comunità. In teoria, l’impurità rituale non era confusa con quella morale. Tuttavia, data la natura umana, è certo che vi fosse una notevole e ingiusta sovrapposizione. Questo miserabile lebbroso porta uno stigma che lo rende intoccabile, eppure si avvicina a Gesù. Si inginocchia. Lo adora. Non Lo chiama Rabbì [Maestro -ndT], ma Signore. La sua fede è professata apertamente.

Ci si può legittimamente chiedere se avrebbe cercato il Signore con tanta urgenza se non fosse stato così duramente afflitto. Il benessere raramente ci porta in ginocchio. La sofferenza spesso sì. Questo non significa affermare che la sofferenza sia un bene in sé, ma riconoscere sobriamente che Dio, nella Sua provvidenza, permette la sofferenza per risvegliare la fede. La miseria del lebbroso diventa occasione di grazia. Le sue parole sono sobrie e colme di fiducia: “Signore, se vuoi, puoi purificarmi”. Egli non dubita del potere di Cristo; si sottomette alla Sua volontà.

Gesù risponde in un modo che avrebbe sconvolto ogni osservatore. Stende la mano e lo tocca. Non si ritrae. Non comanda a distanza. Tocca l’impurità rituale senza esserne contaminato, perché è la purezza stessa che si è avvicinata. In 2 Re 5 il re d’Israele aveva gridato esasperato quando Naamàn il Siro chiese di essere guarito: “Sono forse Dio, per dare la morte o la vita?”. Solo Dio poteva purificare un lebbroso. Qui, davanti agli occhi di tutti, Gesù fa esattamente ciò che solo Dio può fare. E fa di più. Eliseo istruì Naamàn da lontano. Gesù tocca. L’implicazione è inequivocabile: è all’opera la destra divina.

Il comando che segue appare quasi paradossale. L’uomo guarito è invitato a non dirlo a nessuno, ma ad andare a mostrarsi al sacerdote e a offrire il sacrificio prescritto. Cristo si sottomette alla Legge mentre la compie. Onora la Torah che Egli stesso ha dato. L’istruzione garantisce che la guarigione sia riconosciuta all’interno dell’ordine dell’alleanza d’Israele. E tuttavia il comando al silenzio è quasi ironico. La folla ha visto tutto. La notizia si diffonderà. L’Epifania non può essere contenuta.

Appena ciò avviene, Matteo sposta la scena (vv. 5-13) a Cafarnao e a un uomo che si trova all’estremo opposto dello spettro sociale. Si avvicina un centurione romano. Luca racconta che quest’ultimo invia come intermediari alcuni anziani giudei, uomini la cui fiducia si è guadagnato. È un pagano, un ufficiale della forza occupante, ritualmente impuro e socialmente sospetto. Eppure anche lui si avvicina con fede. La sua preoccupazione non è per sé, ma per il suo pais, il servo, descritto come paralytikós e deinōs basanizómenos, paralizzato e gravemente tormentato. Il centurione soffre della sofferenza di un altro. La sua autorità non lo rende impermeabile alla compassione.

A proposito, mi piace fantasticare che fosse lui stesso ad essere in servizio al Calvario il Venerdì Santo e a esclamare: “Davvero quest’uomo era Figlio di Dio”, esattamente come lo disse John Wayne.

L’umiltà del centurione è tanto sorprendente quanto la disperazione del lebbroso. Egli comprende l’autorità. La riconosce in Gesù. Non finge di essere all’altezza. Confessa la propria indegnità. Davvero si ha l’impressione che egli, uomo disciplinato, avrebbe accettato umilmente che il Signore non fosse andato a casa sua.
Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur puer meus.
Queste parole, tratte dalla Scrittura, sono entrate nel tessuto stesso del Rito Romano. Già nell’XI secolo erano in uso prima della Comunione, nel momento in cui l’Ostia veniva mostrata ai fedeli. La triplice ripetizione, fissata nel Vetus Ordo, non è una ridondanza superflua. È un’insistenza. Più di un commentatore (ad esempio Croegaert, Gihr) suggerisce che il sacerdote ripeta la frase battendosi il petto in un ultimo sforzo per eliminare anche le ultime tracce di peccato veniale prima di accostarsi all’altare dell’Agnello.

Il centurione crede senza vedere. Comprende che la parola di Cristo basta. Gesù si meraviglia (v. 10). È uno dei rari momenti nei Vangeli in cui si dice che il Signore si meravigli, ed è di fronte alla fede di un pagano. La promessa messianica si sta compiendo. Le nazioni stanno arrivando. Il lebbroso e il centurione, ciascuno a suo modo impuro ed escluso, stanno come figure di Israele e dei pagani insieme, entrambi guariti dalla stessa misericordia divina.

L’Epistola ai Romani rafforza questo Vangelo imprimendone le implicazioni nella vita morale. San Paolo esorta i Romani a non rendere male per male, ma a vincere il male con il bene. Cita i Proverbi: “Se il tuo nemico ha fame, dagli da mangiare; se ha sete, dagli da bere; così facendo accumulerai carboni ardenti sul suo capo” (12,20). L’immagine dei carboni ardenti sul capo del nemico non è un suggerimento di crudeltà, ma di misericordia. Fuoco e acqua sono gli elementi essenziali della vita. Fornirli significa restituire ciò che l’esilio nega. Presso i Romani una condanna all’esilio veniva pronunciata con un decreto di aquae et ignis interdictio, privazione di acqua e di fuoco: si era privati degli elementi vitali affinché si fosse costretti a lasciare il territorio o a morire. Il contrario avveniva il giorno delle nozze, quando la sposa veniva accolta dal marito con il dono del fuoco e dell’acqua, segno che egli si sarebbe preso cura dei suoi bisogni. Il profeta Isaia (47,14) aveva prefigurato questa immagine. Agostino spiega (Exp. prop. Rom. 63,71) che il carbone della bontà brucia l’odio. Girolamo riecheggia lo stesso tema in un sermone sul Salmo 41.

La carità è medicinale. Il Medico divino guarisce non solo i corpi, ma anche le volontà malate. Talvolta la cura è dura. Sant’Agostino, nel suo commento (exp. 2) al Salmo 33,16 (“Un re non si salva per un grande esercito, un prode non si libera per la sua grande forza”), spiega che talvolta qualcuno (persino Dio) può essere crudele per essere buono.

Gli occhi del Signore sono sui giusti. Non temere, continua a perseverare: gli occhi del Signore sono su di te e le Sue orecchie sono aperte alle loro preghiere. Che cosa potresti desiderare di più? Se in una grande casa il padrone non ascoltasse le lamentele di un servo, il servo protesterebbe: “Quante cose dobbiamo sopportare qui, e nessuno ci ascolta!”. Questo non puoi dirlo di Dio: “Quante cose devo sopportare, e nessuno mi ascolta!”. Forse dirai: “Ma se mi ascoltasse, toglierebbe la mia sofferenza; io Lo supplico, eppure continuo a soffrire”. Rimani saldo e persevera nelle Sue vie: quando sei nella prova, egli ti ascolta. Ma è un medico, e in te c’è ancora del tessuto malato. Tu gridi, ma Lui continua a incidere, e non ritira la mano finché non ha tagliato tutto ciò che sa essere necessario. In realtà è un medico crudele quello che ascolta le grida del paziente e lascia intatta la ferita purulenta. E pensa a come le madri strofinano energicamente i loro bambini nel bagno, per il loro bene. I piccoli gridano tra le mani della madre, vero? Ciò significa forse che le madri siano crudeli perché non li risparmiano, perché ignorano le loro lacrime? Non sono piuttosto colme di tenero amore? Tuttavia i bambini gridano e non sono risparmiati. Così anche il nostro Dio è pieno di carità, ma sembra sordo alle nostre suppliche perché intende guarirci e risparmiarci per tutta l’eternità.

Questo tema medicinale permea il formulario della Messa. L’Antifona all’Offertorio del Salmo 117 (118) proclama la vittoria della destra del Signore:
La destra del Signore si è innalzata, la destra del Signore ha fatto prodezze! Non morirò, ma resterò in vita e annunzierò le opere del Signore.
La triplice insistenza sulla destra risuona di pienezza trinitaria. La Colletta raccoglie questa immagine in una supplica concentrata:
Omnipotens sempiterne Deus,
infirmitatem nostram propitius respice:
atque ad protegendum nos,
dexteram Tuae maiestatis extende
.

Dio onnipotente ed eterno,
guarda benigno alla nostra debolezza
e, per proteggerci,
stendi la destra della Tua maestà.
La preghiera è antica, conservata nei sacramentari Veronese e Gelasiano, una distillazione del genio liturgico romano.

La sua retorica serve la sua teologia. L’asindeto di Omnipotens sempiterne Deus spinge la preghiera in avanti. L’onnipotenza e l’eternità di Dio sono invocate senza pausa, perché l’urgenza non ammette ritardi. La supplica pone la nostra infirmitas sotto lo sguardo di Dio: Respice! Guarda! RicordaTi! L’ordine delle parole accosta la nostra debolezza alla misericordia divina. Il secondo imperativo rispecchia il primo: Extende! Stendi la Tua destra! La struttura stessa della preghiera mette in atto ciò che chiede: che la potenza divina si chini verso la fragilità umana.

Questo movimento dalla debolezza alla misericordia si realizza sacramentalmente in ogni Messa. I riti prima della Comunione formano sacerdote e popolo. Il battersi il petto, che Agostino descrive come fragoroso nelle sue assemblee, non è un gesto vuoto. Gli atti esteriori plasmano le disposizioni interiori. La ripetizione incide l’umiltà nel corpo. La preparazione attenta del calice da parte del sacerdote, la rimozione di ciò che è indegno o fuori posto, diventa una catechesi silenziosa. Nulla di impuro può rimanere là dove Cristo deve abitare.

Il triplice Domine, non sum dignus prima della Comunione raccoglie tutto questo in un unico atto. Il sacerdote confessa ciò che il centurione aveva compreso. Di sé, porta solo il peccato. Ogni bene viene da Dio. Eppure Cristo desidera entrare comunque. Agostino osserva che il Signore volle andare a casa del centurione perché desiderava entrare nel suo cuore. Così pure cerca di entrare nel nostro. Ogni colpo sul petto è un bussare dall’interno, una supplica affinché la porta si apra.

Sebbene sia il lebbroso sia il centurione siano sotto sguardi ostili, entrambi avanzano. Entrambi mostrano coraggio. Ciascuno agisce da una fede resa urgente da un amore sofferente. Il loro avvicinarsi ci insegna come avvicinarsi a Cristo: con l’umiltà del lebbroso e con la fiducia del centurione. L’esortazione di Paolo a perseverare nella preghiera, a rendere grazie in ogni circostanza, a vincere il male con il bene imprime questa lezione in noi prima che la Chiesa si volga verso il cammino austero della Quaresima. Il Medico Divino ha steso la Sua mano, invitandoci a sciogliere le nostre bende sporche e a mostrarGli le ferite, a spalancare i nostri cuori sofferenti battendoli, e a ricevere la Sua parola che guarisce.
P. John Zuhlsdorf – 25 gennaio 2026 Bacioni!

2 commenti:

Anonimo ha detto...

Gesù guarisce in molti modi e mi ha sempre impressionato la liberazione dell'indemoniato del paese dei Geraseni.

L'uomo versa in uno stato terribile, vive tra le tombe, percuotendosi con le pietre, strappando i ceppi e spezzando le catene che gli mettono per fermarlo.
Satana è molto concreto nel rovinare l'uomo: dolore, ceppi, catene, forza indomabile, urla diuturne, lontano dagli altri!

Gesù si avvicina al luogo impuro (per i cadaveri) e lo spirito impuro (tale perchè si oppone alla purezza del Signore) gli chiede di non tormentarlo.
Per il demonio è un tormento essere costretto a mollare la preda.
Non è l'uomo a parlare con Gesù, ma la voce dello spirito che ne demolisce la vita.
Non è uno, ma "legione" (una legione contava oltre 5000 uomini).
Lo spirito malvagio riconosce Gesù come "Figlio del Dio Altissimo": lo chiama così.
E poi "legione" dice: "mandaci in quei porci". Gesù li accontenta.

Gesù dice solo queste frasi:
1-"Esci, spirito impuro, da quest’uomo!"
2-"Quale è il tuo nome?"

La potenza divina di Cristo restituisce l’armonia e la pace all'anima liberata in un modo impressionante, coinvolgendo una mandria di porci, 2000, che si buttano dalla rupe.
I mandriani si spaventano di Gesù. Loro e i loro concittadini, pagani.
L'indemoniato è guarito, calmo e ben vestito, ma il problema è diventato Gesù.
Meglio che se ne vada dalle loro terre...
Il guarito vorrebbe seguirlo, ma Gesù lo rimanda ai suoi.
Sarà un apostolo, esterno ai dodici, dell'annuncio di Cristo che libera dal male.

mic ha detto...

"La Parola di Dio non è fossilizzata, ma è una realtà vivente e organica che si sviluppa e cresce nella Tradizione. Quest’ultima, grazie allo Spirito Santo, la comprende nella ricchezza della sua verità e la incarna nelle coordinate mutevoli della storia."
Papa Leone XIV, Udienza 28 gen 2026

Ecco lo storicismo (et alia) ormai incardinato... dovrò riprendere questa Catechesi e ripercorrerla tutta. E, purtroppo, la Chiesa attuale è e resta condizionata dai nuovi paradigmi introdotti dal Concilio