Peregrinatio Summorum Pontificum 2022

sabato 5 maggio 2012

2 maggio. Conferenza di Mons. Fellay ad Avignone. Nulla di nuovo: paziente attesa della risposta di Roma.

Aggiornamento: Oggi Andrea Tornielli, su Vatican Insider, titola: Entro maggio la conclusione del percorso che dovrebbe riportare la Fraternità San Pio X nella piena comunione con Roma. Peccato che non ha risparmiato pesanti commenti - corredati di un link ad una pagina interna di Messainlatino con la traduzione delle dichiarazioni di Padre Laguerie - sulle ripercussioni della Lettera dell'Ecclesia Dei al Buon Pastore. Una sola parola sul tono e sul contenuto di questo secondo articolo: esecrabile!

Riporto, da Fecit Forum, qualche stralcio dalla Conferenza tenuta da Mons. Fellay ad Avignone nella cappella dei Pénitents Noirs il 2 maggio scorso. C'era molta attesa, nell'intento di cogliere dalle sue parole qualche anticipazione sull'evento che stiamo tutti aspettando, chi con speranza chi con timore, altri ancora purtroppo con avversione. Non emerge nulla di nuovo. C'è la conferma dell'attesa della risposta da Roma in un clima di preghiera, nonostante la piena consapevolezza della delicatezza e della gravità del momento. Per questo ha invitato alla pazienza e alla serenità.

Contemporaneamente, su Rorate Caeli è apparso un lungo resoconto della Conferenza tenuta domenica scorsa ad Hattersheim da Padre Niklaus Pfluger, primo assistente di Mons. Fellay : « Roma e la tradizione cattolica - e poi? », che è possibile ascoltare per chi conosce il tedesco, essendo disponibile il file audio. Riporto il commento di un lettore:
Ascoltando, con la modesta conoscenza della lingua tedesca che ho, ho la netta impressione che il nostro Santo Padre ha letto l'ultima risposta di Mons. Fellay. Che si dice sia disposto ad accettare come sufficiente. Ma per ragioni di protocollo, deve passare anche l'esame dei funzionari della Curia. Questi non sono o non possono essere tutti favorevoli, ma il nostro Santo Padre può e, pregate Dio, voglia prevalere su di essi. Così abbiamo solo bisogno di continuare a pregare per il nostro Papa per il coraggio di cui ha bisogno per mantenere la rotta e fare ciò che è giusto per il bene della Santa Chiesa di Dio.

Avignone,
Cappella dei Pénitents Noirs 
Sì, Mons. Fellay ha tenuto la sua conferenza, senza scoop come ci si poteva attendere, ma con un'altezza di visuale che riscalda il cuore.

Innanzittutto ha delineato una prospettiva storica dal 1988, con gli elementi principali del dialogo tra la FSSPX e Roma, scandendo la sua evocazione con aneddoti. Ha accennato alla difficilissima posizione del Santo Padre, di fronte all'opposizione dei modernisti, all'interno stesso della Città del Vaticano, da parte di coloro che dovrebbero servire il Papa (opposizioni sorde come la modifica di testi, il blocco della posta : per esempio il caso del superiore di un convento benedettino che chiede al Papa il ritorno all'antica messa per la sua comunità. Dopo sei mesi senza risposta, rinvia una richiesta tramite un prelato romano che la consegna direttamente al Santo Padre: quest'ultimo si meraviglia perché aveva dato immediatamente una risposta positiva, invitando altre comunità a fare la stessa cosa...).

Mons. Fellay ha confermato che il periodo è cruciale e che la risposta al Preambolo è nelle mani del Vaticano per l'esame. Ha confermato lo scatenarsi delle forze del'inferno, come mai visto da 40 anni a questa parte, specialmente contro il Papa (ha ricordato la questione Williamson), le due tendenze opposte in seno alla Chiesa (progressisti e conservatori).

Ha anche rilevato segni evidenti di un cambiamento in corso nella Chiesa specialmente nel clero (compresi vescovi giovani) che si volge verso la liturgia tradizionale. Mons. Fellay, che si trova in una posizione difficilissima, cerca di vedere la volontà di Dio attraverso gli avvenimenti. È per questo che ci invita a pregare e ad aver fiducia che Dio non abbandonerà la sua Chiesa.

Quanto alla conclusione del dialogo : accordo, non accordo ; ha precisato che in entrambi i casi sarà difficile per la FSSPX che lascerà un periodo di status quo (né scismatici né scomunicati, ma non in piena comunione: dunque una certa libertà di manovra). Il rifiuto d'un accordo provocherebbe forti tensioni, un accordo scatenerebbe i modernisti. Ciò che io ho personalmente dedotto è che la lotta non fa che continuare Ad majorem Dei gloriam.

Spero di non aver fatto troppa confusione e di esser stato fedele al discorso di Mons. Fellay, registrato da Don Beauvais. Ricordo soprattutto, senza sorpresa, lo straordinario e tranquillo atteggiamento di Mons. Fellay.

Tempo di CRISI, oggi si paga il conto molto salato!

La Liturgia che santificava Don Bosco e Teresa di Lisieux
...spazzata via?
C'è la CRISI, non si parla di altro in questi tempi! IMU, aumento dell'IVA, Patrimoniale, articolo 18, crollo delle istituzioni democratiche, corruzione dei partiti, dittatura delle borse e delle banche, degrado morale e civile, immigrazione volutamente irregolare, perdita dell'identità nazionale per una fantomatica identità mondialista e tante altre cose, ma noi continuiamo a parlare di latino di Messe Tridentine e di Tradizione manipolata. Ma c'è un nesso?
A soli due anni dalla chiusura del Concilio, Louis Salleron, pubblicava nell'ottobre 1967 sulla rivista cattolica Itinéraires  diretta da Jean Madiran tra le più prestigiose riviste liturgiche francesi, degli interessanti articoli che sono stati raccolti in un libro "La sovversione della Liturgia". (Scaricabile in formato pdf)

C'è per esempio una parte dove cerca di mettere in guardia, con uno sguardo assolutamente profetico, dalla catastrofe che sarebbe giunta per la perdita del latino nella Chiesa e nella Liturgia. 

"Figuriamoci la soppressione totale del Latino! [L'autore ancora non sapeva cosa sarebbe successo nel '69]. In venti anni il cattolicesimo sarebbe disarticolato. Ogni paese avrebbe i suoi propri riti e presto la sua propria fede, perché, quanto l'unità di lingua più non fissa, verrebbe a frazionarsi in ogni direzione. Roma non potrebbe più comunicare con i Vescovi e le Parrocchie perché sarebbe costretta a ricorrere soltanto a traduzioni, il cui senso varierebbe da un paese all'altro. Così pure le « Chiese nazionali » affermerebbero di più in più la loro indipendenza. Se anche il Latino fosse conservato come lingua ufficiale — necessariamente, qual altra lingua « viva » si sceglierebbe? — non vi sarebbero più che gli specialisti a studiarlo. Nei seminari lo si insegnerebbe solo vagamente — a che scopo, quando dopo, nella vita, non servirebbe mai più? La distanza allora fra i preti che lo sapessero e coloro che l'ignorassero menerebbe alla creazione di due generi di clero che riuscirebbe praticamente impossibile mettere d'accordo. Non parliamo poi della teologia e della filosofia tradizionale; esse sparirebbero insieme con il Latino che fa corpo con esse." [L'autore scrive nel 1967]

Ma sorprendente a dir poco, è l'analisi che fa a livello politico. 

"Da che cosa proviene questo saccheggio della Liturgia? 

La spartizione dell'Europa
L'analisi delle cause guiderebbe lontano. Additiamo soltanto la scossa senza precedenti data dalla seconda guerra mondiale. L'Europa, vecchia terra di cristianità cattolica, ne è stata sconvolta in profondità. Se il nazismo fu vinto, non è alle proprie forze che l'Europa deve l'essersene liberata. I «liberatori» vennero dall'est e dall'ovest. Nei carri dei loro eserciti vittoriosi, essi portarono le loro ideologie rispettive. Per l'U.R.S.S. era il comunismo ateo. Per gli Stati Uniti era il liberalismo protestante. Insieme all'Europa, anche la Chiesa fu permeata da quelle ideologie. In più dell'ateismo di cui conosciamo la strana voga, il comunismo ha diffuso le proprie sue strutture; il collettivismo invade i cervelli come le istituzioni; la burocrazia, la tecnocrazia regnano sovrane. Dal lato suo, il liberalismo ha introdotto il relativismo negli spiriti, ed il protestantesimo conia la nostra Liturgia secondo le forme che gli sono proprie: lingue volgari, primato della parola, chiese spoglie e nude, riti della Protesta... [L'autore critica il Messale del 1965, che è traduzione più o meno sostanziale del Messale del 1962, ancora non si parla del Novus Ordo, perchè non era conosciuto]. Sebbene diversi nella sostanza, e su molti punti radicalmente opposti, il Comunismo ateo e illiberalismo protestanteconvergono in un umanesimo democratico che conduce all'assalto contro i dogmi e la struttura del Cattolicesimo, di cui si tenta di fare una specie di Pantheon, da mettersi al posto della Chiesa fondata su Pietro. Il Concilio aveva elevato una diga, cercando di assimilare quello che poteva assimilare delle idee del mondo moderno. Ma i novatori stanno impadronendosi del Concilio, ne invocano quello che essi chiamano lo spirito e che il Papa chiama per stigmatizzarlo « il cosiddetto spirito postconciliare ». Questo cosiddetto spirito postconciliare nutre e mantiene un clima rivoluzionario dove, in mezzo ad altri, cinque principali temi di sovversione incontrano il maggior favore: il ritorno alle sorgenti, la desacralizzazione, l'intelligibilità, il comunitarismo ed il culto dell'uomo.

IL RITORNO ALLE SORGENTI

Ogni società che voglia durare deve ora conservare, ora innovare. Deve conservare tutto quanto forma la sua stessa essenza, l'anima sua, lo spirito suo, il suo principio vitale. Deve innovare, cioè scoprire le forme del proprio crescere, in modo che le apparenti novità del suo sviluppo esterno altro non siano che la manifestazione e la conferma del vigore originale della sua realtà più profonda. Senza avventurarci negli aspetti teologi del problema, specialmente riguardo le relazioni fra Tradizione e Sacra Scrittura, potremo dire che la Chiesa, in quanto società formata da uomini, non si sottrae alle leggi che regolano la vita delle società. Ora è ben noto che, nelle società antiche, uno dei processi rivoluzionari più frequenti è quello del «ritorno alle origini». Non si tratta più di potare l'albero perché porti frutti più belli; lo si sega raso terra, sotto pretesto di ridare alle radici tutto il loro vigore. « L'arte di rovinare gli Stati » scrive Pascal, « consiste nello scompiglio arrecato ai costumi stabiliti e si ottiene spingendo il bisturi fino alle origini per mettere a nudo i loro difetti e la loro mancanza di autorità e di giustizia. Bisogna — si dice allora — ricorrere alle leggi basilari e primitive dello Stato, sopraffatte da usi ingiusti. È un giuoco sicuro per chi voglia tutto perdere... » (Pensées 294 dell'edizione Brunschviege  p. 183 dell'edizione Zacharie Tourneur). Da parte sua Bossuet ricorda «la licenza in cui precipitano gli spiriti, quando sono scosse le basi della religione e si spostano i termini di confine dopo posti». (Orazione funebre per Enrichetta Maria di Francia, Regina di Gran Bretagna). Che si tratti di uno Stato o della Chiesa, il metodo è identico, ci si riferisce sempre agli esempi vaghi e per lo più mitici del più lontano passato, per meglio rompere con una tradizione che non si ha più voglia di seguire, né di ringiovanire. Ecco perché noi vediamo i novatori prendersela non soltanto con la controriforma, ma colla totalità della storia della Chiesa, battezzata col comodo nome di costantinismo, per andare a cercare le forme del Cristianesimo autentico nella Chiesa primitiva...." [e ancora non aveva conosciuto Kiko]

La danza vuota intorno al vitello d'oro

La Casa Editrice Lindau uscirà in libreria il prossimo 10 maggio con un testo molto interessante, dal titolo La danza vuota intorno al vitello d’oro. Liturgie secolarizzate e diritto (pp. 144, € 19,00). Il volume, curato da Monsignor Nicola Bux e Raffaele Coppola, raccoglie la prolusione del Cardinale Raymond Leo Burke e gli interventi degli esperti che hanno partecipato all’incontro di studio del 25 marzo 2011 tenutosi nella Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Bari.

Leggere questo libro significa comprendere che urge grande e ferma serietà in campo liturgico e l’urgenza deriva proprio dallo ius divinum (diritto divino), per ristabilire il giusto rapporto fra Dio e la sua creazione, ivi compreso l’uomo, unica creatura terrena creata a Sua immagine. Il Cardinale Burke ricorda che il Signore ha parlato di Legge: «Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento. In verità io vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto.

Chi dunque trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà, sarà considerato grande nel regno dei cieli» (Mt. 5, 17-19). Perciò le parole di Dio confermano il servizio fondamentale della Legge di onorare e salvaguardare il diritto divino e in questo modo di onorare, come meglio conviene, e salvaguardare l’ordine iscritto da Dio nell’Universo.

«Tutte le norme sono indirizzate a questo giusto rapporto, dal quale dipende la salvezza del mondo, e così devono essere rispettate come comando di Dio e non invenzione dell’uomo. In caso contrario si corrompe la Legge di Dio per scopi umani». È sicuramente quest’ultimo il caso di tutto il funzionalismo, di cui la filosofia moderna è impregnata, come rilevò l’allora Cardinale Ratzinger, così impregnata da aver ridotto a «funzione» la stessa fede e il culto divino con i sacramenti.

Unità, verità, bontà, bellezza e giustizia sono gli aspetti, fra loro inscindibilmente uniti, della realtà sacra e del bene liturgico. Gli interventi qui raccolti indicano problemi e rimedi, anche da un punto di vista meramente tecnico, per riscoprire la vera ed immutabile essenza del culto sacro, che è una diretta applicazione del diritto di Dio: la liturgia è il culto a Dio regolato dalle leggi divine e dalle norme della Chiesa, strettamente correlate all’arte e alla musica. Straordinario sussidio, che insegnava le norme liturgiche, artistiche, architettoniche, comprendendo anche i paramenti sacri e le suppellettili, è il trattato Rationale di carattere legalistico che il domenicano Guglielmo Duran scrisse nel Medioevo e che sarà utilizzato fino al XVII secolo.

San Carlo Borromeo utilizzerà la stessa metodologia per le Instructiones fabricae et suppellettilis ecclesiasticae (1577), che diventeranno modello per un profluvio di documenti similari emanati dalle cattedre vescovili di tutta Europa. Significativo che oggi non esista unità di diritto, liturgia ed architettura; ci si chiede allora «se il decadimento delle arti per la liturgia, e della stessa liturgia ancor prima, non sia in parte una conseguenza di tale scissione dei saperi».

In questo saggio sono recuperati gli insegnamenti della Tradizione della Chiesa, fra cui quelli del Concilio di Trento e del Catechismo di san Pio X; sono, insomma, ricuperati principi, modalità e attuazioni che rimettono ordine là dove il soggettivismo liturgico del postconcilio, con i suoi abusi, ha disseminato gravi errori fra il clero e i fedeli, sviluppando un culto non più diretto al Signore, ma attorno al «vitello d’oro», ovvero all’uomo che celebra se stesso.
(Cristina Siccardi)

venerdì 4 maggio 2012

La Fraternità Sacerdotale Buon Pastore non intende farsi "normalizzare", perderebbe la sua "ragione d’esistere".

Cogliendo una sintesi ben composta e lucida sulla vicenda della Buon Pastore, ne parliamo QUI, aggiungo solo che questo studio sembra voglia in un certo qual modo rispondere a quelle legittime preoccupazioni emerse nella riflessione di don Pierpaolo Petrucci superiore del distretto italiano della Fraternità Sacerdotale San Pio X.
Mi pare che Don Carusi, partendo già dal titolo « Il "rito proprio" e "l’ermeneutica della continuità" sono sufficienti ? », non manchi di replicare alle indicazioni di Mons. Pozzo, mettendo in causa la stessa esistenza dell'Istituto Buon Pastore : «Esso, se si privasse delle sue specificità statutarie, sarebbe – è l’avviso della nostra rivista – radicalmente denaturato e ci chiediamo: senza l’ “exclusive” e accantonando la “critica seria e costruttiva”, il Buon Pastore conserverebbe la sua ragione d’esistere?» Inoltre, dopo aver messo in guardia contro «Il pericolo dell’ubbidienza indebita o servilismo e della perdita di ciò che rappresentiamo», Don Carusi aggiunge con fermezza «dobbiamo dunque ritenere, fiduciosi nella Provvidenza, che siano appunto degli inviti.».

Mi sembra un modo molto elegante per dire che non accoglie come un obbligo le parole dell'Ecclesia Dei e che quindi non intende conformarvisi. In attesa di una parola autorevole del loro Superiore...

Il “rito proprio” e l’ “ermeneutica della continuità”
sono sufficienti?
2 maggio 2012, Sant'Atanasio 

G.L. Bernini, Sant'Atanasio
sorregge la Cattedra di S. Pietro
La nostra Redazione, a seguito del risultato della visita canonica all’Istituto del Buon Pastore, riceve delle domande che possono essere riassunte dal titolo di questo intervento. La questione ci sembra avere un rilevante interesse ecclesiale, anche tenendo conto della sollecitazione a pronunciarsi racchiusa in articoli a riguardo come quello del superiore italiano della Fraternità Sacerdotale San Pio X. Esporremo quindi alcune considerazioni ai nostri lettori, le quali – ovviamente – non impegnano se non la linea editoriale di questa libera rivista.

Il testo che  la Rev. da Pontificia Commissione Ecclesia Dei ha prodotto offre all’Istituto del Buon Pastore alcune indicazioni, d’ordine in parte pratico-giuridico e in parte teologico-ecclesiale, toccando anche le “specificità” dell’Istituto, sebbene in termini non perentori ma piuttosto di consiglio: la Commissione, in merito alla celebrazione della Messa tradizionale come prevista dagli Statuti, invita a parlare di “rito proprio”, citiamo letteralmente, “senza parlare di esclusività” (ovvero, invito a modificare gli Statuti fondativi?); e - su questo secondo punto con formulazione un po’ più forte - chiede altresì di diminuire la “critica, sia pure seria e costruttiva”, degli aspetti del Concilio Vaticano II che pongono interrogativi, per insistere maggiormente sull’ “ermeneutica del rinnovamento nella continuità”, adottando “come base” il “Nuovo Catechismo”.

In ordine a tali aspetti la questione, lungi dall’essere una mera discussione terminologica, ci appare cruciale per il futuro del Buon Pastore. Del resto la Commissione sembra aver voluto, nel suo insieme, proporre il proprio punto di vista teologico-liturgico; non trattandosi sempre di ordini formali essa lascia la scelta al Capitolo Generale.

La natura dello scritto di mons. Pozzo e le circostanze storiche

Il documento è il risultato della visita canonica a distanza di sei anni dalla fondazione dell’Istituto. Ricordiamo che il riconoscimento di quest’ultimo è stato voluto personalmente dal Santo Padre Benedetto XVI, offrendo la possibilità dell’ “esperienza della Tradizione” con due specificità, espressamente previste dagli Statuti (approvati da Roma) e in virtù delle quali abbiamo parlato di “avanzamento” della causa tradizionale: la celebrazione esclusiva della “Messa gregoriana” (secondo l’espressione del Card. Castrillon Hoyos) e la possibilità esplicita di una “critica seria e costruttiva” dei punti del Concilio Vaticano II che appaiano difficilmente conciliabili con la Tradizione.

Ora, dal punto di vista liturgico il testo afferma che sarebbe auspicabile uniformare allo “spirito” del più recente Motu Proprio Summorum Pontificum gli Statuti dell’Istituto, anteriori di un anno, eliminando la parola exclusive sostituendola con il termine “rito proprio” (espressione che, essendo già presente negli Statuti in due punti, è pertanto invocata in contrapposizione all’altra e non ad integrazione di essa). Notiamo tuttavia che tale termine, così come nella redazione approvata dalla Santa Sede nel 2006, non è incompatibile con la recente legislazione in materia, essendo piuttosto il riconoscimento giuridico d’una peculiarità. Nella Chiesa l’esistenza d’una legge generale (e, in questo caso, semplicemente di un orientamento) non impedisce il riconoscimento d’un diritto proprio: a fortiori se si è in presenza d’una precedente approvazione dell’autorità ecclesiastica. In questa prospettiva si può comprendere che tale indicazione della Commissione sia nell’ordine dell’invito.
Dal punto di vista teologico il documento invita a privilegiare l’ “ermeneutica del rinnovamento nella continuità” sulla “critica, sia pure seria e costruttiva”, e più in generale l’attitudine “in positivo”. La Commissione sembra riconoscere che l’attitudine del Buon Pastore non è quella di una critica selvaggia, irrispettosa, estremistica e temeraria, ma è rimasta nell’ambito degli impegni scritti del 2006. In quel contesto l’Istituto, non essendovi pieno accordo su talune questioni dottrinali, sottoscriveva un “accordo pratico-canonico” - comprensivo anche dei due punti summenzionati -, in uno spirito di filiale collaborazione con la Santa Sede e prendendo sul serio le dichiarazioni di S. Em. il Card. Castrillon Hoyos, il quale ribadì che, se si ha evidenza di incoerenze, “la critica costruttiva è un gran servizio da rendere alla Chiesa”.

Una proposta di riflessione

Il citato testo è da accogliere col rispetto che è dovuto ad un documento proveniente da un Dicastero romano, e al contempo in quel medesimo spirito d’apertura e franchezza nel quale allora ci impegnammo. Esso contiene alcune indicazioni d’ordine pratico-giuridico che sono ispirate dalla sollecitudine in vista d’un perfezionamento della giustizia amministrativa che deve caratterizzare ogni società; preziosa ci appare la sollecitazione ad approfondire “il pastoralato di Cristo”; inevitabilmente in una giovane fondazione ci sono aspetti da migliorare, e la Commissione offre indicazioni che non vanno sottovalutate. Ma il documento chiede anche di riconsiderare due punti che costituiscono le specificità dell’ Istituto; su questo aspetto, il nostro punto di vista si discosta da quello del relatore.

La celebrazione “esclusivamente” nel rito tradizionale

Non vediamo una incompatibilità legislativa tra tale facoltà e il Motu Proprio Summorum Pontificum anche perché il riferimento in allusione che dice di non “escludere, in linea di principio, la celebrazione secondo i libri nuovi”, non è contenuto nella parte normativa, ma nella lettera argomentativa. Inoltre il passaggio può intendersi come raccomandazione a non escludere che altri sacerdoti cattolici celebrino secondo i nuovi libri, con le condanne generalizzate che talvolta sono state pronunciate in taluni ambienti (i quali hanno asserito categoricamente che la celebrazione secondo i riti nuovi è ipso facto materia di peccato mortale).  In ogni caso non è stato posto dal Supremo Legislatore come obbligo di legge. Anche l’Istruzione Universae Ecclesiae (l’art. 19 ad esempio) afferma l’impossibilità di un’esclusività che si accompagni ad attacchi violenti (sint infensae) e sentenze categoriche contro testi approvati dalla Santa Sede: il documento tuttavia non esclude la possibilità di nutrire riserve teologiche, non impedisce d’agire di conseguenza (si legga qui), non impone come obbligo il biritualismo.

Scrivemmo in passato che a questo proposito facciamo nostre le riserve che ebbe a condividere S. Em. il Card. Ottaviani nello scrivere la lettera di accompagnamento del Breve esame critico del Novus Ordo Missae. Tanti prelati del resto, non ultimo il Regnante Pontefice, hanno già scritto chiedendo una “riforma della riforma”: evidentemente ve ne sarà motivo… Ci sembra quindi che il termine “exclusive” bene esprima la nostra posizione e come tale fu ammesso nei nostri Statuti dalla Santa Sede, in una reciproca attitudine di lealtà. Senza volerci sostituire ad un futuro pronunciamento dell’autorità ecclesiastica affermiamo, con prudenza e moderazione ma senza nascondimenti, il nostro avviso; esso non è perentorio, ma vorrebbe esser franco e suppone una consequenzialità. Se così non agissimo e nascondessimo il pensiero dei nostri cuori, o peggio ancora se agissimo contro coscienza, mancheremmo realmente di rispetto a quell’Autorità che vogliamo servire nella chiarezza di posizioni. Pensiamo quindi che il termine exclusive debba essere mantenuto, anche in ottemperanza agli impegni da noi pubblicamente presi. Il Buon Pastore infatti non è nato per occuparsi del proprio interesse personale - vitam suam dat pro ovibus suis - ma per offrire una testimonianza della possibilità di una posizione ecclesiale che includa i citati presupposti.

La “critica seria e costruttiva”

In effetti in questi sei anni ci siamo sforzati – anche qui ottemperando agli impegni presi con la Santa Sede – di analizzare i documenti più recenti in uno spirito sereno, ossequioso, ma che non nascondesse aprioristicamente alcune reali difficoltà di conciliazione con la Tradizione. Sarebbe stato quest’ultimo un atteggiamento non solo poco scientifico teologicamente, ma soprattutto sleale nei confronti della Chiesa. Non basta? Questo posizionamento non esclude - altrettanto aprioristicamente - che alcuni punti problematici di taluni pronunciamenti possano essere interpretati secondo una lettura di “continuità dell’ermeneutica teologica”, pur presentando talvolta espressioni ambigue. La critica “seria e costruttiva” non esclude forzatamente l’eventualità, ove possibile, di leggere in continuità col Magistero anteriore alcune recenti novità; ma vuole esprimere anche la possibilità - e il dovere filiale - di far presente alla Santa Sede che alcune cose potrebbero richiedere una riconsiderazione. Stante il potere delle Chiavi, nel supremo ossequio alla Verità e nell’interesse della Chiesa, il Sommo Pontefice può farlo con testi magisteriali non infallibili, specie ove la continuità fosse non dimostrata. Se, con la nostra storia, deliberatamente offuscassimo tale umile testimonianza, ciò potrebbe essere la peggior mancanza di rispetto verso la Sede Apostolica; saremmo alla ricerca d’un immediato beneficio personale - foss’anche sociale - “pro domo sua”, tralasciando l’impegno in virtù del quale alcuni hanno aderito proprio a questa Congregazione, impegno che la Santa Sede ha approvato per iscritto nel vicino 2006.

Il pericolo dell’ubbidienza indebita o servilismo e della perdita di ciò che rappresentiamo

Abbiamo voluto offrire le nostre considerazioni, tenendo conto della natura dell’Istituto del Buon Pastore. Esso, se si privasse delle sue specificità statutarie, sarebbe – è l’avviso della nostra rivista – radicalmente denaturato e ci chiediamo : senza l’ “exclusive” e accantonando la “critica seria e costruttiva”, il Buon Pastore conserverebbe la sua ragione d’esistere ? Perché non preferire allora qualche altra Congregazione ? Dopo “lo spirito del Concilio” c’è proprio bisogno anche dello “spirito del Motu proprio”, eretto a norma ? Negli odierni frangenti, non è importante richiamare una chiara distinzione tra un’argomentazione e un obbligo, un invito e una legge, un’opinione (magari autorevole) e un chiaro insegnamento ? Se avallassimo l’impressione che le concessioni previste da accordi sono instabili, renderemmo un servizio alla Chiesa ? Uno studioso come mons. Nicola Bux ha evitato di “dogmatizzare”, enfatizzandola oltremodo, l’ermeneutica della continuità (che i progressisti continuano tranquillamente ad ignorare), dicendo sobriamente che essa “ha fornito un criterio per affrontare la questione e non per chiuderla”: saremmo credibili se volessimo essere (o simulare di essere) più ratzingeriani di mons. Bux ?

Peraltro, è realistico attendersi che la Fraternità San Pio X adotti, adesso o tra sei anni, gli indirizzi che ci vengono suggeriti ? Eppure, se determinati punti fossero giuridicamente incompatibili ed ecclesialmente impossibili, essi lo sarebbero, in uno spirito di diritto, tanto per la Fraternità San Pio X quanto per l’Istituto del Buon Pastore (che peraltro non ha preteso la “contropartita” dei preliminari): dobbiamo dunque ritenere, fiduciosi nella Provvidenza, che siano appunto degli inviti. Non misconosciamo che oggi vi sono nella Chiesa spinte disgregatrici e gravissime difficoltà; ma ci sembra che le citate peculiarità dell’Istituto del Buon Pastore, più che un ostacolo al bene del Corpo mistico, siano un umile e sincero servizio alla Chiesa.
Don Stefano Carusi, IBP
__________________________
[Fonte:  Disputationes Eheologicae]

Santa Sede-FSSPX: il danno di forzare le cose, e la terza via

Il testo che segue è tratto dal Blog spagnolo Religion en libertad by il blog francese Benoît et moi. Si tratta di una riflessione che ha la sua logica. Tuttavia ci sono dei pro e dei contro in tutte le soluzioni prefigurate: la regolarizzazione canonica taglierebbe la testa al toro e, soprattutto darebbe sia libertà nei confronti dei troppi vescovi ostili che stabilità al futuro. Un riconoscimento, diciamo così, solo pastorale, eviterebbe scissioni all'interno della Fraternità; ma non garantirebbe la stessa libertà d'azione. Potrebbe anche venir fuori una vera terza via che contemperi tutte le esigenze. Resta dunque valido l'invito di Mons. Fellay di pregare che sia fatta la volontà del Padre.

Per comprendere (che vi si aderisca o no) l'atteggiamento della Fraternità Sacerdotale San Pio X nei suoi colloqui con la Santa Sede, è fondamentale comprendere un punto: sapere, che per la Fraternità, l'essenziale non è mai stato « il suo problema », cioè, la situatione di eccezionalità canonica nella quale si trova, ma la situazione di eccezionalità dottrinale nella quale si trova la Chiesa nel suo insieme, riconosciuta sotto una forma o sotto un'altra, benché non valutata nello stesso senso dalla Fraternità, da Paolo VI, da Giovanni Paolo II e da Benedetto XVI.

Negli ultimi giorni di sono moltiplicate le fughe di notizie, gli articoli d’opinione e le dichiarazioni che suppongono che ci sarà un accordo sul Preambolo Dottrinale che condiziona la regolarizzazione canonica. (1)
La fraternità ha tagliato corto a queste voci affermando che ci si trova « di fronte ad una tappa, e non ad una conclusione », del processo. E che conseguentemente il risultato è ancora incerto.
« La verità è che non c'è nulla di definitivo, né nel senso di un riconoscimento canonico, né nel senso di una rottura, e che noi siamo in attesa », diceva ai suoi preti il vescovo Bernard Fellay, superiore generale della FSSPX, in una circolare interna del 14 aprile, solo tre giorni prima della sua risposta alla Congregazione per la Dottrina della Fede.

Padre Laguérie, ordinazioni del 2010
Nel frattempo, sono state diffuse informazioni secondo le quali il 23 marzo la commissione Ecclesia Dei, in seguito ad una visita canonica all'Istituto del Buon Pastore (società di vita apostolica approvata nel 2006 dalla Congregazione del Clero e fondata da Padre Philippe Laguérie e da sacerdoti già appartenenti alla FSSPX), avrebbe segnalato che i professori del suo seminario devono « insistere sull'ermeneutica del rinnovamento nella continuità basandosi sull'integralità della dottrina cattolica esposta dal Catechismo della Chiesa Cattolica », piuttosto che in « una critica, per quanto seria e costruttiva, del Concilio Vaticano II ». [cf. lo scritto di Padre Laguérie, superiore dell'IBP e questa recentissima riflessione di Don Stefano Carusi IBP pubblicata da Disputationes Theologicae].

È il punto fondamentale che vuol precisare la FSSPX in vista della sua normalizzazione canonica. Teologi romani come Brunero Gherardini e Nicola Bux (2), buoni conoscitori della questione, hanno fatto appello alla Fraternità per convincerla che la posizione teologica del Concilio Vaticano II è materia di discussione e non sarà utilizzata in futuro contro la Fraternità se si sottoscrive un accordo.

Si tratta del quid della questione che si profila oggi.

Non è bene creare artificialmente un clima di opinione che suppone qualcosa che non è accaduto e utilizzare questo clima che potrebbe sfociare per la Fraternità in una situazione di « non poter non firmare ».

Paradossalmente, questo clima è poco utile per il successo delle trattative, perché se Fellay avesse cercato un accordo canonico, avrebbe potuto ottenerlo sin da cinque anni fa. Ciò che egli si propone è una base dottrinale che apre un cammino per tutta la Chiesa nel quale la FSSPX non sia che un elemento supplementare.
Dal canto suo, la Santa Sede cerca il modo di trovar posto alla posizione dottrinale della FSSPX senza relativizzare il valore del Concilio Vaticano II, proprio in coincidenza dell'anno del suo cinquantenario ma nello stesso tempo senza dare la sensazione che si esige dalla FSSPX qualcosa che non si esige da nessun altro.

È questo il dilemma per le due parti. E le pressioni non aiutano perché, tra l'accordo e la rottura,  ci sono anche posizioni intermedie o terze vie, come il proseguimento di un tacito statu quo di buona volontà che, negli ultimi anni, con alti e bassi chiari e oscuri, è convenuto alle due parti in attesa di tempo più propizi.

* * * 
 NOTE
(1) Leggere al riguardo lo storico dei commenti giornalistici sul sito della FSSPX, DICI
(2) Traduzione dal quotidiano italiano Il Foglio nel corso di un'intervista al riguardo di Mons. Bux. 

Il Superiore del Benelux, Don Benoît Wailliez - Perché Egli Regni: "Mons. Lefebvre... sperava che un giorno Roma gli avrebbe restituito il suo statuto canonico..."

A differenza dell'articolo precedente, questa è una nuova voce sacerdotale dall'interno della Fraternità, che si affianca a quelle già registrate dalla Germania e dagli Stati Uniti, Si tratta di Don Benoît Waillez, Superiore del Distretto del Benelux, che pone l'accento sullo statuto canonico.

Editoriale di Pour qu’il règne n° 105 - maggio-giugno 2012
Don Benoît Waillez

La crisi della Chiesa non è cominciata col Vaticano II. È chiaro che la filosofia scolastica e la teologia romana erano già intaccate nei seminari e noviziati e che il Sant'Uffizio era sulla stessa lunghezza d'onda. (Senza parlare delle esperienze liturgiche più fantasiose, nelle abbazie e nei campi scuola). Da cui l’enciclica Humani generis di un Pio XII vigilante e inquieto, scritta 12 anni prima del concilio, e ben presto divenuta lettera morta.

Cosa faceva in quel momento Mons. Lefebvre ? Negli anni 50, era delegato apostolico del Papa in numerosissime contrade africane e nello stesso tempo operava come arcivescovo di Dakar. Sotto Giovanni XXIII, fu richiamato in Europa, ma fu eletto membro della commissione preparatoria del concilio. Partecipò al concilio (1962-1965), come superiore generale dei Padri dello Spirito Santo, ed intervenne molte volte per contrastare gli orientamenti liberali e gli schemi più nocivi di questa assemblea rivoluzionaria. E malgrado il funesto pontificato di Paolo VI, Mons. Lefebvre continuò ad operare nella Chiesa, ed ebbe a cuore l'approvazione canonica della Fraternità San Pio X : era un segno di cattolicità al quale teneva molto. Rifiutò cambiamenti distruttivi (la nuova liturgia, l'insegnamento neo-modernista, l’ecumenismo apostata, etc.), e continuò nel circuito ufficiale della Chiesa fino al momento dell'illegale soppressione della Fraternità e delle prima sanzioni canoniche (1975-1976).

Qualcuno, come Mons. Nestor Adam aveva abbandonato il concilio in corso di svolgimento, scandalizzato e scoraggiato dalla « rivoluzione d'ottobre » che il Papa approvava o più o meno lasciava fare.

Come buon « soldato di Cristo », consapevole che un giorno avrebbe dovuto render conto a Dio del suo episcopato, Mons. Lefebvre ha continuato « il buon combattimento » di Cristo. Lo hanno cacciato come un mascalzone ? Non per questo ha meno « proseguito la sua corsa », sapendo perfettamente di essere nella Chiesa. Sperava dunque che un giorno Roma gli restituisse il suo status canonico ci cui lo si era ingiustamente spogliato, ma non a detrimento della fede né della sua piena e libera proclamazione.

Lui che, in pieno sfacelo conciliare, aveva goduto per una decina d'anni della benedizione ufficiale della Chiesa, avrebbe, « senza alcuna amarezza » e senza alcun compromesso, acettato un riconoscimento canonico, anche da un'autorità ancora fortemente tentata dagli errori moderni ma desiderosa di raddrizzare il timone della barca della Chiesa « che fa acqua da tutte le parti ».

(…) Don Benoît Wailliez
Superiore del Distretto del Benelux

giovedì 3 maggio 2012

Santa Sede-FSSPX. Comunicato del Superiore degli Stati Uniti

Riprendo da Tradinews di oggi. Si moltiplicano le voci da cuori davvero sacerdotali. È un linguaggio e sono parole che vorremmo sentir pronunciare da ogni vescovo e sacerdote della nostra Chiesa.

Cari amici e fedeli,
si diffondono molte voci sulle relazioni tra le autorità romane e la Fraternità San Pio X. Al riguardo tengo semplicemente a ricordare il comuniato della Casa Generalizia della Fraternità del 18 aprile 2012:
Il 17 aprile 2012, il Superiore generale della Fraternità San Pio X ha risposto alla richiesta di chiarimento rivoltagli il 16 marzo dal cardinal William Levada, in ordine al Preambolo dottrinale consegnatogli il 14 settembre 2011. Come indica il comunicato stampa della Pontificia Commissione Ecclesia Dei, dello stesso giorno, il testo della risposta « sarà esaminata dal dicastero (Congregazione per la Dottrina della Fede) ed in seguito sottomesso al giudizio del Santo Padre ».
La questione è nelle mani del Santo Padre e noi attendiamo la Sua decisione.

Ricordiamoci che è al nostro Superiore generale, e a lui solo, che secondo le regole della Chiesa e i voti di Mons. Lefebvre è stato affidato il delicato compito di gestire le nostre relazioni con Roma. Inoltre, egli è l'unica autorità competente per prendere prudenti decisioni per la nostra Fraternità. In ragione della sua funzione dei diciotto anni trascorsi come superiore al fine di conservare la fede e di cercare il bene comune della Chiesa, in questi momenti difficili, gli rinnoviamo la nostra completa fiducia e la nostra rispettosa fedeltà. La nostra filiale devozione nei suoi confronti, e verso il Sovrano Pontefice, ci invita a fare ancor più di quanto di abitudine in queste circostanze straordinarie : Noi vogliamo portar loro tutto il sostegno della nostra preghiera.

E infatti pregare è la cosa più importante, e in realtà, è la sola cosa che possiamo fare attualmente. Vorrei chiedervi di raddoppiare gli sforzi per la Crociata del Rosario che terminerà la Domenica di Pentecoste (27 maggio 2012), avendo ben presenti i ragguardevoli risultati dei precedenti. E nello stesso modo vorrei sollecitare la vostra generosità chiedendovi di offrire una novena allo Spirito Santo. L’intenzione della novena sarà chiedere allo Spirito Santo che doni le grazie di luce e fortezza al Santo Padre, Benedetto XVI, e al Siperiore generale della Fraternità Mons. Fellay. La novena consiste nel pregare il Veni Creator Spiritus aggiungendo il Ricordati [il Memorare è la preghiera alla Vergine di San Bernardo], tra l'8 e il 16 maggio, vigilia della festa dell'Ascensione di Nostro Signore.

Autorizzo i sacerdoti ad aggiungere queste preghiere prima o dopo la loro Messa quotidiana.

Preghiamo perché il Buon Dio ci conservi ben uniti nella Fede, in un spirito di corpo intorno al nostro Superiore, al fine di lavorare più che mai per restaurare ogni cosa in Cristo.

 Nel Cuore immacolato di Maria
 Don Arnaud Rostand

Roma-FSSPX. Superiore del Distretto tedesco: "per questo siamo grati"

Editoriale di maggio 2012 del mensile del Distretto tedesco della Fraternità San Pio X, Mitteilungsblatt, scritto dal Superiore del Distretto ed ex Superiore Generale della Fraternità San Pio X, Padre Franz Schmidberger:

Stoccarda, 20 apr 2012
 Cari amici e benefattori, cari fedeli,
« Noi siamo pronti ad aderire, con tutto il cuore e con tutta l'anima, alla Roma cattolica, custode della fede cattolica e delle tradizioni necessarie per conservare questa fede, alla Roma eterna, maestra di saggezza e di verità. »
« Noi rifiutiamo, d'altro canto, e abbiamo sempre rifiutato di seguire la Roma dalle tendenze neo-moderniste e neo-protestanti, chiaramente evidenziatesi nel Concilio Vaticano II e, dopo il Concilio, in tutte le riforme che da esso provengono. »
In questa affermazione di Mons. Lefebvre nella sua epocale dichiarazione del 21 novembre 1974 [firmata anche da mons. A. de Castro Mayer ndr] sono contenuti due inseparabili principi fondamentali: da un lato, il rifiuto dello spirito del Concilio, di alcune delle dichiarazioni del Concilio e di alcune riforme scaturite dal Concilio; e noi ci siamo dedicati con tutte le nostre forze a questo compito sin dalla fondazione della Fraternità nel 1970. Dall'altro lato, le relazioni infrangibili con Roma, finché rappresenta Roma eterna. Tuttavia non possiamo attenderci che dopo il crollo tutto conciliare e postconciliare essa sarà perfetta di nuovo come Chiesa militante entro un giorno. La Chiesa ha nel suo seno sia santi che peccatori. Tra le sue imperfezioni umane possono anche essere annoverati anche gli errori, ove questi si oppongano direttamente alla verità rivelata. Una Chiesa militante piena di santi è propria solo dell'eresia giansenista, esplicitamente condannata dal Magistero. Naturalmente, ogni cristiano ha il dovere di combattere il peccato e l'errore, ciascuno secondo le sue possibilità e la sua posizione nella Chiesa, ma si deve sempre iniziare da noi stessi e rendere coerente la nostra vita con i principi della fede cattolica.

Durante e dopo il Concilio, è stato spesso ripetuto il seguente slogan: Ecclesia semper reformanda est: la Chiesa è sempre da riformare. Questa affermazione è ambigua e se ne è vergognosamente abusato da parte di coloro che vogliono riformare. Tale slogan può essere considerato cattolico solo se s'intende che la Chiesa è sempre da riformare nei suoi membri, la vita di fede e di morale deve essere sempre rinnovata, e anche la disciplina della Chiesa, a volte, deve essere adattata alle nuove circostanze. Ma la struttura della chiesa è data da Dio e non può essere modificata né "rinnovata" da un uomo.

Non dobbiamo poi dimenticare nell'ardore della nostra battaglia il primo principio di Mons. Lefebvre: la Chiesa è stata fondata da Cristo su Pietro. A lui ha affidato le chiavi del cielo, a lui ha dato il mandato di pascere il gregge (Mt 16, 18s; Gv 21, 15s). E il campo della Chiesa può essere riempito dalla zizzania, così tanto da potersi a malapena a vedere il grano; la Chiesa ha la promessa della vita eterna, il Signore è con lei tutti i giorni fino alla fine dei tempi (Mt. 28, 20 ). È la Sua Chiesa, non la nostra. Non abbiamo il diritto di disporne. Non possiamo vedere la Chiesa in un modo troppo umano, troppo politico, o troppo diplomatico. D'altronde in tanto S. Atanasio, nel IV secolo dC, ha salvato la fede nella divinità di Cristo, in quanto ha salvaguardato la sopravvivenza della Chiesa. È stato uno strumento della Divina Provvidenza, con il quale doveva compiersi la promessa di esistenza perpetua della Chiesa. Se si fosse sottratto a questa missione, Dio avrebbe chiamato un altro strumento. Ed è così con l'arcivescovo Lefebvre e la Fraternità San Pio X da lui fondata: il fondatore e la sua opera hanno contribuito a sostenere per la Chiesa la vera Santa Messa, i sacramenti validi, e il deposito della fede in tempi burrascosi. Eppure, il grande vescovo confessore della fede, i sacerdoti che egli ha ordinato, i vescovi che lui ha consacrato, sono servi inutili (Lc 17, 10), essi sono al servizio della Divina Provvidenza e della promessa. Quanta grazia, quanta grandezza e gioia v'è nell'essere ammessi a servire in questa situazione! Eppure, gli strumenti non possiedono la promessa della vita eterna, che la Chiesa sì, come Corpo mistico del Signore. E questo è il motivo per cui ci teniamo stretti, con tutto il cuore, alla Roma eterna, e per cui non vogliamo essere né eretici né scismatici, ma semplicemente cattolici.

Se Roma ora ci richiama dall'esilio al quale ci ha costretto nel 1975 con l'abrogazione dell' approvazione [canonica della Fraternità ndr], e ancor più nel 1988 con il decreto di scomunica [ai vescovi consacranti e consacrati ndr], allora questo è un atto di giustizia e senza dubbio anche un atto di autentica cura pastorale di Papa Benedetto XVI.

Con la benedizione sacerdotale nel Signore risorto e la sua Madre Santissima.
Tuo,
Padre Franz Schmidberger
(Traduzione mia dal testo inglese di Rorate)

Mons. Athanasius Schneider. Note storico-liturgiche sull'Eucaristia

Il Santo Padre ha nominato l'8.04.2006 Vescovo ausiliare della diocesi di Karaganda (Kazakhstan) il Rev.do Padre Athanasius Schneider, dell'Ordine dei Canonici Regolari della Santa Croce, finora Cancelliere della Curia Diocesana della medesima circoscrizione ecclesiastica, assegnandogli la sede titolare vescovile di Celerina. Attakmente è ausiliare di Astana. Il Rev.do Padre Athanasius Schneider è nato il 7 aprile 1961 a Tokmak (Kyrgyzstan), da genitori di origine tedesca, in seguito emigrati a Rottweil - Germania. Nel 1982 è entrato nell'Ordine dei Canonici Regolari della Santa Croce a S. Petersberg (Austria). Ha compiuto gli studi filosofici presso la Pontificia Università di San Tommaso a Roma (1982-1983), e quelli teologici presso l'Istituto Sapientiae ad Anápolis - Brasile. È stato ordinato sacerdote il 25 marzo 1990. Nel 1997 ha ottenuto il dottorato in Teologia Patristica. Attualmente è Direttore Spirituale del Seminario e Cancelliere della Curia diocesana di Karaganda. Parla il tedesco, il russo, l'italiano e il portoghese. Conosce, inoltre, l'inglese e il francese.

“ Come il lattante in braccio a chi lo nutre ”
di Mons. Athanasius Schneider 

Giovanni Paolo II nella sua ultima enciclica, Ecclesia de Eucaristia, ha lasciato alla Chiesa un'ammonizione ardente che suona come un vero testamento: « Dobbiamo badare con ogni premura a non attenuare alcuna dimensione o esigenza dell'Eucaristia. Così ci dimostriamo veramente consapevoli della grandezza di questo dono (...) non c'è pericolo di esagerare nella cura di questo Mistero! » (n. 61). La consapevolezza della grandezza del mistero eucaristico si mostra in modo particolare nella maniera con cui è distribuito e ricevuto il Corpo del Signore.
Consapevole della grandezza del momento della sacra Comunione, la Chiesa nella sua bimillenaria tradizione ha cercato di trovare un'espressione rituale che potesse testimoniare nel modo più perfetto possibile la sua fede, il suo amore e il suo rispetto. Questo si è verificato, quando nella scia d'uno sviluppo organico, a partire almeno dal sesto secolo, la Chiesa cominciò ad adottare la modalità di distribuire le sacre specie eucaristiche direttamente in bocca. Così testimoniano: la biografia di Papa Gregorio Magno e un'indicazione dello stesso Gregorio relativa a Papa Agapito (Dialoghi, III).

Il sinodo di Cordoba dell'anno 839 condannò la setta dei cosiddetti "casiani" a causa del loro rifiuto di ricevere la sacra Comunione direttamente in bocca.
Poi il sinodo di Rouen nell'anno 878 ribadì la norma vigente della distribuzione del Corpo del Signore sulla lingua, minacciando i ministri sacri della sospensione dal loro ufficio, se avessero distribuito ai laici la sacra Comunione sulla mano.
In Occidente, il gesto di prostrarsi e inginocchiarsi prima di ricevere il corpo del Signore si osserva negli ambienti monastici già a partire dal sesto secolo, per esempio nei monasteri di san Colombano. Più tardi - nel decimo e nell'undicesimo secolo - questo gesto si è diffuso maggiormente.
Alla fine dell'età patristica la prassi di ricevere la sacra Comunione direttamente in bocca diventa quindi una prassi ormai diffusa e quasi universale.
Questo sviluppo organico si può considerare come un frutto della spiritualità e della devozione eucaristica del tempo dei Padri della Chiesa. Già nel primo millennio, a causa del carattere altamente sacro del Pane eucaristico, la Chiesa sia in Occidente sia in Oriente in un ammirevole consenso e quasi istintivamente ha percepito l'urgenza di distribuire la sacra Comunione ai laici solamente in bocca.

Il liturgista Josef Andreas Jungmann spiegava che, a causa della distribuzione della Comunione direttamente in bocca, si eliminarono varie preoccupazioni: quella che i fedeli debbano avere pulite le mani, la preoccupazione ancora più grave che nessun frammento del Pane consacrato si perda, la necessità di purificare la palma della mano dopo la ricezione del sacramento. La tovaglia e, più tardi, il piattino per la Comunione saranno l'espressione di accresciuta attenzione riguardo al sacramento eucaristico.

Papa Giovanni Paolo II così insegna nell'Ecclesia de Eucaristia: « Sull'onda di questo elevato senso del mistero si comprende come la fede della Chiesa nel mistero eucaristico si sia espressa nella storia non solo attraverso l'istanza di un interiore atteggiamento di devozione, ma anche attraverso una serie di espressioni esterne » (n.49).
L'atteggiamento più consono a questo dono è l'atteggiamento della ricettività, l'atteggiamento dell'umiltà del centurione, l'atteggiamento di lasciarsi nutrire, appunto l'atteggiamento del bambino. La parola di Cristo, che ci invita ad accogliere il Regno di Dio come un bambino (Cfr. Luca 18,17), può trovare la sua illustrazione in modo assai suggestivo e bello anche nel gesto di ricevere il Pane eucaristico direttamente in bocca ed in ginocchio.
Giovanni Paolo II metteva in evidenza la necessità di espressioni esterne di rispetto verso il pane eucaristico: « Se la logica del ‘convito' ispira familiarità, la Chiesa non ha mai ceduto alla tentazione di banalizzare questa ‘dimestichezza' col suo Sposo dimenticando che Egli è anche il suo Signore (...) Il convito eucaristico è davvero convito ‘sacro', in cui la semplicità dei segni nasconde l'abisso della santità di Dio. Il pane che è spezzato sui nostri altari (...) è pane degli angeli, al quale non ci si può accostare che con l'umiltà del centurione del Vangelo » (n.48).
L'atteggiamento del bambino è il più vero e profondo atteggiamento di un cristiano davanti al suo Salvatore, che lo nutre con il suo corpo e il suo sangue, secondo le seguenti commoventi espressioni di Clemente di Alessandria: « Il Lògos è tutto per il bambino: padre, madre, pedagogo, nutritore. ‘Mangiate, dice Lui, la Mia carne e bevete il Mio sangue!' (...) O incredibile mistero! ». (Pedagogus, I, 42,3).

Un'altra considerazione biblica è fornita dal racconto della vocazione del profeta Ezechiele. Egli ricevette simbolicamente la parola di Dio direttamente in bocca: « Apri la bocca e mangia ciò che io ti do". Io guardai ed ecco, una mano tesa verso di me teneva un rotolo (...) Io aprii la bocca ed egli mi fece mangiare quel rotolo. Io lo mangiai e fu per la mia bocca dolce come il miele » (Ezechiele, 2, 8-9; 3, 2-3).

Nella sacra Comunione riceviamo la Parola, fatta carne, fatta cibo per noi piccoli, per noi bambini. Quindi, quando ci accostiamo alla sacra Comunione, possiamo ricordarci di quel gesto del profeta Ezechiele. Cristo ci nutre veramente con il Suo corpo e sangue nella sacra Comunione e ciò è paragonato nell'età patristica all'allattamento materno, come mostrano queste parole di san Giovanni Crisostomo nelle sue omelie sul Vangelo di Giovanni: « Con questo mistero eucaristico Cristo si unisce ad ogni fedele, e quelli che ha generato li nutre da sé e non li affida ad un altro. Non vedete con quanto slancio i neonati accostano le loro labbra al petto della madre? Ebbene, anche noi accostiamoci con tale ardore a questa sacra mensa e al petto di questa bevanda spirituale; anzi, con un ardore maggiore di quello dei lattanti! » (82,5).
Il gesto più tipico dell'adorazione è quello biblico dell'inginocchiarsi, come lo hanno recepito e praticato i primi cristiani. Per Tertulliano, che visse tra il secondo e il terzo secolo, la più alta forma dell'orazione è l'atto dell'adorazione di Dio, che si deve manifestare anche nel gesto della genuflessione: "Pregano tutti gli angeli, prega ogni creatura, pregano il bestiame e le belve e piegano le ginocchia" (De Oratione, 29). Sant'Agostino avvertiva che noi pecchiamo, se non adoriamo il Corpo eucaristico del Signore, quando lo riceviamo: « Nessuno mangi quella carne, se prima non l'ha adorata. Pecchiamo se non l'adoriamo » (Enarrationes in Psalmos, 98, 9).
In un antico Ordo communionis della tradizione liturgica della Chiesa copta fu stabilito: « Tutti si prostrino a terra, piccoli e grandi e così cominci la distribuzione della Comunione ».

Secondo le Catechesi mistagogiche, attribuite a san Cirillo di Gerusalemme, il fedele deve ricevere la Comunione con un gesto di adorazione e venerazione: « Non stendere le mani, ma in un gesto di adorazione e venerazione accostati al calice del sangue di Cristo » (5,22).

San Giovanni Crisostomo nelle omelie sulla lettera ai Corinzi esorta coloro che si accostano al corpo eucaristico del Signore a imitare i Magi dell'Oriente nello spirito e nel gesto dell'adorazione: « Accostiamoci dunque a Lui con fervore e con ardente carità. Questo corpo, benché si trovasse in una mangiatoia, lo adorano gli stessi Magi. Ora, quegli uomini, senza conoscenza della religione ed essendo barbari, adorano il Signore con grande timore e tremore. Ebbene, noi che siamo cittadini dei cieli, cerchiamo almeno di imitare questi barbari! Tu, a differenza dei Magi, non vedi semplicemente questo corpo, ma ne hai conosciuto tutta la sua forza e tutta la sua potenza salvifica. Sproniamo dunque noi stessi, tremiamo e mostriamo una pietà maggiore di quella dei Magi » (24,5).

Sullo stretto legame tra l'adorazione e la sacra Comunione Papa Benedetto XVI nell'esortazione apostolica post-sinodale Sacramentum caritatis ha scritto: "Ricevere l'Eucaristia significa porsi in atteggiamento di adorazione verso Colui che riceviamo" (n.66). Già da cardinale, Ratzinger sottolineava questo aspetto: « Cibarsene [dell'Eucaristia] (...) è un evento spirituale, che investe tutta la realtà umana. ‘Cibarsi' di essa significa adorarla. Per questo l'adorazione (...) neppure si pone accanto alla Comunione: la Comunione raggiunge la sua profondità solo quando è sostenuta e compresa dall'adorazione » (Introduzione allo spirito della liturgia, Cinisello Balsamo, San Paolo, 2001, p.86).

Nel libro dell'Apocalisse, il libro della liturgia celeste, il gesto della prostrazione dei ventiquattro anziani davanti all'Agnello può essere il modello e il criterio di come la Chiesa in terra debba trattare l'Agnello di Dio quando i fedeli si avvicinano a lui nel sacramento dell'Eucaristia.

I Padri della Chiesa mostrarono una viva preoccupazione affinché non si perda nemmeno un minimo frammento del Pane eucaristico, come esortava san Cirillo di Gerusalemme in maniera suggestiva: « Sii vigilante affinché tu non perda niente del corpo del Signore. Se tu lasciassi cadere qualcosa, devi considerarlo come se tu avessi tagliato uno dei membri del tuo proprio corpo. Dimmi, ti prego, se qualcuno ti desse granelli d'oro, tu per caso non li terresti con la massima cautela e diligenza, intento a non perdere niente? Non dovresti tu curare con cautela e vigilanza ancora maggiore, affinché niente e nemmeno una briciola del corpo del Signore possa cadere a terra, perché è di gran lunga più prezioso dell'oro e delle gemme? » (Catechesi mistagogiche, 5,21).

Già Tertulliano testimoniava l'angoscia e il dolore della Chiesa perché non si perda nessun frammento: « Soffriamo angoscia perché nulla dal calice o del pane cada a terra » (De Corona, 3).

Sant'Efrem - quarto secolo - così insegnava: « Gesù ha riempito il pane di se stesso e di Spirito e lo ha chiamato il Suo corpo vivo. Ciò che adesso vi ho dato, diceva Gesù, non lo considerate pane, nemmeno calpestate i suoi frammenti. Il minimo frammento di questo pane può santificare milioni di uomini e basta per dare la vita a tutti quelli che lo mangiano » (Sermones in hebdomada sancta, 4,4).

Nella tradizione liturgica della Chiesa copta si trova la seguente avvertenza: « Non c'è nessuna differenza tra le parti maggiori o minori dell'Eucaristia, persino quelle minime che non si possono percepire con l'acutezza della vista; esse meritano la stessa venerazione e possiedono la stessa dignità come il pane intero » (Heinrich Denzinger, Ritus Orientalium, Wurzuburg, 1863, I, p.405).

In alcune liturgie orientali il Pane consacrato è designato con il nome "perla". Così nelle Collectiones canonum Copticae si dice: « Dio non voglia! Che nulla delle perle o dei frammenti consacrati aderisca alle dita o cada a terra! ».

L'estrema vigilanza a cura della Chiesa dei primi secoli affinché non si perdesse nessun frammento del Pane eucaristico era un fenomeno universalmente diffuso: Roma (cfr Ippolito, Traditio apostolica, 32), Africa del nord (cfr Tertulliano, De Corona, 3, 4), Gallia (cfr Cesario di Arles, Sermo, 78, 2), Egitto (cfr Girolamo, In Psalmos, 147, 14), Siria (Efrem, In hebdomada sanctam, 4, 4).

Nella Chiesa antica gli uomini prima di ricevere il pane consacrato dovevano lavarsi la palma della mano. Inoltre il fedele s'inclinava profondamente ricevendo il Corpo del Signore con la bocca direttamente dalla palma della mano destra e non dalla mano sinistra. La palma della mano serviva per così dire come patena o come corporale - specialmente per le donne. Così si legge in un sermone di Cesario di Arles (470-542): « Tutti gli uomini che desiderano comunicarsi, devono lavare le proprie mani. E tutte le donne devono portare un lino, sul quale ricevono il corpo di Cristo ». (Sermo, 227, 5).

Di solito la palma della mano veniva purificata ossia lavata dopo la ricezione del pane eucaristico come è finora norma nella Comunione del clero nel rito bizantino.

Nei vecchi canoni della Chiesa caldea, persino al sacerdote celebrante era vietato di mettere il pane eucaristico nella propria bocca con le dita. Invece doveva prendere il corpo del Signore dalla palma della sua mano; come motivo era indicato che si trattava non di cibo comune, ma di cibo celeste: « Al sacerdote - si legge nel Canone di Ioannis Bar-Agbari - si ordina di ricevere la particella del pane consacrato direttamente dalla palma della sua mano. Non gli sia permesso di metterla con la mano nella bocca, ma deve prenderla con la bocca, poiché si tratta di un cibo celeste ».

Nell'antica Chiesa siriaca il rito della distribuzione della Comunione era comparato con la scena della purificazione del profeta Isaia da parte di uno dei serafini.

In uno dei suoi sermoni sant'Efrem lascia parlare Cristo con queste espressioni: « Il carbone portato santificò le labbra di Isaia. Sono Io, che, portato adesso a voi per mezzo del pane, vi ho santificato. Le molle che ha visto il profeta e con le quali fu preso il carbone dall'altare, erano la figura di Me nel grande sacramento. Isaia ha visto Me, così come voi vedete Me adesso stendendo la Mia mano destra e portando alle vostre bocche il pane vivo. Le molle sono la Mia mano destra. Io faccio le veci del serafino. Il carbone è il Mio corpo. Tutti voi siete Isaia » (Sermones in hebdomada sancta, 4, 5).

Nella liturgia di san Giacomo, prima di distribuire ai fedeli la sacra Comunione, il sacerdote recita questa preghiera: « il Signore ci benedica e ci renda degni di prendere con mani immacolate il carbone acceso, mettendolo nella bocca dei fedeli ».

Se ogni celebrazione liturgica è azione sacra per eccellenza (cfr Sacrosanctum concilium, n.7), lo deve essere soprattutto il rito della sacra Comunione. Giovanni Paolo II insisteva sul fatto che, dinanzi alla cultura secolarizzata del tempo moderno, la Chiesa di oggi debba sentire uno speciale dovere riguardo alla sacralità dell'Eucaristia: « Bisogna ricordarlo sempre, e forse soprattutto nel nostro tempo, nel quale osserviamo una tendenza a cancellare la distinzione tra sacrum e profanum, data la generale diffusa tendenza - almeno in certi luoghi - alla dissacrazione di ogni cosa. In tale realtà la Chiesa ha il particolare dovere di assicurare e corroborare il sacrum dell'Eucaristia. Nella nostra società pluralistica, e spesso anche deliberatamente secolarizzata, la viva fede della comunità cristiana garantisce a questo sacrum il diritto di cittadinanza ». (Dominicae cenae, 8).

In base all'esperienza fatta nei primi secoli, alla crescita organica nella comprensione teologica del mistero eucaristico e al conseguente sviluppo rituale, il modo di distribuire la Comunione sulla mano fu limitato alla fine dell'età patristica ad un gruppo qualificato, cioè al clero, come è finora nel caso dei riti orientali. Ai laici si cominciò pertanto a distribuire il pane eucaristico - intinto nel vino consacrato nei Riti orientali - direttamente in bocca.
Sulla mano si distribuisce nei Riti orientali soltanto il pane non consacrato, il ciosiddetto antidoron. Così si mostra in maniera evidente anche la differenza tra Pane eucaristico e pane semplicemente benedetto.
La più frequente ammonizione dei Padri della Chiesa sull'atteggiamento da avere durante la sacra Comunione suonava così: cum amore ac timore.

Lo spirito autentico della devozione eucaristica dei Padri della Chiesa si sviluppò organicamente alla fine dell'antichità in tutta la Chiesa - Oriente e Occidente - nei corrispondenti gesti del modo di ricevere la sacra Comunione in bocca con la precedente prostrazione a terra - Oriente - o inginocchiati - Occidente. Non corrisponderebbe maggiormente all'intima realtà e verità del pane consacrato, se anche oggi il fedele per riceverlo si prostrasse a terra aprendo la bocca come il profeta che riceveva la parola di Dio (cfr Ezechiele, 2) e lasciandosi nutrire come un bambino - poiché la Comunione è un allattamento spirituale? Un tale gesto sarebbe anche un impressionante segno della professione di fede nella presenza reale di Dio in mezzo ai fedeli. Se sopraggiungesse qualche non credente e osservasse un tale atto di adorazione, forse anche lui « si prostrerebbe a terra e adorerebbe Dio, proclamando che veramente Dio è tra voi » (1 Corinzi, 14, 24-25).
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[Fonte: L'Osservatore Romano del 9 gennaio 2008]

mercoledì 2 maggio 2012

Un pellegrinaggio straordinario: un evento confortante ma isolato. E restano perplessità, inquietudini, incertezze.

Riprendo con gioia questa notizia tratta da Cordialiter, che ha già fatto il giro dei Blog francesi, auspicando che il fervore significativo suscitato dall'evento, organizzato dalla Ecclesia Mater e quindi con la presenza di Don Bux, sia un segnale di incoraggiamento ma anche di esempio per altri. 

Colgo tuttavia l'occasione per notare un profilo sempre più basso, almeno per quel che è dato conoscere, di un altro alfiere della tradizione insieme a Don Bux, Padre Vincenzo Nuara, al quale ogni anno fa capo l'organizzazione del Convegno Summorum Pontificum, di cui per quest'anno ancora non c'è traccia, neppure in termini di previsione. A questo riguardo le ipotesi sono due: o una possibile ma forse non insormontabile carenza di mezzi o il persistere dell'effetto-inquinamento già riscontrato nell'ultima edizione.
Approfitto per inserire i link ai resoconti delle edizioni precedenti, [vedi qui - e anche qui] dalle quali è possibile notare una evoluzione dapprima incoraggiante e, poi, una sorta di eterogeneità dei fini. Aggiungo, e purtroppo mi sembra pertinente, il link a queste serie riflessioni sulla innegabile libertà vigilata per il Summorum... Vorrei tanto essere presto smentita da notizie precise.

Nel frattempo non possiamo disconoscere, con non poca inquietudine, le ali basse, se non tarpate della Commissione Ecclesia Dei. E ciò a ragion veduta, sia in riferimento alle recenti comunicazioni agli istituti ED,  che guardando alla totale assenza di promozione di una pastorale Summorum Pontificum, senza la quale è totalmente illusorio pensare che possa colmarsi lo iato generazionale - che non riguarda solo la Liturgia ma anche la Dottrina - indotto da molte sconsiderate applicazioni postconciliari. Anzi, si deve notare in proposito che un'Autorità, perfettamente consapevole di questa lacuna, non accenna ad assumere concreti provvedimenti per colmarla ad evitare che un'altra generazione ancora risulti inquinata se non sviata.

E dunque io mi chiedo: una persona con una simile responsabilità nella Chiesa, che ha dimostrato di essere consapevole di questa paurosa ignoranza dei fedeli che sono stati privati di un tesoro prezioso, depauperati, traditi, neo-protestantizzati finora del tutto impunemente, perché -insieme ad altri Pastori sulla stessa lunghezza d'onda- non ha promosso interventi e correttivi che potessero inaugurare il tempo nuovo della restaurazione non solo del look ma anche della sostanza e non solo con auspici, ma anche con fatti concreti, oltre al Summorum Pontificum, che peraltro ha tutta l'aria di rimanere del tutto extraordinario e marginale? Se questo fosse stato fatto, il gap non sarebbe, già ora meno ampio invece che pressocché incolmabile?

Da quando è nato il cristianesimo, catechesi Liturgia e testimonianza sono le colonne portanti della trasmissione della Fede. Se la liturgia, ma anche la catechesi continuano ad essere quelle della cultura egemone, questa sì promossa, incoraggiata, con tutte le porte aperte -ad esempio- ad un movimento che non è un movimento e che tutto insegna e pratica tranne che la Tradizione, senza tralasciare i vescovi modernisti nominati a vagoni e relative conseguenze sui fedeli , non sembra una tragica, incomprensibile, sconcertante, incongruenza?

Tornando all'Ecclesia Dei, è vero che Mons. Pozzo è parso favorevole alla Tradizione. Del resto lo erano anche mons. Perl e Castrillon Hoyos; ma quanto a iniziative siamo allo stesso livello. Dire, ad esempio - come ha fatto a me personalmente - che ognuno nel proprio ambito deve farsi promotore di iniziative in ordine al Summorum, quando è ben noto il disprezzo e la chiusura generalizzata di sacerdoti e vescovi, significa di fatto lasciarci soli. Egli ha anche aggiunto che esiste una Parrocchia Personale (peraltro soltanto a Roma); ma è logico opporgli che così sostanzialmente la Tradizione resta rinchiusa in un ghetto, una sorta di riserva indiana, mentre siamo ben lontani dalla promozione...

Basterebbe creare una parrocchia personale in ogni diocesi (o almeno in ogni regione). Già questo potrebbe essere il punto di riferimento per molti assetati e per molti altri che si accorgerebbero di esserlo. Non credo che manchino i sacerdoti. Del resto basterebbe incoraggiarne la formazione. Mentre ho assistito personalmente al fatto di seminaristi che frequentano le Sante Messe Usus Antiquior in incognito, di nascosto!!!

Quel che è peggio - e anche paradossale - è che l'antico rito viene insegnato in alcuni seminari spuri (nel sud della Francia ad esempio) che accolgono anche la formazione neocatecumenale... Che dire? Mala tempora davvero! E non è una geremiade, è solo crudo realismo, che tiene conto di un rosa di elementi. Voleva essere una semplice premessa, e mi accorgo che è diventato un accorato grido di allarme....


Ecclesia Mater e guidato dal zelantissimo Cardinale Raymond Leo Burke, giunto appositamente da Roma. Erano presenti vari sacerdoti sia del clero secolare (tutti in abito talare) sia del clero regolare. Durante la processione è stato recitato il Santo Rosario in onore della Beata e Gloriosa Vergine Maria. All'entrata nella Basilica, il coro ha intonato l'Ecce sacerdos magnus e i sacerdoti si sono diretti verso il presbiterio. Chissà da quanto tempo non veniva celebrata la Messa nell'antico rito romano a Santa Maria di Leuca! A causa del massiccio concorso di popolo, il tempio era stracolmo di fedeli, molti dei quali non hanno trovato posto tra i banchi. Durante l'omelia, Sua Eminenza, dopo aver esortato i fedeli ad imitare le virtù di San Giuseppe, ha elogiato il Sommo Pontefice per aver stimolato la nascita di un nuovo movimento liturgico.
Centinaia di fedeli provenienti da tutta la Puglia hanno partecipato al pellegrinaggio del 1° maggio a Santa Maria di Leuca (Lecce), organizzato dalla Scuola
Infine ha esortato a pregare affinché si riesca a raggiungere la riconciliazione con la Fraternità San Pio X. Nel pomeriggio si è tenuta una breve conferenza ed è stato presentato il libro "La danza vuota intorno al vitello d'oro. Liturgie secolarizzate e diritto", scritto dal Cardinale Burke insieme al Prof. Raffaele Coppola e a Don Nicola Bux.

Il pellegrinaggio ha dato l'occasione a tanti fedeli legati all'antica forma liturgica di fraternizzare in santa letizia. Ha colpito il lungo abbraccio fraterno tra Don Nicola Bux e Padre Gerardo, sacerdote che ha sofferto molto a causa del suo amore per la Messa tridentina. La massiccia partecipazione al pellegrinaggio ha lasciato sbalorditi persino gli organizzatori. Anche la stampa ha parlato di questo evento, e il Cardinale ha rilasciato un'intervista alla televisione di stato. Dopo questa iniziativa e quelle analoghe realizzate negli ultimi anni in altre regioni, appare sempre più evidente che ormai sta sorgendo un nuovo movimento liturgico. Il bello deve ancora arrivare, questo è solo l'inizio!
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[Fonte: Cordialiter, 2 maggio 2012]