sabato 30 aprile 2016

don Curzio Nitoglia. Il succo dell'Apocalisse /6

IL SUCCO DELL’APOCALISSE
Prima - Seconda - Terza - Quarta - Quinta - Sesta - Settima puntata


Terza e ultima parte[1]
(XXI, 1 – XXII, 5)

Capitolo XXI (1-27)

Al capitolo XX il dramma del mondo si conclude con il castigo eterno del “lago di fuoco” (vv. 11-15), che è il fuoco dell’inferno. Il Giudizio universale ha separato definitivamente i giusti dai malvagi. Adesso nell’ultima parte dell’Apocalisse (cap. XXI, 1 – XXII, 5) viene descritta la sorte dei beati in paradiso.

La fine consiste nella trasformazione e restaurazione di ogni cosa in Cristo (1 Cor., XV, 24-28): dopo la disfatta e la distruzione delle potenze malefiche (la bestia del mare e della terra, il dragone rosso con il loro accoliti) ritorna il regno fondato da Dio e riconquistato dalla redenzione di Cristo. Eliminato il mondo del peccato appare un universo nuovo, eternamente beato e luminoso, nel quale vivranno senza pericolo alcuno gli eletti perseguitati in questo mondo.

Il “cielo e la terra nuovi” (v. 1) sono l’universo intero, che è nuovo in quanto succede a ciò che è invecchiato, sorpassato e morto (come il Nuovo Testamento succede al Vecchio Testamento). Traspare chiara l’allusione alla creazione del mondo fatta da Dio in principio, che è rinnovata e restaurata da Cristo alla fine con “nuovi cieli e nuova terra”. Con la fine del mondo si ha una trasmutazione in meglio di questo nostro mondo mediante il fuoco purificatore. La vita nuova è sempre preceduta dalla morte per tutti (il mondo, i santi, i malvagi e lo stesso Gesù Cristo). 

Perciò San Giovanni scrive: “E vidi un nuovo cielo e una nuova terra” (v. 1). Dopo aver descritto lo sterminio dei nemici di Dio (il drago rosso, le due bestie e i loro accoliti) l’Apostolo rivela ora il trionfo della Chiesa (XXI, 1 – XXII, 5). Innanzi tutto vede il mondo trasmutato in meglio, purificato, trasfigurato e glorificato dal fuoco del giudizio universale. Infatti il fuoco del giudizio non annichila il mondo, ma lo trasfigura come son trasfigurati i corpi dei santi del cielo. Il peccato originale rovinò la terra visibile che è l’opera di Dio (Gen., III, 17; Rom., VIII, 19), però nel giudizio universale l’Incarnazione di Cristo con la sua vittoria definitiva sul diavolo sconfigge la corruzione della morte e restaura ogni cosa (2 Petri, III, 7-13). 

“Poiché il primo cielo e la prima terra passarono e il mare non è più (come prima)” (v. 1): l’Apostolo ribadisce il concetto di transumatio in melius del mondo (“il primo cielo e la prima terra”); quanto al termine “il mare” si ritiene che alluda ai mondani i quali sono procellosi e turbolenti come le onde del mare (S. Agostino, De Civ. Dei, XX, 16).

Poi Giovanni vede “la città santa” (v. 2) in opposizione alla città terrestre o di satana, “la nuova Gerusalemme” (v. 2) - contrapposta alla Babilonia corrotta o gran meretrice e alla Gerusalemme deicida - “che scendeva dal cielo presso Dio” (v. 2) per indicare che i suoi cittadini, le anime sante, discenderanno dal cielo il giorno del giudizio universale per unirsi ai loro corpi che risorgeranno, essa è “messa in ordine come una sposa agghindata che va incontro al suo sposo” (v. 2): la “città santa” è bene abbigliata in opposizione alla discinta gran meretrice, perché è la Chiesa trionfante gode la visione beatifica di Dio in cielo ove tutto è puro, ben ordinato e santo. Dio ne è il creatore e l’ha ornata elegantemente per farne la degna sposa di suo Figlio, Gesù Cristo.

Gerusalemme sfolgora ormai di gloria divina. Essa è una collettività metastorica come Babilonia e con la quale si trova in una antitesi irriducibile: l’una come vetta di santità e l’altra come abisso di corruzione. Si noti che il veggente di Patmos la chiama “la nuova Gerusalemme” per far ben capire che essa è del tutto diversa dalla vecchia città gerosolomitana, che ha ucciso i Profeti e ha crocifisso Gesù Cristo. Inoltre ella è nuova anche rispetto alla Legge mosaica (buona ma imperfetta) di cui è il perfezionamento.

L’antitesi della Gerusalemme celeste con la Babilonia terrestre è totale: la prima è sposa, la seconda meretrice; la prima è ornata spiritualmente, la seconda materialmente; la prima scende dal cielo e si insedia nell’universo nuovo, la seconda nasce dal mare e dalla terra e cade annientata da fumo e fuoco (A. Romeo). 

Giovanni ode «una gran voce dal trono che diceva: “ecco il tabernacolo di Dio con gli uomini e abiterà con loro. Ed essi saranno il suo popolo ed Egli sarà il loro Dio con essi”» (v. 3): è la voce fortissima di Dio onnipotente assiso sul trono di gloria del paradiso, il vero ed eterno tabernacolo del Signore, di cui quello fabbricato da Mosè nel deserto (Es., XL, 32) era soltanto una figura, che avrebbe dovuto lasciare il posto alla realtà. Ciò vuol dire che il vero santuario o tabernacolo di Dio, con la Nuova Alleanza, è su questa terra - in maniera imperfetta - presso tutti i fedeli di tutte le razze e in tutto il mondo nei tabernacoli dell’Eucarestia così che gli uomini abiteranno assieme con Dio, in un certo qual modo sotto la stessa tenda, e la loro unione sarà indissolubile (tranne per chi lo abbandonerà: “Deus non deserit nisi prius deseratur / Dio non abbandona se prima non è abbandonato”) sino alla fine del mondo e poi - in maniera perfetta - per tutta l’eternità in paradiso. Dio con la Nuova Alleanza è veramente l’Emmanuele o il “Dio con noi”  (Mt., I, 23).

“Dio asciugherà dai loro occhi ogni lacrima e non vi sarà più morte, né lutto, né strida, né alcun dolore perché le prime cose son passate” (v. 4), ossia, dopo la fine del mondo, nella beatitudine eterna del cielo non vi sarà più nessun male. Il paradiso è il luogo di ogni bene senza alcun male: la morte, le liti, il dolore. Infatti la vita terrena (“le prime cose”), soggetta spiritualmente alla possibilità di peccare perdendo la grazia di Dio e materialmente ai mali fisici e alla morte, è finita, passata per sempre. Ora si è nel regno della gioia e della felicità eterna, che dura sempre e non finisce mai.  

«Colui che sedeva nel trono disse: “Ecco Io rinnovo  tutte le cose”» (v. 5): Dio stesso spiega che Egli restaurerà, in Gesù Cristo (2 Cor., V, 17), ossia con la Redenzione tramite l’Incarnazione, Passione e Morte del Verbo Incarnato, tutto ciò che il peccato di Adamo e dei suoi figli aveva guastato.

«E disse a me: “è fatto. Io sono l’alfa e l’omega, il principio e la fine”» (v. 6), vale a dire “consummatum est”, tutto è stato restaurato in Cristo, il disegno di Dio è compiuto. Infatti Dio è il principio e il termine di ogni creatura (l’alfa e l’omega sono la prima e l’ultima lettera dell’alfabeto greco) e poiché Egli è il creatore e l’onnipotente, i suoi disegni non possono essere vanificati.

“A chi ha sete Io darò gratuitamente da bere alla fontana dell’acqua della vita” (v. 6). L’acqua è il simbolo della grazia che è partecipazione alla vita di Dio e inizio di vita eterna. Quindi Dio promette di darla a chiunque la desideri con buona e sincera volontà (“chi ha sete”). In breve tutti i desideri dei fedeli che vivificano la loro fede con le buone opere saranno appagati da Dio poiché Egli darà loro Sé stesso visto faccia a faccia e posseduto per sempre nella visione beatifica del paradiso. Si noti come Giovanni affermi chiaramente il dogma della gratuità della grazia santificante, negato dai modernisti che la reputano dovuta alla natura e non gratuita. Errore, questo, condannato da San Pio X nell’Enciclica Pascendi (8 settembre 1907) e da Pio XII nell’Enciclica Humani generis (12 agosto 1950).

“Chi sarà vincitore sarà padrone di queste cose, Io sarò il suo Dio ed egli mi sarà figliuolo” (v. 8): condizione indispensabile per entrare in cielo (in cui l’adozione a figli di Dio che Gesù ci comunica già su questa terra sarà perfetta, cfr. Rom., VIII, 23) è combattere, ossia vivere bene, restare costanti nella fede, nonostante le persecuzioni, e nelle buone opere ossia nella carità soprannaturale, che vivifica la fede. Infatti “senza le opere la fede è morta” (S. Giacomo). Si noti il “mi sarà figliuolo” termine molto caro a San Giovanni e da lui spesso usato nella sua prima Epistola riguardo ai suoi fedeli. Figliuolo aggiunge una nota di bontà e di tenerezza alla parola “figlio”. Il figliuolo è piccolo e perciò ispira un’affettuosa amorevolezza ai genitori.

“Per i vili e per gli increduli, gli esecrandi, gli omicidi, i fornicatori, i venèfici, gli idolatri e per tutti i mentitori, la loro parte sarà nello stagno ardente di fuoco e di zolfo, che è la seconda morte” (v. 8), ossia l’Apostolo contrappone al “vincitore” (v. 7) i “vili” o gli uomini di poca fede, che ricusano di combattere strenuamente. Gli “increduli” sono coloro che non vogliono credere o che hanno perso la fede. Gli “esecrandi” (nel testo greco “abominevoli”) sono coloro che si son dati al vizio impuro. I “venèfici” son coloro che praticano la magia. I “mentitori” son coloro che insegnano false dottrine intorno alla fede. Lo “stagno” è l’inferno e la “seconda morte” è la dannazione eterna. 

Uno dei sette angeli che avevano le sette coppe ricolme delle sette piaghe mostra a Giovanni lo splendore della Gerusalemme celeste (v. 9), cioè la gloria della sposa di Cristo, che è la Chiesa. Egli porta l’Apostolo “in visione sopra un monte grande” (v. 10), affinché la possa osservare in tutta la sua estensione.

“La Città santa, Gerusalemme, scendeva dal Cielo presso Dio ed aveva lo splendore di Dio” (v. 11), vale a dire la sposa (la Gerusalemme celeste o la Chiesa) partecipa alla gloria e alla luce dello sposo (Dio). La Gerusalemme celeste è la sposa dell’Agnello in contrapposizione radicale con Babilonia che è la gran prostituta del diavolo.

La Gerusalemme celeste “aveva un muro grande ed alto” (v. 12), ossia essa è inespugnabile e al sicuro da ogni attacco del demonio che non può distruggere la Chiesa militante e nulla può contro la Chiesa trionfante. Inoltre la città “aveva dodici porte e alle porte erano dodici angeli”, cioè dodici angeli fanno da custodi alle dodici porte e non lasciano entrare nessun nemico dentro la città. Sopra le porte “erano scritti i nomi, che sono quelli delle dodici tribù d’Israele” (v. 12), vale a dire il popolo d’Israele composto di dodici tribù era figura della Chiesa, composta di dodici Apostoli: “Il muro della città aveva dodici fondamenti e su di essi erano scritti i dodici nomi dei dodici Apostoli dell’Agnello” (v. 14). Quindi le dodici tribù simboleggiano la universalità della Chiesa, la cui dottrina e autorità deriva dall’Agnello ai suoi Apostoli. 

Qui appare chiaro che quando l’Apocalisse parla dell’ “Agnello” indica esattamente Gesù. L’Antico Testamento (le dodici tribù d’Israele) e il Nuovo Testamento (i dodici Apostoli) sono la porta e il fondamento della Chiesa, nella quale nessuno può entrare se non fondandosi sulla Vecchia e Nuova Alleanza, sulla dottrina contenuta nell’Antico e Nuovo Testamento. Come già visto, il numero dodici indica pienezza e qui l’universalità della Chiesa contro ogni particolarismo esclusivista del vecchio Israele.

Dopo aver descritto le dimensioni (vv. 15-17), i materiali (vv. 18-21), i fondamenti delle mura (vv. 14-21), l’Apostolo rivela che non ha visto “in essa alcun tempio. Poiché il Signore Dio onnipotente e l’Agnello è il suo tempio” (v. 22). Infatti i templi sono come l’abitazione di Dio. Ora tutto il Cielo è l’abitazione di Dio, che lo riempie del suo splendore ed è contemplato faccia a faccia dai beati. Quindi non è necessario un tempio a parte poiché tutto il cielo forma un unico tempio. Si noti che anche qui l’Agnello è identificato con Dio.

“La città non ha bisogno di sole, né di luna che risplendano in essa: poiché lo splendore di Dio la illumina e la sua lampada è l’Agnello” (v. 23), vale a dire che la luce della Gerusalemme celeste è Dio stesso, molto più splendente della luna e persino del sole. Lo splendore o la gloria di Dio e dell’Agnello (anche qui associato a Dio, come lampada che illumina) anche con la sua umanità in cui sussiste la sua Persona divina) sono la luce immensa che avvolge i beati e li riempie di beatitudine. 
“E le genti cammineranno alla luce di essa e i re della terra porteranno a lei la loro gloria e il loro onore” (v. 24): l’Apostolo descrive lo splendore del cielo o della Gerusalemme celeste, che è la Chiesa trionfante, rappresentandola come una città che riceve l’omaggio di tutti i popoli, poiché la Chiesa è composta da uomini di tutte le razze, i quali in paradiso sono re, che offrono continuamente a Dio i loro onori. Infatti “servire Dio significa regnare”. 

Secondo Antonino Romeo il fatto che le genti e i re della terra compaiano ancora viventi e operanti dimostra che la città santa non è solo il paradiso o la Chiesa trionfante, ma inizialmente e imperfettamente rappresenta anche la Chiesa militante su questa terra.  

“E le sue porte non si chiuderanno di giorno perché ivi non sarà notte” (v. 25): in cielo è sempre giorno splendente, poiché Dio lo illumina per l’eternità. Quindi non c’è notte, ossia in paradiso non c’è timore di nessun ladro che venga di notte all’improvviso. Oramai si è nell’eternità beata e inamissibile.

Questa città celeste e santa è il tempio spirituale di Dio. Il vecchio tempio (allusione alla distruzione del tempio di Gerusalemme) non c’è più perché è cessata l’Alleanza Antica e le è subentrata quella Nuova (Chiesa militante) ed Eterna (Chiesa trionfante)

“Non entrerà in essa nulla di immondo o chi commette abominazione e dice calunnie, ma bensì coloro che sono scritti nel libro della vita dell’Agnello” (v. 27): in cielo entrano solo coloro che son morti in grazia di Dio (i predestinati, che sono scritti nel libro della vita) e hanno purificato le loro anime dal resto di pena dovuto alla colpa nel purgatorio. Quindi il peccato grave (le impurità, le stregonerie idolatriche e le calunnie) escludono dal regno dei cieli. 

Impurità ha qui significato non legale (come nella Vecchia Alleanza), ma spirituale e interiore, come risulta chiaro dalle due denominazioni aggiunte: “abominazione e menzogna”. L’abominazione è il vizio caratteristico di Babilonia e significa essenzialmente l’idolatria che è una falsa “fede”, ingannatrice e menzognera. Ora nella città della luce eterna non vi può essere posto per il peccato dell’odio verso la luce e la verità, di cui sono ripiene le perversioni pseudo-religiose del mondo pagano idolatrico e della città terrestre.
Alla prossima puntata vedremo il XXII e ultimo capitolo dell’Apocalisse. Veni Domine Jesu! Ecce venio cito.  
d. Curzio Nitoglia    
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1.  La prima parte va dal capitolo I, verso 1 al capitolo III verso 22. La seconda parte dal capitolo IV, verso 1 al capitolo XIX, verso 10. La terza dal capitolo XIX, verso 11 al capitolo XXII, verso 5.

6 commenti:

Hermann Sta su Fb ha detto...

Comunque imperversa un marchiano equivoco: perché i "tifosi della misericordia" (fin dai più alti vertici) accusano sempre i "difensori della dottrina" di sentirsi perfetti? Un cattolico appena passabile sa, per amara esperienza e senza ipocrisia alcuna, di essere un miserabile peccatore; sa quanto è facile illudersi delle proprie forze, sa quanto è facile cadere. E sa di essere nelle mani del Signore e di aver bisogno della Chiesa per salvarsi. Non è per accusare il prossimo e sgravare sé stesso o additarsi ad esempio che si richiama alla dottrina e si dispiace dei tempi presenti. Molti "tradizionalisti" (io tra questi) hanno alle spalle un trascorso di tutt'altro segno e, in un certo senso, hanno vissuto una sorta di conversione durante il pontificato di Benedetto XVI. Con la volontà, non sempre ahimé seguita dai fatti, di prendere sul serio una fede riscoperta.

mic ha detto...

Grazie per questa segnalazione.
E' ovviamente il nostro sentire più volte espresso, ma che andrebbe ribadito in maniera martellante a tutti coloro che accusano chi è fedele alla dottrina di fissimo, di farisaismo di durezza di cuore con tutte le note espressioni sprezzanti che il vdr non manca di lanciare nelle sue invettive.

Luigi Rmv ha detto...

Caro Herman, mi riconosco in pieno in quello che dice.
Anche io, come Lei, sono tornato alla fede vera dopo aver passato la maggior parte della mia vita come un fetentissimo figliolo prodigo e sono tornato alla fede vera SOLO E UNICAMENTE grazie agli insegnamenti cattolici tradizionalisti.
Nella grande Tradizione e Dottrina della Chiesa c'è l'umilta' di custodire e salvaguardare la Parola di Gesù, che non vuole dire essere santi, magari bastasse così poco per diventarlo.

I modenisti non capiscono che è proprio quella consapevolezza di essere peccatori, che sta alla base della Dottrina tradizionale, a renderci umili, quindi veramente liberi e capaci di sentire l'opera di Dio nella nostra vita e di combattere Co troppo i. Peccato.
Quello che mi avevano insegnato a disprezzare come segno di arretratezza culturale era, invece, la vera via indicata da Gesù per arrivare alla felicità, non solo nella vita dottrina di sempre ma anche in quella terrena.

Per questo non mi schiodo di un millimetro, non temo nulla, so dove andare, non mi fregano più i modernisti e i laicisti, li riconosco ed evito dissussioni senza tirarmi indietro

Piu' tirano avanti e più io vado indietro, dove sono sicuro che Cristo c'è ancora,

Alcuni familiari mi vedono come vanesio giudicante, dicono che sono cambiato, che sembro un prete (e io ringrazio, ma faccio notare che non merito tanto) perché sono inevitabilmente critico e contrario al modernismo di Bergoglio, che piace tanto a loro e che invece ha fatto tanti danni nella mia vita spirituale e ordinaria.

Un ringraziamento a Don Curzio, per la spiegazione chiara e spirituale di una testimonianza molto ostica. Non ho ascoltato spiegazioni così chiave.

Anonimo ha detto...

Il ribaltamento della dottrina che i rivoluzionari modernisti, portano avanti senza misericordia alcuna contro chi osa difendere la vera Fede, consiste proprio nel non credere più che esista alcun peccato da giudicare, tutti i peccati sarebbero già stati definitivamente cancellati con il Battesimo, non solo il peccato originale, ma anche l'adulterio, la sodomia, ecc, ecc, una sorta di amnistia generale. Così insegnando, vanificano tutto il Sacrificio redentivo di Cristo, che si perpetua ogni giorno nella S.Messa, ritenendosi al di sopra della Redenzione. La perfezione che non accettano sono le Parole di Vita eterna che li accusano senza sconti. Quanta falsità devo combattere, ogni volta che persone care vorrebbero convincermi della bontà delle aperture che la chiesa sta introducendo. L'ultima ieri, dove mia madre, mi riportava l'esempio di un Sacerdote della sua parrocchia, che ha dato la S.Comunione ad una sua amica, divorziata e risposata civilmente, solo perché tale donna ne sentiva "il bisogno" da tanto tempo. Il suo sentire era già sbagliato da tanto tempo, ma prima era un desiderio sbagliato e non corretto, ora invece è diventata la sua condanna, insieme a quella del Sacerdote apostata che lo ha permesso. La Verità, prima o poi, trionfa sempre e, dopo tanto discutere, alla fine mia madre, non più sicura dell' apertura alla S. Comunione anche per persone in situazione di peccato grave ha detto: ma se anche i Sacerdoti perdono la Fede, dove andremo? È bastato ricordargli quale catechismo aveva imparato da giovane e perché ora dovrebbero essere annullati peccati così gravi, solo per semplici desideri, non seguiti da una vera conversione e conseguente cambio di rotta, per farla ricredere: meglio trovarsi e consigliare alle sue amiche, Sacerdoti che credono alla retta dottrina e non frequentare più quelli che la sovvertono.

Anonimo ha detto...


@ L'azione sacrilega del sacerdote, frutto del neomodernismo

L'azione sacrilega del sacerdote che ha dato la Comunione a una donna oggettivamente in stato di peccato mortale, solo perche' costei "ne sentiva il bisogno da tanto tempo", cosa dimostra?
Analizziamo.
1. Che ne' il sacerdote colpevole ne' la donna colpevole di questo sacrilegio hanno piu' l'esatto concetto della fede. La fede nostra e' sempre stata correttamente intesa come adesione dell'intelletto a verita' rivelate da Nostro Signore, Verbo incarnato. Da Lui rivelate e mantenute nei secoli dall'insegnamento della Chiesa, orale e scritto. L'adesione dell'intelletto si corrobora anche dell'adesione del nostro sentimento, e' ovvio: per esempio nelle attrattive della vera liturgia cattolica, quella del VO. O nel contemplare la bellezza del Creato, che ci affascina spingendoci anche da questo lato (estetico) ad ammettere l'esistenza di un Dio creatore. Ma prevale il fatto che la fede deve esserlo di verita' rivelate da Dio che noi dobbiamo riconoscere, con l'intelletto, e applicare con la volonta', per esempio quando dobbiamo lottare contro i nostri istinti e desideri, che ci portano a contraddire l'insegnamento del divino Maestro. Occorre una consapevolezza razionale, che e' appunto quella del libero arbitrio.
2. L'episodio in questione dimostra, invece, che la fede e' stata sostituita dal "sentimento" individuale della fede, di cio' che l'individuo "sente" soggettivamente come bisogno di fede, nell'occasione data. Che poi questo "sentire" esprima o sottintenda l'autogiustificazione di una situazione oggettiva di peccato grave, poco importa evidentemente. L'adesione dell'intelletto a verita' sovrannaturali (anche scomode per noi) e' stata sostituita dal "sentimento vitale" dei modernisti (Pascendi), cioe' dalla fede come espressione della "vita", della coscienza individuale che (protestanticamente) crede mediante il "sentimento", sentimento di se', che si costruisce una fede a suo uso e consumo, in relazione alle situazioni della propria vita.
3. L'episodio, che ormai sappiamo corrispondere ad un abuso che si dice diffuso, dimostra che il fedele che commette impunemente sacrilegio con l'Eucaristia, non ha nessun rispetto per l'insegnamento autentico della Chiesa: pensa solo a soddisfare il suo narcisistico sentimento, narcisismo che nasconde la superbia infinita di chi vuole imporre la propria situazione di peccato c o n t r o cio' che ha sempre insegnato la Chiesa. Il piu' colpevole e' pero' il prete. Come dice NS degli scribi, la sua condanna sara' piu' grave. Parvus

Anonimo ha detto...

Bravo ! E qui ritorniamo alla considerazione iniziale = non abbiamo piu' il senso del peccato , non abbiamo piu' il Timore diDio .
E Dio rispetta la nostra liberta'... i conti Li fara' alla fine

13. Per qual fine Dio ci ha creati? (*)
Dio ci ha creati per conoscerlo, amarlo e servirlo in questa vita, e per goderlo poi nell'altra in Paradiso.