mercoledì 9 febbraio 2022

L'Auctorem fidei di Pio VI supporta il Novus Ordo di Paolo VI?

Nella nostra traduzione da OnePeterFive un interessante articolo di P. Kwasniewski che ci offre una sapiente lettura di come il magistero papale, nel corso dei secoli, ha disciplinato posizioni riformiste fuori dai canoni della retta fede, che coincidono con quelle  dei novatori conciliari e difese dai loro emuli odierni.   Qui l'indice dei precedenti articoli su Traditionis custodes e Responsa.

Alcuni sostengono che la Chiesa non possa promulgare riti difettosi, inutili o dannosi, citando Auctorem Fidei n. 78 e la Bolla di papa Gregorio XVI Quo Graviora n. 10. Coloro che maneggiano questi testi non si rendono conto della trappola in cui stanno cadendo.

Consideriamo più da vicino ciò che Pio VI condannò. Il Sinodo diocesano italiano di Pistoia (1786), sotto l'influenza del giansenismo e del razionalismo illuminista, aveva sostenuto che nell'ambito della disciplina della Chiesa,
bisogna distinguere ciò che è necessario o utile per mantenere i fedeli nello spirito, da ciò che è inutile o troppo gravoso che non conviene alla libertà dei figli della Nuova Alleanza, ma ancor più da ciò che è pericoloso o nocivo, perché induce alla superstizione e al materialismo.
Si noti che questa posizione conobbe una seconda e più vigorosa vita tra i riformatori liturgici degli anni Sessanta, i quali separarono “ciò che è necessario o utile conservare” da “ciò che è inutile o troppo gravoso” (es. il digiuno e l'astinenza imposti dal Messale in Quaresima) e intrapresero un'implacabile campagna contro elementi dell'antica liturgia considerati “dannosi o nocivi,” come pregare per la conversione dei giudei [vedi], proclamare che non c'è salvezza fuori della Chiesa [qui], accettare la dannazione di Giuda [per contro qui] e la minaccia dell'inferno, proponendo i cosiddetti santi leggendari e i loro leggendari miracoli, manifestando una "preoccupazione" per il peccato e un'enfasi eccessiva sul mondo a venire, incoraggiando la venerazione delle reliquie, e così via. [1]

Quando Pio VI continua a condannare i Pistoiesi, aggiunge che la loro opinione
comprende e sottopone all'esame prescritto anche la disciplina stabilita e approvata dalla Chiesa, come se la Chiesa che è retta dallo Spirito di Dio potesse stabilire una disciplina non solo inutile e gravosa per la permanenza della libertà cristiana, ma addirittura pericolosa e nociva e inducente alla superstizione e al materialismo, — falsa, temeraria, scandalosa, perniciosa, offensiva per le pie orecchie, ingiuriosa per la Chiesa e per lo Spirito di Dio da cui è guidata, perlomeno erronea.
Condanna anticipatamente la riforma del Bugnini, del Consilium e di Montini, che concordano strettamente con la base pistoiese. [2] Sarebbe quindi del tutto illogico e contraddittorio tentare di applicare Auctorem Fidei dell'anno 1794 - quando la liturgia difesa da Pio VI non era altro che il rito tridentino - al Novus Ordo del 1969, che Paolo VI intendeva in sostituzione del rito imperfetto e non più proficuo di Pio V. Pio VI fa appello alla verità oggettiva che la Chiesa non può sbagliare nell'approvare la sua liturgia tradizionale; quindi nell'approvare una liturgia non tradizionale, che si discosta dalla catena ininterrotta della trasmissione ecclesiale, è Paolo VI, non (ad esempio) l'arcivescovo Lefebvre, a scontrarsi con la condanna del suo predecessore.

Nel Quo Graviora di Gregorio XVI vediamo all'opera la stessa dinamica.[3] Scritto nel 1833, neppure quarant'anni dopo Auctorem Fidei, il testo fa subito capire che il papa risponde ai cugini tedeschi degli eretici pistoiesi, che vede mossi da una «malvagia passione per l'introduzione di novità nella Chiesa». Descrive le loro opinioni:
Affermano che nella stessa disciplina odierna della Chiesa, nel governo e nella forma del culto esterno, senza dubbio ci sono molte cose che non sono adatte all’indole del nostro tempo, e che bisognerebbe cambiare quanto è nocivo all’incremento e al benessere della Religione Cattolica, senza che da ciò patisca danno la dottrina sulla fede e la morale. E così, mostrando zelo per la Religione, mettendo avanti un modello di pietà, fanno passare le novità, preparano le riforme, fingono la rinascita della Chiesa.
Suona stranamente familiare, vero? È proprio questa la retorica usata dalla fazione dell'Europa centro-settentrionale al Concilio Vaticano II, come la troviamo accuratamente documentata nell'opera di Roberto de Mattei (a completamento della documentazione fatta da Ralph Wiltgen in The Rhine Flows into the Tevere). [4] Continua Gregorio: «Sostengono che tutta la forma esteriore della Chiesa può essere cambiata indiscriminatamente» e «l'attuale disciplina della Chiesa poggia su fallimenti, oscurità e altri inconvenienti di questo tipo». Questi sentimenti, espressi senza sosta nel periodo dell'ultimo Concilio ecumenico, ne hanno plasmato l'attuazione, soprattutto nell'ambito della sacra liturgia. “Attaccano questa Santa Sede come se fosse troppo perseverante nelle usanze superate e non guardassero a fondo nel carattere del nostro tempo” – questo si diceva nel 1833, ma poteva anche essere il 1963!
Accusano questa Sede di diventare cieca alla luce delle nuove conoscenze, e di distinguere appena le cose che riguardano la sostanza della religione da quelle che riguardano solo la forma esteriore. Dicono che alimenti la superstizione, favorisca abusi e infine si comporti come se non si prendesse mai cura degli interessi della Chiesa cattolica col mutare dei tempi…. Né vogliamo discutere i loro errori riguardo al nuovo Rituale scritto in volgare, che vogliono più adattare al carattere dei nostri tempi.
È allo stesso tempo comico e tragico vedere i parallelismi tra la ribellione che Gregorio sta condannando e gli atteggiamenti progressisti che prevalevano nel Vaticano II, incoraggiati e premiati da un comprensivo Paolo VI. Sì, non era progressista come lo erano altri, e su alcune questioni era capace di riaffermare la dottrina tradizionale; tuttavia, lo stesso si può dire dei pistoiesi e dei tedeschi, che si appoggiarono cattolici su alcuni punti e giansenisti/protestanti su altri. Veniamo ora all'importante paragrafo 10, in cui evidenzierò le espressioni che vengono estrapolate dal contesto e gettate in faccia ai tradizionalisti:
Questi uomini [cioè i sedicenti riformatori] vogliono riformare dalle radici la santissima istituzione della Penitenza, criticano ingiuriosamente la Chiesa, e l’accusano di errore, quasi che, comandando la confessione annua, concedendo a certe condizioni le indulgenze per muovere alla confessione, permettendo la Messa privata e le celebrazioni quotidiane, abbia indebolito quell’istituto tanto salutare  [5] e gli abbia sottratto virtù ed efficacia. Quindi la Chiesa, che è la colonna e il sostegno della verità, e che si trova nel tempo ad essere ammaestrata dallo Spirito su ogni e qualsiasi verità, potrà comandare, concedere e permettere che essi degradino tutto a rovina delle anime, e a vergogna e pregiudizio del Sacramento istituito da Cristo?... Codesti Novatori, che manifestano tanto zelo nel promuovere la vera pietà del popolo, dovrebbero considerare che, diminuita o piuttosto tolta del tutto la frequenza ai Sacramenti, la Religione a poco a poco langue e alla fine perisce.
Come gli insegnanti non smettono di ricordare ai loro studenti, il contesto fa la differenza. Gregorio difende l'incapacità della Chiesa di smarrirsi nella direzione dei sacramenti perché la Chiesa, come pilastro e fondamento della verità, ha sempre insegnato e agito con coerenza su di essi. In altre parole, come con Pio VI, Gregorio non può concepire un buon cattolico che "riformasse completamente" qualsiasi cosa e quindi affermasse insolenti calunnie contro la Chiesa ritenendola errante nella sua disciplina antica. Paolo VI, al contrario, riteneva che il latino della liturgia fosse un ostacolo alla salvezza delle anime [qui]: per lui, questa consuetudine vecchia di 1.600 anni ridondava a “disgrazia e a detrimento” dei sacramenti.

Ironia della sorte, il sacramento che è stato più duramente colpito e ha subito il declino più catastrofico nella Chiesa dopo il Vaticano II è stata la "santa istituzione della penitenza sacramentale". I radicali tedeschi condannati da Gregorio volevano rendere la penitenza più “significativa” liberandola dalla routine e dall'obbligo, cosa che si faceva quando ce n'era bisogno; e Gregorio predisse che la conseguente diminuzione delle confessioni avrebbe infine fatto languire e morire la religione. Questo è ciò che viene dai "fautori di nuove idee desiderosi di promuovere la vera pietà nelle persone" - o, comunque, ciò che pensano come "vera pietà". Quante idee negli anni '60 sono state avanzate sotto la bandiera della "libertà" e della "maturità" e "una fede personale viva" e così via? E quanti milioni di fedeli, con la ritrovata libertà e il presupposto della maturità mondana, hanno cominciato a svanire? Senza il modello e la pressione istituzionale non avevano più rapporti, nessun supporto.

In breve: Gregorio XVI potrebbe anche descrivere le ricadute liturgiche e sacramentali del Vaticano II, derivanti dallo stesso tipo di falsi principi di quelli da lui diagnosticati e condannati tra alcuni tedeschi del suo tempo. Lo stesso si può dire di Pio VI a proposito degli italiani del suo tempo di qualche decennio prima. Questi papi stanno difendendo come opera di Dio e solida testimonianza della Chiesa tutti i tradizionali riti liturgici che gli aspiranti riformatori dell'era illuminista criticano come difettosi e propongono con arroganza di riformulare o rinnovare. O questi papi hanno ragione sui riti tradizionali della Chiesa, e i riformatori del Novecento non sono migliori dei loro predecessori pistoiesi e tedeschi; o l'intera logica di Auctorem Fidei e Quo Graviora cade a pezzi. Non possono coesistere entrambi i modi.

Ora ammetto pienamente che Gregorio XVI nel Quo Graviora riafferma con forza l'esclusiva prerogativa del papa di assumere determinazioni sulla liturgia e sui sacramenti. Nella prospettiva tridentina, in cui la Chiesa deve riunirsi strettamente contro errori e depredazioni dall'esterno, ha senso che decisioni così gravi siano riservate alla Santa Sede, anche se per gran parte della storia della Chiesa non lo sono state. Tuttavia, come prima, Gregorio afferma questa autorità perché vede il ruolo del papa di proteggere e trasmettere ciò che la Chiesa già crede e fa — non perché voglia capovolgere le cose come vorrebbero fare i radicali. In parole povere, i papi non sono relativisti che pensano che vada tutto bene finché un papa lo firma, o nominalisti che pensano che se un papa dice che il bianco è nero, è nero; né sono volontari che pensano che se dichiara X buono, anche se è cattivo, diventerà improvvisamente buono, o viceversa.

Come disse una volta qualcuno su Facebook: “Il papa non ha il potere ontologico di decretare la tradizione non-realmente-tradizione, di decretare un'innovazione più o meno-tradizione, di decretare una distruzione e un'invenzione una riforma, o di decretare una discontinuità aperta, proclamata e lodata una continuità segreta. Può fare le cose con la forza ma non può far i modo che non siano quello che sono”. Su questo sono con Tommaso d'Aquino (contro Ockham): nemmeno Dio ha il potere di cambiare il passato o di violare il principio di non contraddizione.

Dio protegge davvero la Chiesa dalla promulgazione di riti sacramentali non validi: nessuno mette seriamente in dubbio la validità del Novus Ordo. Ma, come ha ripetutamente osservato lo stesso Ratzinger, l'attuazione del Novus Ordo ha sostituito lo sviluppo organico con “il modello della produzione tecnica” derivante da idee già condannate. [6] Per questo poteva dire che la soppressione della Messa in latino «ha introdotto una breccia nella storia della liturgia le cui conseguenze non potevano che essere tragiche». [7] Queste tragiche conseguenze previste furono proprio la ragione per cui Pio VI e Gregorio XVI condannarono ciò che accadeva allora.

Quindi la prossima volta che qualcuno cita questi documenti papali o altri simili contro il punto di vista tradizionalista, pensando di aver appena vinto il dibattito, si potrebbe rispondere strizzando l'occhio: “No, al contrario, supportano il nostro punto di vista e minano il tuo. Cos'altro ti aspetteresti dai papi che scrissero 175 anni e 136 anni prima dell'avvento della Nuova Messa? E se avessero potuto vivere per vederlo in qualche modo, possiamo star certi che avrebbero condannato i suoi artefici cento volte più ferocemente di quanto non abbiano fatto con i presuntuosi riformatori del loro tempo».
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Credito immagine: Getty.
[1] Alcuni di questi problemi sono già comparsi nelle riforme liturgiche anteriori agli anni '60, ma non hanno dominato fino al Consilium sotto Bugnini.
[2] Nel suo libro troppo costoso ma rivelatore Il sinodo di Pistoia e il Vaticano II: giansenismo e lotta per la riforma cattolica (2019), Shaun Blanchard riconosce candidamente (e celebra) i parallelismi tra quel concilio condannato e il Vaticano II, anche nell'area di riforma liturgica.
[3] Questa enciclica non va confusa con la più nota Quo Graviora del 1826, una delle tante encicliche papali di condanna della Massoneria.
[4] Cfr. Roberto de Mattei, Il Concilio Vaticano II: una storia non scritta (Loreto, 2012). Ho notato che pochissimi conservatori o fautori del "ressourcement" che difendono ad alta voce il Vaticano II si sono effettivamente presi la briga di studiare questo resoconto minuziosamente ricercato da un maestro storico che dimostra il dominio della teologia progressista al concilio. Se solo si preoccupassero, questo potrebbe temperare un po' il loro entusiasmo.
[5] Come avrete intuito, i pistoiesi e i loro cugini tedeschi ritenevano l' errore dell'antiquario : come i riformatori liturgici del XX secolo, sostenevano che la liturgia della Chiesa era divenuta corrotta e doveva essere liberata dai suoi “accrescimenti” e "riportato" a una forma precedente "più autentica", che curiosamente modellarono in gran parte fuori dalle loro stesse teste, come avevano fatto i protestanti prima di loro, e con disprezzo per gli elementi noti della liturgia primitiva che erano sopravvissuti nei riti tradizionali. Per questo Pio XII fece lo stesso collegamento che sto facendo io quando avvertì che il movimento liturgico subito prima del Vaticano II era stato in qualche misura compromesso «dall'archeologismo esagerato e insensato a cui diede origine l'illegittimo Concilio di Pistoia» ( Mediator Dei, 64).
[6] Johannes Bökmann, “Liturgiereform: Nicht Wiederbelebung sondern Verwüstung,” Theologisches 20.2 (febbraio 1990): 103–4 , citando il lavoro di Ratzinger nel libro Simandron—Der Wachklopfer. Gedenkschrift per Klaus Gamber (1919-1989).
[7] Joseph Ratinzger, Pietre miliari , trad. Erasmo Leiva-Merikakis (San Francisco, CA: Ignatius Press, 1998), 146-148.
[Traduzione a cura di Chiesa e post-concilio]

9 commenti:

Da lo spigolatore romano ha detto...

CENA PASQUALE EBRAICA, MESSA, E ORIENTAMENTO: SI PUÒ ARRIVARE A CONOSCERE LA VERITÀ STORICA ANCHE SENZA CONOSCERE IL DATO STORICO LITURGICO? SI! E VI SPIEGHIAMO COME.
Partendo dalla liturgia: il Canone Romano, che come sappiamo è la più antica anafora cristiana, al punto che in alcune parti è anteriore al Nuovo Testamento stesso, usa più e più volte il termine servo riferendolo sia ai sacerdoti che al popolo: "nos servi tui", "famulorum famularumque tuarum"; lo stesso papa che vi si commemora è definito "famulo tuo" e ancora "servitutis nostrae", "nobis quoque peccatoribus famulis tuis". Il Canone cioè fa dire al sacerdote di essere solo ed esclusivamente un servo, come tutti i fedeli presenti. Neppure una volta definisce commensali, riferendolo all'azione sacra che si compie, né il sacerdote né i fedeli laici. Tutti, dal sacerdote (fosse anche il vescovo o il papa stesso) fino all'ultimo fedele presente sono definiti servi. Mai commensali. Allora a questo punto dobbiamo conoscere come si svolgeva un pasto nell'antichità ai tempi di Gesù Cristo, dove si mettevano i commensali. E dove i servitori. Nulla di più semplice. In antico infatti i commensali si sdraiavano (sì proprio così. Non si sedevano su sedie come facciamo noi moderni, ma consumavano i pasti sdraiati su lettini). Questa usanza degli antichi di sdraiarsi per i pasti, nel XIII secolo era ancora ben conosciuta, infatti san Tommaso d'Aquino, che con molta probabilità è l'autore del magnifico inno Pange lingua gloriosi Corporis (modellato sul più antico Pange lingua gloriosi proelium certaminis di Venanzio Fortunato) parla di Cristo sdraiato con gli apostoli per la cena pasquale: "recumbens cum fratribus". I commensali dell'antichità dunque si sdraiavano intorno ad un tavolo ma non da tutti e quattro i lati, bensì solo da tre lati ed il posto d'onore era il primo partendo da sinistra. Questo perché il lato anteriore era riservato ai servi che servivano i commensali. Noi possediamo diversi mosaici antichi che mostrano questa disposizione: a Ravenna, in sant'Apollinare Nuovo o nella basilica di san Marco a Venezia. In essi si vede che il lato anteriore è libero, non per far vedere meglio la scena. No. E' libero perché da quel lato si accostavano i servi per servire i commensali. Nella basilica veneziana i commensali sono ritratti, erroneamente, seduti, mentre a Ravenna (seconda foto), i cui mosaici sono più antichi di circa sei secoli rispetto a quelli veneziani, i commensali sono, correttamente, ritratti sdraiati. Dunque i servi si accostavano a servire a tavola dal lato anteriore. Ecco perché il sacerdote che si accosta all'altare di Dio, sta dal lato anteriore, quello dove stanno tutti i fedeli, perché tutti, sacerdote e fedeli, sono servi, non commensali. Anche se poi certamente si comunicheranno sacramentalmente, ma restando sempre servi. "Nos servi tui". Come vediamo siamo riusciti a scoprire da quale lato il sacerdote, fin dalle origini, si posizionava all'altare, cioè dal lato anteriore, riservato al servo, pur senza conoscere la storia liturgica, ma usando solo le espressioni contenute nel Canone e un po' di dati archeologici. E tale tradizione universale, conosciuta da tutti i riti liturgici cristiani, è rimasta immutata fino ai nostri giorni conservandosi nel rito romano antico, dove, per l'appunto, il sacerdote s'accosta all'altare dal lato anteriore, quello dove stanno pure tutti i fedeli. In questo noi quindi abbiamo un elemento che risale direttamente alle cene degli antichi e, dunque, alla stessa ultima Cena. d.f.

Anonimo ha detto...

Credo che al fondo di questi travisamenti ci sia un non risolto problema di appropriazione della conoscenza.
Prendiamo l'esempio di J.M.B. che disunisce le mani giunte del chierichetto come segno di rigidità religiosa, a favore di un supposto gesto più naturale, più personalizzato. Ora il chierichetto, come tutti gli umani, non ha alcuna rigidità nei suoi sensi, che sono in un variamente controllato allerta di quello che si muove nella sua testa nel suo cuore ed intorno a lui, le mani giunte allora sono il segno di un corpo impegnato nel voler stare davanti a Dio unito a Lui ed in se stesso, pregare con attenzione e con attenzione seguire il rito agito dal sacerdote.

Quando lavoravo frequentavo la prima messa del mattino e nel turbine della giornata che avevo davanti, mettevo il mio corpo in ginocchio come prerequisito di concentrazione orante, ben sapendo che mente e cuore sarebbero corsi qui e là tra il già compiuto e quello che stava per compiersi nella giornata.

Anche a scuola, se ricordate, al cambiar dell'ora e dell'insegnate ci alzavamo in piedi sull'attenti ed in piedi sull'attenti si riceveva l'insegnante dell'ora successiva; così anche nella vita militare esistono segni con i quali si saluta il superiore e in qualche modo ci si ricompone nello sforzo di essere più composti di quanto si possa essere in spiaggia.

La ritualità permea anche la vita in famiglia sia essa religiosa o no. Quindi il rito e la buona abitudine sono segni di una vita che tende a migliorarsi fin nei dettagli. Altra cosa è l'ipocrisia che si accaparra il gesto senza averne il convincimento, senza averne capito i motivi e la sostanza che lo motivano e lo regolano.

Da questi personali e piccoli esempi passiamo al grande rito che è la Santa Messa. In questo rito ogni gesto ha un perché, un motivo, come lo ha ogni parola, come lo ha ogni parte in cui si invera.

Credo che tutte queste storie tra vecchio e nuovo dipendano dal fatto che non si è riusciti a rendere viventi le parole, i gesti che nei fatti si erano appresi meccanicamente e meccanicamente ricordati, cioè non erano stati fatti propri, non si erano tramutati in carne e sangue personale.

Come accade questo 'diventar carne e sangue'? Certamente con lo scoprire i perché ed i motivi anche nella propria esperienza quotidiana, nella assimilazione mnemonica che è razionale, logica, immaginativa, ritmica, volitiva, cioè solo tua, di tutte le potenze della tua anima e del tuo corpo. Se questa assimilazione dell'anima spirituale e del corpo non avviene,si finisce con il cercare altro o con il ripetere senza convincimento alcuno e/o parziale e si cerca la grande pezza d'appoggio dei tempi cambiati.

La modernità porta con sé la grande illusione di essere migliore del passato in quanto veste alla moda, senza rendersi conto che, tolto il meccanismo, l'essere umano non è diventato santo, cioè non è diventato quello che era chiamato a essere. A me desta grande meraviglia, per esempio, che i grandi libri dell'antichità furono trasmessi 'a memoria'. Quale potenza in quella memoria!

Chi ha fatto fuori la memoria? Credo le troppe sollecitazioni, alla fine l'hanno sfibrata. E oggi sappiamo solo parlare delle notizie del giorno, perché quelle di una settimana fa neanche le ricordiamo più.

E così J.M.B. va da Fazio a parlare, parlare, con voce bassa simil mistico e... altro fumo esce dalla sua bocca, mentre il gregge si è perduto,si sta perdendo nella nebbia.

Il pane buono, quello che richiede lunga masticazione ed insalivazione per essere assimilato, nessuno lo offre più, ma si insegna a sputare sul passato di cui nulla è stato assimilato personalmente.

Anonimo ha detto...

" Il Concilio deve indicare la linea del relativismo cristiano, fin dove la religione cattolica deve essere ferrea custode di valori assoluti e fin dove può e deve piegarsi all'accostamento, alla connaturalita' della vita umana quale storicamente si presenta ( Cardinale Montini, ottobre 1962)
Cit. Charlie Bunga Banyangumuka

Anonimo ha detto...

Ricorda lo stile Bergogliano che con una mano conferma e con l'altra picchia di martello sul Magistero.

Anonimo ha detto...

@9 febbraio 2022 10:14
Bello !
In merito al pane, anche quello ha bisogno di una lunga paziente lievitazione, quello buono, cotto a legna e che rimane fresco per tutta la settimana.
La memoria ci e' stato insegnato ad esercitarla da piccoli, imparando poesie a memoria, date degli avvenimenti storici a memoria in modo da collocarli nella giusta epoca..e così via.
Internet ci offre tutto il bolo gia' impastato di saliva,masticato e digerito.

Da lo spigolatore romano ha detto...

La liturgia è come la vita: non è fatta di compartimenti stagni. Il rito romano ha preso diversi elementi che lo caratterizzano, proprio dall'oriente bizantino. Ed anche il rito bizantino ha ricevuto elementi romani. In antico non vi era contrapposizione ma mutuo influsso ed arricchimento. La liturgia cristiana non è nata né a Roma, né a Costantinopoli (che fino al IV secolo neppure esisteva come tale), né ad Alessandria, né ad Antiochia. E' nata a Gerusalemme. E si è poi diffusa ovunque radicandosi in diverse tradizioni. Essendoci dunque un'unica origine è evidente che molti sono gli elementi comuni. Poi ogni rito ha subito modificazioni più o meno accentuate, ed in questo il rito romano è certamente quello che maggiormente conserva la grande semplicità delle origini comuni. Comparare dunque il rito romano con quello bizantino aiuta a capire meglio il rito romano. Esattamente come comparare il rito bizantino con quello romano aiuta a capire meglio il rito bizantino. Ad ogni modo, se le nostre parole non vi convincono, vi riportiamo qualche parola del grande e dottissimo papa Benedetto XIV Lambertini che, come sappiamo, era versatissimo pure nella storia liturgica. Il papa sta parlando dell'obbligo assoluto di avere un degno crocifisso sull'altare, tale che sia visto pure dal popolo ed afferma che il non averlo è "massimamente contrario alla sacra antichità e anche alla consuetudine delle Chiese orientali" (Enciclica Accepimus del 16/7/1746). Nella medesima enciclica dice pure "se osserviamo l’usanza degli orientali" e anche "i Greci hanno stabilito", ed inoltre si richiama alla "liturgia copto-araba" ed anche al "rito siriano dei Maroniti". Insomma papa Lambertini, preparatissimo nella scienza liturgica, compara il rito romano con tutti gli altri riti liturgici, perché con simili comparazioni si comprende meglio pure il rito romano. Sarà stato cripto ortodosso pure lui? Notate comunque la data di tale enciclica: 16 luglio. La medesima del motu proprio Traditionis Custodes. Ma tra i due documenti papali c'è un abisso: papa Lambertini è dottissimo in liturgia e ce lo dimostra ad ogni parola che scrive, papa Bergoglio.... non sappiamo quanto sia dotto in liturgia perché fino ad ora non lo ce l'ha mai dimostrato. Il Lambertini vuole strenuamente difendere le sacre e venerabili tradizioni e per questo fa le comparazioni cogli altri riti, perché vuole ad ogni costo conoscere la tradizione più pura ed autentica e seguirla..... il Bergoglio le medesime tradizioni oltre a non essere per nulla interessato a conoscerle le vuole anzi distruggere e far sparire! Don Fili.

Anonimo ha detto...

@Don Fili.
Sono nata stante la Messa VO , con quel rito Battezzata e Comunicata, ho attraversato il mio tempo con la Messa NO, sono rientrata nell'alveo della Messa di sempre,della Messa di "penitenza" perche'e' al termine di quella Messa che non me ne vorrei piu' andare a casa e vorrei restare inchiodata sulla panca ; perche'e' in quella Messa che sento lo stesso desiderio di Pietro al monte della Trasfigurazione,perche' e' con quel rito che vorrei che la mia anima fosse liberata salutando la polvere redenta che mi ha rivestita e tramite la quale e' stato possibile essere "provata".

Murmex ha detto...

Proprio da tutti questo si evince che Paolo vi non era investito , avendo posto empie mani su ciò che è più sacro, non godeva dell'assistenza divina che mai avrebbe consentito questo al vero Vicario. È solo questione di logica. Come è possibile ciò? Ricordiamo che per essere investiti del Papato occorre non solo la valida elezione, ma anche la valida accettazione. Che egli non ha formulato, perché come modernista non poteva farlo, a causa delle sue distorte convinzioni. Tutto ciò permesso da Dio come prova di adesione alla vera Fede.

Anonimo ha detto...

DIARIO DI UN VESCOVO AL CONCILIO -7- Il vescovo di Pesaro, mons. Borromeo, annota nel suo diario in merito al latino nella liturgia....”Tremila persone provenienti da ogni parte del mondo e rappresentanti tutte le razze che cantavano le stesse preghiere che sentiamo cantare nelle nostre piccole chiese di campagna, perfetto, all'unisono, come se fosse una sola poderosa voce” “Fa meraviglia l'acredine di quasi tutti i cardinali stranieri contro la liturgia del rito romano e la sua lingua, e la fiacchezza degli italiani che quasi non reagirono" Can. Romano