Peregrinatio Summorum Pontificum 2022

sabato 31 gennaio 2026

Il cardinale Fernández e il suo san Bonaventura di fantasia

Una interessante riflessione di Silvio Brachetta sull'ultimo intervento del card. Víctor Manuel Fernández su San Bonaventura. "Nell’«Itinerarium», Bonaventura dice che l’uomo è stato creato proprio per ascendere a Dio e alla verità. Si comincia con le facoltà naturali dell’anima (intelletto e ragione), si passa per la speculazione e si finisce con l’estasi mistica, citata da Fernández. Il prefetto ha volutamente ignorato il resto dell’«Itinerarium», dove non c’è traccia di scetticismo, ma – viceversa – c’è il cammino per giungere non solo alla scienza, ma anche alla sapienza sul creato e su Dio".

Il cardinale Fernández e il suo san Bonaventura di fantasia
di Silvio Brachetta

È del 27 gennaio 2026 l’ultimo pronunciamento [qui] del prefetto del Dicastero per la dottrina della fede. Víctor Manuel Fernández, dopo le molte critiche a ciò che va scrivendo negli ultimi mesi, cerca di dimostrare la solita tesi secondo cui la verità è irraggiungibile e, quindi, noi uomini «siamo incapaci di interpretare tutti i significati e le sfumature di una realtà, di una persona, di un momento storico, di una verità».

«Nihil novi sub sole»: il suo è solo l’ultimo tra le miriadi di pronunciamenti d’Oltretevere che appoggiano il relativismo teologico e lo scetticismo. Per dimostrare le sue ipotesi, Fernández mette in campo qualche autore notevole: san Tommaso d’Aquino, san Giovanni della Croce e san Bonaventura da Bagnoregio. Sui primi due casca male, ma con san Bonaventura da Bagnoregio casca peggio. E solo di Bonaventura intendo ora dire qualcosa.

Il cardinale, con operazione incoerente, cita Bonaventura nel suo «Itinerarium mentis in Deum» (1259) e nel «De scientia Christi» (1253-1257) separando le affermazioni dal contesto. Le «grandi domande» – scrive Bonaventura – vanno poste «non alla luce, ma al fuoco che tutto infiamma e trasporta […] Tale fuoco è Dio, il cui focolare è in Gerusalemme, e Cristo l’accende nel fervore della sua ardentissima passione» (Itin., VII, 6). Le grandi domande, allora, non vanno poste alla luce della speculazione o del pensiero, ma al Dio che si nasconde, al Dio della tenebra.

Bonaventura dice anche altro, che avrebbe dovuto interessare Fernández, per portare altra acqua al suo mulino, ma che egli tralascia: «interroga la grazia, non la dottrina; il desiderio, non l’intelligenza; il gemito della preghiera, non lo studio e la lettura […]» (Ibidem). Leggendo queste righe conclusive dell’«Itinerarium», si pensa che il santo di Bagnoregio non dia peso alla dottrina, né allo studio, né alla lettura.

Ma Fernández rincara. Altro testo bonaventuriano: «Le negazioni sono più appropriate delle affermazioni, i superlativi più appropriati delle affermazioni positive. A farne esperienza contribuisce più il silenzio interiore che la parola. A questo punto, quindi, deve finire il nostro discorso ed è meglio pregare il Signore, affinché ci doni l’esperienza di cui parliamo» (De Sc. Chti. VII, ad ob 21).

Ora sembra tutto chiaro: Bonaventura avrebbe la stessa idea di Fernández, ma anche di papa Leone XIV, secondo cui «nessuno possiede la verità tutta intera» [qui]. La conclusione del prefetto è ora chiara: né io, né tanto meno «qualsiasi blog», possiamo dire qualcosa di definitivo sull’«abisso di Dio», sulla verità tutta intera, sulla «capacità di esaustività» umana, sulla «comprensione integrale» e su molte altre certezze.

Il cristiano, quindi, sarebbe lo scettico tout court, sullo stesso piano di conoscenza di chiunque: deve arrendersi «ai limiti della nostra mente».

Le cose stanno così? No. San Bonaventura ha detto e insegnato tutt’altro. Nell’«Itinerarium» dice che l’uomo è stato creato proprio per ascendere a Dio e alla verità. Si comincia con le facoltà naturali dell’anima (intelletto e ragione), si passa per la speculazione e si finisce con l’estasi mistica, citata da Fernández. Il prefetto ha volutamente ignorato il resto dell’«Itinerarium», dove non c’è traccia di scetticismo, ma – viceversa – c’è il cammino per giungere non solo alla scienza, ma anche alla sapienza sul creato e su Dio.

Bonaventura non è affatto il cantore del dubbio: «Alla conoscenza speculare della verità eterna ci conduce in un modo più eccellente e immediato il giudizio», «[…] perciò, quelle leggi, mediante le quali noi giudichiamo con piena certezza tutte le realtà sensibili che conosciamo, sono, per l’intelletto che apprende, infallibili e indubitabili» (Itin., II, 9).

E ancora: «L’intelletto, poi, comprende veramente il significato delle proposizioni quando sa con certezza che sono vere» (Itin., III, 3).

Sulla verità ci sono nel testo una settantina di citazioni, su questo tenore: «Conducimi, Signore, sulla tua via ed entrerò nella tua verità; gioisca il mio cuore, perché tema il tuo nome»; «Cristo ci insegnò anche la scienza della verità […]»; «[L’intelletto] Sa, infatti, che quella verità non può configurarsi in maniera diversa; sa, pertanto, che quella verità è immutabile».

Bonaventura espone proprio l’itinerario per raggiungere la verità tutta intera – e questa via è concessa solo per mezzo di Cristo. Questa pretesa, secondo Fernández, è «superbia». Sarebbe invece umiltà ascoltare ogni campana e metterla sullo stesso piano della Rivelazione. Il cardinale stravolge così il pensiero di san Bonaventura, che sarebbe il mistico della «via apofatica» (raggiungere Dio per via di negazioni e oscurità) per eccellenza.

Le cose non stanno così e san Bonaventura spende una vita intera sulla «via catafatica», che è la via dell’affermazione, della luce, dello studio, della scienza, della scrittura. Egli, insomma, si serve dello «specchio» e della relativa «speculazione». Usa lo specchio per amore della verità, non per arrampicarcisi sopra, come d’uso in certa teologia odierna.

1 commento:

Anonimo ha detto...

Fernandez sta alla buona teologia come Bergoglio al Papato. Infatti Bergoglio l’ha messo alla Dottrina.
Non basta nascere in Argentina per essere dei Maradona: anche nel calcio ci sono le schiappe. Solo che lì si corre dietro alla palla e per vincere ci vuole anche un po’ di fondoschiena. Nella Chiesa il Vincitore c’è già, si corre dietro la Verità e certe propensioni contro natura gridano vendetta…