sabato 27 novembre 2021

Europa dove sei? Chi sei? Ci sei? Di Marcello Pera

Ringrazio il prof. Stefano Fontana che ci segnala la pubblicazione, da parte dell'Osservatorio Card. Van Thuân sulla Dottrina sociale della Chiesa, dell’intervento tenuto all’ Accademia lucchese di Scienze, Lettere e Arti il 18 novembre 2021 dal Presidente emerito del Senato della Repubblica prof. Marcello Pera. Condividiamo l'auspicio che questo lucido intervento del sen. Pera possa aprire un serio dibattito sull’Europa e sulla Chiesa in Europa. E difatti nella Costituzione europea manca ogni riferimento a Dio e alle radici cristiane della sua civiltà. In tal modo si dimentica che la struttura profonda di una società è spirituale e culturale, prima che politica ed economica. E si sfigura l'identità europea. Mi permetto una chiosa sulle radici – più che giudaico-cristiane – greco-romane, fecondate dal cristianesimo innestato nell'ebraismo puro, in alternativa al giudaismo rabbinico spurio del dopo-Jawne.

Europa dove sei? Chi sei? Ci sei? 
Di Marcello Pera

1 Anche se quasi nessuno lo sa, proprio in questi giorni si stanno riunendo in tutta Europa quattro comitati ciascuno di 200 membri, cittadini europei selezionati in modo casuale, per discutere sullo “Stato futuro dell’Europa”. L’iniziativa, presa dalla presidente dell’Unione Europea, Ursula von der Leyen, su suggerimento del presidente francese Emmanuel Macron, è partita nel 2019, poi slittata al 2020, e si concluderà l’anno prossimo. I temi in discussione sono quattro: economia, democrazia, clima, migrazioni. Saranno oggetto di separati documenti da presentare alle istituzioni europee.

Se si discute di futuro dell’Europa, significa che la costruzione europea presente è ancora un cantiere aperto o quantomeno che vi sono lacune. Faccio sùbito un esempio. In queste ore, a fronteggiare i migranti che dalla Bielorussia premono ai confini della Polonia sono solo le forze dell’ordine polacche, anche se è chiaro che chi ce li manda, Lukashenko oggi, come Erdogan ieri e Geddafi prima, lo fa per ricattare l’Europa intera, non la sola Polonia. Perché, allora, non c’è l’Europa?

Semplice: perché l’Europa non ha confini definiti e non ha una forza per difenderli. Ecco una enorme lacuna. Non esistono un esercito europeo, una polizia europea, guardiacoste europei. In questa situazione, come si può parlare di Stato (o super-Stato) europeo? Il primo còmpito dello Stato è la difesa del proprio territorio. Come si può parlare di Unione Europea? Còmpito di un’unione fra Stati è soccorrere quelli che ne abbiano bisogno. Invece, oggi sembra valere ciò che qualche tempo fa disse l’ambasciatore Sergio Romano: che nell’espressione “Unione Europea”, “il termine Unione è una bugia”.

Non fa meraviglia allora che il sentimento di appartenenza ad una medesima comunità allargata europea si stia assottigliando e che presso molti cittadini europei cominci a farsi strada la richiesta di nazionalità e si stia sviluppando un patriottismo nazionale. È il fenomeno battezzato come “sovranismo”. Credo che, anziché deprecarlo e prima di criticarlo, si dovrebbe comprenderlo. È deprimente invece osservare che si preferisce farne oggetto di misera propaganda politica, come se non avesse motivazioni serie.

Perché nasce la diffidenza verso l’Europa e cresce il bisogno di rifugio nei nostri Stati-nazione? A mio avviso, non c’è nessun mistero o disegno, nessun complotto di forze antidemocratiche, nessun rigurgito del passato. Ci sono solo reazioni politiche a fatti crudi da analizzare e a problemi oggettivi da risolvere. Consideriamo la situazione e ciascuno guardi alla propria condizione.

2 Se, a causa di fenomeni migratori, hai bisogno di sicurezza alla tua frontiera o dentro il tuo paese e vedi che l’Unione europea non ha un’agenda adeguata a soddisfarlo; se abiti in una zona di periferia e l’Unione ti lascia solo a fronteggiare ondate di clandestini; se, di fronte a questo fenomeno, consenti ad alcuni Stati interni e riparati di chiudere i loro confini trasformando in imbuti ciechi gli Stati di frontiera; se hai paura del terrorismo islamico e vedi che le élites politiche europee evitano persino di chiamarlo col suo nome proprio; se le gerarchie della Chiesa si comportano allo stesso modo, magari piantando alberi di pace mentre i terroristi ti fanno la guerra; allora è comprensibile che un patriottismo europeo stenti a nascere. Anzi, cominci a pensare che l’Europa sia un problema, non la soluzione. Che ti sia estranea e lontana, anziché prossima.

Facciamo analoghe osservazioni, soprattutto con riferimento a casa nostra. Se le tue condizioni di vita peggiorano e la classe media del tuo paese si impoverisce sensibilmente; se paghi tasse elevate; se il lavoro decentemente retribuito scarseggia; se i giovani hanno futuro incerto; se la competizione nel mondo globalizzato abbassa il tuo tenore economico; se lo stato sociale diventa sempre più costoso e sei costretto a pagarlo due volte, prima con il contributo ai servizi nazionali poi con le parcelle ai servizi privati; allora il patriottismo nazionale cresce, perché di fronte a questi problemi lo Stato-nazione diventa l’unico luogo per la soddisfazione dei tuoi bisogni, cioè diventa la tua vera patria. La vera patria, infatti, è là dove c’è cura di te.

Dunque, non serve a niente, salvo che a far mostra di buoni e facili sentimenti, condannare i patriottismi nazionali che rinascono. Servirebbe un po’ di onestà intellettuale per capire le ragioni per cui rinascono.

Prendo ancora l’esempio della Polonia. Di recente è stata condannata dal Parlamento e dalla Commissione europea ed è ora minacciata di sanzioni fino all’espulsione dall’Unione per violazione dello stato di diritto. Ma qualcuno ci ha spiegato in che cosa precisamente consistono queste violazioni? Qualcuno, compreso la stampa, ha mai fatto conoscere le motivazioni della corte costituzionale polacca in merito al rapporto fra diritto nazionale e diritto comunitario? Qualcuno ha mai ricordato che l’intervento della corte costituzionale polacca ha la stessa fonte di legittimità di quello della corte costituzionale tedesca, che pure decide se le cessioni di sovranità verso l’Europa sono compatibili con l’ordine costituzionale tedesco? E soprattutto: che cos’è, fino a dove si estende, quali limiti ha, il cosiddetto “stato di diritto europeo”? Coinvolge anche la legislazione su materie etiche? E se i polacchi volessero mantenere le loro in armonia e continuità con tradizione cattolica assai sentita in quel paese, perché dovremmo condannarli?

È anche su terreni come questi che viene a mancare l’Unione europea. Essa dà l’impressione di fare distinzioni fra Stati, di promuoverne alcuni e censurarne altri, di favorire certe politiche di alcuni partiti o coalizioni di partiti anziché altre, di imporre decisioni in disprezzo delle maggioranze e dei governi eletti. È come se dai palazzi di Bruxelles venisse un avvertimento agli elettori degli Stati nazionali: o vi fate governare da maggioranze e persone da noi approvate, oppure siete fuori dalla nostra comunità di “princìpi e valori”. Niente suona più offensivo e irritante per un elettore del sentirsi dire che non è libero di scegliere o che lo è solo entro un certo perimetro.

I polacchi, che hanno la memoria sanguinante delle invasioni nazista e sovietica, hanno il timore che l’Unione europea si comporti nei loro confronti come un impero centrale. Si può o no discutere se i popoli europei hanno solo il dovere di cedere la loro sovranità e non anche il diritto di mantenere le proprie tradizioni, almeno riguardo a certe materie particolarmente sensibili?

Chiarisco la domanda. Supponiamo che nella costituzione di un paese europeo sia scritto che la famiglia è una “comunità naturale fondata sul matrimonio fra un uomo e una donna”. È il caso della costituzione italiana all’art. 29, anche se l’espressione “fra un uomo e una donna” non vi compare, ma è chiaramente implicita in quella di “comunità naturale”, che non significa “comunità giuridica” o “comunità culturale”. Ebbene, questa costituzione deve cedere al diritto comunitario che prevede il matrimonio omosessuale? E perché? I popoli europei non hanno mai partecipato a discussioni riguardo a questo nuovo diritto. Al contrario, quando fu stilata una costituzione europea, la quale dà spazio alla famiglia omosessuale, i francesi la bocciarono con un referendum.

La realtà è che un vero spirito europeo non è ancora nato, anche perché, agli occhi dei cittadini, le istituzioni europee non hanno fatto molto per farlo nascere, essendo opache e pletoriche. Abbiamo un’abbondanza di organi politici, amministrativi, giurisdizionali, in cui è difficile districarsi, e che pure ci inviano quintali di regole e decisioni e direttive e sentenze ogni anno. Qualcuno sa precisamente quali poteri ha il parlamento europeo, che pure è eletto da tutti noi? Qualcuno conosce le competenze e le differenze fra Commissione europea, Consiglio europeo, Consiglio dell’Unione europea? Qualcuno sa dire che cos’è e che cosa fa il Consiglio d’Europa, che pure, nonostante il nome, non fa parte delle istituzioni dell’Unione europea? La democrazia deve essere trasparente. Implica che i governanti siano controllati dai governati mediante elezioni e perciò che i governanti siano ben conosciuti. Invece, a dire onestamente le cose come stanno, gli organi e gli uomini di governo europei sono personaggi spesso oscuri e nascosti. Per questo l’Unione europea oggi non è una federazione né è una confederazione, bensì un’aggregazione non sempre ben riuscita. Forse non è una plateale bugia, ma è una mezza verità.

Quanto dico suona euro-scettico? Ecco un altro modo di dire per non ragionare. Oppure per esorcizzare le difficoltà battezzandole con termini dalla connotazione negativa. È polemica banale e deprimente.

Se si guarda alla scala geopolitica mondiale, l’Europa è diventata una necessità ed è irreversibile. Non possiamo prescindere e non possiamo tornare indietro. Anche un nazionalista, se non è miope, non può non riconoscerlo. Dopotutto, se c’è l’America, c’è la Cina, c’è la Russia, e ci sono altri attori potenti in regime di pluralismo competitivo crescente, dovrebbe esserci anche l’Europa a determinare gli equilibri mondiali e difendere i nostri interessi. E tanto più deve esserci oggi quanto più l’America non è lo stesso nostro protettore di prima. Il tempo dello scudo americano sta ormai per scadere. Lo zio Sam è sempre più restio a pagare i conti della nostra difesa. Non c’entra Trump, c’entrano gli interessi dell’America. Ma allora, se l’Europa è necessaria, quella di oggi va criticata e ripensata, e quella futura deve essere meglio disegnata. Questo è sano realismo, lo scetticismo non c’entra.

3 Supponiamo ora che l’Europa la vogliamo seriamente e che siamo tutti convinti che sia necessaria e irreversibile. Per costruirla davvero, c’è ancora un problema molto serio da affrontare ed è quello dell’identità. L’America è il continente liberaldemocratico cristiano. La Cina il continente comunista e confuciano. La Russia il continente autocratico e ortodosso. E l’Europa che cos’è?

Chi eravamo lo sappiamo. L’Europa era il continente cristiano. Lo è ancora? La Conferenza sul futuro dell’Europa in corso, che tratta anche questo tema sotto la rubrica “valori e diritti”, non è la prima ad occuparsene. Di fatto, i grandi padri dell’Europa lo ebbero chiaro sùbito dopo la Seconda guerra e pensarono ad un’Europa cristiana, perché ritenevano il cristianesimo battesimo di identità e civiltà.

Disse Schuman: “tutti i paesi dell’Europa sono permeati dalla civiltà cristiana. Essa è l’anima dell’Europa che occorre ridarle”.

Disse De Gasperi: “come concepire un’Europa senza tener conto del cristianesimo, ignorando il suo insegnamento fraterno, sociale, umanitario?”.

Disse Adenauer: “consideravamo mèta della nostra politica estera l’unificazione dell’Europa, perché unica possibilità di affermare e salvaguardare la nostra civiltà occidentale e cristiana contro le furie totalitarie”.

Il progetto di questi padri, la Comunità Europea di Difesa (CED), come è noto finì male, per mano francese, ma il tema ritornò negli anni Novanta, quando il processo di integrazione economica si fece più stringente e quello di unione politica, dopo la caduta del Muro di Berlino, cominciò a bussare alla porta.

Nel 1992, Jacques Delors, allora presidente della Commissione europea, pronunciò un discorso nella cattedrale di Strasburgo in cui sollevò il problema, che agli Italiani ricorda tanto quello celebre di D’Azeglio. Disse: “bisogna dare un’anima all’Europa … Se nei dieci anni a venire non riusciamo a darle un’anima, una spiritualità, un significato, avremo perduto la partita dell’Europa”.

Qualche anno più tardi, nel 1999, Romano Prodi, anche lui presidente della Commissione europea e anche lui in una chiesa, si espresse negli stessi termini: “l’Europa non si può concepire nell’oblio della sua memoria e in questa memoria figura la traccia permanente del cristianesimo. Nelle diverse culture delle nazioni europee, nelle arti, nella letteratura, nell’ermeneutica del pensiero c’è la culla del cristianesimo che alimenta credenti e non credenti”.

E tanti altri hanno sostenuto la stessa posizione. Inutile che ricordi gli interventi accorati e molto dotti di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI [anche da cardinale qui].

E però la discussione è finita male anche questa volta. Dell’anima cristiana dell’Europa non si è più parlato. E quando se ne è parlato, quest’anima è stata via via nascosta, emarginata, censurata e anche repressa. Quante discussioni inutili sulle “radici giudaico-cristiane dell’Europa” da richiamare nel preambolo della costituzione! Quanta retorica! Quanta ipocrisia di chi fingeva di apprezzarle, quelle radici, e in realtà non credeva a nulla!

Guardiamo in faccia la realtà. Oggi in Europa siamo nell’epoca dell’apostasia del cristianesimo, del nascondimento e cancellazione della nostra storia, dell’abbattimento dei nostri simboli. Si dice che è per una questione di inclusione, di pari dignità, di accoglienza degli altri. Sarà. Resta comunque che è una negazione gravissima della nostra identità. E io temo peggio: che sia anche una questione di paura.

Siccome la nostra memoria è spesso labile, conviene citare alcuni fatti recenti che non dovrebbero essere dimenticati in fretta, perché sono ammonimenti molto seri.

L’Europa ha evitato di menzionare le sue radici giudaico-cristiane [tu quoque? non solo ma anche greco-romane -ndr] nella sua Costituzione poi defunta, poi risorta, poi finita nell’obitorio giuridico di qualche trattato.

L’Europa ha condannato un politico italiano, Rocco Buttiglione, per aver sostenuto che il matrimonio omosessuale è contrario al suo credo cristiano.

L’Europa promuove legislazioni che violano princìpi cristiani sui principali temi etici. Sostiene l’aborto, l’eugenetica, l’eutanasia, la manipolazione degli embrioni, il matrimonio omosessuale, l’identità di genere, e già tollera la poligamia.

L’Europa non ha difeso un Papa, Benedetto XVI, attaccato perché in una sua lezione aveva sostenuto che il cristianesimo è religione del logos e non della spada e aveva chiesto all’islam di pronunciarsi in modo analogo.

L’Europa ha impedito a questo stesso Papa di parlare in una università, la Sapienza di Roma, dopo averlo invitato.

L’Europa nasconde i suoi simboli cristiani, nelle sue scuole elementari non insegna più a dire “Buon Natale” o “Buona Pasqua”, perché dice di non voler offendere i bambini dei non credenti o degli altri credenti.

L’Europa concede nei propri Stati la massima libertà religiosa e di culto agli islamici, ma tollera che, nei loro Stati, questa stessa libertà sia conculcata fino al martirio dei cristiani, in Africa, in Asia, in Turchia, in India, dappertutto.

L’Europa protegge sotto lo scudo della libertà di espressione le opere d’arte blasfeme nei confronti del cristianesimo, ma sospende questa stessa libertà quando si tratti di irriverenza satirica nei confronti dell’islam.

L’Europa reagisce flebilmente al fondamentalismo e al terrorismo islamici perché si considera colpevole di esportare la civiltà cristiana.

E così via, ogni volta con un cedimento rispetto alla nostra tradizione religiosa. Non fa meraviglia che seri studiosi parlino ormai di una “Europa senza Dio” e che i dati provino che l’Europa sia tra le aree più secolarizzate dell’Occidente.

Mi faccio delle domande. Può nascere un patriottismo europeo in una terra così desolata? Possiamo dotarci di una identità europea, se una fonte essenziale di identità dell’Europa, quella religiosa, è osteggiata? Se qualcuno ci terrorizza e ci accusa di essere “giudei e cristiani”, possiamo ancora rispondere: sì, lo siamo e vogliamo restarlo? Se dobbiamo dialogare con gli altri, possiamo farlo se gli altri declinano la loro identità e noi ci vergogniamo della nostra?

Fino a poco tempo fa, pensavo che queste domande dovessero essere indirizzate al mondo politico, ai partiti, alle istituzioni. Da tempo, mi trovo costretto a rivolgerle al mondo cattolico e in primo luogo al suo magistero, dai vescovi al Pontefice. Le nostre chiese si spopolano, alcune chiudono, altre cadono, altre si trasformano in nuovi edifici. La nostra educazione tradizionale si perde. Il nostro senso di appartenenza si affievolisce. I vescovi marciano con la bandiera arcobaleno. Sulla loro bocca, l’espressione “salvezza” è lentamente sostituita dall’espressione “giustizia” e l’espressione “giustizia” è sempre più intesa nel senso di “giustizia sociale”, come se la giustizia del Dio cristiano avesse a che fare con la busta paga, mentre i termini “proselitismo” o “evangelizzazione” sono giudicati scorretti e banditi. Su questa strada, il cristianesimo si secolarizza, diventa umanesimo, ecologismo, pacifismo, democrazia, diritti umani. Con uno slittamento semantico non facile da comprendere, il Pontefice chiama “clericalismo” ciò che dovrebbe essere fermezza di dottrina e coerenza di comportamenti. In tanta confusione, ci può capitare persino di veder recare omaggio al paganesimo, come si è visto al Sinodo dei vescovi panamazzonico o con l’ingresso della Madre terra in San Pietro.

Mi fermo qui. Per riassumere in rapida sintesi, rispondo alle domande che via via mi sono fatto. Europa, dove sei? Oggi sei terra indefinita. Europa, chi sei? Oggi sei un soggetto in via di smarrimento. Europa, ci sei? Oggi manchi spesso all’appello. Fonte

13 commenti:

Anonimo ha detto...

Tutto vero tranne qualche particolare, uno mi sembra essenziale il disastro europeo non è caduto addosso ai popoli europei loro malgrado. Già dagli anni '80 del secolo scorso la pletoricità dell'organizzazione era nota a chi in quella organizzazione lavorava da dirigente. L'Organizzazione europea dava lustro e remunerazioni più che consistenti a tutti e per un lungo periodo è stato il carro da assalire in gran carriera. Come giro vorticoso del dio danaro ha trovato i suoi adepti che si son dati da fare nel forgiare l'eu a loro immagine e somiglianza, compresi vizi e deboscia che da lì cominciarono a diventare diritti europei.
I frequentatori dell'istituzione ue non potevano non sapere, ma nessuno ha denunciato le storture che veniva scoprendo.Oggi la ue è diventata complicità manipolatoria dissoluta europea impazzita, come sempre accade a chi si pone sopra e fuori le poche e sacrosante leggi cattoliche. Salvati sempre i pochi onesti sempre sconosciuti, mai in carriera, mai ideatori di 'un mondo migliore'da raggiungere secondo piani degni del più aggiornato manicomio criminale europeo.

Anonimo ha detto...

Nel 2000, Mario GIORDANO scrisse "L'UNIONE fa la truffa". Divertentissimo libro, uscito fuori dalla mera pubblicazione in parallello di una minina parte della mole di contraddittori documenti Europie. Dalla misura delle banane, alla defizione di fragola e di marmellata. Per non parlare degli intrallazzi. Giri impressionanti di tagenti legati alla costruzione di palazzi abbandonati appena finiti (ed a volte anche prima) perchè pieni di amianti. Etv.

Anonimo ha detto...

Finché comanderanno i 'protestanti' del nord e i laicissimi francesi, spazio per i 3/4 ormai ex paesi cattolici, ce ne sarà sempre meno, adesso poi col contratto-trappola con la Francia sapete già chi ci rimette......aspettiamo le elezioni francesi? Il devastante crack della DB? Allora forse qualcosa si muoverà, tenendo conto che, secondo informazioni ufficiose, sia il presidente USA che il facente funzioni dibiancovestito, nonché CEO di SCV, hanno entrambi un cancro al colon-retto, crediamoci o no, staremo a vedere la fine della storia.

Anonimo ha detto...

Gravitas
Il ministro della “transizione” Roberto Cingolani recita: «Non serve studiare quattro volte le guerre puniche, servono più digital manager», mentre al ministero dell'istruzione si rimugina esplicitamente la eliminazione degli scritti dall'esame di Stato. Siamo alle scene finali di un turpe spettacolo perpetrato nel tempo che ora raggiunge l'ipogeo dell'orrido in nome del progresso, tanto che davvero si può considerare Civiltà solo ciò che è miracolosamente scampato allo zelo dei governanti. Si tratta senza remore di sostituire la realtà degli esseri umani con l'amministrazione delle cose. Sin dal momento in cui lo sviluppo economico, tecnologico e scientifico si identifica con l'ossessione produttivista, materialista e pratica non vi è più bisogno di immaginare altre finalità qualitative alla realizzazione dell’uomo e alla sua dignità. E allora ora più che mai viva il genio di Annibale, il coraggio di Attilio Regolo, la forza di Marcello e il cuore di Scipione. Se avrà ancora permanenza una cultura all’oltraggio degli ultimi barbari, il mos maiorum non potrà che avversare il vostro mondo e gettarci sopra il sale. Sempre e comunque una guerra contro l’utile.

Anonimo ha detto...

Grazie per l'incipit, Mic. Sentinella che non tace!

Anonimo ha detto...


Ma quali guerre puniche quattro volte? L'ignoranza della storia è notoriamente abissale.

Tranne qualche eccezione, vengono insegnati schemini marxisti da cellula dopolavoristica del pci d'antan. Per di più conditi da quella parodia del sapere rappresentata dal connubio psicoanalisi-femminismo, e insomma dal politicamente corretto nelle sue varie forme.
Ma anche della storia moderna e contemporanea, cosa credete che sappiano gli studenti d'oggi, anche all'Università?
Anni fa ho letto in un articolo della rivista 'Nuova Storia Contemporanea', fondata da Renzo De Felice, che ad un esame universitario di storia italiana contemporanea, cadendo il discorso sulla Grande Guerra, l'esaminando disse, come fosse cosa ovvia, "quella guerra che abbiamo perso con la disfatta di Caporetto". Era convinto che per noi la GG fosse finita a Caporetto, che l'Italia l'avesse persa. Del Piave e del Grappa, della disperata "battaglia d'arresto" quindici giorni dopo Caporetto, con la quale il Regio Esercito, dato erroneamente per morto a Caporetto, bloccò l'avanzata nemica che sembrava irresistibile, costui non sembrava mai aver sentito parlare. E nemmeno della Battaglia del Solstizio, giugno del 18, quando l'ultima grande offensiva austro-ungarica si infranse sulla stessa linea, per non parlare del finale, di Vittorio Veneto...
Di cosa ci meravigliamo?
I mentecatt stanno cercando di riscrivere la storia dal punto di vista delle "minoranze", a cominciare dal ruolo delle donne, che deve esser rivalutato, perbacco...Basta con le legioni romane, con gli eserciti di Annibale, con i testi sacri o letterari scritti solo da uomini, ci interessa molto di più (davvero?) conoscere la storia delle matrone romane, o cartaginesi, o greche etc Ci vuole una storia delle donne, così in generale, allo stesso modo del personaggio principale delle "Anime morte" di Gogol, che fingeva di raccogliere materiali per una storia dei generali, dei generali in generale...

Occorre certamente ricostruire una classe operaia, con una cultura tecnica adeguata, denatalità permettendo, ma non a prezzo dell'ignoranza. Credo che lo studio serio della storia piacerebbe anche agli operai.
H.

Degrado senza limiti ha detto...

Pubblicità delle poste norvegesi: Babbo Natale gay mostrato in un bacio omosessuale

Ma qui l'inclusione, il rispetto e la lotta alle discriminazioni non c'entrano niente. Tra l'altro Babbo Natale non ha mai avuto moglie né famiglia e non poteva essere un simbolo di "eteronormatività".
Si tratta solo din trucchi ormai nemmeno più subdoli per inculcare certe cose ai bambini, approfittando di una figura a loro familiare. Semplicemente vergognoso.
E a questi livelli, più che un manifesto di libertà diventa un gioco di cattivo gusto, o peggio, un gioco perverso!

Anonimo ha detto...

Sarà caratteristica, infatti, dei tempi che precederanno le grandi tribolazioni la ricerca dei piaceri e la preoccupazione assillante della vita presente, come noi già vediamo nella nostra generazione. Il mondo è diventato una bettola, un teatro ed un cantiere; si cerca il piacere dei sensi con le maggiori raffinatezze; si distrae la vita nell'ebbrezza del divertimento portato fino a domicilio con la radio e la televisione; si lavora, in una preoccupazione così assillante della vita presente da dimenticare completamente quella spirituale.
Per chi vive in questa maniera indegna la tribolazione sarà una sorpresa, com'è sorpresa il laccio per gli uccelli che vengono accalappiati. Non penseranno che è voce di Dio, né penseranno a dover mutare la loro vita, attribuendo gli sconvolgimenti della natura a cause puramente naturali.
Don Dolindo Ruotolo

A tanto sono arrivati! ha detto...

Avellino, don Vitaliano Della Sala: «Senza vaccino niente messa»

Il direttore Caritas: «Per un prete è una sofferenza enorme chiedere ai propri fedeli di non venire in chiesa, ma sono costretto a farlo». Intanto appaiono scritte no vax sui monumenti
di Vito Lucignoli

«Per un prete è una sofferenza enorme chiedere ai propri fedeli di non venire in chiesa, ma sono stato costretto a farlo». Così don Vitaliano Della Sala, parroco della frazione Capocastello di Mercogliano e vicedirettore della Caritas di Avellino, dal pulpito invita i fedeli che non siano vaccinati a non partecipare alle funzioni religiose. «Non voglio dare giudizi - spiega - ma dovremmo aiutare chi ha scelto di non vaccinarsi e convincerlo a farlo al più presto. Ne va della salute personale, ma soprattutto della salute degli altri. E la carità è anche preoccuparsi del bene dell’altro. Vaccinarsi significa preoccuparsi per sé ma soprattutto degli altri». Don Vitaliano Della Sala spiega anche che si è sentito costretto a chiedere ai fedeli di non partecipare alle messe, soprattutto a quella della domenica, perché il numero dei contagiati nella sua parrocchia desta qualche preoccupazione. E dunque ribadisce: «Chi non è vaccinato resti a casa».

Don Vitaliano non è un prete qualsiasi. Era tra i leader del movimento No Global dissoltosi dopo i fatti di Genova e la morte di Carlo Giuliani. E la sua invettiva arriva proprio quando si coprono di scritte no vax le mura dei monumenti di Avellino e nel mirino è finita in particolare la centralissima chiesa del Rosario.

Anonimo ha detto...


Nella legittima protesta contro il vaccino di fatto obbligatorio e il "permesso verde", sembrano essersi infiltrati gli estremisti di sinistra, con le loro ben note tecniche provocatorie e violente.
E negli estremi, si sa, non si può escludere la presenza di agenti provocatori.
Comunque, l'apparire della nuova variante, che sembra difficilmente controllabile, sta facendo sfuggire di mano la situazione, in diversi e importanti Paesi. Una situazione sanitaria nella quale si debba ricorrere ogni pochi mesi a nuovi "richiami" o "boosters" di un vaccino, senza per questo fermare l'epidemia in corso, non può definirsi sotto controllo.
Ma le leggi inique contro la legge naturale e divina non ci pensano proprio ad eliminarle, per placare l'ira divina.
Non solo. In certi paesi, la fazione "verde" di fatto al potere spinge per una transizione accelerata verso l'agricoltura verde, per via del cambiamento climatico visto come Apocalissi imminente (?) se non si cambia in fretta - col risultato che l'agricoltura tradizionale sta entrando in crisi. Oltre ad inverni con poco riscaldamento, si prospettano anche anni di penuria alimentare. Infatti, vogliono in pratica ridurre all'osso l'allevamento di suini e bovini perché inquinerebbero con le loro flatulenze (?), punire gli agricoltori tagliandoli fuori dal credito, etc.
Siamo, e da tempo, alla follia più completa. Che sta però diventando criminale nella misura in cui mostra una volontà perversa di annientare intere classi sociali, distruggendone l'attività economica, al fine di realizzare un'insana utopia.
O.

Anonimo ha detto...

Nel commento del 27/11 ore 23:16 c'è una perplessità su un'ipotetica quarta guerra punica.
Non è però un assurdo, in quanto Mussolini un paio di volte definì la campagna del Nordafrica appunto "quarta guerra punica" e questa definizione divenne anche il titolo del primo capitolo del libro Di F. Deakin "La brutale amicizia", edito in origine come "Storia della repubblica di Salò", dove si analizzavano i fatti che poi portarono alla nascita della RSI.
Infatti io, che ho letto quel libro trent'anni fa mi sono chiesto al tempo come siano andati dietro a uno che appunto straparlava di quarta guerra punica e spezzare reni a questo e quello, visto che la maggior parte di quelle frasi sono diventate spunti per scene comiche.
Giusto per precisione storica.

Anonimo ha detto...


Mussolini e la "quarta guerra punica".

Veramente si parlava di far studiare quattro volte le guerre puniche non di una quarta guerra punica, mai esistita.
Se poi, con questo riferimento si vuol far mente locale alle nostre disavventure nella II gm, allora è un altro discorso.
Più che giudicare M. dalle sue frasi celebri, più o meno azzeccate, bisognerebbe guardare a certi fatti.
Sulla nostra entrata in guerra è uscito un paio d'anni fa un ottimo libro di E. Gin, L'ora del destino, Nuova Cultura (cito a memoria). L'Autore ha consultato anche tutti i memorandum che in quei mesi fatali si scambiavano gli Stati Maggiori francese e britannico.
In sintesi: M. non voleva entrare in guerra ma si trovava in una situazione difficile, tra il martello tedesco e l'incudine inglese. Gli inglesi cominciarono a sequestrare le navi italiane che importavano carbone dalla Germania, con la scusa che si trattava di controlli legali a chi era "non belligerante". Questo fatto ci metteva in ginocchio. Hitler ci offrì il trasporto via treno, meno efficiente. Convulse trattative sottobanco: gli inglesi per smettere i sequestri volevano un accordo con noi, che gli vendessimo anche materiale militare [sic]. M. alla fine, convinto (come ogni persona normale al tempo) che H. avesse vinto la guerra, dopo lo sfondamento del fronte francese, fece capire ai franco-inglesi che sarebbe entrato in guerra contro di loro, informandoli anche in anticipo sulla data e l'ora (cosa mai vista) : una sorta di dichiarazione di guerra politica soprattutto, per sedersi al tavolo delle imminenti trattative di pace, guadagnare qualcosa e "mediare", come aveva fatto a Monaco nel 38.. Quando la dichiarò fece il solito discorso roboante e nello stesso tempo ordinò di non muoversi su tutti i fronti! Difesa assoluta. Pare che a H. sia quasi venuto un accidente dalla rabbia e dallo sconcerto. Dopo 2 giorni di inattività, poiché la Francia stava per fare l'armistizio, M. dovette fare qualcosa: ordinò all'improvviso un'offensiva sul munitissimo fronte delle Alpi. Fu un disastro. Prendemmo Mentone, soprattutto perché i francesi si ritirarono.
Un generale francese della Commissione di Armistizio, disse: "Non ci sarebbe alcun armistizio da fare con l'Italia perché ci ha dichiarato la guerra ma non ce l'ha fatta."
Fu un errore di valutazione colossale, che ci fece la fama degli sciacalli (alquanto esagerata dai francesi, che ancora ci campano) e ci imbarcò in una guerra all'ultimo sangue con l'impero britannico. La fazione antiitaliana, rappresentata da Eden, era convinta, grazia anche alla propaganda antifascista in esilio, che l'Italia fascista sarebbe crollata, con la guerra. Il crollo ci fu, ma dopo tre anni e tre mesi, durante i quali la Regia Marina chiuse il Mediterraneo agli inglesi, contribuendo a far loro perdere l'impero in Asia (questo era il timore dello Stato maggiore brit. nel 40, che incitava Churchill e Eden a venire ad un accordo con M., in tutti i modi).
H.

Tornando alle guerre puniche ha detto...

Secondo me l'affermazione di Cingolani parte da presupposti errati (e mi suona strano che provenga da un fisico). La cultura in primis non è classica o scientifica, é tale, ed é quel patrimonio che deve esserci di default, ti protegge e ti aiuta. Quello che con un po' di confusione viene da sempre definita "cultura tecnologica" é semplicemente il completamento di un percorso che inizia alle superiori e non ha mai fine, sono competenze che puoi apprendere in qualsiasi periodo della vita... chiaro che il potere preferisca avere 100 ingegneri piuttosto che 100 filosofi... mica lo scopriamo oggi..