Peregrinatio Summorum Pontificum 2022

mercoledì 21 gennaio 2026

Il vescovo Athanasius Schneider: il rapporto sulla liturgia del cardinale Roche è “manipolatorio” e distorce la storia

Nella nostra traduzione da Substack.com Diane Montagna intervista mons. Schneider sulla più recente difesa della Traditionis Custodes da parte del cardinale Arthur Roche. Importanti le alternative indicate per l'incontro di giugno. Evidente dimostrazione che ci sono soluzioni anche in un orizzonte di conservatorismo. Qui l'indice degli articoli sulla Liturgia al tempo di Leone.

Il vescovo Athanasius Schneider: il rapporto sulla liturgia del cardinale Roche è “manipolatorio” e distorce la storia

ROMA, 20 gennaio 2026 — Il vescovo Athanasius Schneider ha espresso una forte critica a un recente rapporto sulla liturgia preparato dal cardinale Arthur Roche, affermando che si basa su un “ragionamento manipolatorio” e “distorce le prove storiche”.

Il testo di due pagine del Cardinale – presentato come una "attenta riflessione teologica, storica e pastorale" – è stato distribuito ai membri del Sacro Collegio durante il concistoro convocato da Papa Leone XIV il 7 e 8 gennaio. Sebbene non fosse stato formalmente presentato o discusso durante la riunione per motivi di tempo, il rapporto ha ricevuto forti resistenze da parte del clero e dei fedeli in seguito alla diffusione del suo contenuto sui media.

In un'analisi punto per punto, il vescovo Schneider contesta sia i presupposti storici che le premesse teologiche alla base del testo. Basandosi sui documenti del Concilio Vaticano II, sul magistero papale e su testimonianze di studiosi e testimoni direttamente coinvolti nella riforma liturgica postconciliare, sostiene che il rapporto, piuttosto che un'analisi imparziale e attenta, rispecchia un approccio ideologico caratterizzato da quello che definisce "rigido clericalismo".

Al centro della critica del vescovo c'è l'affermazione che la riforma liturgica attuata nel 1970 rappresenti una rottura con lo sviluppo organico del Rito Romano. Il vescovo Schneider sostiene che la Messa più fedele al Concilio fu l'Ordo Missae del 1965, e che la forma successivamente promulgata da Papa Paolo VI – il Novus Ordo Missae – fu sostanzialmente respinta, nel 1967, dal primo Sinodo dei Vescovi dopo il Concilio.

Egli contesta inoltre l'interpretazione del cardinale Roche del Quo primum di Pio V, respinge la sua affermazione secondo cui il ripristino della liturgia romana tradizionale fu semplicemente una "concessione" e contesta l'idea che il pluralismo liturgico "congela la divisione" all'interno della Chiesa.

Per il vescovo Schneider, il rapporto del cardinale Roche "ricorda la lotta disperata di una gerontocrazia a fronte di critiche serie e sempre più forti, provenienti principalmente da una generazione più giovane, la cui voce essa cerca di soffocare attraverso argomenti manipolatori e, in ultima analisi, trasformando in armi il potere e l'autorità".

Nell'intervista che segue, Sua Eccellenza guarda anche al concistoro straordinario previsto per fine giugno, delineando alternative che, a suo dire, potrebbero contribuire a ripristinare la pace liturgica nella Chiesa.

Diane Montagna (DM): Eccellenza, qual è la sua opinione complessiva sul documento sulla liturgia predisposto dal cardinale Roche per l'esame dei membri del Sacro Collegio nel concistoro straordinario?

+Athanasius Schneider (+AS): Per qualsiasi osservatore onesto e obiettivo, il documento del Cardinale Roche trasmette l'impressione di un evidente pregiudizio contro il Rito Romano tradizionale e il suo uso attuale. Sembra mosso da un programma volto a denigrare questa forma liturgica e, in ultima analisi, a eliminarla dalla vita ecclesiale. Il cardinale sembra determinato a negare al rito tradizionale qualsiasi ruolo legittimo nella Chiesa odierna. È vistosamente  assente un impegno di obiettività e imparzialità – caratterizzato dall'assenza di pregiudizi e da una genuina preoccupazione per la verità –. Per contro, il documento usa ragionamenti manipolatori fino al punto di distorcere le prove storiche. Non riesce a incarnare il principio classico, sine ira et studio – ovvero un approccio "senza rabbia o zelo di parte".

(DM): Passiamo ad alcuni passaggi specifici del rapporto. Nel n. 1, il Cardinale Roche afferma: "La storia della Liturgia, potremmo dire, è la storia della sua continua 'riforma' in un processo di sviluppo organico". Questo solleva una domanda fondamentale: riforma e sviluppo sono la stessa cosa? La riforma sembra suggerire un intervento deliberato e positivista, mentre lo sviluppo sembra implicare una crescita organica verificata nel tempo. Storicamente, è corretto affermare che la liturgia ha richiesto una riforma continua, o è meglio intenderla come uno sviluppo organico, con solo occasionali interventi correttivi?

(+AS): A questo proposito, rimane pertinente e incontrovertibile l'affermazione di Papa Benedetto XVI: «Nella storia della liturgia c'è crescita e progresso, ma nessuna rottura» (Lettera ai Vescovi in occasione della pubblicazione della Lettera apostolica Summorum Pontificum, 7 luglio 2007). È un dato storico – attestato da autorevoli studiosi della liturgia – che dal tempo di Papa Gregorio VII nell'XI secolo, cioè per quasi un millennio, il Rito della Chiesa romana non ha subito riforme significative. Il Novus Ordo del 1970, al contrario, a qualsiasi osservatore onesto e obiettivo, si presenta come una rottura con la tradizione millenaria del Rito romano.

Questa valutazione è rafforzata dal giudizio dell'archimandrita Boniface Luykx, studioso di liturgia, perito al Concilio Vaticano II e membro della commissione liturgica vaticana (il cosiddetto Consilium) guidata da padre Annibale Bugnini. Luykx, alla base del lavoro di questa commissione, ha individuato fondamenti teologici errati e ha scritto:
“Dietro queste esagerazioni rivoluzionarie si nascondevano tre principi tipicamente occidentali ma falsi: (1) il concetto (à la Bugnini) della superiorità e del valore normativo dell’uomo occidentale moderno e della sua cultura su tutte le altre culture; (2) l’inevitabile e tirannica legge del cambiamento continuo applicata da alcuni teologi alla liturgia, all’insegnamento della Chiesa, all’esegesi e alla teologia; e (3) il primato dell’orizzontale” (A Wider View of Vatican II, Angelico Press, 2025, p. 131).
(DM): La descrizione che il Cardinale Roche fa della bolla Quo primum di Papa Pio V al n. 2 è accurata? Papa San Pio V non permise forse che un rito in uso da duecento anni continuasse a esistere? E anche altri riti, come quello ambrosiano o domenicano, non poterono sopravvivere e prosperare?

(+AS): Il cardinale Roche fa un riferimento selettivo a Quo primum, distorcendone così il significato e utilizzando il documento di Papa San Pio V a sostegno di un'interpretazione antitradizionale. Infatti, Quo primum consente esplicitamente una legittima continuità a tutte le varianti del Rito Romano che fossero in uso ininterrottamente per almeno duecento anni. Unità non significa uniformità, come attesta la storia della Chiesa.

Dom Alcuin Reid, studioso della liturgia e massimo esperto del suo sviluppo organico, descrive così la situazione di questo periodo:
“Non dovremmo cadere nell'errore revisionista di immaginare una completa 'imbiancatura romana' centralista della liturgia occidentale: la diversità è continuata nell'abbraccio di questa unità. I domenicani conservarono la propria liturgia. Anche altri ordini mantennero riti distintivi. Le chiese locali (Milano, Lione, Braga, Toledo ecc., così come i principali centri medievali inglesi: Salisbury, Hereford, York, Bangor e Lincoln), custodivano le proprie liturgie. Eppure ciascuna apparteneva alla famiglia liturgica romana” (The Organic Development of the Liturgy, Farnborough 2004, pp. 20-21).
Questa realtà storica conferma che Papa San Pio V ha effettivamente permesso che riti con una storia continua di almeno due secoli perdurassero, compresi quelli di uso consolidato come i riti ambrosiano e domenicano, che non solo furono preservati, ma continuarono a prosperare nel novero dell'unità della Chiesa romana.

Nel n. 4 del documento, il cardinale Roche scrive: «Possiamo certamente affermare che la riforma della liturgia voluta dal Concilio Vaticano II è … in piena sintonia con il vero significato della Tradizione». Qual è la sua opinione su questa affermazione, soprattutto alla luce dell’esperienza che la maggior parte dei cattolici ha della nuova Messa nella propria chiesa parrocchiale?

Questa affermazione è vera solo in parte. L'intenzione dei Padri del Concilio Vaticano II era infatti una riforma in continuità con la tradizione della Chiesa, come risulta dall'importante formulazione della Costituzione sulla Sacra Liturgia: «Non si introducano innovazioni se non quando lo richieda una vera e accertata utilità della Chiesa; e si abbia cura che le nuove forme scaturiscano organicamente, in qualche maniera, da quelle già esistenti» (Sacrosanctum Concilium, n. 23). [Il problema sottile sta proprio in quel "in qualche maniera": tipica espressione che fa da spiraglio (al pari di altre disseminate ad arte nei documenti conciliari da parte dei famosi 'periti') per aperture che sono diventate voragini, attraverso la pastorale che, alla fine, incide sulla dottrina - ndT].

Il cardinale Roche commette il tipico errore dell'ideologo, utilizzando un argomento circolare, che può essere riassunto come segue: (1) la riforma della Messa del 1970 è in piena sintonia con il vero significato della Tradizione; (2) l'intenzione dei Padri del Concilio Vaticano II era in piena sintonia con il vero significato della Tradizione; (3) quindi, la Messa del 1970 è in piena sintonia con il vero significato della Tradizione.

Disponiamo tuttavia di valutazioni di testimoni illustri, direttamente coinvolti nei dibattiti liturgici del Concilio, i quali sostengono che l'Ordinamento della Messa del 1970 rappresenta il prodotto di una sorta di rivoluzione liturgica, contraria alla vera intenzione dei Padri conciliari.

Tra i testimoni più autorevoli c'è Joseph Ratzinger. In una lettera del 1976 al professor Wolfgang Waldstein, scrisse con sorprendente chiarezza:
“Il problema del nuovo Messale sta nel fatto che si stacca da questa storia continua – che ha progredito ininterrottamente sia prima che dopo Pio V – e crea un libro completamente nuovo, la cui comparsa è accompagnata da una sorta di proibizione di ciò che esisteva in precedenza, del tutto estranea alla storia del diritto ecclesiastico e della liturgia. Dalla mia conoscenza dei dibattiti conciliari e da una rilettura dei discorsi pronunciati in quel periodo dai Padri conciliari, posso affermare con certezza che questo non era nelle mie intenzioni.”
Un altro testimone di spicco è il già citato archimandrita Bonifacio Luykx. Nel suo recente libro "A Wider View of Vatican II. Memories and Analysis of a Council Consultor", ha dichiarato candidamente:
“C'è stata una perfetta continuità tra il periodo preconciliare e il Concilio stesso, ma dopo il Concilio questa cruciale continuità è stata interrotta dalle commissioni postconciliari. … Il Novus Ordo non è fedele alla CSL [Costituzione sulla Sacra Liturgia], ma va sostanzialmente oltre i parametri che la CSL ha stabilito per la riforma del rito della Messa. … Il rullo compressore dell'orizzontalismo incentrato sull'uomo (in contrapposizione al verticalismo incentrato su Dio) ha appiattito tutte le forme liturgiche dopo il Vaticano II, ma la sua vittima principale è il Novus Ordo. … Il principale perdente in questo processo è il mistero, che dovrebbe essere, al contrario, l'oggetto e il contenuto principale della celebrazione” (pp. 80, 98, 104).
Cosa ne pensa dell'affermazione del cardinale Roche al n. 9, secondo cui "il bene primario dell'unità della Chiesa non si ottiene congelando la divisione, ma ritrovandoci nella condivisione di ciò che non può che essere condiviso"?

Per il cardinale Roche, l'esistenza stessa del principio e della realtà del pluralismo liturgico nella vita della Chiesa equivale apparentemente a "congelare la divisione". Tale affermazione è manipolatoria e disonesta, poiché contraddice non solo la pratica bimillenaria della Chiesa, che ha sempre considerato la diversità dei riti riconosciuti – o delle legittime varianti all'interno di un rito – non come fonte di divisione, ma come un arricchimento della vita ecclesiale.

Solo chierici dalla mentalità ristretta, plasmati da una mentalità clericalista, hanno mostrato – e continuano a mostrare anche ai nostri giorni – intolleranza verso la pacifica coesistenza di riti e pratiche liturgiche diversi. Tra i molti esempi deplorevoli, nell'India del XVI secolo, c'è la coercizione dei cristiani di Tommaso, che furono costretti ad abbandonare i propri riti e ad adottare la liturgia della Chiesa latina, sulla base dell'argomentazione che a una lex credendi dovesse corrispondere una sola lex orandi, cioè un'unica forma liturgica.

Un altro tragico esempio è la riforma liturgica della Chiesa ortodossa russa nel XVII secolo, che proibì la forma più antica del suo rito e impose l'uso esclusivo di una forma appena riveduta. Se le autorità ecclesiastiche avessero permesso la coesistenza del vecchio e del nuovo rito, non avrebbero certamente "congelato la divisione", ma avrebbero piuttosto evitato un doloroso scisma – lo scisma dei cosiddetti "Vecchi Riti" o "Vecchi Credenti" – che perdura ancora oggi. Dopo un considerevole periodo di tempo, la gerarchia della Chiesa ortodossa russa riconobbe l'errore pastorale di un'uniformità liturgica forzata e ripristinò il libero uso della forma più antica del rito. Purtroppo, solo una minoranza dei "Vecchi Credenti" si riconciliò con la gerarchia, mentre la maggioranza rimase nello scisma, poiché i traumi erano troppo profondi e l'atmosfera di reciproca sfiducia e alienazione era durata troppo a lungo. In questo caso, l'intolleranza da parte della gerarchia verso l'uso legittimo del rito più antico congelò letteralmente la divisione: gli Antichi Ritualisti furono esiliati dallo Zar nella gelida Siberia.

L’attaccamento alla forma più antica del Rito romano non “congela la divisione”. Al contrario, esso rappresenta, nelle parole di San Giovanni Paolo II, “una giusta aspirazione di cui la Chiesa garantisce il rispetto” ( Lettera apostolica Ecclesia Dei, 2 luglio 1988, n. 5 c). La pacifica coesistenza di entrambi gli usi del Rito romano, uguali in diritto e dignità, dimostrerebbe che la Chiesa ha preservato tolleranza e continuità nella sua vita liturgica, attuando così il consiglio del “padrone di casa”, lodato dal Signore, “che trae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche (nova et vetera)” (Mt 13,52). Al contrario, in questo documento il Cardinale Roche spicca come rappresentante di un clericalismo intollerante e rigido in ambito liturgico, che rifiuta la possibilità di un’autentica condivisione reciproca in presenza di diverse tradizioni liturgiche.

Nel n. 10 del documento – che forse ha suscitato la maggiore costernazione – il cardinale Roche afferma: «L'uso dei libri liturgici che il Concilio ha cercato di riformare è stato, da san Giovanni Paolo II a Francesco, una concessione che non prevedeva in alcun modo la loro promozione». Come risponderebbe al cardinale su questo punto, in particolare alla luce della lettera apostolica Summorum Pontificum di papa Benedetto XVI e della lettera di accompagnamento a questo motu proprio ?

Vorrei rispondere con la seguente saggia osservazione dell'archimandrita Boniface Luykx: "Sostengo che la pluriformità, cioè la coesistenza di diverse forme di celebrazione liturgica mantenendone il nucleo essenziale, potrebbe essere di grande aiuto per la Chiesa occidentale. ... Papa Giovanni Paolo II ha infatti adottato il principio della pluriformità quando ha restaurato la Messa tridentina nel 1988" (A Wider View of Vatican II. p. 113).

Questa intuizione contraddice direttamente l'affermazione secondo cui l'uso continuato dei libri liturgici precedenti fosse semplicemente una concessione tollerata, priva di qualsiasi intenzione di incoraggiamento o promozione. Un importante insegnamento di San Giovanni Paolo II illumina ulteriormente questo punto. Egli afferma:
«Nel Messale Romano di san Pio V, come in diverse liturgie orientali, si trovano bellissime preghiere attraverso le quali il sacerdote esprime il senso più profondo di umiltà e di riverenza dinanzi ai santi Misteri: in esse si rivela la sostanza stessa della Liturgia» (Messaggio ai partecipanti all'Assemblea Plenaria della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, 21 settembre 2001).
Nel loro insieme, queste autorevoli testimonianze dimostrano che il riconoscimento e il ripristino dei libri liturgici più antichi non furono intesi semplicemente come concessioni date con riluttanza, ma come espressioni di una legittima pluriformità all'interno della vita liturgica della Chiesa, capace di arricchire la Chiesa occidentale preservando al contempo il nucleo essenziale del Rito romano.

È del tutto possibile che, se questo documento fosse stato preso in esame nel concistoro del 7-8 gennaio, i cardinali nel loro insieme non sarebbero stati in grado di comprenderlo adeguatamente, data la diffusa mancanza di formazione liturgica nella Chiesa odierna, anche tra il clero e la gerarchia. Quanti tra loro, ad esempio, avrebbero potuto confutare l'affermazione del cardinale riguardo al Quo primum di Pio V? In un futuro concistoro, un Papa ha pieno potere di convocare un perito per presentare ai membri del Sacro Collegio un documento più accademico e fondato sull'argomento che ritiene debba esser preso in considerazione. Potrebbe essere questa una via da seguire nel concistoro straordinario previsto per la fine di giugno 2026?

Credo che oggi, tra vescovi e cardinali, vi sia una diffusa ignoranza riguardo alla storia della liturgia, alla natura dei dibattiti liturgici durante il Concilio e perfino riguardo al testo stesso della Costituzione sulla Sacra Liturgia del Concilio Vaticano II.

Due fatti molto importanti vengono spesso dimenticati. Il primo è che la vera riforma della Messa secondo il Concilio era già stata promulgata nel 1965, ovvero l' Ordo Missae del 1965, che la Santa Sede all'epoca descrisse esplicitamente come l'attuazione delle disposizioni della Costituzione sulla Sacra Liturgia. Questo Ordo Missae rappresentò una riforma molto cauta e mantenne tutti i dettagli essenziali della Messa tradizionale, solo con modifiche limitate. Tra queste, l'omissione del Salmo 42 all'inizio della Messa – una modifica non senza precedenti, poiché questo salmo era sempre stato omesso nella Messa da Requiem e durante il Tempo di Passione – nonché l'omissione del Vangelo di San Giovanni alla fine della Messa.

La vera innovazione consistette nell'uso della lingua volgare durante tutta la Messa, ad eccezione del Canone, che doveva ancora essere recitato in silenzio in latino. Gli stessi Padri conciliari celebrarono questa Messa riformata durante l'ultima sessione del 1965 e ne espressero la generale soddisfazione. Anche l'Arcivescovo Lefebvre celebrò questa forma di Messa e ne ordinò l'uso nel suo seminario di Écône fino al 1975.

Il secondo fatto è il seguente. Al primo Sinodo dei Vescovi dopo il Concilio, tenutosi nel 1967, Padre Annibale Bugnini presentò ai Padri Sinodali il testo e la celebrazione di un Ordo Missae radicalmente riformato. Si trattava essenzialmente dello stesso Ordo Missae che fu poi promulgato da Papa Paolo VI nel 1969 e che oggi è la forma ordinaria della liturgia nella Chiesa cattolica romana.

Tuttavia, la maggior parte dei Padri sinodali del 1967 – quasi tutti Padri del Concilio Vaticano II – respinsero questo Ordo Missae, cioè il nostro attuale Novus Ordo. Di conseguenza, ciò che celebriamo oggi non è la Messa del Concilio Vaticano II, che è in realtà l' Ordo Missae del 1965, ma piuttosto la forma della Messa che fu respinta dai Padri sinodali nel 1967 perché troppo rivoluzionaria.

Quali alternative al documento del cardinale Roche proporrebbe ai cardinali, se potesse porgere loro anche solo pochi punti?

Vorrei presentare ai cardinali alcuni punti fondamentali. In primo luogo, vorrei ricordare gli innegabili fatti storici riguardanti la vera Messa del Concilio Vaticano II, ovvero l' Ordo Missae del 1965, nonché il sostanziale rifiuto da parte dei Padri Sinodali nel 1967 del Novus Ordo presentato loro da Padre Bugnini.

In secondo luogo, vorrei richiamare l'attenzione sui principi sempre validi che regolano il culto divino, formulati dallo stesso Concilio Vaticano II: il carattere teocentrico, verticale, sacro, celeste e contemplativo della liturgia autentica. Come insegna il Concilio:
«In essa l'umano è ordinato e subordinato al divino, il visibile all'invisibile, l'azione alla contemplazione, il mondo presente alla città futura, verso la quale andiamo in cerca. … Nella liturgia terrena noi partecipiamo, pregustandola, a quella celeste» (Sacrosanctum Concilium, nn. 2; 8).
In terzo luogo, vorrei sottolineare il principio secondo cui la diversità liturgica non nuoce all'unità della fede. Come hanno dichiarato i Padri conciliari:
«Il sacro Concilio, obbedendo fedelmente alla tradizione, dichiara che la santa madre Chiesa considera con pari diritto e dignità tutti i riti legittimamente riconosciuti; vuole conservarli in avvenire e in ogni modo incrementarli» (n. 4).
Infine, vorrei fare appello alla coscienza dei Cardinali affermando che il Papa ha oggi un'opportunità unica per ripristinare la giustizia e la pace liturgica nella vita della Chiesa, concedendo alla forma più antica del Rito romano la stessa dignità e gli stessi diritti della forma liturgica ordinaria, nota come Novus Ordo.

Un simile passo potrebbe essere realizzato attraverso una generosa costituzione pastorale ex integro. Essa porrebbe fine alle controversie derivanti da interpretazioni casistiche circa l'uso dell'antica forma liturgica. Porrebbe anche fine all'ingiustizia di trattare tanti figli e figlie esemplari della Chiesa – soprattutto tanti giovani e giovani famiglie – come cattolici di seconda classe.

Una simile misura pastorale costruirebbe ponti e dimostrerebbe empatia con le generazioni passate e con un gruppo che, pur essendo minoritario, rimane trascurato e discriminato nella Chiesa di oggi, in un momento in cui si parla tanto di inclusione, tolleranza per la diversità e ascolto sinodale delle esperienze dei fedeli.

Eccellenza, c'è qualcosa che desidera aggiungere?

Sull'attuale crisi liturgica non potrei fare una dichiarazione migliore del citare le seguenti luminose parole dell'archimandrita Boniface Luykx, serio studioso di liturgia, zelante missionario in Africa e uomo di Dio che celebrava sia la liturgia latina che quella bizantina, respirando così, per così dire, con i due polmoni della Chiesa:
“Anche il cardinale Ratzinger ha dato il suo appoggio, dichiarando che la Messa antica è una parte viva e, anzi, 'integrale' del culto e della tradizione cattolica, e prevedendo che essa darà 'il suo contributo specifico al rinnovamento liturgico richiesto dal Concilio Vaticano II'” (p. 115).

“Quando la venerazione viene meno, ogni forma di culto diventa solo intrattenimento orizzontale, una festa sociale. Anche in questo caso, i poveri, i piccoli, sono vittime, poiché l'evidente realtà della vita che scaturisce da Dio nell'adorazione viene loro sottratta da 'esperti' e dissidenti” (p. 120).

“Nessun gerarca, dal semplice vescovo al papa, può inventare alcunché. Ogni gerarca è successore degli apostoli, il che significa che è prima di tutto custode e servitore della Santa Tradizione – garante della continuità nell'insegnamento, nel culto, nei sacramenti e nella preghiera” (p. 188).
Il documento del cardinale Roche ricorda la lotta disperata di una gerontocrazia confrontata con critiche serie e sempre più forti, provenienti soprattutto da una generazione più giovane, la cui voce essa cerca di soffocare attraverso argomenti manipolatori e, in ultima analisi, trasformando il potere e l'autorità in armi.

Tuttavia, la freschezza e la bellezza senza tempo della liturgia, insieme alla fede dei santi e dei nostri antenati, prevarranno comunque. Il sensus fidei percepisce istintivamente questa realtà, soprattutto tra i “piccoli” nella Chiesa: bambini innocenti, giovani eroici e giovani famiglie.

Per questo motivo, consiglierei vivamente al Cardinale Roche e a molti altri membri del clero più anziani e un po' rigidi di riconoscere i segni dei tempi – o, per dirla in senso figurato, di saltare sul carro dei vincitori per non rimanere indietro. Perché sono chiamati a riconoscere i segni dei tempi che Dio stesso dona attraverso i "piccoli" della Chiesa, che hanno fame del pane puro della dottrina cattolica e della bellezza durevole della liturgia tradizionale.

[Traduzione a cura di Chiesa e post-concilio]

3 commenti:

Anonimo ha detto...




Con Mons. Nicola Bux, Luigi Casalini, Giovanni Zenone si parla dei documenti circolati nell’ultima riunione di cardinali. Cosa succederà il 27-28 giugno al prossimo Concistoro?
Il Concistoro secondo Fernandez e Roche.
Fede & Cultura Universitas
https://www.youtube.com/live/U7ANSggvi3U
Mons. Nicola Bux, una garanzia!

Anonimo ha detto...

Leone XIV e il rito antico, è la volta di padre John Berg

Prosegue il dialogo del Papa con prelati e comunità legati alla liturgia tradizionale. Dopo Burke, Sarah, Schneider e Rifan, ha ricevuto in udienza il superiore della Fraternità San Pietro.

Nell'intervista estiva a Elise Allen, a una domanda relativa alla liturgia tradizionale Leone XIV aveva risposto, tra l'altro: «non ho avuto la possibilità di sedermi davvero con un gruppo di persone che sostengono il rito tridentino. Presto ci sarà un’occasione e sono sicuro che ci saranno altre opportunità per farlo». Di fatto, nei sei mesi seguenti più di una volta il Papa si è seduto ad ascoltare la voce di quanti sono legati al rito antico.

Ieri, 19 gennaio, Leone XIV ha ricevuto in udienza padre John Berg, superiore della Fraternità Sacerdotale San Pietro (il primo degli istituti ex Ecclesia Dei, fondato nel 1988). Padre Berg è statunitense come il Pontefice (è nato in Minnesota nel 1970) e dopo gli studi in Germania e a Roma ha svolto negli USA gran parte del suo ministero, salvo i due mandati da superiore generale, il primo tra il 2006 e il 2018 e il secondo (in corso) dal 2024.

L'incontro con padre Berg fa seguito a quelli con i cardinali Raymond Burke e Robert Sarah e con mons. Athanasius Schneider, notoriamente vicini al mondo dei fedeli legati alla liturgia tradizionale, nonché più di recente con mons. Fernando Arêas Rifan, a capo dell'Amministrazione Apostolica San Giovanni Maria Vianney di Campos, in Brasile. Si conferma l'approccio di Leone XIV verso la liturgia tradizionale, che almeno per ora non prevede cambiamenti di rotta ma è decisamente improntato all'ascolto.

E.P. ha detto...

In breve, Schneider conferma che Roche è bugiardo.

Per tutti i credenti della Religione Conciliare mentire e ingannare sarebbero azioni lecite e addirittura raccomandabili, qualora siano necessarie per perseguire i propri scopi. Proprio come nello stalinismo, proprio dalla mentalità marxista secondo cui "l'importante non è capire il mondo ma trasformarlo".

Per "capire", infatti, occorre adeguarsi onestamente alla realtà, occorre il caro vecchio principio di non contraddizione, occorre quel minimo sindacale di umiltà da riconoscere che un proprio errore va corretto anziché portato avanti "per coerenza con quanto s'era già detto e fatto".