domenica 22 novembre 2020

D’Avenia ha ragione: c’è bisogno di un’ipotesi positiva per vivere

Il professore scrittore vien considerato uno dei pochi in Italia che ha il coraggio di dire ciò in cui crede. Lo fa anche nell'ultimo libro “L’appello”. In calce un capitolo. interessante sotto molti punti di vista. E non manca del soprannaturale poiché al senso della vita dà il Nome di Gesù Cristo.

C'è un video in cui un intervistatore domanda ad un ruspante don Luigi Giussani: «Perché la aspettavano così?», in riferimento alle molte persone che lo attendevano desiderose al Meeting di Rimini. Risposta: «Perché credo in quello che dico» 
Io non ho conosciuto don Giussani direttamente, ma attraverso il movimento che il buon Dio ha generato mediante lui e le persone che lo hanno conosciuto. So di lui che assieme all’essere un santo era un educatore, e che il sassolino divenuto poi valanga l’ha fatto cadere in un’aula di liceo. 
Chi altri è un vero educatore è Alessandro D’Avenia. Lui sì lo conosco in prima persona. Da quando per l’esattezza io ero un quattordicenne pieno di sé, arrabbiato con l’universo e desideroso di fare lo scrittore, e lui non era che il professore di italiano per i suoi alunni e un nessuno per il grande pubblico. Non era infatti ancora stato dato alle stampe il suo primo e forse più bel romanzo, Bianca come il latte, rossa come il sangue. Il destino ci mise uno in faccia all’altro ad un cineforum organizzato nell’ambito di alcuni amici liceali dell’Opus Dei, durante il quale Alessandro ci mostrò e fece approfondire alcune pellicole come The Truman Show, Alla luce del sole e soprattutto A beautiful mind, il mio film preferito da quella sera in avanti. 

Io ero uno spocchiosetto con una ferita da difendere e leccare. Ascoltando Alessandro, la ferita mi bruciava, e questo naturalmente me lo rese antipatico. Perché bruciava? Perché, come il don Giuss dice di sé nel video, Alessandro dava segno di credere totalmente a ciò che ci diceva. E cosa ci diceva? Che siamo fatti per cose grandi, che il male non è l’ultima parola su di noi e che la vita, con tutta la sua barca di mistero e fatica, un senso buono ce l’ha. 

Di fronte alla serietà con cui mi propose tutto questo, io fui messo in crisi, che nel senso etimologico significa “scelta”. Dovetti scegliere se ignorarlo, o tentare ciò che sempre è necessario per scendere in profondità e per riemergerne adulti: un rapporto di amicizia. Così fu. Il seguito lo risparmio, se non che siamo ancora amici, per quanto ci vediamo di rado; e che all’età di ventisei anni mi ritrovo guarda caso a fare l’insegnante alle superiori e col desiderio di essere uno scrittore ancora integro e pulsante. 

L’occasione per cui scrivo è la fresca uscita de L’appello, l’ultima fatica del nostro, tornato a scrivere un romanzo dopo sei anni. Mi immagino l’entourage di Mondadori, la casa editrice, che si frega le mani, poiché non poteva darsi una congiuntura storica migliore per mandarlo alle stampe. L’appello infatti è un romanzo-manifesto che mira a ribaltare il sistema scuola così come lo conosciamo in Italia. Quale momento più idoneo di questo, con le scuole sprangate, l’osceno surrogato della Didattica A Distanza, i professori latitanti, le telecamere anti-spaccio della Raggi e quant’altro tristemente conosciamo?

L’appello non è un romanzo canonico. È il racconto polifonico dell’incontro e del percorso – lungo un anno e forse più – di un professore cieco con gli alunni della sua classe, a cui insegna scienze. La narrazione è un filo sottile, che regge il ben più corposo vibrare delle voci del professor Omero Romeo (madre appassionata di classici e anagrammi…) e dei dieci ragazzi. Poiché non accade quasi nulla, non è tanto rilevante quel che succede – se non nel finale, quando ciò che il professore ha seminato dà frutto -, quanto ciò che i protagonisti hanno da dire. Cioè: che i ragazzi hanno un immenso bisogno di essere e-ducati, nel senso proprio e bellissimo del termine di “condotti fuori” dalla notte della mancanza di senso; e che la scuola di questo non può lavarsene le mani. D’Avenia, lungi dal ridurre il proprio ruolo di insegnante ad erogatore di nozioni, ha la pretesa buona di educare, e mi pare che in questo romanzo, come un buon Narciso, rispecchi completamente il suo bagaglio maturato fino ad oggi nell’ambito educativo. Il professor Romeo, la cui vicenda personale è potente e toccante, incarna la voce dell’autore. I momenti del romanzo che trovo più riusciti sono quelli in cui codesta voce, invece che profondersi verbosa – una tendenza che ogni tanto l’autore, mi cospargo il capo di cenere, ha -, o cede alle parole degli alunni stessi (è il vertice, e il più grande tesoro che D’Avenia ci restituisce, mutuato dalla propria esperienza ventennale), o mette a nudo le incongruenze e i tradimenti della scuola italiana. Ci sono in tal senso passi veramente gustosi e godibili. 

Bisogna leggere e far leggere L’appello. Non perché sia il romanzo più riuscito di D’Avenia: non so se lo sia. Bisogna leggerlo poiché il momento presente lo richiede. Poiché chiunque nelle scuole paritarie che per statuto pretendono che il tema educativo sia sul piatto, e chiunque nelle scuole statali non abbia perso tale buona volontà, deve in questo momento storico incentivare e diffondere ciò di cui D’Avenia si fa portavoce ne L’appello. È cruciale, nell’attuale cancrena del panorama editoriale e della proposta culturale, che si elevi una voce così. 

D’Avenia ha ragione: c’è bisogno di un’ipotesi positiva per vivere. Ciascuno, ad ogni latitudine di età, e con i ragazzi in primi poiché in loro il desiderio è meno drogato e meno cicatrizzato, necessita per vivere della prospettiva di un senso. Il professor Romeo finisce per diventare autentico padre per i suoi alunni proprio perché ha un senso da proporre loro. D’Avenia ha il grande merito poi di ipotizzare (per bocca del prof. e di un’alunna) su scala di best-seller che questo senso possa essere Gesù Cristo stesso. Trovatemi chi oggi in Italia, dotato di un pari seguito, non si vergogni di affermare ciò. (Carlo Simone - Fonte)
* * *
Commento di un  lettore all'articolo recentemente apparso sul Corriere, di cui pubblico di seguito il testo: "Sempre più lucido e tagliente D'Avenia, che nel suo ultimo splendido libro spiega senza paura i mali della scuola che ha sostituito la socializzazione (con la DAD?) alla cura della persona, e che nell'articolo di oggi in poche deliziose e ricche righe, mette a posto ipocondriaci, tecnocrati, manipolatori seriali dell'informazione, sedicenti scienziati parolai e tutti coloro che non hanno fatto nulla di ciò che dovevano fare, troppo preoccupati di trovare banchi a rotelle e bonus monopattini per occuparsi realmente del Paese. "

54. In sicurezza
di Alessandro D’Avenia, 16 novembre 2020
 
«Mettere in sicurezza», una delle espressioni più abusate in questi tempi, adatta a impianti e apparecchiature, è ora, ahimè, usata per le persone, con esiti spesso opposti: «mettere insicurezza». Perché più vogliamo sentirci al sicuro e più diventiamo insicuri? «Sicurezza» viene dal latino cura (preoccupazione, pensiero) con un prefisso privativo, «sicuro» è chi è senza preoccupazioni: spensierato. Ma la possibilità di eliminare ogni «cura» purtroppo è un’illusione che può diventare negazione (tras-curare) o ossessione (as-sicurare): invece di aiutarci a vivere ci rende meno capaci di agire nelle tempeste della vita. Non siamo macchine da «assicurare», ma uomini che si possono «rassicurare», perché le esperienze fondamentali della vita sono proprio le «perdite» di sicurezza. Chi si innamora, soffre, desidera... diventa «in-sicuro»: non si sente più padrone di se stesso. Mentre gli animali vivono nell’istante a cui rispondono d’istinto, noi ci proiettiamo continuamente in avanti. Questa capacità di progettare è il «futuro», cioè il controllo che possiamo avere del domani a partire dall’oggi: in base alle mie finanze progetto di comprare casa, in base alle caratteristiche dei miei studenti costruisco un percorso. Ma il futuro non esaurisce tutto «il domani». Come scrive Silvano Petrosino, in Lo scandalo dell’imprevedibile, per indicare il domani diciamo non solo «futuro» (forma latina del verbo essere che si può tradurre: ciò che, date certe premesse, si realizzerà), ma anche «avvenire», dal latino ad-venire, arrivare (da cui advena, lo straniero): ciò che accade senza permesso. Il futuro è - entro certi limiti - prevedibile, l’avvenire imprevedibile. Il futuro si progetta, l’avvenire, invece, semplicemente accade. Una macchina, un esame, un matrimonio abitano nel futuro; un amore, un lutto, un figlio nell’avvenire. Di fronte all’imprevedibile mettersi «in sicurezza» non basta, perché ci impedisce di crescere. Chi riduce l’avvenire, per definizione imprevedibile, a progetto controllabile, tortura se stesso e la vita, cade nella paura e non trova soluzioni nuove.

Scienza e tecnica, con la pretesa di controllare tutto, ci hanno illuso di poter ridurre l’avvenire in futuro: il progresso è il nostro idolo. Ma poi arriva lo straniero, l’imprevedibile: un virus. Scienza e tecnica arrancano. Il futuro crolla e si impone di nuovo l’avvenire, di fronte al quale non possiamo né negare né controllare la realtà, ma dobbiamo aprirci, lottare, dare un senso. L’imprevedibile non chiede la «sicura» ma la «cura», che non vuol dire essere spericolati, ma avere coraggio e inventiva: la preoccupazione diventa occupazione e il pensiero riflessione. Se avessimo fatto così non ci saremmo «preoccupati» per mesi solo di banchi, ma ci saremmo «occupati» delle persone, soprattutto le più fragili (è un principio base della didattica: se la preparo sul più debole della classe una lezione arriverà a tutti). Se ci fossimo occupati delle famiglie e dei ragazzi più bisognosi, avremmo potenziato laboratori, connessioni per la DAD e personale scolastico per il sostegno e per i doppi turni. L’imprevedibile si affronta «prendendosi cura»: affiancando i più deboli, non isolandoli, come tanti anziani o malati di altro genere privati di cure a causa del sovraffollamento degli ospedali. L’insicurezza chiede di avanzare non di fuggire, di tendere una mano non di ritrarla. Mi è di conforto il capitano Bulkington, memorabile personaggio di Moby Dick a cui Melville dedica poche ma monumentali righe: «Questo capitolo lungo sei pollici è la tomba senza lapide di Bulkington. Voglio dire che accadeva a lui come a una nave in tempesta, che passa vicino la costa. Il porto sarebbe disposto a dar riparo, il porto è misericordioso, nel porto c’è sicurezza, comodità, focolare, cena, coperte, amici... Ma in quel vento di burrasca il porto, la terra, sono il pericolo più crudele per la nave. Bisogna ch’essa fugga ogni ospitalità; un urto solo della terra, anche se soltanto sfiorasse la chiglia, scuoterebbe il bastimento da cima a fondo... Con ogni sua forza, esso spiega tutte le vele per scostarsi: il suo unico amico è il suo nemico più accanito. Capisci ora Bulkington?». 

Quando la tempesta ci sorprende sotto costa la soluzione non è né ignorarla né rientrare in porto.
Bisogna rischiare: il mare aperto è la salvezza. Il domani è la somma di futuro e di avvenire, ma nei momenti in cui è l’avvenire a prendersi tutto il domani, occorre accettarne la sfida per resistere e per inventare il nuovo, perché solo l’imprevedibile ci costringe a svegliarci dal nostro letargo di stanche abitudini prive della vita di cui avremmo invece bisogno. È solo andando incontro a ciò che accade che potremo tradurre l’avvenire in un futuro nuovo, un futuro che non sarà come ce l’aspettavamo, ma molto più ricco e sorprendente, proprio perché ha generato, in noi, l’imprevedibile.

20 commenti:

Anonimo ha detto...

Se c'è una cosa che ci insegnano i Santi, è a non mollare.
Anche quando le cose vanno male, e ovunque pare che lo sconforto e la desolazione regnino sovrani, i Santi ci insegnano a rimanere al nostro posto di guardia, a non perdere la Fede.
Siamo Soldati di Cristo e i soldati non si perdono d'animo nemmeno se tutto intorno regnano morte e distruzione.
"qui autem permanserit usque in finem hic salvus erit"
"Ma chi persevererà sino alla fine sarà salvato"

Anonimo ha detto...

D’Avenia è un bergogliano della peggior specie, perché si maschera bene a differenza di altri spudoratamente eretici. Ma bergogliano resta. Chesterton scrisse: «la menzogna non è mai tanto falsa come quando si avvicina molto alla verità. È quando la pugnalata sfiora il nervo delle verità che la coscienza cristiana urla di dolore».

Da ex fan di D’Avenia posso dire di conoscerlo bene, ho letto molte sue interviste e tutti i suoi libri, tranne l’ultimo. Poi gradualmente ho aperto gli occhi su di lui, come mi è successo con il Pontefice regnante. Da certi non detti e certe ambiguità nelle interviste si capiva quello che poi “Ogni storia è una storia d’amore” ha reso evidente, un po’ come successo con l’Amoris laetitia.

Il libro “Ogni storia è una storia d’amore” infatti è un inno alla misericordia divina sganciata dalla Sua giustizia, misericordia attraverso la quale vengono giustificate tutte le nefandezze commesse dai poeti di cui sono riportate le biografie. Inutile dire che tra queste nefandezze sono incluse anche infedeltà e divorzio.

Nel libro “L’arte di essere fragili” sostiene che Leopardi possa salvare la vita delle persone. Ebbene, quand’ero un’adolescente bullizzata e atea Leopardi effettivamente mi ha aiutato, ma è stato solo per poco. Quando, qualche anno dopo, sono stata risucchiata nel buco nero della depressione a salvarmi è stato Gesù Cristo. Tra l’altro, curiosamente, ne “L’arte di essere fragili”, di Leopardi non viene riportata la poesia secondo me più bella, che è “Cara beltà”, poesia in cui giustamente Don Giussani vedeva il desiderio inconscio del poeta di incontrare Gesù, Bellezza ideale incarnata. (segue)

Anonimo ha detto...

Ho letto un estratto de “L’appello”, facilmente reperibile online sui siti di e-commerce. Volevo dare un’altra possibilità a questo scrittore, visto che in passato qualcosa di giusto l’aveva scritto. Purtroppo la mia pessima opinione di lui è stata confermata e da quello che ho letto finora il libro non promette nulla di buono.

Tra le citazioni in esergo c’è questa di Heisenberg: «Ogni processo fisico ha un aspetto soggettivo e uno oggettivo. Il mondo oggettivo della scienza ottocentesca era in effetti solo una riduzione, una idealizzazione, che non rappresenta tutto il reale. In futuro, nei nostri incontri con la realtà, dovremo distinguere tra sfera soggettiva e sfera oggettiva, e tracciare una linea di separazione tra questi due ambiti. Ma dove esattamente corre questa linea di separazione dipende dal modo in cui si guarda alle cose: in una certa misura siamo liberi di stabilire questo confine».

Heisenberg è il teorico del principio d’indeterminazione, alla base della moderna meccanica quantistica. Insieme a Bohr elaborò la cosiddetta “interpretazione di Copenaghen” della meccanica quantistica, secondo cui un sistema fisico microscopico non possiede proprietà oggettive (anti-realismo) prima che queste siano misurate mediante un apparato di misura. Contro questa interpretazione si scagliò Einstein con una frase famosa che scrisse in una lettera a Bohr del 4 dicembre 1926: «Dio non gioca a dadi con l'Universo». Ora, io non sono esperta di scienza, ma a naso direi che ha ragione Einstein. E le teorie di Heisenberg mi sembra prestino benissimo il fianco al relativismo epistemologico e morale sempre più imperante anche nel mondo cattolico. (segue)

Anonimo ha detto...

In un passo de “L’appello” il protagonista dice: «Amo il caos! Insieme alla relatività e ai quanti, è la terza scoperta più importante della fisica del Novecento. Ma le conseguenze della relatività e dei quanti non le percepiamo, nel caos ci siamo immersi: è la stoffa delle cose quotidiane, l’intreccio delle vite. Il caos ci ha liberato dall’ossessione del controllo e ci ha aperto gli occhi sulla realtà: niente determinismo, niente catene di cause ed effetti. La vita del cosmo è un gioco imprevedibile ma non per questo assurdo, come tutti i giochi veramente divertenti. Il caos ha salvato la libertà e la libertà è l’unica cosa che rinnova la vita. Un gioco che ha regole precise, ma con libertà infinita per i giocatori».

Ora, la mia modesta opinione è che il caos in cui sembriamo immersi sia solo apparente e che ogni cosa esistente, anche la più brutta e inspiegabile, come il male o il dolore, rientri all’interno di un piano ordinato voluto da Dio, che di caotico non ha nulla. Non è un caso che la parola “cosmo” in greco significhi “ordine”.

In un altro passo de “L’appello” Patrizia, che è presentata come un personaggio positivo, dice: «Questa caffettiera ha consolato più cuori della Madonna di Lourdes». Io la trovo una frase allucinante e pregna del più bieco materialismo! E non accetto come scusante il fatto che sia un’iperbole voluta. A casa mia si dice: “scherza con i fanti, ma lascia stare i Santi!”. Come può un caffè ristorare più della nostra amatissima Madre Celeste?

Poi non ho letto tutto il libro e non so se andando avanti migliora, ma, ripeto, queste premesse non sono buone.

Anonimo ha detto...


L'indeterminazione di Heisenberg è soggettivismo? No

La frase di Einstein sembra sia stata: "Il Vecchio non gioca a dadi!". Ma "il vecchio" per Einstein era la natura, con le sue ferree leggi. Einstein era spinoziano, lo dichiarò più volte, disse di credere nel "Dio di Spinoza", filosofo del quale era un ammiratore. Quindi: Deus seu natura. Disse che in un Dio personale credevano solo gli spiriti fiacchi. Tanto per chiarire.
Il principio di indeterminazione di Heisenberg implica una visione soggettivistica della realtà fisica? Si tratta in realtà di essere costretti a ricorrere ad un metodo statistico. Già era successo con lo studio delle molecole di un gas, visto che in un centrimeto cubo di un qualunque gas in condizioni standard di temp. e pressione ci sono circa 19 milioni di milioni di milioni di molecole. Ovvio che non si potevano seguire una per una, nei loro movimenti(Maxwell) .
Qualcosa di simile per gli elettroni in orbita intorno al nucleo, dove costituiscono come una nuvola in fasci di onde. L'indeterminazione nella misurazione parte da questa realtà di fatto.
Misurando con il microsc. a raggi g, la cui lunghezza d'onda è più piccola della dimensione dell'atomo, colpendo un elettrone nel pacchetto d'onde, spiega Heisenberg, lo si vedrà proiettato via dall'atomo onde si vedrà anche il pacchetto d'onde allontanarsi dalla sua supposta orbita attorno all'atomo. Si vedrà poi l'elettrone allontanarsi dall'atomo. Ma cosa sia successo nella fase intermedia ovvero tra due osservazioni consecutive del microsc. (quelle che mostrano il pacchetto allontanarsi dal nucleo e l'elettr. dal pacchetto) non possiamo saperlo, pertanto non possiamo descrivere analiticamente un'orbita continua dell'elettrone in allontanamento dal nucleo. Non possiamo perché non possediamo uno strumento di indagine che ci consenta di saperlo. Il soggettivismo non c'entra. Pertanto, spiega H., possiamo solo descrivere il comportamento della particella solo secondo "funzioni di probabilità" acquisendo una certezza più matematica che fisica, la quale tuttavia non manca, visto che alla fine l'elettrone lo ritroviamo lontano dal nucleo, anche se non ci spieghiamo come possa simultaneamente comportarsi come corpuscolo e come onda.
DA qui la "complementarità" di Bohr, come spiegato da H. : "La conoscenza della posizione di una particella è complementare alla conoscenza della sua velocità o del suo momento. Se conosciamo la prima con assoluta precisione non possiamo conoscere con altrettanta precisione la seconda; tuttavia per conoscere il comportamento del sistema è necessario conoscere l'una e l'altra. La descrizione spazio-temporale degli eventi atomici è complementare alla loro descrizione deterministica etc" (W. Heisenberg, Fisica e filosofia, il Saggiatore, tr. it. 1961, raccolta di saggi, pp. 60-63).

Anonimo ha detto...

Dwi Leopardi io preferisco Monaldo,il padre, non Giacomo, troppo pessimista, senza speranza cristiana, Giacomo. Non c'è in lui la gioa della conversione, la scoperta della fede, del Risorto. Così tra Foscolo (il pessimista de I Sepolcri) e Parini io preferisco il secondo, che lasciò il posto di insegnante perché i giacobini avevano tolto il crocifisso dall'aula. "Se non c'è posto per il Crocifisso non c'è nemmebo per Parini" disse.

Anonimo ha detto...

Il mese passato ho letto, uno dietro l'altro, diversi romanzi di Grazia Deledda. E' un'autrice bannata dalla scuola e dall'università, neanche come quota rosa viene citata in nota. Su quanti scrittori è caduto l'oblio conformista della promozione editoriale! Mediamente dei contemporanei diffido, difficilmente riescono ad elevarsi oltre l'attualità raccontata al contemporaneo che la vive. Diffido dei libri lanciati verso il futuro che domani sono già sfioriti.

Anonimo ha detto...


Come si fa a preferire il padre di Leopardi a Leopardi?

Monaldo Leopardi era uno spirito modesto, un reazionario di bassa levatura, non certo un Donoso. E si può paragonare un poeta a chi non lo è?
Non piace la poesia di Leopardi? L'infinito? A Silvia? Sui gusti non si discute, dicevano gli Antichi.
Ma se si motivano con la religione o la politica, qualcosa forse si può dire.
Il pessimismo, l'angoscia di fronte al destino e alla morte, fanno parte dell'esperienza di questo mondo. Li combattiamo con la speranza cristiana, con la fede, più che con la ragione, perché la ragione non ci spiega il mistero dell'esistenza.
E anche la fede ce lo spiega solo in parte. Crediamo, anche se capiamo solo in parte.
Leopardi non è riuscito a credere, a quanto se ne sa.
Però ha saputo dare l'accento dell'Arte al sentimento della nostra infelicità, che pure è umanissima testimonianza della nostra immanente fragilità.

Anonimo ha detto...

Leopardi non è riuscito a credere ? chi lo ha accertato questo ? essendo stata da ragazza appassionata cultrice del Poeta per consonanza "affettiva" (senza peraltro mitizzarlo) consiglio a tutti di approfondire l'argomento, per quanto i documenti ce lo permettano.
Alcuni anni fa, a colloquio con un sacerdote stimato della mia città, studioso di storia e letteratura italiana, venni a sapere da lui che Leopardi ritrovò la Fede negli ultimi anni della sua vita.
Leggere in proposito la interessante pagina storica, con ricca bibliografia, da cui riporto un passo:
"La conversione era vista come sbocco inevitabile della vita infelice del Poeta, poiché «l’insolubilità […] dell’infinito, dell’eterno», di «quell’arcano mirabile e spaventoso dell’esistenza universale», del mistero delle cose, e la coscienza della propria debolezza e della morte soprastante, il dolce ricordo dei primi anni di fede e di gentili ideali, in mezzo sia pure ad intimi combattimenti, a penose meditazioni, debbono avere acuito nella delicata anima del Poeta, il bisogno di credere e di sperare, lo schiudersi del sentimento della pace serena di chi riposa in Dio». Quanto poi al documento parrocchiale, egli affermava che non era stata trovata nessuna prova valida contro l’autenticità; per questo motivo «che cosa rimane a dire allora contro il documento parrocchiale di Fonseca, quando essendo un documento contemporaneo e pubblico, nessun altro documento contemporaneo e pubblico è venuto alla luce che attesti diversamente? Rimane affermare, nel centenario della morte che esso ha piena validità storica e giuridica e che il Poeta Giacomo Leopardi è morto munito dei SS. Sacramenti : il Poeta che divinando la sua fine in giovine età aveva pur scritto: ‘Tempo verrà ch’io non restandomi altra luce di speranza, altro stato a cui ricorrere, porrò tutta la mia speranza nella morte: e allora ricorrerò a Te, o Creatore’».
http://www.literary.it/dati/literary/d/di_ciaccia_fra/leopardi_nellinterpretazione_catt.html

Anonimo ha detto...

"Come si fa a preferire il padre di Leopardi a Leopardi?": mio caro amico 22:53, si fa, si fa, e il motivo è semplice: uno era cattolico, l'altro no; nonostante anche a me piacciano molto le poesie di Giacomo (pensi, le ricordo ancora tutte a memoria, mentre ho cancellato dalla mia memoria quelle del Carducci e del Giusti, apertamente satanici...) studiando a fondo i danni prodotti dall'illuminismo, dal positivismo e oggi dal laicismo modernista, ne ho concluso che bisogna esaltare con tutte le nostre forze i cattolici, nell'arte, nella poesia, in tutte le forme espressive del'ingegno, della scienza, della cultura; eh si, mio caro, perché questa è una battaglia, una battaglia che il diavolo ha intrapreso con inusitata violenza fin dai tempi dell'illuminismo, della rivoluzione francese, poi di quella italiana (risorgimento? si, se si intendono le insorgenze antinapoleoniche e le rivolte antisabaude post unificazione forzata), poi di quella bolscevica, ecc., e quindi ritengo mio dovere porre l'accento su tutto ciò che esprime spirito cattolico, ottimista sul sopranaturale: sappiamo bene che il segno che individua il credente è la gioia, gioia interiore non sopraffatta dalle disgrazie della vita. Mi sembra di ricordare che una volta Niertzsche, o Shopenauer, abbia detto che si sarebbe convertito se avesse incontrato un cattolico che esprimesse viva gioia di essere stato redento....; per la stessa ragione non mi piacciono le moderne forme poetiche del decadentismo , vittimismo (Gozzano, Corazzini, ecc.), titanismo (D'Annunzio, tra l'altro emerito sporcaccione sciupafemmine). Scusi la prolissicità, pace e bene.

Anonimo ha detto...

@ Anonimo 22:53: chiedo scusa per l'aggiunta: le vorrei proporre al lettura del bel libretto "Fregati dalla scuola", di Rino Cammilleri, un pensatore cattolico di tutto rispetto, che mette bene in luce l'inganno operato dai pennivendoli massoni nelle materie scolastiche, letteratura e poesia, incluse, ma sommamente storia, facendo capire che molti miti creati dai testi scolastici sono stati cerati ad arte, tacendo su tutto ciò che esprime fede e ingegno cattolico ed esaltando il resto, inutile citare l'Inno a satana del Carducci, l'oblio di San Tommaso d'Aquino, della Patristica e della Scolastica per esaltare forme moderniste di bassa lega come fossero espressione do genio imperituro (vedasi Tehilard de Chardin, Moravia, Pasolini, ecc.).

Anonimo ha detto...


# Pace e bene :

-- Dobbiamo certamente sostenere "tutto ciò che esprime spirito cattolico" contro la deriva laicista dominante, ma non per partito preso, al punto da sostenere pensatori modesti se non mediocri solo perché sono cattolici. E non si tratta solo di mediocrità: Monaldo Leopardi è il tipico rappresentante di quell'Italia meschina, provinciale, soffocante e anche ipocrita, senza nerbo, contenta di essere difesa e occupata dagli stranieri, di essere cioè un possedimento, un protettorato e una colonia austriaca, di esser considerata un'espressione geografica, quell'Italia che Leopardi Giacomo stigmatizzava nelle sue Considerazioni sui costumi degli italiani, se qualcuno l'ha letto.
L'unità della nazione in un solo Stato fu alla fine "forzata" dalla parte della nazione che la voleva contro il resto (in gran parte passivo) e le potenze straniere, nessuna delle quali la voleva. La voleva la parte patriottica perché dopo il fallimento del neoguelfismo era l'unico modo di riscattarci da tre secoli di umiliante sudditanza allo straniero e di non esser travolti dall'imperialismo dei grandi Stati. Rileggiamoci le istorie e andiamo a vedere come fu realizzata l'unità in paesi come la Francia o l'Italia Meridionale (dai Normanni, che distrussero uno alla volta 9 Stati ivi presenti, sempre in guerra tra di loro, col Papa e con l'IMpero, usando i metodi più spietati, ma non ho mai sentito alcun
antirisorgimentale scandalizzarsi).

Anonimo ha detto...


# 'fregati dalla scuola' e non solo

Anche dall'ammirazione fuori luogo per saggisti, come il Camilleri, cui si attribuisce, non si sa a quale titolo, l'attributo di "pensatore cattolico di tutto rispetto".
Ottima persona, per carità, ma quanto ad esser un "pensatore"...
Di fronte ad un "pensatore cattolico" come il suddetto, il Monaldo sembra Emanuele Kant.

(Il "satanismo" di Carducci non fu soprattutto un suo errore giovanile? Era l'epoca delle violente polemiche ed invettive reciproche tra liberali e cattolici, dopoi il 1870. Ha scritto poi anche belle poesie sulle chiese cattoliche, mi pare. Anche su Carducci vecchio e morente ho letto di un sacerdote che è riuscito ad avvicinarlo e confessarlo poco prima della morte, anche se non è riuscito a portargli la Sacra Ostia).

Radio Radio ieri ha detto...

Una dottoressa CORAGGIOSA e RIGOROSA!

https://www.facebook.com/groups/460589750712022/

"Le disposizioni non andavano verso la tutela della salute, ma contro!"
La Dott.ssa Maria Grazia Dondini si è ribellata alle direttive del Governo: ecco il suo incredibile racconto.

Commento mio :Avrei titolato
"Un Medico che vuol fare il Medico" e non il Notaio !

Anonimo ha detto...

Occorrerebbero non pochi amanti della Storia Italiana che indagassero come, secondo verità, andarono i fatti, senza incollare nei fatti la loro visione personale del mondo passata, presente e futura. Forse degli onesti cattolici, che sentissero urgente rimettere al loro posto le propagande, le utopie, le ideologie, l'avidità e l'invidia altrui rispetto alla condizione reale delle persone del popolo e delle persone delle classi che di volta in volta divennero dirigenti(per amor proprio o per amor di popolo?). Ancora non si conosce la storia Patria. Com'è possibile amarla la nostra Patria se l'unica storia trasmessa, di generazione in generazione, è stata quella dell'Arte di arrangiarsi? E' così anche per la Storia della Chiesa. Manuali ne esistono diversi, volumi e volumoni, che trasudino amor di Chiesa nella verità, non so. Non sono in grado di articolare un sentito, SI'esistono. Se gli altri si sono portati molto avanti con la quarta rivoluzione industriale, fisica, digitale, biologica, noi abbiamo il sacrosanto DOVERE di innescare SUBITO una rivoluzione spirituale e culturale fondata sulla VERITA', che abbia come percorso la VERITA' e come fine abbia la VERITA', costi quel che costi. Molti miti cadranno, non importa. Importante arrivare al Santo Vero.

N.B. volutamente ho usato 'amanti' al posto di studiosi, perché questa storia Patria ed Ecclesiale è aperta principalmente alla memoria e alle sue tracce molte delle quali sono viventi, negli anziani in particolare. Nella speranza che qualcuno, che si destreggia bene con la rete, possa creare una piattaforma unicamente con questo scopo e sappia catalogare gli interventi giusti nella sezione giusta, così da essere facilmente consultabili da chi ama in verità la Chiesa Cattolica e l'Italia nostra Patria.

Anonimo ha detto...


La storia italiana non si conosce e nemmeno quella della Chiesa?

La storia si conosce, eccome se si conosce. Questo non evita ovviamente interpretazioni discordanti sul significato di certi fatti.
Pochi periodi storici sono stati vivisezionati come quello del Risorgimento. Le polemiche contro il Risorgimento ci sono state sempre, sin dall'inizio del Risorgimento (un vocabolo che casualmente usato da Gioberti divenne spontaneamente la parola adatta a designare il moto di riscatto del popolo italiano nei confronti degli stranieri). Certo, c'è sempre da sapere di più e meglio. Ma l'interpretazione storica è raramente fine a se stessa, volta cioè a capire solamente al fine di rappresentare gli eventi del passato secondo lo spirito nel quale furono posti in essere.
In particolare, sul Risorgimento, si scatenano le passioni. E questo perché? Perché con l'esito disastroso della II gm sono prevalse forze politiche interne ostili, in vario modo, all'Italia unita e all'idea stessa di una Patria italiana da difendere in uno Stato. Queste forze erano in primo luogo la sinistra marxista, comunista. In modo più sfumato i cattolici, ostili allo Stato unitario centralizzato anche per clericalismo innato. La Repubblica democratcia in odio al fascismo accentratore ha promosso le autonomie regionali, anche come fatto dello spirito. E questo, unito alla denigrazione del passato recente della nazione (Risorg., I e II gm) e alla sopravvenuta crisi economica, ha portato all'esplodere dei regionalismi e insomma al risorgere di quel mostro che è stato il particolarismo italico, l'Italia dei dialetti e delle beghe locali, priva di dignità nazionale checchesia (oggi, tanto per fare un esempio, indifferente, in gran parte, all'invasione musulmana che la sta martoriando, con la benedizione della Chiesa visibile).
Questa è una storia che conosciamo bene, è sempre l'istessa storia che si sta ripetendo sulle italiche sponde, da secoli.
Per ciò che riguarda la Chiesa, invece, è una storia nuova: vecchia, nel fenomeno della corruzione dei costumi del clero, già avvenuto circa tre volte in passato in questa misura; nuova, nel fatto macroscopico dell'apostasia collettiva o quasi dello stesso clero, vertici inclusi.

Anonimo ha detto...

@ Anonimo 15:40 " denigrazione del passato recente della nazione (Risorg., I e II gm)" ? ma che va dicendo, mio caro amico? Si informi meglio, si legga i numerosi libri a tema di unità d'Italia anticattolica e anti italiana, d cui le cito un piccolo esempio :
- Massimo Viglione (“L’identità ferita”, “Le due Italie”, “Rivolte dimenticate”, ecc.);
- Angela Pellicciari (“I panni sporchi dei Mille”, “Risorgimento anti-cattolico”, “L’altro Risorgimento”, “Risorgimento da riscrivere”, ecc.);
- Elena Bianchini Broglia (“Risorgimento - le radici della vergogna”);
- Lorenzo del Boca (“Il lato oscuro dell’unità d’Italia”, “Risorgimento disonorato”, “Controstoria d’Italia – per non farsela raccontare”);
- Luca Marcolivio (”Contro Garibaldi”);
- Gennaro de Crescenzo (“Contro Garibaldi”, “I peggiori 150 anni della nostra storia”);
- Giovanni Faganella e Antonella Grippo (“1861 – la storia del Risorgimento che non c’è sui libri di storia”);
- Gigi di Fiore (“Controstoria dell’unità d’Italia- fatti e misfatti del Risorgimento”);
e mi scusi se e poco, e per la prolissicità; mi consenta, in chiusura, di citare questo articolo “on line” : “Risorgimento italiano e modernismo cattolico: un’origine comune, una stessa matrice”
http://www.unavox.it/ArtDiversi/DIV2486_Catholicus_Risorgimento_e_modernismo.html
Buona lettura, pace e bene…

Anonimo ha detto...

La storia è complessa e non si affronta con le polemiche. Tante storie mancano nella storia ufficiale, tante figure son state dimenticate se non intenzionalmente ignorate. Così le imprese sociali e/o personali delle persone. La storia è un grande affresco dove convergono più protagonisti. I trattati sono una parte della storia e non la più importante. Ad esempio mi ha sempre interessato, ieri ed oggi, il latifondo di cui non si parla nel particolare, lo si cita genericamente. Com'era realmente organizzata la vita sul latifondo, che ruolo ha avuto la Chiesa, che ruolo hanno avuto i privati, che ruolo hanno avuto i conventi, i mercanti e gli artigiani? La storia delle famiglie latifondiste qual'è stata da nord a sud e nelle isole? Quali sono le figure di rilievo, nelle diverse classi sociali, da conoscere, da ricordare nel bene e nel male? Si possono anche guardare gli armatori e gli uomini di mare, a occhio, anche loro devono aver avuto un ruolo non secondario nella nostra storia. E di esempi da approfondire amorevolmente se ne possono trovare altri mille volendo. Per non parlare della Chiesa e dei Santi e delle loro opere, non tutti i Santi sono gettonati, molti non si conoscono ancora. E le scuole e le arti? La storia rispecchia la vita di un popolo, composto di persone che hanno svolto un mestiere, una vita di relazione. A me piacerebbe saper dove trovare le tracce della storia nazionale non ancora raccontata o raccontata eppoi sepolta.

Anonimo ha detto...


# Pace e bene, le consiglio anch'io delle letture

Una lista di autori di parte, di una faziosità esemplare, la sua, tutti accomunati dal comun denominatore del "complotto massonico" per spiegare tutto e il contrario di tutto.
Ho letto a suo tempo la Pellicciari e mi è bastato. Idem per Viglione.
Le consiglio il libro di uno storico di questi giorni, non della parrocchia cosiddetta "tradizionalista":
Carmine Pinto, La guerra per il Mezzogiorno. Italiani, borbonici e briganti. 1860-1870, Laterza, 2019, pp. 496. È un professore di storia nell'Università di SAlerno.

Non è antiitaliano, non è filoborbonico ma si sforza di dare un quadro obiettivo, con un lavoro di scavo impressionante su tanti archivi diocesani e di istituti locali del Mezzogiorno d'Italia. Ne viene fuori un quadro della "lotta al brigantaggio" che dimostra la falsità della ricostruzione che oggi va per la maggiore, quella degli Antiunitari i quali propogono il quadro idilliaco di un Mezzogiorno tutto felice e contento di stare con i Borboni, e per di più grande potenza [!!] violentato dall'improvviso attacco piemontese sorretto dalla massoneria locale e mondiale. Mezzogiorno da cui bisogna togliere la Sicilia, da sempre in rotta con i Borboni, tanto per cominciare.
L'invasione piemontese e garibaldina provocò prima il crollo dello Stato borbonico, subito dopo una guerriglia dei resti dell'esercito borbonico uniti ai civili, guerriglia che fu rapidamente presa in appalto dal brigantaggio, secondo tradizioni meridionali secolari. Nello stesso tempo scoppiò una vera e propria guerra civile. Il moto non penetrò nelle città, restò rurale. I possidenti e i borghesi liberali si organizzarono nella guardia nazionale, a piedi e a cavallo che, in certe zone, divenne anche uno strumento bellico valido, che inflisse dure sconfitte ai ribelli-briganti. Le forze liberali locali, prese di mira ferocemente dai briganti (uccisioni, massacri, mutilazioni, stupri, estorsioni) reagirono con spietatezza, volevano sempre fucilare sul posto i briganti catturati e spesso ci riuscivano.
L'invasione piemontese fece riemergere la guerra civile che era cominciata nel Sud con l'invasione giacobina e poi era riapparsa nei moti successivi.

Ma sul Risorgimento, qualcuno ha mai letto le pagine di Giovanni Gentile, p. e. "I profeti del Risorgimento italiano" (Mazzini, Gioberti, etc) o "L'eredità di Vittorio Alfieri"? Per capire la forza che animava il Risorgimento bisogna leggere l'autobiografia che l'Alfieri
scrisse, dove emerge prepotente il desiderio di riscatto morale dell'Italia, stufa di "non-essere" come popolo, nazione, Stato, umiliata e disprezzata da tutti. Il Risorgimento nacque come esigenza di riscatto morale, innanzitutto e il suo teorico fu Gioberti, con il "Primato" (reperibile su internet), riscatto morale che si voleva tradurre in riscatto politico liberando finalmente l'Italia dallo straniero (con la guerra, per forza) e fondando uno Stato federale o confederazione sotto la presidenza del Papa. Questa fu la prima fase, che si rivelò però un'utopia, per tanti motivi. E la Realpolitik si fece avanti, a braccetto con l'ideale. Ma il quadro storico è alquanto più articolato degli schemetti retrogradi degli antiitaliani attuali.

Fabio Riparbelli ha detto...

Alla vostra cortese attenzione,

Nelle ultime diverse decine di anni, è stata costruita una economia mondiale basata sulleffimero l'inutile, il superfluo e il dannoso.
Tutto questo sta adesso globalmente crollando sotto la sua stessa mancanza di fondamenta e tutto ciò sarà purtroppo irrecuperabile se al più presto non si rifonda leconomia sulla utile e l'indispensabile come l'agricoltura no OGM, l'allevamento biologico e leenergie pulite

Distinti Saluti
Fabio Riparbelli.