Peregrinatio Summorum Pontificum 2022

martedì 31 marzo 2026

Paolo Pasqualucci. Crisi della Chiesa: Come Paolo VI ha alterato il significato della Messa di san Pio V

A sessant’anni dalla fine del Concilio Merita non dico celebrare, ma almeno ricordare, i diversi aspetti dell'evento che ha cambiato il volto della Chiesa e del quale è vietato mettere in discussione neppure uno iota, posto che chi di dovere lo ha reso una sorta di superdogma indiscutibile e continua a gestire il cambiamento agendo secondo la prassi senza render conto della dottrina. Di seguito il Prof. Paolo Pasqualucci affronta con particolare acribia il tema della Riforma liturgica di Paolo VI. 
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Crisi della Chiesa: Come Paolo VI ha alterato
il significato della Messa di san Pio V

Paolo Pasqualucci

La questione della legittimità della Messa di rito romano antico, tuttora celebrata e seguita da una minoranza pugnace di sacerdoti e fedeli, è tornata d’attualità fra i cattolici.

Può esser utile rammentare in qual modo Paolo VI, nell’imporre la sua rivoluzionaria riforma, abbia creduto di poterla inserire nella Tradizione della Chiesa, mettendo audacemente la sua opera sullo stesso piano di quella di san Pio V.

* * *
Nel Concistoro del 24 maggio 1976, Paolo VI reiterò il suo comando di frequentare la sola Messa Novus Ordo.

“L’adozione del nuovo Ordo Missae non è lasciata di certo all’arbitrio dei fedeli o sacerdoti. L’Istruzione del 14 giugno 1971 ha permesso la celebrazione della Messa nell’antica forma, con l’autorizzazione dell’Ordinario, solo per sacerdoti anziani o infermi, che offrono il Divin Sacrificio sine populo. Il nuovo Ordo è stato promulgato perché si sostituisse all’antico, dopo matura deliberazione, in seguito alle istanze del Concilio Vaticano II. Non diversamente il nostro santo Predecessore Pio V aveva reso obbligatorio il Messale riformato sotto la sua autorità, in seguito al Concilio Tridentino. La stessa disponibilità noi esigiamo, con la stessa autorità suprema che ci viene da Cristo Gesù, a tutte le altre riforme liturgiche, disciplinari, pastorali, maturate in questi anni in applicazione dei decreti conciliari. Ogni iniziativa che miri ad ostacolarle non può arrogarsi la prerogativa di rendere un servizio alla Chiesa: in effetti reca ad essa grave danno”[1].

Parole chiarissime: l’antica Messa doveva estinguersi, completamente “sostituita” dalla Nuova. E lo stesso doveva ritenersi per le altre antiche forme liturgiche. Paolo VI invocava espressamente la sua autorità apostolica, pertanto “esigeva” che le riforme venissero applicate, in sostanza comandava di osservarle. Il contenuto imperativo delle sue dichiarazioni è impossibile a negarsi.

Un decreto di formale abrogazione della Messa di rito antico, tuttavia, non c’era e non ci sarebbe mai stato. Evidentemente si riteneva che non fosse necessario. Un rescritto montiniano in tal senso avrebbe potuto anche creare qualche problema dal punto di vista del diritto canonico, visto che nella Costituzione Quo primo tempore del 14 luglio 1570, promulgante il Messale Romano, san Pio V aveva scritto che essa doveva ritenersi valida “in perpetuo”.

Paolo VI aveva dunque optato per l’abrogazione tacita dell’antica Messa, sicuramente convinti, lui e tutti gli altri, che essa si sarebbe estinta da sola, di fronte ad una Messa Nuova voluta fermamente dal Papa e nella prassi accettata da tutta la Gerarchia della Chiesa.

In questo mio breve intervento non intendo soffermarmi sulla questione della mancata abrogazione formale della Messa Ordo Vetus cioè se essa dovesse ritenersi abrogata solo in via di fatto, per desuetudine. Il problema, a ben vedere, non esiste, dopo che Benedetto XVI, nello “sdoganare” la Messa Ordo Vetus, dichiarò pubblicamente che essa non era mai stata abrogata. Che valore bisogna dare, allora, ai comandi di Paolo VI, quando, come si è visto, “esigeva” da tutti i fedeli il rispetto più completo delle riforme liturgiche da lui promosse, a cominciare dalla Nuova Messa? Un valore nullo, in mancanza di un’abrogazione esplicita della Messa antica, riuscita anzi a conservarsi quotidianamente grazie soprattutto all’azione coraggiosa di due vescovi: mons. Marcel Lefebvre, francese, e mons. Antonio de Castro Mayer, brasiliano.

Mi sembra più utile, invece, riflettere sul parallelo delineato da Papa Montini tra la sua riforma liturgica e quella da lui attribuita a san Pio V: “non diversamente il nostro Predecessore Pio V aveva reso obbligatorio il Messale riformato sotto la sua autorità, in seguito al Concilio Tridentino”. Con una frase del genere Paolo VI si inseriva nella Tradizione: come san Pio V aveva reso obbligatorio il “Messale riformato” seguendo l’indicazione del Concilio di Trento, allo stesso modo lui, Paolo VI, aveva reso obbligatorio il “Messale riformato” del Novus Ordo, seguendo le indicazioni del Concilio Vaticano II.

Tutto a posto, dunque. Le riforme di Paolo VI sulla liturgia si inserivano perfettamente in una secolare tradizione di progressiva “riforma” della liturgia cattolica. Ma l’analogia propalataci qui da Paolo VI non tiene, è in sostanza f a l s a. Infatti, san Pio V non ha imposto nessun nuovo Messale, nessun messale “riformato”, come invece ha fatto Paolo VI. Si è limitato a render obbligatorio il Messale Romano per tutta la cattolicità -- il Messale così com’era non un Messale interamente nuovo costruito a tavolino -- lasciando però in vigore i riti che avessero almeno duecento anni di vita (non molti nella tradizione liturgica della Chiesa), quali ad esempio l’ambrosiano e il mozarabico.

Le dichiarazioni di Paolo VI hanno creato o comunque perpetuato un equivoco sulla Messa detta “tridentina”, che bisognerebbe una buona volta chiarire. Cito in proposito mons. Klaus Gamber, tedesco, uno dei più grandi liturgisti del secolo scorso, tuttavia sconosciuto al pubblico più ampio.

“Ebbene, non esiste in senso stretto una Messa Tridentina, per il fatto che non è mai stato promulgato un nuovo Ordo Missae in seguito al Concilio di Trento. Il Messale che san Pio V fece approntare non fu in realtà nient’altro che il Messale della Curia, in uso a Roma da molti secoli e che i Francescani avevano già introdotto in gran parte dell’Occidente: un Messale, tuttavia, che non era mai stato imposto universalmente, in modo unilaterale. Le modifiche apportate da san Pio V al Messale della Curia si rivelano talmente modeste da poter esser scorte soltanto dallo specialista”[2].

Oltre ad insinuare (errando ampiamente) che san Pio V avrebbe creato un nuovo Messale, per accogliervi un (inesistente) nuovo rito, voluto dal Concilio di Trento e quindi “tridentino”, i liturgisti neomodernisti insinuano inoltre che la “Messa di san Pio V” sarebbe durata solo 34 anni perché sin dal 1604 i Papi avrebbero apportato modifiche al Messale del 1570. “Così sarebbe del tutto conforme a questo processo evolutivo il fatto che anche Paolo VI abbia a sua volta riformato il Missale Romanum…”[3].

Ma mons. Gamber ha buon gioco nel dimostrare la scorrettezza di quest’insinuazione. Infatti, coloro che la sostengono usano lo stratagemma “di non distinguere chiaramente l’Ordo Missae dai Propri delle Messe per i singoli giorni e le singole festività. Ebbene, fino a Paolo VI, i Papi non hanno mai apportato alcun cambiamento all’Ordo Missae, mentre dal Concilio di Trento in poi hanno cominciato ad introdurre in maggior misura, per nuove festività, anche nuovi Propri. Da tali novità, però, la Messa «tridentina» non è mai stata abrogata (esattamente come le aggiunte al Codice Civile, per esempio, non abrogano questo come tale)”[4].

Insinuare che semplici aggiunte di nuovi Propri fossero in realtà mutamenti essenziali del Messale romano antico: questo l’argomentare inaccettabile dei settatori della Messa di Paolo VI.

“Noi parliamo dunque, piuttosto, di Ritus Romanus e lo contrapponiamo al Ritus modernus. Come abbiamo mostrato, il Rito Romano risale, in parte considerevole, almeno al sec. IV. Il Canone della Messa, salvo piccole modifiche effettuate sotto san Gregorio Magno (590-604), già sotto Gelasio I (492-496) risultava nella forma che ha conservato fino ai nostri giorni. L’unico punto su cui tutti i papi, dal sec. V in poi, hanno sempre insistito è stata l’estensione alla Chiesa Universale di questo Canone Romano, sempre ribadendo che esso risale all’Apostolo Pietro. Nella composizione di altre parti dell’Ordo Missae, così come nella scelta dei Propri delle Messe, essi hanno rispettato le usanze delle Chiese locali”[5]. E vi hanno insistito giustamente, dobbiamo dire, visto che il Canone di questa Messa, secondo una tradizione costante, risaliva addirittura all’Apostolo Pietro. Nello stesso tempo, i Papi hanno sempre rispettato gli usi locali, per quanto possibile.

“Nel Medio Evo, quasi ogni chiesa locale, o almeno quasi ogni diocesi, utilizzava un proprio Messale, quando non aveva spontaneamente adottato il Messale della Curia. Nessun Papa interferì mai in tali decisioni. Differenziate erano soprattutto le parti dell’Ordo Missae che il celebrante doveva recitare sottovoce, come le preghiere iniziali ai piedi dell’altare, le preghiere dell’Offertorio (dette anche «canone minore») e le preghiere prima della Comunione, dunque le preghiere «private» del sacerdote. Le parti cantate della Messa, invece, erano nella Chiesa Latina sostanzialmente uguali dappertutto. Solo alcune, poche, Letture o orazioni differivano da luogo a luogo.

Le cose erano a questo punto, quando fu indetto il Concilio di Trento a difesa dal protestantesimo. Esso decretò la pubblicazione di un Messale perfezionato ed uniforme per tutti. Che cosa fece san Pio V? Egli prese, come già detto, il Messale della Curia in uso a Roma e in molti altri luoghi, e lo perfezionò, riducendo, tra l’altro, il numero delle feste dei Santi. Ma non impose l’obbligo di questo Messale a tutta la Chiesa: rispettò bensì tradizioni locali risalenti a soli duecento anni addietro. Tanto bastava per esser dispensati dall’obbligo dell’adozione del Missale Romanum. Il fatto che la maggioranza delle diocesi abbia ben presto adottato questo Messale, è dovuto ad altre cause. Da Roma non venne esercitata alcuna pressione, e ciò in un’epoca in cui, contrariamente a quanto avviene oggigiorno, non si parlava né di pluralismo né di tolleranza”.[6]

Da questa sintetica quanto precisa ricostruzione dei fatti storici, risulta del tutto insostenibile l’analogia delineata da Paolo VI tra il “Messale riformato” imposto da san Pio V e il “Messale riformato” imposto da lui stesso, Paolo VI. San Pio V attribuì formalmente validità universale al Messale in uso da molti secoli presso la Curia e altrove, un Messale che di fatto già la possedeva quest’universalità. E non introdusse modifica alcuna nel Canone, limitandosi alle modifiche secondarie sopra ricordate, concernenti i Propri di singole Messe.

All’opposto, Paolo VI voleva attribuire validità universale ad un “Messale riformato” completamente nuovo, ispirato a criteri sincretistici e alla cui stesura avevano collaborato anche teologi protestanti – nemici da sempre dell’autentica Messa cattolica, quella di rito romano antico. In questo Messale, oltre a radicali cambiamenti in altre parti della Messa, il Canone aveva subìto una modifica nella formula di consacrazione dell’Ostia e ben tre modifiche nella formula di consacrazione del Calice. In particolare queste ultime rendevano ambiguo il significato propiziatorio ed espiatorio della Messa cattolica, come dimostrato dal Breve esame critico del Novus Ordo Missae [qui] pubblicato nel 1969 da un scelto gruppo di liturgisti e teologi, approvato dagli autorevoli cardinali Ottaviani e Bacci.

Valga il vero: i due “Messali riformati” erano e restano antitetici. Il “Messale riformato” di Paolo VI rappresenta una grave rottura con la tradizione liturgica della Chiesa. E lo possiamo dire in tutta coscienza: quali buoni frutti ha dato, se la crisi di fede, morale e di costumi, esplosa nella Chiesa con il Vaticano II, continua sempre più grave da sessant’anni a questa parte? Non vi avrà anzi contribuito esso stesso ampiamente?
Paolo Pasqualucci, 28 marzo 2026 - Fonte
_____________________
[1] Testo reperito in Don Mauro Tranquillo, Papi conciliari e Messa tridentina, da Paolo VI a Francesco, articolo apparso su «La Tradizione Cattolica», XXII, 4 (119), 2021, pp. 17-31.
[2] Mons. Klaus Gamber, La riforma della liturgia romana. Cenni storici. Problematica, Supplemento al n. 53-54 del Notiziario di UNA VOCE, giugno-dicembre 1980, pp. 19-20. In nota l’Autore precisava: “Questo Messale fu elaborato nel XIII secolo dai Francescani, entrò poi sotto papa Clemente V nell’uso della Curia Romana e portò quindi il titolo «Missale secundum consuetudinem Romanae Curiae». Il saggio di mons. Gamber è un opuscolo di 74 pagine, un’opera veramente preziosa.
[3] Op. cit., p. 19.
[4] Op. cit., p. 20.
[5] Op. cit., ivi.
[6] Op. cit., p. 21.

15 commenti:

Anonimo ha detto...

Paul VI n'était pas un pasteur, c'était un dictateur.

Anonimo ha detto...

Di Montini so pochissimo, so che Pio XII non lo promosse al Cardinalato, al quale lo promosse il papa buono dopo poco più di un mese dalla sua elezione al Pontificato, cioè nel dicembre 1958. So quello che ho letto sul periodico in rete Chiesa Viva, che non ripeto. So che lo si definiva "un politico".

Anonimo ha detto...

Intanto Paolo VI è diventato santo. Roba da matti!
Flavio Bozac

Anonimo ha detto...

Bozac, merci. Et pourquoi Paul VI a-t-il été canonisé ? Pour donner plus d'autorité et de prestige à ses réformes et, par là, à la révolution conciliaire. Même chose avec Jean-Paul II. Une fois "saints" ces deux-là, personne n'oserait plus — c'était le calcul des novateurs — douter de la bonté du Saint Concile qu'ils n'ont fait qu'appliquer… Et quand Bergoglio sera porté sur les autels, alors là le verrouillage sera complet !

Anonimo ha detto...

Tuttavia mi sembra che quasi nessuno, quando lo cita, lo chiami San Paolo VI. Al contrario dei riferimenti a Giovanni Paolo II.

Anonimo ha detto...

Per i gonzi è diventato santo.
Questi hanno hanno preso...in giro mezzo mondo. E noi stiamo qui a spaccare il capello in quattro per salvare capre e cavoli, quando semplicemente bisognerebbe non rivolgere loro neanche uno sguardo e men che meno la parola.

Anonimo ha detto...

Salus animarum suprema lex!

Anonimo ha detto...

La salus animarum richiede lotta contro il male. Se stiamo come stiamo, dipende anche dal fatto che nessuno fa niente per la salus, non prega, non parla, non agisce. Si percorrere sempre l'autostrada del menefrego, mai la strada stretta del sì sì, no no.

Anonimo ha detto...

Io lo chiamo sempre S. Paolo VI, anche se probabilmente ai censori del blog non andrà a genio il commento.
Comunque faccio notare che la maggioranza delle persone si riferisce ancora a S. Giovanni Bosco semplicemente come “Don Bosco”.

Anonimo ha detto...

Come si fa a chiamare Santo un papa che ha distrutto la liturgia cattolica? Per tacere di altri gravi guasti da lui provocati.
Mysterium iniquitatis.

Anonimo ha detto...

Non è questione di censura, è che negli anni, un pezzo alla volta, abbiamo imparato un po' del molto che non conoscevamo e molto altro che continuiamo ad imparare. Le critiche che facciamo non sono di pancia, sono fatti vissuti o letti in qualche libro, o commenti di persone che abbiamo imparato a stimare qui, anche se anonime.

Anonimo ha detto...

G.B.Montini è sempre stato un personaggio equivoco.
Subito dopo la Conciliazione del 1929 scoppiò un violento contrasto tra regime fascista e Chiesa sul ruolo dell'Azione Cattolica. Secondo il Concordato, essa doveva svolgere attività culturale sempre connessa alla religione. Invece, secondo i fascisti, l'AC cominciò a far politica e a darsi un'organizzazione estesa in vari campi, in concorrrenza con quelle del regime

Anonimo ha detto...

[Continua - è partito per sbaglio l'inizio]. In concorrenza con quelle del regime anche tra i giovani e in campo sindacale. Nell'Università la FUCI, che radunava i cattolici italiani, svolgeva di fatto una politica antifascista, riciclando anche politicanti del disciolto Partito popolare (democristiano). L'artefice di questa politica subdola della FUCI era l'assistente spirituale, il giovane e ambizioso mons. Montini. I fascisti non avevano tutti i torti nelle loro accuse, passarono però dalla parte del torto quando secondo loro becero costume cominciarono a "menare" quelli dell'AC (il Montini non pare sia stato menato). Ci fu una serie di violenze, non gravissime comunque, e un riapparire per un momento dell'ala anticlericale del fascismo, più che altro sul piano del costume. La crisi rientrò anche con la mediazione del futuro Pio XII, allora cardinale segr. di Stato, l' AC fu ridimensionata, anche se continuò nel suo atteggiamento antiregime. Ma con più prudenza. Questa crisi fu un disastro per il fascismo sul piano dell'immagine perché il collerico Pio XI pubblicò un'enciclica nella quale condannava in sostanza il fascismo come regime pagano, che toglieva i giovani alle famiglie e alle religione etc. Accuse eccessive e anche false, dettate dall'ira, ma che impressero al fascismo il marchio di un "paganesimo" che in realtà non c'era o era più che altro folkloristico. Il momento "fascista" della storia dell'Italia unita fu quello nel quale lo Stato ebbe il massimo rispetto per la religione cattolica.
Montini fu poi accusato di aver tramato alle spalle di Pio XII con iniziative politiche verso il mondo dell'''Eset europeo. Era sostituto alla segr. di Stato e Pio XII non lo fece cardinale anche se purtroppo lo trasferì in una sede importante come Milano.
Tutto quello che ha combinato col Concilio e dopo lo sappiamo.
La sua vita privata è stata a volte discussa. Culturalmente era legatissimo alla cultura francese. Parlava perfettamente il francese. Grande ammiratore di de Lubac. Da un'intervista apparsa tanti anni fa sul Corriere risultava che egli conosceva a menadito tutta la letteratura francese moderna, in particolar modo gli autori del Decadentismo.
Non era un teologo, era soprattutto un politico. A modo suo, un letterato.
Trasferì il centro della Curia dal Sant'Uffizio alla Segreteria di Stato.
Offese la sensibilità dei credenti restituendo ai turchi la bandiera della loro ammiraglia sanguinosamente conquistata dai Sardi al servizio della Spagna durante la battaglia di Lepanto e (mi pare) la testa di S. Andrea agli Ortodossi.
Che Dio ci scampi da un altro papa simile a lui.
Historicus

mic ha detto...

Sul problema delle canonizzazioni dopo il Vaticano II vedi
https://chiesaepostconcilio.blogspot.com/2012/02/mons-brunero-gherardini-su.html?m=1 e qui

https://chiesaepostconcilio.blogspot.com/2014/04/paolo-pasqualucci-su-canonizzazioni-e.html?m=1

mic ha detto...

E questo mio
https://chiesaepostconcilio.blogspot.com/2014/04/il-concilio-e-infallibile-no-come-ne.html?m=1