giovedì 16 settembre 2010

Romano Amerio e 'l'ermeneutica della discontinuità'

Riporto un breve stralcio dal volume "Iota unum", edizione Lindau 2009, [vedi] nel quale Romano Amerio tratta della "ermeneutica neoterica" del Concilio Vaticano II, quella che Benedetto XVI ha recentemente definito "ermeneutica della discontinuità"

48. L' oltrepassamento del Concilio. Carattere anfibologico dei testi conciliari. -In realtà l'oltrepassamento del Concilio che si fa appellandosi allo spirito del Concilio talvolta è oltrepassamento franco della lettera, tal altra invece è estensione e distrazione di termini.
È oltrepassamento franco tutte le volte che il postconcilio ha sviluppato come conciliari temi che non trovano appoggio nei testi conciliari e di cui i testi conciliari non conoscono nemmeno il termine. Per esempio, il vocabolo pluralismo non vi si trova che tre sole volte e sempre riferito alla società civile. Similmente l'idea di autenticità come valore morale e religioso di un atteggiamento umano non appare in nessun documento, giacché se la voce authenticus ricorre otto volte, il suo senso è sempre quello filologico e canonico, riferito alle Scritture autentiche, al magistero autentico, alle tradizioni autentiche e mai invece a quel carattere di immediatezza psicologica che viene oggi celebrato come indizio certo di valore religioso. Infine il vocabolo democrazia coi derivati non si trova in nessun punto del Concilio, benche si trovi negli indici di edizioni del Concilio approvate. Eppure l'ammodernamento della Chiesa postconciliare è in gran parte un processo di democratizzazione.
Oltrepassamenti franchi sono pure quelli in cui, tenendo in non cale la lettera del Concilio, si sviluppano le riforme in senso opposto alla volontà legislativa del Concilio. L'esempio più cospicuo rimane quello della universale eliminazione della lingua latina dai riti latini, la quale secondo l'articolo 36 della Costituzione sulla liturgia si doveva conservare nel rito romano e che viceversa fu di fatto proscritta, celebrandosi dappertutto la Messa nelle lingue volgari, sia nella parte didattica sia nella parte sacrifìcale. Vedi §§ 277-83.
Tuttavia all'oltrepassamento franco prevale quello che si opera, appellandosi allo spirito del Concilio, introducendo l'uso di nuovi vocaboli destinati a portare come messaggio una particolare concezione e giovandosi a questo scopo dell'incertitudine medesima degli enunciati conciliari: A questo proposito è sommamente importante il fatto che, avendo il Concilio giusta la consuetudine lasciato dietro di sé una commissione per l'interpretazione autentica dei suoi decreti, questa commissione non abbia mai emanato esplicazioni autentiche e non si trovi citata mai. Così il tempo postconciliare anziché di esecuzione, fu di interpretazione del Concilio. Mancando un'interpretazione autentica, i punti in cui apparisse incerta e questionabile la mente del Concilio, tale definizione fu gettata alle dispute dei teologi con quel grave pregiudizio dell'unità della Chiesa che Paolo VI deplorò nel discorso del 7 dicembre 1969. Vedi §7. Il carattere anfìbologico dei testi conciliari dà così un fondamento tanto all'ermeneutica neoterica quanto a quella tradizionale e partorisce tutta un'arte ermeneutica così importante che non è possibile dispensarsi dal farne qui un breve cenno.

49. Ermeneutica neoterica del Concilio. Variazioni semantiche. Il vocabolo " dialogo".- La profondità della variazione operatasi nella Chiesa nel periodo postconciliare si desume anche dagli imponenti cangiamenti intervenuti nel linguaggio. Taccio della scomparsa dall'uso ecclesiale di taluni vocaboli come inferno, paradiso, predestinazione, significativi di dottrine che non si trattano nemmeno una volta negli insegnamenti conciliari. Poiché la parola consegue all'idea, la loro scomparsa arguisce scomparsa o quanto meno ecclissazione di quei concetti un tempo salienti nel sistema cattolico.
Anche la trasposizione semantica è un gran veicolo di novità. Così, per esempio, chiamare operatore pastorale il parroco, Cena la Messa, servizio l'autorità e ogni altra funzione, autenticità la naturalezza anche disonesta, arguisce novità nelle cose prima significate con quei secondi vocaboli.
li neologismo, per lo più fìlologicamente mostruoso, qualche volta è destinato a significare idee nuove (per esempio, coscientizzare), ma più spesso nasce dalla cupidità del nuovo, come si vede nel dir presbitero invece di prete, o diaconia invece di servizio, o eucaristia invece di Messa. Anche in questa sostituzione di neologismi ai termini antichi si cela però sempre una variazione di concetti o per lo meno una diversa colorazione.
Alcuni vocaboli che non erano mai stati frequentati nei documenti papali e stavano relegati in campi circoscritti, hanno acquistato nel baleno di pochi anni una diffusione prodigiosa. Il più notevole è il vocabolo dialogo, prima ignoto affatto alla Chiesa. Il Vaticano II lo adoperò invece ventotto volte e coniò la formula celeberrima che indica l'asse e l'intendimento primario del Concilio: «dialogo col mondo» (GS, 43) e «mutuo dialogo» tra Chiesa e mondo. Il voocabolo diventò un'universale categoria della realtà, esorbitando dall'àmbito della logica e della rettorica in cui era prima circoscritto. Tutto ebbe struttura dialogica. Si avanzò sino a configurare una struttura dialogale dell'essere divino (in quanto uno, non in quanto trino), una struttura dialogale della Chiesa, della religione, della famiglia, della pace, della verità e via dicendo. Tutto diventa dialogo e la verità in facto esse dilegua nel suo proprio fieri come dialogo. Vedi più avanti i §§ 151-6.

50. Ancora l'ermeneutica neoterica del Concilio. Circiterismi. Uso della avversativa "ma". L'approfondimento. - Un procedimento comune all'argomentare dei neoterici è il circiterismo. Esso consiste nel riferirsi, come a cosa quieta in causa e già assodata, a un termine indistinto e confusionale, e da quello ricavare o escludere l'elemento che importa ricavare o escludere. Tale è per esempio il termine spirito del Concilio o addirittura Concilio. lo ricordo come sin nella prassi pastorale preti neoterici, che violavano le norme più certe e nemmeno dopo il Concilio mutate, rispondessero ai fedeli stupiti dei loro arbitrii rimandando al Concilio.
Non nascondo certo che da un canto la limitazione della intentio intellettiva, incapace di contemplare simultaneamente tutti i lati di un oggetto complesso, e data d'altro canto l'esistenza di un esercizio libero del pensiero, il conoscente non può che volgersi successivamente alle varie parti del complesso. Ma dico che questa naturale operazione intellettiva non si può confondere con l'intenzionale obliquazione che la volontà può imprimere all'atto intellettivo affìnché, come si dice nel testo evangelico, non veda quello che pur vede e non riconosca quello che pur conosce (Matth., 13,13). La prima operazione trovasi anche nella ricerca genuina, che è di sua natura progressiva pedetentim, mentre alla seconda conviene un nome che non è quello di ricerca: soprammette infatti alle cose un quid nascente dalla propensione soggettiva di ciascuno.
Si suole anche parlare di messaggio e di codice con cui si legge e decifra il messaggio. La nozione di lettura ha soppiantato quella di cognizione della cosa, sostituendo la pluralità possibile di letture alla forza obbligante della cognizione univoca. Un identico messaggio può essere letto (dicono) in chiavi diverse e se è ortodosso, si può decifrare in chiave eterodossa, e se è eterodosso in chiave ortodossa. Un tale metodo dimentica però che il testo ha un suo senso primitivo, inerente, ovvio e letterale, che deve essere inteso prima di ogni lettura e che talora non ammette il codice con cui sarà letto e decifrato nella seconda lettura. Così i testi del Concilio, come ogni altro testo, hanno, indipendentemente dalla lettura che se ne faccia, una leggibilità ovvia e univoca, cioè un senso letterale che è il fondamento di tutti gli altri che vi si leggeranno. La perfezione dell'ermeneutica consiste nel ridurre la seconda lettura alla prima, che dà il senso vero del testo. La Chiesa d'altronde non ha mai proceduto altrimenti.
Il metodo praticato dai neoterici nel periodo postconciliare consiste dunque nel lumeggiare e oscurare, rubricare e nigricare singole parti di un testo o di una verità. Esso non è che l'abuso dell'astrazione che la mente fa necessariamente, quando esamina un complesso qualunque. Tale infatti è la condizione del conoscere discorsivo che si attua nel tempo, a differenza dell'intuito angelico.
A questo si allaccia l'altro metodo, proprio dell'errore, che consiste nel nascondere una verità dietro un'altra verità per poi procedere come se la verità nascosta non solo fosse nascosta, ma simpliciter non fosse. Quando per esempio si definisce la Chiesa popolo di Dio in cammino, si nasconde l'altra verità, che cioè la Chiesa comprende anche la parte già in termino dei beati che è d'altronde la parte più importante di essa, essendo quella in cui il fine della Chiesa e dell'universo è adempiuto. In un ulteriore passo quel che stava ancora nel messaggio, ma epocato, finirà per essere espunto dal messaggio, con il rifiuto del culto dei Santi.
Il procedimento che abbiamo descritto si attua frequentemente in uno schema caratterizzato dall'uso dell'avversativa ma. Basta peraltro conoscere il senso pieno dei vocaboli per riconoscere a un tratto l'intendimento riposto degli ermeneuti. Per attaccare, ad esempio, il principio della vita religiosa si scrive: «Le fondement de la vie religieuse n'est pas remis en question, mais son style de realisation». Così per eludere il dogma della verginità della Madonna in partu si dice che son possibili dei dubbi, «non d'ailleurs sur la croyance elle-meme dont nul ne conteste les titres dogmatiques, mais sur son objet exacte, dont il ne serait pas assure qu'il comprenne le miracle de l'enfantement sans lesion corporelle». E per attaccare la clausura delle moniali si scrive: «La cloiture doit etre maintenue, mais elle doit etre adaptee selon les conditions des temps et des lieux»
Si sa che la particella mais equivale a magis, da cui deriva, e perciò coll'apparenza di mantenere il proprio posto alla verginità della Madonna, alla vita religiosa e alla clausura, si dice in realtà che più del principio contano i modi di realizzarlo secondo tempi e luoghi. Ma che cosa è mai un principio se sta sotto e non sopra le realizzazioni sue ? E come non vedere che esistono stili di realizzazione che invece di esprimere distruggono il fondamento? A questa stregua si può dire: il fondamento del gotico non si discute, bensì il modo di realizzazione del gotico. E poi si toglie di mezzo l'arco acuto.
Questa formula del ma si riscontra sovente negli interventi dei Padri conciliari, i quali pongono nell'asserto principale qualche cosa che viene poi distrutto con il ma nell'asserto secondario, in guisa che quest'ultimo diventa il vero asserto principale.
Ancora nel Sinodo dei yescovi del 1980 il Gruppo di lingua francese B formula: «Il Gruppo aderisce senza riserve alla Humanae vitae, ma bisognerebbe superare la dicotomia tra la rigidità della legge e la duttilità pastorale». Così l'adesione all'enciclica diviene puramente vocale, perché più di essa importa il flettersi della legge all'umana debolezza (OR, 15 ottobre 1980). Più aperta è la formula di chi vuole l'ammissione di divorziati all'eucaristia: «Il ne s'agit pas de renoncer à l'exigence evangelique, mais de reconnaitre la possibilité pour tous d'etre reintegrés dans la communion ecclesiale» (ICI, n. 555, 13 ottobre 1980, p. 12).
Sempre nel Sinodo del 1980 sulla famiglia apparve nei gruppi neoterici l'uso del vocabolo approfondimento. Mentre si ricerca l'abbandono della dottrina insegnata da Humanae vitae, le si professa intera adesione, ma si domanda che la dottrina venga approfondita, non cioè confermata con nuovi argomenti, ma mutata in altra. La profondità consisterebbe nel ricercare e ricercare finché si approda alla tesi opposta.
Ancor più rilevante è il fatto che il metodo del circiterismo fu adoperato talvolta nella redazione stessa dei documenti conciliari. Il circiterismo fu allora imposto intenzionalmente affinché l'ermeneutica postconciliare potesse poi rubricare o nigricare quelle idee che le premevano. «Nous l'exprimons d'une façon diplomatique, mais après le Concile nous tirerons les conclusions implicites». È una stilistica diplomatica, cioè, secondo la forza della parola, doppia, in cui la lettera viene formata in vista dell'ermeneutica, rovesciando l'ordine naturale del pensare e dello scrivere.
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Piccolo glossario:
"Ermeneutica" è voce greca che significa interpretazione.
"Neoteroi" è voce anch'essa greca che in origine designava in senso dispregiativo i "poetae novi" della Roma dell'età di Cesare, il cui massimo esponente fu Catullo (l'invenzione del termine è attribuita a Cicerone). In senso lato i "neoteroi" sono i novatori, coloro che vogliono innovare ad ogni costo e disprezzano la tradizione.
"Ermeneutica neoterica" è pertanto l'interpretazione dei testi conciliari che vede in essi una rottura con la tradizione. Quella che Papa Benedetto XVI ha recentemente chiamato "ermeneutica della discontinuità”
Circiterismi” Credo sia un neologismo coniato da Amerio. Deriva dall'avverbio latino "circiter" che significa "all'incirca". E' sinonimo di pressapochismo, ambiguità.
Anfibolico” significa bivalente, come gli anfibi che possono vivere sia in acqua che sulla terra. Un testo “anfibologico” è passibile di due diverse interpretazioni tra loro opposte.
Esempio: il celeberrimo "subsistit in" su cui ci si è scannati per quattro decenni

6 commenti:

Anonimo ha detto...

Dialogo è il luogo dove si incontrano due opinioni di pari dignità.

Chiaro è che invece Verità ed errore non hanno pari dignità.
Per questo la verità non può essere inserita in un dialogo.

E' assurdo. L' insegnante insegna agli alunni le tabelline, non ci dialoga, perchè la verità delle tabelline non ha pari dignità dell' ignoranza.

Per questo la chiesa insegna sempre che armi per la conversione sono, sul piano pratico (sul piano spirituale c' è la preghiera), la confutazione e la persuasione oltre che l' esempio. Anche l' esempio che si dà al prossimo pone infatti lo stesso di fronte ad una evidenza. Non ci dialoga.

Stefano78 ha detto...
Questo commento è stato eliminato dall'autore.
Stefano78 ha detto...

Ringraziamo per questo Bendetto XVI, che ha ribadito che si Dialoga fra Culture, non tra fedi

Christe eleison ha detto...

"Oltrepassamenti franchi sono pure quelli in cui, tenendo in non cale la lettera del Concilio, si sviluppano le riforme in senso opposto alla volontà legislativa del Concilio. L'esempio più cospicuo rimane quello della universale eliminazione della lingua latina dai riti latini, la quale secondo l'articolo 36 della Costituzione sulla liturgia si doveva conservare nel rito romano e che viceversa fu di fatto proscritta, celebrandosi dappertutto la Messa nelle lingue volgari, sia nella parte didattica sia nella parte sacrificale."

. l'abolizione del Latino
. lo scempio degli altari
. l'emarginazione del Tabernacolo
. l'accantonamento del gregoriano e della musica liturgica
. la berakà ebraica al posto dell'Offertorio
. il Sacrificio di Cristo sempre più dimenticato e sostituito dalla protestante Cena

è forse un punto di non ritorno?

Dio non voglia!

Anonimo ha detto...

Grazie.
sia questa riflessione che tutti i numerosi input offerti da Amerio andrebbero analizzati e sviluppati per una maggiore presa di coscienza e per l'arricchimento di tutti.

Nel tempo cercherò di svilupparne alcuni dei più significativi

Anonimo ha detto...

. la berakà ebraica al posto dell'Offertorio

mi colpisce che questo sia detto esplicitamente in un documento come la Sacramentum Caritatis, al n.10

... È in questo contesto che Gesù introduce la novità del suo dono. Nella preghiera di lode, la Berakah, Egli ringrazia il Padre non solo per i grandi eventi della storia passata, ma anche per la propria « esaltazione ». Istituendo il sacramento dell'Eucaristia, Gesù anticipa ed implica il Sacrificio della croce e la vittoria della risurrezione.
Al tempo stesso, Egli si rivela come il vero agnello immolato, previsto nel disegno del Padre fin dalla fondazione del mondo, come si legge nella Prima Lettera di Pietro (cfr 1,18-20). Collocando in questo contesto il suo dono, Gesù manifesta il senso salvifico della sua morte e risurrezione, mistero che diviene realtà rinnovatrice della storia e del cosmo intero. L'istituzione dell'Eucaristia mostra, infatti, come quella morte, di per sé violenta ed assurda, sia diventata in Gesù supremo atto di amore e definitiva liberazione dell'umanità dal male.


è tutto molto bello e anche vero. Ma è stato espunto qualcosa di non secondario, perché prima che un dono a noi, l'Eucaristia è Sacrificio di espiazione presentato, offerto al Padre...

E nessun documento conciliare autorizzava a fare tagli selvaggi all'Offertorio sostituendo all'Hostia (vittima) pura santa e immacolata il "frutto della terra e del nostro lavoro", trasformando così l'Offerta di Cristo alla quale uniamo la nostra offerta al Padre, in una beraka ebraica (che il Signore ha pronunciato, ma che non è il punto focale della sua Azione, del Novum che egli ha introdotto nell'Ultima Cena...

Come dice Amerio: Poiché la parola consegue all'idea, la loro scomparsa arguisce scomparsa o quanto meno ecclissazione di quei concetti un tempo salienti nel sistema cattolico

E' successo, quindi, che la benedizione ebraica sostituisce l'Offerta cristiana.

Questa, cosa vogliamo chiamarla se non 'discontinuità'? E tanto più grave in quanto tocca il Rito, nel preludio e nella preparazione al suo momento più sacro e solenne.

Ricordando che funzione primaria della Chiesa rendere l'autentico culto a Dio...

... sorvolando, per ora, sugli altri tagli non meno selvaggi operati al Rito Gregoriano, ad esempio tutti i riferimenti a S. Miichele Arcangelo, alla Vergine e alla Comunione dei Santi!