La foga di mandare al più presto il latino in soffitta introdusse subito il problema della fedeltà delle traduzioni in lingua parlata, che i novatori subito risolsero autorizzando alla creatività ("sopprimere ciò che non va... esprimere nel linguaggio attuale..."), con un interminabile effetto valanga che prosegue ancor oggi (si veda il caso del Padre Nostro qui), lasciando interdetti persino i tifosi del Concilio. E se ciò avviene per la lingua dei protagonisti (italiano, francese), provate a immaginare cosa poteva succedere in altre lingue molto più complesse della nostra (esempio emblematico: quello delle Filippine). Citiamo ampi estratti di un articolo di Lorenzo Bianchi comparso originariamente sul mensile 30Giorni di giugno 1992. Articoli sul blog che aggiornano sulle conseguenze del precedente pontificato:
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qui aspetto dei Messali.
Tradotti e traditi (sull'arbitrio interpretativo nelle traduzioni liturgiche)
Tradotti o traditi? La repentina scomparsa del latino e la conseguente totale volgarizzazione dei libri liturgici non è stata senza conseguenze [...]
L'Istruzione Inter Oecumenici della sacra Congregazione dei riti (26 settembre 1964) decretava la necessità di una «perfetta traduzione». Quasi tre anni dopo, una lettera circolare del Consilium ad exsequendam Constitutionem de sacra Liturgia ai presidenti delle Conferenze episcopali (21 giugno 1967), firmata dal cardinal Giacomo Lercaro, aggiungeva: «Si deve preparare una traduzione nuova, accurata, degna. Inoltre la traduzione deve essere letterale e integrale [il corsivo è originale, N.d.A.]. Si devono prendere i testi come sono, senza mutilazioni o semplificazioni di alcun genere». Ma proseguiva: «Non è opportuno bruciare le tappe. Quando verrà il momento di nuove creazioni, allora non sarà più necessario sottostare alle strettezze della traduzione letterale». In quegli stessi anni scriveva il filosofo Jacques Maritain a Paolo VI: «In realtà il primo dovere di un traduttore, che non sia un traditore, è sempre (...) quello di rispettare la parola che è stata impiegata dall'autore (e che questo, o lo Spirito che l'ha ispirato, ha avuto le sue ragioni per scegliere al posto di ogni altra) e di cercarne un equivalente esatto, fosse anche a prezzo dell'oscurità: oscurità inevitabile, oscurità benedetta, perché essa è l'ombra portata, sul nostro linguaggio umano, dalla grandezza delle cose divine». Come si è visto, però, già nel 1967 la «traduzione letterale» era qualcosa che i responsabili dell'attuazione della riforma ritenevano di dovere, nel futuro, superare.