La storia personale di un viaggio letterario
Robert Lazu Kmita, 17 aprile
Veduta di Piazzetta San Marco verso il Canal Grande di Venezia, all'alba, con Palazzo Ducale a sinistra e Biblioteca Marciana a destra
Viviamo, come direbbe Edmund Burke, nell'era dei contabili e degli statistici. Gli antichi cavalieri, che Miguel de Cervantes cercò di difendere nascondendo la loro grandezza dietro la maschera del comico Don Chisciotte, ci hanno insegnato l'eroismo. I nuovi padroni del mondo ci insegnano i numeri e la pianificazione. Il regno della quantità e dell'intelligenza (pseudo)artificiale sembra non lasciare spazio al mistero. Eppure, le nostre vite ci sorprendono, quando riflettiamo su di esse, attraverso la stranezza di decisioni che non avremmo mai creduto possibili. Con il passare degli anni e l'avvicinarsi del tramonto, abbiamo sempre più occasioni di comprendere che non siamo padroni delle nostre vite. Gli incontri – con le persone e con i luoghi – non sono sotto il nostro controllo. Sfuggono a una pianificazione tirannica, offrendoci la possibilità di riscoprire la discreta e vellutata autorità del mondo invisibile. Il mio incontro con l'Italia è stato il risultato di circostanze impreviste. Impreviste, eppure in qualche modo preannunciate.









