Nella nostra traduzione da OnePeterFive la consueta meditazione di P. John Zuhlsdorf che ogni settimana ci consente di approfondire i tesori di grazia ricevuti nella domenica precedente qui. Importante anche come meditazione in preparazione della Quaresima.
In Illo Tempore: Domenica di Quinquagesima
Il contesto è importante. Siamo nel tempo di “Gesima”, il Pre-Quaresima, un tempo di preparazione al tempo di preparazione alla Pasqua. La Santa Chiesa, con il sobrio realismo materno di chi conosce la natura umana, ci ricorda che le scadenze si avvicinano. Dopo questa “Domenica nella Cinquantesima”, la Quinquagesima, tra tre giorni arriva il Mercoledì delle Ceneri e l’inizio della “Quarantesima”, la stagione della Quaresima o Quadragesima. La Quaresima non può sorprendere il cristiano attento. Nel Pre-Quaresima si può avvertire la Santa Chiesa che stringe i lacci, controlla le cinghie, ci porge la borraccia e indica la mappa con un dito che non trema. La vetta è Gerusalemme, e oltre Gerusalemme, la Pasqua.
Questo periodo è stato a lungo conosciuto in inglese come Shrovetide, da “to shrive”, assolvere, confessarsi ed essere sciolti dal peccato mortale quanto alla specie e al numero. La lingua conserva le abitudini. “Shrove” finì per associarsi non solo all’assoluzione ma anche alla festa, perché l’uomo assolto era libero di gioire. Da qui il nome più carnale, “carnevale”, da carne-vale. Il latino vale significa “addio”. Carnevale è “addio alla carne”. In un’epoca in cui la disciplina quaresimale era intesa come astinenza dalla carne e dai grassi animali per tutta la stagione, le famiglie svuotavano le dispense. Il “Collop Monday” consumava la pancetta. Lo “Shrove Tuesday”, chiamato anche “Fat Tuesday” o Mardi Gras, esauriva burro e grassi nelle frittelle. Il punto non era l’indulgenza fine a sé stessa — ciò che Mardi Gras è diventato un po’ ovunque — ma piuttosto la chiusura ordinata di un modo di vivere e la preparazione deliberata di un altro.
La pedagogia della Chiesa rimane, anche se la sensibilità moderna vi resiste. La Quaresima è su di noi. Non è una sorpresa, grazie al Pre-Quaresima. La confessione è obbligatoria, non facoltativa. Andate a confessarvi.
La Chiesa segna queste domeniche preparatorie con segni inequivocabili. L’“Alleluia” scompare dalla liturgia e non tornerà fino alla Veglia Pasquale. I paramenti penitenziali viola rivestono il santuario. Le Stazioni romane fissano le domeniche geograficamente, storicamente, pedagogicamente. Nella Settuagesima la Chiesa va a San Lorenzo fuori le mura, alla tomba del diacono Lorenzo arso su una graticola. Nella Sessagesima si riunisce a San Paolo fuori le mura, dove l’Apostolo riposa dopo il martirio per la spada. Nella Quinquagesima attraversa il Tevere e sale al Colle Vaticano, al luogo della sepoltura di Pietro, crocifisso a testa in giù presso il Circo di Caligola. Questi formulari della Messa risalgono almeno a San Gregorio Magno (+604). Furono forgiati in tempi di peste e invasioni. Sono sobri per esperienza, non teorie assemblate artificialmente da esperti liturgici. La Chiesa ci conduce alle ossa di coloro che rimasero fedeli fino alla morte affinché la nostra Quaresima non si dissolva nell’astrazione. Almeno così avviene nel Vetus Ordo: le Stazioni sono state rimosse dal Missale Romanum postconciliare.
Il motivo del cammino governa il formulario della Messa. Il Vangelo della Quinquagesima, tratto da Luca 18, colloca Cristo e gli Apostoli sulla strada verso Gerusalemme. Gesù annuncia la Sua Passione, Morte e Risurrezione. Luca registra con chiarezza implacabile che “non compresero ciò che era stato detto” (v. 34). La loro cecità è teologica: immaginano ancora un Messia che ristabilisca la sovranità terrena e un trionfo visibile. I loro occhi corporei funzionano. La loro vista spirituale no.
Quanto alla Stazione, saliamo il Colle Vaticano fino a Pietro nella sua tomba. La tradizione ricorda Pietro che fugge da Roma per paura, incontra Cristo sulla Via Appia e Gli chiede: “Domine, quo vadis? … Signore, dove vai?”. La risposta trafigge ogni compiacenza: “Romam eo iterum crucifigi… Vado a Roma per essere crocifisso di nuovo.” Il Signore va dove i suoi pastori sono tentati di fuggire. La fedeltà costa sempre più della fuga… anche quando la fuga è, di fatto, dai lupi. Qualcuno paga. Stiamo pagando tutti.
Il contesto liturgico si amplia ulteriormente se si ricorda che la Santa Messa non è l’unica “liturgia”. Alcuni usano il termine “liturgia” per indicare la Messa. L’Ufficio Divino, recitato nel Breviarium Romanum o nella Liturgia Horarum, fornisce un quadro tipologico più profondo. Al Mattutino, in questa domenica, Abramo sale il Monte Moria per sacrificare Isacco. Isacco porta la legna sulle spalle. Abramo è sacerdote. Isacco è vittima. Salgono insieme. I Padri vi hanno scorto la prefigurazione di Cristo Che sale al Golgota: Gesù ascende a Gerusalemme come Sacerdote e Vittima, offrendo Sé stesso in perfetta obbedienza.
Su questo sfondo Luca introduce il mendicante cieco lungo la strada vicino a Gerico. Il Signore è vicino alla città quando l’uomo grida: “Gesù, Figlio di Davide, abbi pietà di me!”. La folla tenta di farlo tacere. Egli insiste. Gesù lo chiama e gli chiede che cosa desideri. La richiesta è diretta. Vuole la vista. Cristo gliela concede, dicendo: “La tua fede ti ha salvato” (Luca 18,42).
Il racconto parallelo di Marco fornisce il nome del cieco — Bartimeo, “figlio di Timeo”. Il nome Bartimeo sembra combinare un patronimico ebraico con un nome ellenico. Quest’uomo, emarginato e vulnerabile, si rivolge a Gesù con precisione. Lo chiama “Figlio di Davide”, titolo messianico. Nel racconto di Marco aggiunge “Rabbunì”. Traduzione: “Maestro mio”. Egli sa chi è Cristo, e sa chi è lui in relazione a Cristo. Si avvicina come discepolo. Considerato il momento, Bartimeo potrebbe essere il secondo cieco guarito da Gesù mentre saliva a Gerusalemme passando per Gerico, il che aiuta a spiegare perché questo mendicante stia gridando. Ha sentito parlare di Gesù e crede. Come dice il Dottore Angelico: “Ex auditu solo, tuto creditur… Dal solo ascolto si crede con sicurezza.” La fede viene dall’ascolto. Le orecchie diventano occhi.
Bartimeo chiese il miracolo. Chiese. La generosità divina presuppone la supplica umana. La Chiesa forma questo atteggiamento attraverso le sue preghiere. La Colletta della domenica esprime la nostra urgenza:
Preces nostras, quaesumus, Domine,Traduzione letterale:
clementer exaudi:
atque, a peccatorum vinculis absolutos,
ab omni nos adversitate custodi.
Ti supplichiamo, o Signore,
nella Tua clemenza ascolta attentamente le nostre preghiere,
e, una volta sciolti dai vincoli dei peccati,
custodiscici da ogni avversità.
La preghiera si fonda su imperativi. Exaudi. Ascolta. Custodi. Custodisci. La struttura procede dalla supplica alla liberazione alla protezione. Il peccato è nominato come schiavitù, vincula. La Quaresima è un processo di liberazione dalle catene. La Colletta implora come Bartimeo implorava, apertamente, insistentemente, senza travestimenti. Inoltre, Marco dice che Bartimeo getta via il mantello, apobalón, e balza in piedi, anastás, da anístemi, il verbo della risurrezione, “risorto”. Il suo movimento corporeo anticipa il modello pasquale. Gettare via, alzarsi, seguire. Anche la nostra Colletta presenta l’immagine di un peso rimosso, come il mantello di Bartimeo.
Dopo, Bartimeo segue Gesù… su per la strada verso Gerusalemme e il Calvario.
Il racconto marciano della guarigione di Bartimeo aggiunge un ulteriore livello. Il verbo greco káleo, “chiamare”, è ripetuto con insistenza. Gesù dice: “Chiamatelo”. Gli astanti dicono: “Ti chiama” (Marco 10,49). Da questo verbo deriva ekklesía, la Chiesa, l’assemblea dei chiamati.
Così il miracolo si svolge “ecclesialmente”. Bartimeo non è guarito in isolamento. Altri gli dicono Chi sta passando. Altri lo conducono avanti. C’è una staffetta. La carità è già all’opera prima che la vista sia restituita. Qualcuno gli dice Chi sta passando. Qualcuno lo guida. Qualcuno ripete l’invito: “Coraggio; alzati, ti chiama”. La Chiesa pronuncia questa frase ogni volta che invita un peccatore alla confessione, ogni volta che esorta un’anima stanca alla preghiera, ogni volta che trascina il riluttante alla balaustra dell’altare. La Quaresima non è una prova solitaria di resistenza. Il tuo prossimo ti sostiene. Tu sostieni il tuo prossimo. “Portate quest’uomo a CRISTO” non è un’affermazione valida solo per Bartimeo di Gerico. È la descrizione della carità cristiana in azione.
Non siamo forse tutti come Bartimeo in certi momenti della nostra vita?
La strada verso Gerusalemme sale ripidamente. Gerico si trova molto al di sotto del livello del mare. Gerusalemme si innalza di oltre mille metri sopra di essa. L’“Ecco, saliamo a Gerusalemme” di Luca (18,31) descrive insieme geografia e teologia. Quaresima significa ascesa. È partecipazione alla Passione di Cristo.
Il contrasto tra i discepoli e Bartimeo diventa istruttivo. Gli Apostoli vedono ma non comprendono. Bartimeo non vede ma riconosce il Messia e persevera nella fede. La vista fisica non garantisce la comprensione spirituale. La fede illuminata dalla carità sì.
Per secoli la Chiesa ha accostato in questa domenica questo Vangelo all’Epistola di 1 Corinzi 13. Prima che la Quaresima inizi sul serio, Paolo smaschera le illusioni. Carismi, eloquenza, conoscenza, fede che sposta le montagne, sacrificio eroico — tutto può essere svuotato di valore senza la carità, greco agape, latino caritas: amore sacrificale.
In 1 Cor 12,31, il versetto immediatamente precedente alla nostra Epistola, Paolo descrive questa via come katá hyperbolèn hodòn, “una via sovreminente”, “una strada supremamente eccellente”. La Chiesa pone questa strada davanti a noi nella Quinquagesima perché la Quaresima riguarda la conformazione dell’anima all’amore divino, non soltanto l’adempimento formale di preghiera, digiuno ed elemosina.
Le parole di San Paolo sono implacabili:
Se avessi tanta fede da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sarei nulla. (v. 2)Il verdetto è assoluto. Senza carità, anche la fede può diventare sterile.
Il beato Ildefonso Schuster commenta questo passo osservando che Paolo solleva un lembo del velo che nasconde l’amore eterno, dirigendo l’attenzione non a una contemplazione astratta di Dio soltanto, ma all’amore esercitato verso gli uomini come immagini di Dio e membri del Corpo Mistico di Cristo. L’amore per il Dio invisibile si prova attraverso l’amore per i prossimi visibili. La carità diventa la misura dell’autenticità.
Questo principio governa la disciplina quaresimale. Preghiera, digiuno ed elemosina acquistano merito attraverso la carità. Senza di essa, l’elemosina si riduce a filantropia, il digiuno a fame, la preghiera a mero suono… si potrebbe dire, come Paolo: un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna (v. 1). Pio Parsch esprime la stessa verità con concisione quando scrive che solo l’amore ci rende figli di Dio e solo l’amore sarà la misura del giudizio.
Il Vangelo rafforza l’Epistola. La fede di Bartimeo non è vana, vanus, vuota. Il suo grido è perseverante, diretto, fiducioso. Quando viene chiamato, getta via ciò che lo ostacola e segue Cristo. Tra le prime cose che i suoi occhi guariti contemplano vi sono gli eventi che conducono alla Passione e, forse, il Signore risorto stesso.
La Quaresima ci è data affinché la Pasqua non sia una data sul calendario, ma una vittoria nell’anima. La vicinanza della Quaresima esige dunque onestà. Occorre chiedersi se la carità governa la nostra fede. Gridiamo a Cristo con l’insistenza del cieco? Permettiamo agli altri di portarci quando necessario? Portiamo noi gli altri quando non riescono a vedere la strada?
Preparatevi ora a salire a Gerusalemme con Cristo. Abbracciate la Croce attraverso l’agápe. Gridate con fiducia. Lasciatevi chiamare avanti dalla Chiesa. Siate liberati dalle catene. Siate custoditi. Ricevete la vista, e seguiteLo.
P. John Zuhlsdorf – 13 febbraio 2026

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