Invece la voragine è sotto gli occhi di tutti e ci si chiede come uscirne. Per uscirne, occorre conoscerne le cause. La Tradizione che i figli di Lefebvre avrebbero "incompleta e contradditoria", è una di esse. Cerchiamo di capirci qualcosa.
Introducendo una nuova edizione degli statuti da lui stesso redatti per la sua Fraternità, Mons. Lefebvre il 20 marzo 1990 collegò la sua opera, in quanto "œuvre de restauration du sacerdoce catholique" e per questo "œuvre d'Eglise", ad un disegno della divina Provvidenza "afin de préserver les trésors que Jésus-Christ a confiés à son Eglise, la foi dans son intégrité, la gràce divine par son Sacrifice et ses sacraments, et les pasteurs destinés de ces trésors de vie divine". Se si tenti d'inglobare le finalità sopra descritte in una sola parola, l'unica che faccia al caso è "Tradizione".
In effetti, soltanto nella Tradizione l'opera sopra indicata può esser "un'opera della Chiesa", capace di restaurar "il sacerdozio cattolico" in conformità al suo statuto ontologico, che una concezione sociologica avrebbe fatalmente compromesso, e di ripristinare l'"integrità della Fede", le fonti della grazia - Sacrificio eucaristico e sacramenti - e l'autentico governo della Chiesa secondo la sua triplice competenza dottrinale, santificatrice e disciplinare. Una Tradizione, però, capace di codesta triplice finalità si trova, nel giudizio di Mons. Lefebvre, contraddetta se non anche annullata dal no oppostole dal Vaticano II e dal postconcilio. Contro un no che s'ammanta di validità conciliare, l'anziano ma indomito presule formulò a nome di tutta la sua Fraternità il suo Credo: "Nous adhérons de tout cœur, de toute notre âme à la Rome catholique, gardienne de la foi catholique et des traditions nécessaires au maintien de cette foi... Nous refusons par contre... de suivre la Rome de tendance néo-moderniste et néo-protestante qui s'est manifestée clairement dans le concile Vatican II et après le concile dans les réformes qui en sont issues" [dichiarazione del 21 novembre 1974].
Evidente, in questo giudizio, il contrapporsi di due "Rome": quella cattolica e quella neomodernista e neoprotestante. Chiedo: perché neomodernista e neoprotestante? La risposta rimbalza immediata di libro in libro e di dichiarazione in dichiarazione: perché l'autentico volto della Chiesa di Cristo è stato sfigurato da un "grande tradimento": la resa a discrezione nelle mani del liberalismo tante volte condannato ed ora purtroppo impalmato in un diabolico connubio.
Non è la prima volta che si sente parlare di cattolicesimo liberale; tutta la seconda metà del diciannovesimo secolo n'è piena. Oggi, il connubio fra il diavolo e l'acqua santa s'è rinnovato. A dispetto di tutta la Tradizione, nel giudizio della Fraternità, Concilio e postconcilio avrebbero snaturato l'in-sé della Rivelazione cristiana e della Chiesa che l'ha in custodia, integrando l'una e l'altra nella realtà mondana, nella sua cultura, nelle sue lotte, nelle sue aspirazioni, nelle sue conquiste. In breve: facendone un'espressione dell'ideale liberale. Lefebvre n'era amaramente convinto. È pertanto opportuno che ci si chieda che cosa intendesse per liberalismo.
a) Un papa su tutti s'impone come una diga contro il dilagare limaccioso e mortifero dell'idea liberale: il beato Pio IX. Discorsi occasionali, encicliche, Sillabo: è un discorso univoco, nell'intento di bloccare l'"onda anomala" del liberalismo cattolico, dal quale Pio IX vede travolti anche i buoni, ammaliati ormai da un fascinoso ideale d'indipendenza, di progresso e di civiltà che troverebbe un ostacolo insormontabile nella Tradizione della Chiesa. Una tale Tradizione sarebbe, per non pochi, fissismo assoluto, intolleranza e confusione intellettuale, là dove il liberalismo cattolico sarebbe esattamente il contrario: apertura ideologica, tolleranza e libertà religiosa, compresenza d'idee e di fedi. Se entro certi limiti, naturali e soprannaturali, il riconoscimento d'alcuni diritti alle minoranze politico-religiose è un dovere di coscienza, di carità e di prudenza, il porsi in qualunque modo contro la prospettiva evangelica dell'universale salvezza (At 13,47), il rifiuto teorico-pratico dell'"unum ovile et unus pastor" (Gv 10,16) dà ragione a chi definì il liberalismo un peccato con stravolgimento dell'ordine delle cose, dei concetti, della verità: di quella naturale e di quella soprannaturale. Considerato nel cattolico, il liberalismo assume, a detta di L. Billot, "una sola nota caratteristica: quella della perfetta ed assoluta incoerenza".
b) Mons. Lefebvre individua una tale incoerenza nel mancato rispetto della Tradizione, al cui posto il cattolico liberale pone la filosofia relativista della mobilità e del divenire, il soggettivismo o indipendenza dell'intelligenza dal suo oggetto, della volontà dall'intelligenza, della coscienza dalla legge. dell'anarchismo dal primato della ragione, del corpo dall'anima del presente dal passato, dell'individuo dalla società, "d'ou le mépris de la tradition".
Sul piano soprannaturale, poi, Lefebvre rileva che il liberalismo oppone alla Fede, alla scienza della Fede, al Magistero e alla sua Tradizione il razionalismo, il naturalismo, il laicismo e l'indifferentismo; e che, tutto giustificando come fedeltà allo "spirito" del Vaticano II, o più esattamente alla sua ispirazione pastorale, il liberalismo gli sacrifica lo "spirito missionario", affogandolo nel "mare magnum" della ricerca e del dialogo, esaltando i valori delle altre religioni e consegnandosi praticamente al deprecato sincretismo religioso. Infine, per dimostrare quanto lo "spirito" del Concilio si sia allontanato dalla vera e duratura Tradizione, mette a confronto alcuni enunciati che s'elidon a vicenda, traendoli dalla Quanta cura del beato Pio IX e dai documenti del Vaticano II: dov'era risuonato il no del preveggente Pio IX risuona oggi il sì dei documenti conciliari. Lo stridore delle due antitetiche posizioni è tale che perfino un Congar l'avvertì e ne tentò maldestramente la composizione; qualcun altro, nella riconciliazione della Chiesa col mondo e coi diritti dell'uomo proclamati dalla rivoluzione francese, vide addirittura un "Antisillabo".
c) Tentando ora una sintesi delle posizioni difese dall'Ecc.mo Mons. Lefebvre a favore della Tradizione, e senz'alcuna pretesa d'esaurirne il discorso, a me pare che l'urto si stabilisca tra:
- una formazione sacerdotale che affonda i suoi princìpi nella Tradizione ecclesiastica e nei valori soprannaturali della divina Rivelazione; ed una formazione sacerdotale aperta al mai univoco orizzonte della cultura in perenne divenire;
- una liturgia che ha certamente un punto di forza nella c.d. Messa tradizionale, passando però dalla Messa alla dottrina e da questa alla riaffermazione della regalità sociale di N.S. Gesù Cristo; ed una liturgia antropocentrica e sociologica, dove il collettivo prevale sul valore del singolo, la preghiera ignora il momento latreutico, l'assemblea diventa l'attore principale e Dio cede il posto all'uomo;
- una libertà che paradossalmente ripete la sua "liberazione" dal decalogo, dai precetti della Chiesa, dagli obblighi del proprio stato, e che non può sottrarsi al dovere di conoscere amare servire Dio; ed una libertà che omologa i culti, mette il silenziatore alla legge di Dio, disimpegna i singoli e la società sul piano etico e religioso e lascia alla sola coscienza la soluzione di tutt'i problemi;
- una teologia che attinge i suoi contenuti dalle sue fonti specifiche (la Rivelazione - la Tradizione - il Magistero - la patristica - la liturgia); ed una teologia che apre i suoi battenti, un giorno sì e l'altro pure, a tutte le emergenze culturali del momento, anche a quelle in stridente antitesi con le fonti predette, in una spasmodica autoriforma che lasci spazio al pluralismo degl'influssi filosofici, conformandosi ora a questo ora a quello;
- una soteriologia strettamente collegata con la persona e l'opera redentrice del Verbo incarnato, con l'azione dello Spirito Santo applicativa dei meriti del Redentore, con l'intervento sacramentale della Chiesa e la cooperazione dei singoli battezzati; ed una soteriologia che guarda all'unità del genere umano come conseguenza dell'incarnazione del Verbo, nel quale (cf GS 22) ogni uomo trova la sua stessa identificazione;
- un'ecclesiologia che identifica la Chiesa nel Corpo mistico di Cristo e riconosce nella presenza sacramentale di Lui il segreto vitale dell'essere e dell'agire ecclesiale, del suo ringiovanirsi nel trascorrere del tempo, del suo irrobustirsi anche a fronte delle più cruente persecuzioni, del suo unificarsi nonostante gli scismi e le defezioni, della sua santità santificatrice nonostante il peccato dei suoi figli; ed un'ecclesiologia che considera la Chiesa cattolica come una componente della Chiesa di Cristo, unitamente ad altre componenti, che in questa fantomatica Chiesa di Cristo addormenta lo spirito missionario, dialoga ma non evangelizza e soprattutto rinunzia al proselitismo come se fosse un peccato mortale;
- una Messa-sacrificio espiatorio, che celebra il mistero della passione morte e risurrezione di Cristo ri-presentandone sacramentalmente la redenzione satisfattoria; ed una Messa dove il prete è solo presidente ed ognuno è parte attiva del sacramento, grazie al fatto che la fede non si fonda su Dio che si rivela, ma è una risposta esistenziale a Dio che c'interpella;
- un Magistero consapevole d'avere in custodia il sacro deposito della Rivelazione divina con il compito d'interpretarla e di trasmetterla alle generazioni venture mediante il Concilio Ecumenico e il successore di Pietro, vertice e sintesi d'ogni istanza ecclesiale, ma anche mediante i successori degli apostoli, purché legittimi ed in comunione col Romano Pontefice; ed un Magistero papale che, lungi dal sentirsi voce della Chiesa docente, sottopone la Chiesa stessa al collegio dei vescovi, dotato degli stessi diritti e doveri del successore di Pietro;
- una religiosità che attua la vocazione comune al servizio di Dio e, per amore di Lui, dei fratelli in umanità; ed una religiosità che sovverte quest'ordinamento naturale, fa dell'uomo il suo "focus" e, almeno nella pratica se non nella teoria, lo sostituisce a Dio.
È vero, negli scritti della Fraternità san Pio X non figuran frequenti esplicitazioni del concetto di Tradizione, né una sua trattazione sistematica. Ma che cosa essa intenda e che cosa auspichi non resta mai nell'ombra. Alla base di tutto sta "la foi de toujours" a salvaguardia della quale la Fraternità è sorta. Salvaguardia indica opposizione a qualcosa, presente o possibile, a favore del suo contrario o in alternativa ad esso. La "fede di sempre" è il valore che S.E. Mons. Marcel Lefebvre intese salvaguardare. Un valore alternativo a tutte le sue attenuazioni, reinterpretazioni, riduzioni e negazioni dell'epoca conciliare e postconciliare. C'è, in quella "fede di sempre", l'eco ben chiara dell'insegnamento agostiniano nella forma del Lerinense: "quod semper, quod ubique, quod ab omnibus creditum est". L'istituzione stessa della Fraternità, con la sua finalità primaria della formazione sacerdotale, obbediva all'ideale e all'impegno dell'accennata salvaguardia. Salvaguardare la fede e combattere l'errore.
Non entro nei particolari delle non facili relazioni tra Santa Sede e Fraternità san Pio X: m'attengo al tema comune della Tradizione ed osservo che "salvaguardare la fede e combattere l'errore" dovrebb'esser l'ideale e l'impegno sia della Chiesa, sia d'ogni suo figlio. Alla luce di ciò, mi resta difficile capire se il già citato rimprovero di "Tradizione incompleta e contraddittoria" abbia un reale fondamento. Una cosa mi par di capire: non si fonda sullo "spirito d'Assisi".
(da: Brunero Gherardini,
Quod et tradidi vobis. La Tradizione: vita e giovinezza della Chiesa [vedi],
Casa Mariana Editrice, Frigento, 2010, pp.236-244)
Nostre note per i non addetti ai lavori:
- "soteriologia": riguarda la salvezza
- "latreutica": riguarda l'adorazione
- "antropocentrico": mette al centro l'uomo (anziché Dio)
- "indifferentismo": tutte le religioni sono uguali

2 commenti:
Cosa farà la Fraternità se la Santa Sede decide di condannarla?
Innanzitutto, ricordiamoci che, nelle presenti circostanze, le eventuali pene canoniche non avrebbero alcun effetto reale.
Tuttavia, se dovessero essere pronunciate, con tutta certezza, la Fraternità accetterebbe, senza amarezza, questa nuova sofferenza come ha saputo accettare le sofferenze passate, e le offrirebbe sinceramente per il bene della stessa Chiesa. La Fraternità lavora per la Chiesa e non c'è dubbio che, se si verificasse una situazione simile, non potrebbe essere che temporanea, poiché la Chiesa è divina e Nostro Signore non la abbandona.
La Fraternità continuerà, in breve, a lavorare al meglio che può, fedeltà alla Tradizione Cattolica e a servire umilmente la Chiesa, rispondendo ai bisogni delle anime. E continuerà a pregare filialmente per il Papa, come ha sempre fatto, sperando di vedersi un giorno liberata da queste eventuali sanzioni ingiuste, come già avvenuto nel 2009. Siamo convinti che un giorno le autorità romane riconosceranno con gratitudine che queste consacrazioni episcopali avranno contribuito provvidenzialmente a mantenere la fede, per la maggior gloria di Dio e la salvezza delle anime.
Don Davide Pagliarani -
Intervista rilasciata a Flavigny-sur-Ozerain il 2 febbraio 2026
"Non dimentico che, insieme alla mia famiglia, ho conosciuto Cristo grazie ad alcuni missionari francesi. I miei genitori e io abbiamo creduto grazie all'Europa. Mia nonna è stata battezzata da un prete francese mentre lasciava questo mondo. Forse non avrei mai lasciato il mio villaggio se i Padri dello Spirito Santo non avessero parlato di Cristo ad alcuni poveri abitanti del villaggio. Come possiamo noi africani comprendere il fatto che gli europei non credano più a ciò che ci hanno donato con tanta gioia, nelle peggiori condizioni possibili? Permettetemi di ripeterlo: senza i missionari venuti dalla Francia, forse non avrei mai conosciuto Dio. Come possiamo dimenticare questa sublime eredità che gli occidentali sembrano lasciare a prendere polvere?"
Cardinale Robert Sarah, 'Dio o Niente'
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