Nella nostra traduzione da Vigiliae. Pubblicato tra la celebrazione dell'Incarnazione e l'avvicinarsi della Quaresima, questo articolo invita a una lettura riflessiva attenta ai primi tratti del racconto evangelico. Precedenti qui - qui.
Il primo sangue di Cristo
Circoncisione, Alleanza ed Economia della Salvezza
Rev. Leon, 16 febbraio
La riflessione cristiana sulla redenzione si è comprensibilmente concentrata sul sangue di Cristo versato nella Passione. La Croce è al centro dell'economia della salvezza, e giustamente. Eppure il Vangelo di Luca registra silenziosamente che il corpo del Verbo incarnato è segnato dallo spargimento di sangue ben prima del Golgota, l'ottavo giorno dopo la sua nascita, quando il bambino viene circonciso e gli viene dato il nome Gesù (Lc 2,21). Questo momento, ricordato liturgicamente ma raramente soffermato teologicamente, invita a un'attenzione più approfondita. Vorrei suggerire che ciò che è in gioco qui non è un dettaglio marginale dell'infanzia di Cristo, ma il gesto iniziale di una redenzione pienamente incarnata – il momento in cui Egli incipit pati pro nobis, l'inizio della sofferenza per noi.
Parlare della circoncisione di Cristo come del primo spargimento del suo sangue non significa abbandonarsi a una pia curiosità. Significa piuttosto riconoscere che l'Incarnazione si dispiega fin dall'inizio come una realtà concreta e vulnerabile. Il Verbo non assume un'umanità neutra o astratta; entra in un corpo già plasmato dalla legge, dal rito e dalla possibilità della sofferenza. Mi sembra che il segno dell'alleanza istituito nella Genesi (Gen 17,10-14) acquisisca qui una profondità inaspettata: non è più portato da un popolo in attesa del suo compimento, ma da colui in cui il compimento avrà luogo.
La circoncisione, nella tradizione d'Israele, non è meramente simbolica. È un segno impresso nel corpo, un segno che lega l'appartenenza alla vulnerabilità. Quando Cristo si sottomette a questo rito, fa più che adempiere a un requisito legale. Permette alla Legge di toccarlo dove è più concreto: nella sua carne. L'affermazione di Paolo che Cristo è "nato sotto la Legge" (Gal 4,4) acquista così una profondità somatica. La Legge non è semplicemente qualcosa che Cristo osserva; è qualcosa che egli porta. Scorre sangue. Qui percepiamo la kenosi all'opera: l'autosvuotamento del Figlio, che assume non solo l'umanità, ma anche le sue vulnerabilità e i suoi limiti.
Qui, credo, il realismo dell'Incarnazione emerge con chiarezza. La salvezza non inizia con un annuncio o un miracolo, ma con una ferita. Il corpo di Cristo non è protetto dal dolore in virtù della sua origine divina. Al contrario, è proprio perché questo corpo appartiene al Figlio che diventa il luogo in cui convergono obbedienza, vulnerabilità e alleanza.
I primi scrittori cristiani erano sensibili a questa logica. Molti di loro interpretano la circoncisione come il momento in cui Cristo inizia a soffrire per noi. Origene legge la sottomissione di Cristo alla circoncisione come un atto di umiltà con cui il Verbo assume pienamente il peso della carne sotto la Legge (Homiliae in Lucam XIV). Ambrogio va oltre, osservando che Cristo "non rifiutò la ferita con cui avrebbe guarito la nostra" (Expositio Evangelii secundum Lucam II.56). Agostino, da parte sua, insiste sul fatto che la circoncisione conferma la vera assunzione di carne mortale, capace di dolore e spargimento di sangue (Contra Faustum XIX.11). La frase può sembrare cruda, ma esprime un'intuizione che trovo convincente: la Passione non giunge improvvisamente alla fine della vita di Gesù come una catastrofe isolata. Essa scaturisce organicamente da una vita vissuta in obbedienza nelle condizioni della carne umana.
Ciò che colpisce della circoncisione è che lo spargimento di sangue qui non è imposto dall'esterno. Non c'è persecutore, non c'è ingiustizia, non c'è rifiuto. La ferita viene dall'interno dell'alleanza, attraverso la fedeltà piuttosto che l'opposizione. Direi che questa distinzione è teologicamente decisiva. La redenzione non è iniziata dalla sola violenza, ma dall'obbedienza liberamente abbracciata – un'obbedienza che accetta il prezzo di essere pienamente incarnata.
La tradizione avrebbe poi descritto la circoncisione come primitia passionis, primizia della Passione (Bernardo di Chiaravalle, Sermones in Circumcisione Domini, I). Questo linguaggio, a mio avviso, non condensa tutti i momenti di sofferenza in uno solo, ma insiste sulla continuità. La carne che sanguina l'ottavo giorno è la stessa carne che verrà trafitta sulla Croce. L'offerta fatta alla fine è preparata, pazientemente e silenziosamente, fin dall'inizio.
Tommaso d'Aquino contribuisce a chiarire la posta in gioco. Egli insiste sul fatto che la circoncisione di Cristo non era necessaria per Cristo stesso, ma per noi ( Summa Theologiae III, q. 37, a. 1). Sottomettendosi alla Legge, Cristo non ne conferma l'autorità ultima; la adempie portandola completamente. Mi sembra che, nella spiegazione di Tommaso, la Legge raggiunga il suo limite non quando viene ignorata, ma quando viene incarnata in Colui che la porterà a compimento (ibid., a. 4).
La stretta associazione evangelica tra la circoncisione e l'imposizione del Nome approfondisce questa prospettiva. Il bambino riceve il nome "Gesù" – "il Signore salva" – proprio nel momento in cui il suo sangue viene versato per la prima volta (Lc 2,21). Suggerirei che la salvezza venga qui nominata a prezzo di una ferita. L'identità di Cristo come Salvatore è quindi inseparabile dalla sua vulnerabilità corporea. Fin dall'inizio, la salvezza non viene annunciata separatamente dalla sofferenza, ma rivelata al suo interno.
Questa convergenza di nome, sangue e obbedienza resiste a qualsiasi tentazione di sentimentalizzare l'infanzia di Cristo. La vulnerabilità del bambino non è un dettaglio decorativo; è già la forma che l'amore divino ha scelto di assumere. L'Incarnazione non è semplicemente un preludio alla redenzione; è già redentrice nel suo stesso modo di realizzarsi.
Recuperare il significato teologico della circoncisione di Cristo, quindi, significa recuperare una visione più integrata della salvezza. Mi sembra che la redenzione non si compia in astratto, né si limiti a un singolo momento drammatico. Si realizza attraverso una vita interamente dedicata all'obbedienza nella carne – una vita in cui persino le prime gocce di sangue non sono prive di significato, ma parlano già il linguaggio della Croce.
Il primo sangue di Cristo non salva separatamente dall'ultimo. Ma non è nemmeno, direi, un fatto accidentale. Rivela, fin dall'inizio, la forma che assumerà la salvezza: un amore che penetra nella ferita e non si tira indietro.
[Traduzione a cura di Chiesa e post-concilio]

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