Peregrinatio Summorum Pontificum 2022

martedì 17 febbraio 2026

Il 'Per ipsum'

Conosciamo più a fondo le sublimi formule della Messa dei secoli e gli elementi che ne fanno un unicum irreformabile. Ogni semplice sfumatura è densa di significati per nulla scontati a prima vista. Minuzie, patrimonio del passato, da custodire nel presente e per il futuro. Conoscerle non è ininfluente per una fede sempre più profonda e radicata. Grande gratitudine a chi ce le offre con tanta generosa puntualità. Nella nostra traduzione da New Liturgical Movement oggi ci soffermiamo sul Per ipsum. Qui l'indice degli altri articoli sulle formule del latino liturgico.

Il 'Per ipsum'

Dopo il Per quem haec omnia [qui], il sacerdote conclude il Canone con:
Per ipsum, et cum ipso, et in ipso, est tibi Deo Patri omnipotenti, in unitáte Spíritus Sancti, omnis honor et gloria… per omnia saecula sæculórum. ℟. Amen.
Che traduco come:
Per mezzo di Lui stesso, con Lui stesso e in Lui stesso, ogni onore e gloria appartiene a Te, Dio Padre Onnipotente, nell'unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli. ℟. Amen.
La formulazione del Per ipsum è ispirata a Romani 11, 36:
Quis enim cognovit sensum Domini? aut quis consiliarius ejus fuit?
aut quis prior dedit illi, et retribuetur ei?
Quoniam ex ipso, et per ipsum, et in ipso sunt omnia: ipsi gloria in saecula. Amen
. (Rom. 11, 34-36)
Che il Douay-Rheims traduce come:
chi mai ha conosciuto il pensiero del Signore?
O chi mai è stato suo consigliere?
O chi gli ha dato qualcosa per primo tanto da riceverne il contraccambio?
Poiché da lui, per mezzo di lui e per lui sono tutte le cose. A lui la gloria nei secoli. Amen. (Romani 11:34-36)
In questo brano, San Paolo conclude una riflessione teologicamente densa sulla storia della salvezza e sul ruolo enigmatico che Israele vi svolge. Conclude affermando che, poiché Dio è il Creatore di tutto (cosa che non possiamo dire di noi stessi), dovremmo rassegnarci al fatto che Egli sa ciò che sta facendo, anche se non possiamo comprendere appieno il Suo piano, e che dovremmo glorificarlo. La triplice espressione – "di Lui", ecc. – si riferisce principalmente al Padre (con una possibile eco trinitaria) e all'inizio, al centro e alla fine della creazione. Tutte le cose hanno la loro origine in Dio; tutte le cose continuano a esistere in virtù di Dio; e tutte le cose hanno Dio come loro fine (l'originale greco eis auton o "a Lui" esprime questa idea più chiaramente di quanto non faccia la Vulgata in ipso).

Sebbene il Per ipsum abbia anch'esso in mente la creazione (per il modo in cui segue il Per quem ), è diverso sotto diversi aspetti, non ultimo il fatto che la triplice espressione si riferisce al Figlio piuttosto che al Padre. Possiamo quindi considerare la preghiera un esempio di ardente afflato spirituale; ma in questo caso non è tanto il contenuto ad essere oggetto di ruminazione, quanto una sorta di grammatica dell'ascensione, un modo di pensare ai misteri trascendenti. [1]

Passiamo ora alle diverse parti della preghiera. (Lasceremo la conclusione e l'Elevazione Minore per un altro giorno.)
Per ipsum, et cum ipso, et in ipso
La preghiera si riferisce al Figlio di Dio con il pronome dimostrativo ipse anziché is. Mentre quest'ultimo significa semplicemente "egli", il primo è più enfatico e può essere tradotto come "egli stesso", "proprio lui", "egli in persona", ecc. E facendo il segno della croce ogni volta che dice ipse con l'Ostia sopra il Preziosissimo Sangue (come le rubriche gli dicono di fare), il sacerdote aggiunge una dimostrazione vera e propria a una parola dimostrativa, indicando quasi letteralmente la Persona di cui sta parlando. Anche le preposizioni sono significative. Per Padre Pius Parsch, le tre espressioni non sono “semplici amplificazioni, ma servono a rivelare la nostra relazione più intima con Cristo”. “Attraverso” ci ricorda che Egli è il nostro Mediatore; “con” che Egli è la Persona a cui dobbiamo unirci come Suo corpo mistico; e “in” che ci uniamo a Lui “mediante l’unione vivente della grazia”. [2] Padre Jacques Olier ha una bellissima riflessione sul tema dell’unità in questa preghiera. “Non basta”, scrive,
per pregare essere  con Gesù Cristo e in sua compagnia… è necessario essere effettivamente in unità con Gesù Cristo e agire davanti a Dio nella potenza e nella grazia del suo Spirito, che non può esistere in noi separatamente dal suo amore. È necessario, come dice Nostro Signore, che noi siamo in Lui, come Lui è nel Padre suo.[3]
Mentre Parsch e Olier pensano alle preposizioni in relazione a noi, Padre Nicholas Gihr rimane più vicino al significato originale del testo e vede le preposizioni in relazione al Padre e allo Spirito Santo. La Prima e la Terza Persona Divina sono onorate attraverso la Seconda “in quanto l'Uomo-Dio si offre sull'altare”. Anche il Padre e lo Spirito Santo ricevono ogni onore e gloria insieme al Figlio, e li ricevono anche nel Figlio, poiché “tutte e tre le Persone Divine, in ragione dell'unità della loro essenza, sono eternamente l'una nell'altra, e, di conseguenza, la venerazione dell'una non deve essere separata dalla venerazione delle altre due”. [4]
Est tibi Deo Patri… glória
In latino, ci sono tre modi per indicare il possesso: un pronome possessivo ("È Suo onore"), un genitivo di possesso ("L'onore di Dio") e un dativo di possesso ("A Dio è l'onore"). I primi due enfatizzano il possessore, mentre il terzo enfatizza il fatto del possesso. Se dico "è Suo onore" o se parlo di "onore di Dio", sto dicendo che l'onore è di Dio e di nessun altro. Ma se dico "A Dio è l'onore", sto dicendo che è Suo e che Egli ha anche altre cose.

Un'altra differenza tra il genitivo di possesso e il dativo di possesso è che il primo può talvolta indicare il mero possesso legale, mentre il secondo è più robusto, implicando una relazione più personale con la cosa posseduta o il godimento della stessa. Di conseguenza, è talvolta chiamato "dativo simpatetico [di possesso o di relazione -ndT]".

Tenendo presenti queste considerazioni, ipotizziamo che il Per ipsum suggerisca che tutto l'onore e la gloria appartengano a Dio Padre in modo speciale, nella misura in cui Egli ha una relazione unica con essi, e che possiede anche molte altre cose. Pius Parsch ritiene che questa conclusione sia carica di escatologia e, dato che ogni Messa è un'anticipazione del banchetto nuziale dell'Agnello, è difficile non essere d'accordo:
Questa dossologia è un presagio di una scena che potrebbe aver luogo alla fine dei tempi… Cristo nostro Signore viene alla presenza del Suo Padre celeste per annunciare che l’opera della redenzione è stata compiuta: “Padre mio, la redenzione del genere umano è stata consumata. La frattura tra Te e l’umanità è stata saldata. Per mezzo di Me, con Me e in Me, a Te, Padre, nell’unità dello Spirito Santo, ogni onore e gloria”… Sarà uno di quei magnifici momenti liturgici, come quelli raffigurati da San Giovanni nell’Apocalisse; sarà la scena conclusiva del dramma della salvezza. [5]
Ma c'è un problema. Come abbiamo visto con la Dossologia Maggiore (il Gloria in excelsis), e come si può vedere con la Dossologia Minore (il Gloria Patri), la maggior parte delle dossologie sono al congiuntivo: cioè, proclamano che la gloria dovrebbe essere data a Dio, non affermano che la gloria appartiene già a Dio. Il Per ipsum, d'altra parte, è all'indicativo piuttosto che al congiuntivo: ogni onore e gloria appartengono a Dio ora e non solo alla fine dei tempi. Nelle parole di Padre Josef Jungmann:
Non è un caso che questo encomio… abbia la forma indicativa (est) invece di quella congiuntiva o “augurale”. Qui, dove la Chiesa è radunata, proprio davanti all’altare su cui riposa il Sacramento, radunata sì per offrire con riverenza il Corpo e il Sangue di Cristo – qui Dio riceve effettivamente ogni onore e gloria.[6]
Forse il modo migliore per conciliare questi diversi punti di vista è ricordare la distinzione neotestamentaria tra chronos (tempo regolare, sequenziale) e Kairos, il tempo in cui Dio agisce. Come ogni liturgia, l'azione eucaristica è un momento non all'interno del chronos, ma del Kairos, e come tale non c'è passato o futuro, ma solo presente. Nel Kairos, la fine non è vicina; la fine è adesso.
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[1] “Ascensione” non è un errore di battitura. Sebbene alluda alla grammatica dell’assenso di Newman, mi riferisco a un modo di pensare attraverso il quale più facilmente ascendiamo dalle realtà quotidiane ai misteri divini [mi fa venire in mente quei salmi che gli ebrei chiamano “delle ascensioni”: quelli della "salita" a Gerusalemme -ndT].
[2] Pius Parsch, La liturgia della Messa, trad. Frederic C. Eckhoff (St. Louis, Missouri: Herder, 1940), 254.
[3] Jean-Jacques Olier, Il significato mistico delle cerimonie della Messa, trad. di David J. Critchley (Brooklyn: Angelico Press, 2024), 108.
[4] Nicholas Gihr, Il Santo Sacrificio della Messa: Dogmaticamente, Liturgicamente e Asceticamente Spiegato, 5a ed., (St. Louis, Missouri: Herder, 1918), 692.
[5] Parsch, 254.
[6] Josef Jungmann, SJ, La Messa del rito romano: origini e sviluppo, vol. 2 (New York: Benzinger Brothers, 1951), 266.

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