Peregrinatio Summorum Pontificum 2022

lunedì 16 febbraio 2026

De Maria numquam satis (3)

Riportiamo la terza parte ed ultima parte di un articolo su Maria Corredentrice, paradigma di vita cristiana. Parte 1; Parte 2. Qui l'indice degli articoli su Maria Corredentrice

De Maria numquam satis
p. Serafino Lanzetta, 11 Febbraio 2026

La corredenzione vissuta manifesta la vera religione
Questo mistero, la cooperazione in atto, la corredenzione vissuta, è anche una manifestazione della fede cattolica quale vera religione. Questo punto lo aveva già espresso molto bene Padre Benson. Egli fu straordinariamente brillante nel dimostrare che la Chiesa Cattolica è la sola vera Chiesa. E lo poteva fare con particolare autorità, perché veniva dall’Anglicanesimo. Conosceva dall’interno il mondo protestante. Padre Benson ci dice che “solo nella Chiesa Cattolica” il principio della sofferenza vicaria viene “manifestato, accolto e vissuto”. Si tratta di qualcosa di unico che manifesta l’unicità del Cattolicesimo.

La fede biblica veterotestamentaria è intrisa di questo principio della sofferenza vicaria nel suo preparare la via al Messia che, contrariamente alle attese esuberanti di chi si gloriava in un nome di predilezione o nel tempio quale maestà cultuale insuperabile, prenderà su di sé il peccato del popolo, distruggendo il tempio, il suo corpo (cf. Gv 2,19). In modo esemplare, rifulge nell’Antica Alleanza la figura del Servo sofferente di YHWH (Is 53, 3-10), di Colui che “è stato trafitto per le nostre trasgressioni, schiacciato per le nostre iniquità; il castigo per cui abbiamo la pace è su di lui; per le sue lividure noi siamo stati guariti”. Questo Servo è chiaramente Gesù, l’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo (cf. Gv 1,29). Tuttavia, al di fuori del contesto biblico, vetero e neo-testamentario fedelmente delineato, il concetto di espiazione vicaria si offusca e si smarrisce. Se è già arduo preservarlo nella sua verità biblica – molti sono i tentativi storico-critici di disfarsene relegandone i presupposti alla religione pagana e mitologica – al fuori di questo contesto il tema diventa ostico. Infatti, se ad esempio interroghiamo l’Islam – una doverosa indagine per ragioni monoteistiche – ci si avvede quanto mai dell’importanza dell’espiazione e sofferenza vicarie con i suoi risvolti sociali, proprio in ragione del suo rifiuto radicale.

La sfida dell’Islam: nessuno può portare il peso di un altro
L’Islam, ovviamente, non crede nella Croce. Essa è qualcosa di abominevole, di ripugnante: un Dio appeso a una croce è una maledizione. Per noi, invece, la Croce è la più grande lezione d’amore della storia e quest’amore ha un impatto sociale fortissimo come dicevamo: trasforma la mentalità egoistica e costruisce una società umana in cui ci si prende cura gli uni degli altri, portando la croce gli uni degli altri. È una cosa bellissima, profondamente umana oltre che profondamente cristiana. Eppure la religione di Maometto l’avversa profondamente. Perché? Per capire il rifiuto della Croce e quindi della sofferenza vicaria bisogna partire da un presupposto: l’Islam non crede nel peccato originale.Da dove viene, allora, nell’uomo la tendenza o la capacità di peccare? Unicamente dalla sua volontà. L’uomo pecca perché vuole peccare. Questo significa che per natura l’uomo è innocente. L’Islam, insieme a Jean-Jacques Rousseau, crede che l’uomo sia intrinsecamente buono. Il peccato è solo una perversione della volontà. Può essere perdonato? Sì, è perdonato, ma solo quando Dio concede all’uomo questo perdono. Il peccato deriva dall’uomo, dalla sua libera scelta; il perdono dipende esclusivamente dalla giustizia e dalla volontà di Dio. L’uomo non sa come superarlo: può solo pregare, sottomettersi totalmente a Dio. Non esiste una possibilità di redimere quel peccato perché non c’è redenzione, né mediazione redentrice. Il peccato quindi non viene redento, viene semplicemente condonato, se e quando Dio lo vuole. Tutto, infatti, dipende dall’arbitrio assoluto della volontà divina. Anche se si prova a sfumarlo, questo arbitrio divino (un’onnipotenza senza ragione; una potenza assoluta relativa solo a sé stessa) è l’aspetto preponderante dell’impostazione islamica. Lo deve essere per preservare l’alterità assoluta di Dio, la sua onnipotenza.

Qual è, allora, l’origine profonda del peccato? Per l’Islam è unicamente la volontà dell’uomo. Però, se non esiste un peccato originale, una disobbedienza primordiale che ha ferito tutta l’umanità, questa volontà dell’uomo finisce per dipendere, in ultima analisi, dall’arbitrio di Dio. Perché l’uomo soffre? Soffre per il peccato commesso, ma la ragione ultima della sofferenza è che Dio la permette, o meglio, la vuole. Non c’è molta differenza nell’Islam tra volontà deliberativa e permissiva che sono quindi equiparate in Dio, come difatti accade anche nel Cattolicesimo liberale. Mancando la radice disordinata del peccato originale, manca quindi la causa umana del peccato e la ragione morale della sofferenza; manca quindi il Redentore, di cui non si vede assolutamente la necessità. Di conseguenza, il peccato e la sofferenza non possono essere redenti; possono solo essere tollerati o, al massimo, perdonati per decisione di Dio. Non c’è mediazione, non c’è un Redentore che li prenda su di sé. Questo chiaramente ha un impatto sociale molto rilevante. La sura 53, chiamata An-Najm (la stella) esprime tutto ciò in modo chiarissimo: (vv.38-39):
Nessuno porterà il peso (il fardello) di un altro;

l’uomo non ottiene se non ciò per cui si è impegnato,

e il suo impegno gli sarà mostrato nel Giorno del Giudizio.
Non esiste carità quale amore compassionevole che fa portare i pesi gli uni degli altri. Esiste sicuramente operare il bene, aiutare il prossimo, ma non fino a portarne il peso del peccato, non fino ad amarlo sacrificandosi per la sua salvezza eterna. Nessuno può farsi carico del peso di un altro, cioè dei peccati di un altro. Anche la sura 35, versetto 18, lo conferma e dice: «Nessuno porterà il peso (del peccato) di un altro. Se qualcuno pesantemente gravato chiederà aiuto per il carico che porta, nessuno potrà alleggerirlo, quand’anche fosse uno dei suoi parenti. Tu devi avvertire solo coloro che temono il loro Signore in ciò che non è visibile e assolvono all’orazione. Chi si purifica è solo per se stesso che lo fa e la meta è in Allah».

Non esiste il prendersi cura della sofferenza altrui in un’ottica di amore redentivo. Non si può nemmeno pensare di alleviare la sofferenza di un’altra persona prendendo il suo dolore per amore. Questo concetto è completamente sconosciuto e vietato. Nell’Islam ciò che conta è solo l’impegno personale, la jihad (intesa innanzitutto, ma non solo, come lotta spirituale individuale). È una battaglia strettamente personale, non sociale. Il concetto di Corpo Mistico non esiste affatto. La lotta serve a guadagnare (da solo) la propria salvezza che consiste nell’essere totalmente sottomessi: “Islam” infatti significa “sottomissione” alla volontà di Dio. Lo si vede benissimo anche nel modo di pregare: la prostrazione collettiva è una manifestazione pubblica della sottomissione individuale alla volontà divina.

Ora, se non c’è una ragione teologica ultima della sofferenza, il disordine causato dal peccato, e se l’unica spiegazione è: “Dio vuole così”, allora non c’è nessun motivo razionale per pensare che la sofferenza possa essere espiata o spiritualmente trasformata. Dio è responsabile anche del male. Male e bene dipendono entrambi dall’arbitrio divino. Ancor meno si può pensare di aiutare un altro a portare il peso del suo peccato e ad espiarlo. Questo, ripetiamolo ancora una volta, è semplicemente escluso perché non esiste cooperazione né con Dio né con il prossimo. Accettare la sofferenza per espiare i propri peccati è possibile, ma pensare che essa possa trasformare l’umanitàe diventare un’offerta sacrificale per gli altri è semplicemente impensabile. C’è sicuramente un bene naturale e un voler bene agli altri (correligionari). Ma nulla di più. Non esiste nell’Islam la carità come amore soprannaturale. E non può esistere, per giunta, un amore soprannaturale che sia espiativo e redentivo. Bisogna subire la sofferenza; la si sopporta sperando che Dio perdoni l’uomo nel giorno del Giudizio. La conclusione è netta: c’è un soggettivismo salvifico dipendente più che dalla volontà dall’arbitrio divino, senza la carità, senza l’idea di Corpo mistico. Come si edifica la religione di Maometto nel mondo? Con la sottomissione, che, senza una mediazione tra Dio e l’uomo, non approda se non alla volontà di prevaricare da un lato e di sottomettere dall’altro.

L’Islam, come ricordato, è uno sforzo personale per salvarsi. Questo a livello sociale crea una comunità di individui che cercano la salvezza: un individualismo selettivo salvifico. Il mondo, l’altro, sono lasciato fuori. L’Islam non edifica una società in cui si collabori a edificare il vero bene comune. Sì, ci si riunisce, si prega insieme, si dice: “Siamo tutti musulmani, tutti sottomessi alla volontà di Dio”, ma non esiste l’idea di costruire un corpo sociale trasformato dall’amore del prossimo, di ogni uomo,un corpo vivo in cui ciascuno porta il peso dell’altro. Tutto ciò ancora prima di essere una questione teologicamente discutibile, è umanamente insoddisfacente. Spesso si accusa anche il Cattolicesimo di essere una religione che mira alla salvezza dell’anima, quindi a una salvezza individuale. Però il cristiano sa che nella misura in cui è trasformato dalla carità di Cristo e si avvicina sempre di più a Lui, conformandosi alla sua Croce, diventa lievito di trasformazione e di salvezza per gli altri, edificando così il Corpo mistico di Cristo, aperto a tutti gli uomini di buona volontà.

E le religioni orientali, così tanto di moda in Occidente?
Se guardiamo, per esempio, all’Induismo e al Buddismo, troviamo in tutte il concetto dikarma. Secondo la legge del karma qual è l’origine del male? Sono le nostre stesse azioni passate. Le tue azioni precedenti causano le afflizioni presenti; le tue azioni presenti, se cattive, causeranno le afflizioni future. Tutto dipende esclusivamente dalle tue azioni individuali.

Come ci si libera dalla propria sofferenza? Combattendo contro se stessi, lottando contro i propri vizi. Ma al centro di tutto c’è il proprio ego. Questo è particolarmente evidente nel Buddismo, soprattutto nella sua dimensione monastica che oggi va tanto di moda nella società occidentale. Certo, più che di una religione si tratta di una filosofia di vita per il fatto che Dio è assente. Molte persone che non conoscono bene il Cattolicesimo, si innamorano di questo percorso di “purificazione”. Sembra un modus vivendi affascinante, però il centro assoluto è l’uomo.

Come si elimina la sofferenza? Lavorando su di sé. Si fa lo yoga, ci si concentra profondamente, si ripete continuamente il mantra giusto e salvifico, e così si arriva al punto di sradicare tutte le passioni, tutte le inclinazioni cattive. Così si sta bene. Si è arrivati al nulla di sé nel nulla di tutto ciò che ci circonda. Questo è soggettivismo totale e avvolgente.

È un punto che il Buddismo condivide con l’Islam: tutto si riduce a uno sforzo personale senza alcuna cooperazione con Dio. Per Budda, addirittura, Dio non esiste e non è necessario. Anche qui la corredenzione come cooperazione umana con Dio è semplicemente impensabile. Quando guardiamo a tutte queste religioni oggi tanto popolari, ci rendiamo conto che l’unica risposta vera al problema del male in generale e al problema della sofferenza personale, del mio dolore, è il Cattolicesimo, con la sua legge magnifica dell’amore: “Lo faccio io per te. Posso soffrire al posto tuo. Vorrei addirittura dare la mia vita per te, come ha fatto Gesù”. Dove si trova questa logica? Solo in Gesù sul Calvario insieme alla Madonna e ai Santi che hanno imitato il Signore e la sua Madre. La nostra è una religione che ha un grande impatto sulla società, che trasforma la società, che cambia il mondo. Ecco perché Gesù ci manda nel mondo: per trasformarlo e renderlo germe e preparazione dell’avvento eterno del Regno di Dio. Tutto ciò ci aiuta a capire che la corredenzione è indispensabile per la nostra fede. Essa è al centro della nostra fede e della nostra pratica Cristiana. Negare Maria Co-redentrice è negare l’edificazione della Città di Dio. La Chiesa non avrà riparatori, anime che si immolano per il suo bene e per la sua unità. Non è forse questa la radice della crisi della Chiesa? Riscopriamo la co-redenzione e la Chiesa ritornerà a vivere nelle anime.

Conclusione: la vera re-ligio è essere legati alla Croce per mezzo della corredenzione
È nella Croce che si manifesta la vera religione. È lì, ai piedi della Croce, con Maria Corredentrice, che si riconosce la fede che salva l’uomo e che rende possibile una società veramente umana fatta di carità, di cooperazione, di amore vicendevole, di sacrificio altruistico. Qui vi è la prova che il Cattolicesimo è l’unica religione vera. Nel mistero della corredenzione troviamo la vera religione.

Vale a dire: una religione che insegna ad amarci gli uni gli altri per edificare un solo corpo, il Corpo Mistico di Cristo, un corpo d’amore in cui il sacrificio è amore e l’amore si manifesta proprio attraverso il sacrificio. La sofferenza ha una causa primordiale: non è qualcosa che piove dall’alto arbitrariamente. Essa può essere redenta nella misura in cui coopero a trasformarla facendola diventare amore che vede oltre, che come balsamo allevia ogni dolore. La sola religione che risponde in modo soddisfacente a questo mistero del male, del dolore e della sofferenza è il Cattolicesimo. In esso apprendiamo la dottrina cristiana della corredenzione più che mai attuale.

Abbiamo bisogno di far conoscere sempre di più questa dottrina e questa pratica di vita cristiana, ovviamente per coinvolgere sempre più persone, allargando il raggio d’azione del Corpo mistico di Cristo. Dovremmo iniziare specialmente dai vescovi e dai sacerdoti. Siamo tutti però chiamati a dare un esempio di vita cristiana corredentiva. Siamo chiamati a diventare riparatori, corredentori in Gesù per Maria; Solo così possiamo sperare di ri-edificare il Corpo mistico di Cristo superando una crisi di fede e di identità che lo attanaglia dall’interno. Questo è ciò che il Signore ci dice: «Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Gv 15,12-13). Nessuno ha un amore più grande di Gesù e di Maria. Questo amore ci ha salvati. Con questo stesso amore salveremo il mondo.  - Fonte

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Fonte: Avvenire