venerdì 8 maggio 2015

Pierfrancesco Nardini. ADOZIONE, NON FECONDAZIONE

Sempre più spesso capita di notare come, nel momento in cui una coppia ha difficoltà ad avere figli, automaticamente pensa di ricorrere alla fecondazione artificiale, anche eterologa, se non addirittura all’utero in affitto.
Ci si dimentica molto spesso di un atto di carità assoluta, forse uno dei più importanti che si possa compiere: l’adozione.
San Giovanni Paolo II, il Papa che più ne ha parlato, nella Evangelium Vitae affermava che «un'espressione particolarmente significativa di solidarietà tra le famiglie è la disponibilità all'adozione o all'affidamento dei bambini abbandonati dai loro genitori o comunque in situazioni di grave disagio. Il vero amore paterno e materno sa andare al di là dei legami della carne e del sangue ed accogliere anche bambini di altre famiglie, offrendo ad essi quanto è necessario per la loro vita ed il loro pieno sviluppo» (n. 93).

Non si vuol dire che non ci sono coppie che adottano, o almeno che chiedono l’idoneità all’adozione, anzi. Solo che sembra molto più facile, e di moda, ricorrere alla fecondazione artificiale; molto più comodo pensare di risolvere il problema senza difficoltà, affidandosi ad una medicalizzazione della cosa più naturale del mondo.
Peccato, però, che tanto comoda come soluzione non sia.
Numerosi studi infatti descrivono le varie problematiche che la fecondazione artificiale porta, sia sul piano fisico ed economico, sia sul piano psichico.
E questo senza riuscire ad avere un figlio, almeno alla prima volta.
È chiaro che c’è qualcosa che non va.

Molte persone con cui ci si trova a parlare sono convinte che la fecondazione sia sinonimo di bambino in braccio in un amen, quando invece le statistiche spiegano inesorabilmente che la percentuale di riuscita alla prima volta è bassissima. Allo stato attuale, infatti, si ha una probabilità di gravidanza del 18% dei cicli ovulatori femminili e tre quarti di queste arrivano al parto. 
È palese che le coppie non vengono informate in modo adeguato sulle non alte probabilità di successo e sui rischi connessi alla stessa.

Questi sono studi che non hanno bisogno di confessionalità per far ragionare attentamente sull’argomento e dare una visione per intero (anche dei punti dolenti) della fecondazione artificiale, per una più consapevole decisione.
A maggior ragione, chi si professa cattolico ha un ulteriore, e ben più importante, motivo per preferire l’adozione alla fecondazione artificiale (omologa o eterologa che sia): la contrarietà della seconda alla volontà di Dio, il Quale ha creato l’uomo in modo che l’atto procreativo e quello unitivo fossero inscindibili.

La Chiesa infatti ha sempre condannato l’inseminazione e la fecondazione artificiali definendole immorali, proprio per la dissociazione che si crea nell’atto degli sposi, «instaurando così un dominio della tecnica sull’origine e sul destino della persona umana» e ledendo «il diritto di un figlio a nascere da un padre e da una madre conosciuti da lui, legati tra loro dal matrimonio e aventi il diritto esclusivo a diventare genitori soltanto l’uno attraverso l’altro».

La Chiesa ci spiega tra l’altro che anche se «praticate in seno alla coppia, tali tecniche (inseminazione e fecondazione artificiali omologhe) sono, forse, meno pregiudizievoli, ma rimangono moralmente inaccettabili» e questo perché anch’esse dissociano l’atto unitivo da quello procreativo.
Con la fecondazione artificiale si verifica, quindi, una spersonalizzazione dell’atto procreativo. Lo si fa diventare un processo tecnologico, portando a quella immoralità che non è dovuta per forza ad una prescrizione religiosa, ma al fatto oggettivo che, con la scissione tra atto unitivo ed atto procreativo, si contraddice all’antropologia integrale.

Nella Humanae vitae, Paolo VI, per contrastare chi «nel tentativo di giustificare i metodi artificiali di controllo delle nascite» faceva «appello alle esigenze, sia dell’amore coniugale, sia di una paternità responsabile» ribadì come la dottrina della Chiesa, esposta dal magistero, «è fondata sulla connessione inscindibile, che Dio ha voluto e che l’uomo non può rompere di sua iniziativa, tra i due significati dell’atto coniugale: il significato unitivo e il significato procreativo».

Non è difficile comprendere la ratio di tale dottrina, non servirebbe in teoria nemmeno aver fede, è un dato di buon senso antropologico: questi due significati sono inscritti da Dio nell’essere dell’uomo e della donna, così, se qualcuno scinde questi due aspetti, si fa arbitro del piano di Dio e va così a manipolare la sessualità umana, avvilendola ed alterandone il valore di donazione completa. Si va in sostanza a creare artificialmente la vita. A mettersi al posto di Dio.

In questo contesto rientra anche la visione corretta che si deve avere di un figlio.
«Il figlio è un dono di Dio, il dono più grande del matrimonio. Non esiste un diritto ad avere figli… Esiste invece il diritto del figlio ad essere il frutto dell’atto coniugale dei suoi genitori e anche il diritto di essere rispettato come persona dal momento del suo concepimento». La Congregazione per la Dottrina della Fede ha ribadito con ferma chiarezza questo principio nella Donum vitae.

Quel che invece si constata al giorno d’oggi è proprio una pretesa al diritto al figlio. Questo diritto però, se ci pensiamo, non è mai stato rivendicato nella storia, perché si comprendeva che il concepimento di una vita non è qualcosa di cui possiamo disporre completamente. L’uomo e la donna sono solo partecipi del disegno di Dio nella procreazione e possono parteciparne sempre e solo aderendo responsabilmente al diritto naturale, che, indubbiamente ed incontestabilmente, fa nascere un figlio solo dall’unione totale (atto unitivo e atto procreativo) della coppia.
«I genitori sono chiamati a servire e non a servirsi della vita per eventualmente soddisfare un proprio bisogno. Il genitore serve, non si serve del figlio. Dunque, un conto è risolvere tecnicamente patologie, altro è risolvere la sterilità andando a sostituire l’atto coniugale. Nel caso della vita, l’uomo si trova dinanzi ad un mistero in cui la medicina può aiutare il corso naturale, ma non sostituirlo» (Prof. Corrado Gnerre, su Il Settimanale di Padre Pio n. 40 del 12.10.2014).

In alternativa a queste discutibili vie, con tutti i problemi che possono portare alla donna e alla coppia, sembra molto più ragionevole  e naturale ricorrere all’adozione.
Questa è amore vero, concreto ed è una strada che, nonostante le sue difficoltà, è possibile e bella.
C’è chi obietta che anche nell’adozione il figlio non è biologicamente proprio, ma comunque di sconosciuti, tentando così di equiparare l’adozione alla fecondazione artificiale.
La differenza è però oggettiva: nell’adozione di parla di un bambino già in vita, solo, senza famiglia, a cui si dà amore e non di un bambino che si “crea”, manipolando quel che non è in nostro potere.

Anche qui siamo di fronte a qualcosa che è possibile comprendere anche con la forzatura di distaccarsi dalla Fede. Dico forzatura perché è difficile riuscire a rimanere nella logica delle cose se si cerca di distaccare la procreazione dal diritto naturale che è quello iscritto da Dio in ogni uomo.
La Chiesa Cattolica loda e incoraggia tutti coloro che non hanno figli ad adottare, ribadendo che il ricorso alla medicina deve rimanere nel limite del legittimo.
La intende infatti un vero e proprio «servizio alla vita, è espressione di fecondità spirituale».
«Il giudizio espresso dal Magistero della Chiesa Cattolica è sempre nel senso di indicare l’adozione come una forma eminente della missione ecclesiale dei coniugi, dell’apostolato della famiglia quale “centro e […] cuore della civiltà dell’amore”».
L’adozione crea un vera paternità, «c’è una “generazione” che avviene attraverso l’accoglienza, la premura, la dedizione».

Nella Familiaris Consortio, pur evidenziata la differenza con la procreazione biologica, si evidenzia comunque l’importanza dell’adozione, valorizzandola al massimo.
In conclusione l’adozione è l’estensione dell’amore famigliare dei vincoli di carne e sangue, che caratterizzano una paternità biologica, e questo è un elemento importantissimo: permette infatti di non cadere nell’errore di intenderla come una semplice sostituzione, un mezzo atto solamente a risolvere i problemi dell’infertilità di una coppia.

Così come, la preparazione che oggi i coniugi hanno con specifici corsi (come ad esempio quello organizzato dal Comune di Teramo per le coppie pre domanda di idoneità e post adozione), unita a  quella istintiva volontà di fare un servizio alla vita, permette di accogliere in totale responsabilità e consapevolezza il bambino che arriverà con tutti i problemi che questo potrebbe portarsi dietro (ci potrebbero essere diversi tipi di problemi, avendo il piccolo vissuto comunque una situazione di disagio). La grandezza, l’importanza dell’adozione non sta nel risultato (caratterizzato da tante variabili molto spesso non legate all’amore e alla dedizione che la coppia mette, ma al vissuto del bambino), bensì, come ricordato anche da San Giovanni Paolo II, nella imitazione della paternità misericordiosa di Dio.

Al giorno d’oggi, purtroppo, a fronte di numerosi bambini che, per la morte o l’inabilità dei genitori, restano senza famiglia, ci sono tante coppie che decidono di restare senza figli per i motivi più svariati (non di rado egoistici, ma anche economici, sociali, perfino burocratici). Molte però, per riallacciarmi all’inizio dell’articolo, nel desiderio di avere un bambino "proprio" a qualunque costo, nella convinzione di avere quel “diritto al figlio” che tanto va di moda, vanno ben oltre il legittimo aiuto che la scienza medica può assicurare alla procreazione, spingendosi a pratiche moralmente riprensibili. Nei confronti di tali tendenze occorre ribadire che a legge morale tutela il vero bene dell’uomo, e in questo caso il bene del bambino, rispetto all’interesse degli stessi genitori.

Il tutto non tenendo conto che tanto si potrebbe fare in maniera eticamente corretta nello studio sull’infertilità, come già molti studiosi fanno, senza però avere un adeguato sostegno economico.
Alla fine di questo articolo, la considerazione finale è che molte coppie che non hanno il dono del figlio potrebbero compiere atti d’amore puro, salvando molti bambini già nati da una vita senza famiglie, e così evitare di manipolare quel che è stato definito da Dio in modo preciso.
Si ritiene quindi che un modo, tra i tanti, per contrastare il ricorso alla fecondazione artificiale e tutte le problematiche ad essa connesse, ma anche all’aborto, è una sempre maggiore campagna di sensibilizzazione verso l’adozione.
Pierfrancesco Nardini

7 commenti:

Rr ha detto...

Purtroppo in Italia è difficile, molto difficile adottare un bambino, specie se Italiano. Ci sono norme e regole, ci vogliono molti soldi e molti anni e pazienza. In realtà è molto più facile e relativamente meno costoso ricorrere alla fecondazione artificiale. E richiede anche minor coraggio. E molto minor egoismo.
Ormai coppie sposate da due-tre anni che non sono ancora riuscite a generare un figlio, si sentono subito proporre la fecondazione artificiale, quando, in molti casi, basta aver pazienza, non incaponirsi, ed il figlio arriva.
Rr
PS: prima che qualcuno, al solito, mi salti su, ricordo che tra gli esami necessari per la FIVET, c' è l' ECG ed una vista cardiologica.

irina ha detto...

Dietro la corsa al figlio c'è l'ansia di chi non sa attendere che il figlio arrivi. Ed il figlio arriva sempre se si sa aspettare, se si sa guardare ed ascoltare. Arriva magari dopo anni di fiduciosa attesa, arriva anche sotto altre spoglie:quello di un compito, di una necessità che richiede la dedizione di tutta la vita, come un figlio naturale appunto. Molte coppie sterili hanno trovato il loro comune compito, nel loro stesso ambiente,e con semplicità e riconoscenza l'hanno svolto insieme lungo tutta la loro vita.Questo argomento si ricollega alla pretesa di voler essere gli artefici del proprio destino. Così, se non vogliamo aver noie, i figli li escludiamo facendo i finti sterili, se i nostri piani sono diversi, usiamo della nostra capacità riproduttiva ciecamente, se...se, infinite possibili motivazioni non sempre degne possono esssere alla radice della riproduzione. Accettare la volontà di Dio. Questo non lo insegna esplicitamente nessuno. Accettre la volontà di Dio non è un passivo abbozzare ma una alacre ed umile ricerca del Suo disegno su di noi.

Yann Daurgelés ha detto...

Dichiarazione dei diritti dell'essere umano nascituro
(dall'opuscolo francese "Respect de la vie" del maggio 1993)
Scrive il dottor Yann Daurgelés: "Qualunque sia il nome che si dà all'essere
nuovamente costituito: ovulo fecondato, prodotto di concepimento, zigote,
blastocista, morula,
gastrula, blastula, embrione, feto, bisogna affermare che è un essere umano
a tutti
gli effetti, un piccolo uomo. Così che tutte le manipolazioni che può subire
devono essere considerate come inflitte ad un uomo, peggio ancora, ad un
bimbo senza difese, che non ha neppure la possibilità di gridare"
La FIVET (fecondazione in vitro ed embryo transfert) è un problema che
trascende, supera e eleva all'infinita potenza le immoralità connesse all'
aborto.
1) La vita umana inizia al momento dell'incontro dei gameti e termina con la
morte naturale. Trattandosi di *eventi particolarissimi*, la scienza e'
IMPOTENTE nello stabilirli. Si deve limitare a prendere atto a posteriori
del loro essere successi. In tutto l'intervallo di tempo compreso tra tali
eventi, ovvero tra l'incontro dei gameti e la morte naturale, l'essere umano
possiede sempre la stessa dignità.
2) L'essere umano ha l'inalienabile diritto ad essere concepito da un padre
ed una madre uniti nei legami stabili di un matrimonio legittimo.
3) L'essere umano ha l'inalienabile diritto ad essere concepito da un atto
coniugale naturale, realizzato in cooperazione simultanea ed immediata da
entrambi i genitori.
4) L'essere umano ha diritto ad essere concepito nel ventre materno.
5) L'essere umano ha l'inalienabile diritto, dall'attimo del concepimento
fino alla nascita, a non essere estratto dal grembo materno dove è fissato
naturalmente, fatte salve situazioni eccezionali gravissime e, comunque
sempre ed unicamente finalizzate alla protezione della sua vita (morte
traumatica della madre, in periodo gestazionale tale da poterne ipotizzare
la sopravvivenza- vi sono stati casi anche di feti di età gestazionale
inferiore ai cinque mesi che sono
sopravvissuti-).
6) L'essere umano ha diritto ad essere esente fino alla nascita (ed anche
dopo) da ogni manipolazione, "in vivo e/o in vitro" e comunque da ogni
intervento medico non espressamente finalizzato alla sua personale salute.

Emanuele ha detto...

Cara Mic, vorrei un suo parere sull'articolo di padre Cavalcoli, Obbedienza e disobbedienza. Specialmente in riferimento allo stato di necessità in rapporto alle decisioni di mons.
Lefebvre che gli costarono la scomunica.
la ringrazio Emanuele Amat
link di riferimenti

http://www.libertaepersona.org/wordpress/2015/05/obbedienza-e-disobbedienza-il-caso-di-savonarola-e-lutero/

Anonimo ha detto...

Dietro alla corsa del figlio a tutti i costi, ci sono varie motivazioni, ma l'egoismo dei genitori a volte è preoccupante, prima vengono carriera, soldi, bella vita, viaggi, tempo libero poi improvvisamente scatta il desiderio di fare un figlio, spesso senza la debita riflessione su quali responsabilità si assumano di fronte ad un essere umano che si è messo al mondo, poi, passata la sbornia, si depositano come pacchi postali ai nonni, quando disponibili, ed è difficile, perché oggi molti nonni prolungano la 'giovanilità' ben oltre il dovuto e non lo vogliono fare, asili nido sono piuttosto cari e rari ed allora baby sitter inadeguate, spesso ragazzine non consce della tremenda responsabilità che comporta badare, senza averne le capacità, figli altrui, che distratti genitori spesso e volentieri 'dimenticano' di andare a prendere, presi da frenetiche attività, andrei avanti per lungo tempo, non parlo poi delle donne ultra 40enni che, paf, vogliono un figlio a tutti i costi; per le adozioni, dipende e dai soldi e dalla posizione sociale.@ Rr, indentured students from the whole Europe.Anonymous.

mic ha detto...

vorrei un suo parere sull'articolo di padre Cavalcoli, Obbedienza e disobbedienza. Specialmente in riferimento allo stato di necessità in rapporto alle decisioni di mons.
Lefebvre che gli costarono la scomunica.


Cercherò di costruire al più presto una replica qui dal blog.
Il problema, tuttavia, è che padre Cavalcoli è stato confutato a più riprese e in molte circostanze; ma ha sempre fatto orecchie da mercante e i suoi 'mantra' son sempre quelli e che purtroppo trovano ospitalità in contesti che sembra abbiano invertito la rotta che un tempo sembrava coincidere con la nostra...

mic ha detto...

In ogni caso trovo inconsistente e inaccettabile (dimostrazioni consistenti già formulate anche dal prof. Pasqualucci) qualunque accostamento tra qualunque eresiarca tipo Lutero e mons. Lefebvre.

Accostamento tutto suo e che in questo articolo vedo che Cavalcoli non fa.