domenica 24 maggio 2015

Incarnazione, Ascensione, Pentecoste e il Gregoriano. Il commento liturgico di Mattia Rossi

Mattia Rossi su Radio Spada. Chi fosse interessato, può rintracciare nel blog altri suoi interessantissimi precedenti articoli attraverso il motore di ricerca interno (colonna di destra)

La scomparsa del gregoriano dalla liturgia (che, per inciso, ritengo del tutto naturaliter all’essenza della nuova Messa, chiamiamola Messa…) non ha avuto solamente tremende ricadute sulla qualità della musica sacra, ma ha anche, soprattutto, contribuito alla totale scomparsa di quei rimandi teologici tra i repertori delle diverse festività che, il calendario tradizionale, veicola.

Noi – cattolici fortunatamente raccolti sotto quest’insegna fondamentalista, integralista, antisemita, e chipiùnehapiùnemetta che è RS – abbeverandoci alla vero Santo Sacrificio dell’Altare, questi “incastri” liturgici li abbiamo ancora a disposizione. Per questo, mi permetto solamente di agevolarne la comprensione richiamando un particolare trittico che si presenta ai nostri occhi in queste settimane.

Per farlo, però, come spesso accade, bisogna girovagare un po’ nell’anno liturgico per ricomporre il puzzle gregoriano. E allora, facciamo un salto all’indietro e finiamo nientemeno che al giorno di Natale.

ET INCARNATUS EST

L’evangelista Luca, al capitolo secondo del suo vangelo, racconta dell’angelo del Signore che, presentatosi davanti a un gruppo di pastori, diede l’annuncio della nascita del Salvatore. E lo fece indicando un «segno» dicendo: «Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce» (Lc 2,12).

Un bambino è il «segno». Ed è proprio il bambino che l’introito della Messa del giorno di Natale Puer natus intende celebrare: tutto il brano, infatti, ha un unico polo di attrazione, materializzato in un intervallo di quinta, che è posto proprio sulla parola iniziale «Puer». È come se il gregoriano traducesse per noi in musica quel passo evangelico: quella parola così sottolineata e amplificata è per noi il “segno” per comprendere il corretto senso della celebrazione.

Il Natale, infatti, ricorda la kenosis di Cristo, celebra un Dio abbassato che, assumendo la debole natura umana, si fa bambino. Nell’immagine del bambino si riassume l’intero mistero dell’Incarnazione: il Verbo che si fa carne, un Dio che si fa uomo e si carica di tutte le nostre debolezze per redimerci. Ecco perché tutto il brano ha come unica parola di riferimento puer, la quale viene cantata tutta allargata (e le due scuole notazionali degli antichi codici manoscritti sono concordi: un pes angoloso per la sangallese e un pes disgregato per la metense).

Questa premessa non è altro che il primo “quadretto” del nostro trittico. Vediamo gli altri due che, dal primo, dipendono.

ET ASCENDIT IN CAELUM

Giovedì scorso abbiamo celebrato la solenne Ascensione al cielo di Nostro Signore. È la festa, se vogliamo semplificare un pochino, diametralmente opposta al Natale: non contrapponiamo, qui, come si potrebbe fare di primo acchito, Natale e Pasqua, ovvero nascita/passione e morte. No, qui ci concentriamo quasi sul “luogo” di provenienza del Figlio, il Cielo: la “contrapposizione” che richiamiamo è tra discesa e ascesa, tra Natale, appunto, e Ascensione.

È esattamente questo, infatti, il parallelo che instaura il canto gregoriano: nell’offertorio dell’Ascensione, Ascendit Deus, per ben due volte il compositore inserisce lo stesso intervallo melodico di quinta che aveva posto su «puer» di Puer natus. E, per di più, la seconda volta lo fa sulla parola «Dominus»: il «puer» che è divenuto «Dominus», è la stessa Persona, prima bambino indifeso poi glorioso trionfatore sulla morte, che viene caratterizzata da un medesimo segnale melodico.

A noi moderni, naturalmente, può sembrare un collegamento un po’ macchinoso e non immediato, frutto solamente di studio o di attenta ricerca, ma dobbiamo pensare che, invece, per il monaco medievale, il cui impegno (“pastorale”, ovviamente) era la ruminatio della Parola di Dio affinché potesse adeguatamente venir musicata, questi rimandi erano del tutto naturali e immediati. Per un cantore che cantava (o un fedele che ascoltava, passivamente, ovviamente) il «Dominus» dell’offertorio d’Ascensione era del tutto immediato e naturale pensare a quel «puer» la cui discesa sulla terra aveva celebrato nell’inverno, a Natale. 

DESCENDIT DE CAELIS

Quale potrà essere la terza e ultima tappa se non la Pentecoste, ovvero quando Dio, dopo esser disceso con Suo Figlio Gesù Cristo, ridiscende sulla terra in forma di Spirito Santo, terza persona della SS. Trinità? Il communio di Pentecoste Factus est repente, il brano che appunto narra la discesa dello Spirito Santo sugli apostoli, si apre con la stessa formula d’intonazione dell’introito natalizio Puer natus, il brano della prima discesa sulla terra di Cristo.

5 commenti:

mic ha detto...

La musica sacra non è un optional o semplicemente una qualunque arte, più o meno raffinata, da intrattenimento o espressione di una soggettività particolare. Riguarda la Liturgia, della quale è parte integrante: il Verbo che si fa suono oltre che carne e lode e supplica e quanto altro. Accompagna l’Azione liturgica, che è azione pubblica – e non rappresentazione – di Cristo e, in Lui, della Sua Chiesa.

E Mattia Rossi, prima che maestro di musica e musicologo, è soprattutto un testimone.

Devo congratularmi con lui per la sua recente uscita del libro "Le cetre e i salici", Ed. Fede & Cultura 2015, pag.156, Euro 18 nel quale, tra l'altro, si interroga sul significato intrinseco della musica sacra e del canto gregoriano in particolare e di cosa ne fa il “canto della Chiesa” e ne svela le ragioni per cui esso è realmente incarnazione sonora della Parola di Dio, suono dell’Invisibile, epifania sonora del Verbo”. E dunque “è Dio che parla a noi attraverso un canto plasmato dallo spirito”. L’Autore ci introduce dunque nelle più recondite e finissime ricchezze meditative, ai più coinvolgenti approfondimenti e alla vera intelligenza dell’autentico significato che consente di fissare “nei canoni musicali ed estetici gregoriani l’archetipo di musica liturgica”. Egli, però, non può non evidenziare la realtà della temperie ecclesiale odierna e l’iconoclastia che non ha risparmiato neppure la musica sacra e lo stesso gregoriano. E tutta questa feconda profondità che ci riempie di stupore, viene paragonata all’esilio babilonese «Ai salici di quella terra appendemmo le nostre cetre» (Sl 136) : una cetra – il canto gregoriano, appunto – forzatamente appesa ai salici della liturgia di una terra – la Chiesa – preda, da quasi un cinquantennio, della mutazione genetica che ha sfigurato ed eclissato il suo munus dogmatico fino ad arrivare alla liquefazione del munus sanctificandi terreno. È il frutto de-dogmatizzazione, tanto liturgica quanto dottrinale, inaugurata con l’euforia del famigerato "ottimismo a priori", dell’antropocentrismo conciliare.

Josh ha detto...

un esempio shock dell'antropocentrismo conciliare:
chi riconosce ancora sotto queste spoglie Maria Madre di Dio?

Santa Maria del cammino
(C. S. – J. A. Espinosa)

1. Mentre trascorre la vita,
solo tu non sei mai:
santa Maria del cammino
sempre sarà con te.

Vieni o Madre in mezzo a noi,
vieni, Maria quaggiù.
Cammineremo insieme a te
verso la libertà.

2. Quando qualcuno ti dice:
“Nulla mai cambierà”,
lotta per un mondo nuovo,
lotta per la verità!

3. Lungo la strada la gente,
chiusa in se stessa va;
offri per primo la mano
a chi è vicino a te.

4. Quando ti senti ormai stanco
e sembra inutile andar,
tu vai tracciando un cammino:
un altro ti seguirà.

-------

note:
_"Cammineremo insieme a te
verso la libertà."

quale libertà?
La "libertà" nello Spirito Santo delle creature rinate, o le libertà "sociali", magari quelle votate in Irlanda e il dirittificio globale ONUsiano?
Qui si parla di libertà qui e adesso. magari si tratta d liberare il Cristianesimo dalla Dottrina....

_"lotta per un mondo nuovo,
lotta per la verità!"

lotta per un mondo nuovo?
Il mondo nuovo? quello di Huxley, o quello fatto nuovo in Cristo, o la nuova creatura paolina?
i termini sono slogan da lotta comunista, con tanto di occupazioni. Il mondo nuovo di cui si parla è questo, la meta è tutta terrena, non è il Regno di Dio, lo si evince dai termini.

_"offri per primo la mano
a chi è vicino a te."

sempre orizzontalità, sempre l'amore per il prossimo, sì,
ma senza mai prima menzionare il primo comandamento di adorazione, consacrazione e amore a Dio, da cui solo può discendere un rettamente inteso amore del prossimo.
Qui siamo all'equo e solidale.

_"tu vai tracciando un cammino:
un altro ti seguirà."

uomini che seguono uomini. Uomini che tracciano cammini che saranno seguiti da altri uomini.

C'è qualcuno che segue Dio attraverso Gesù Cristo, in questo sorta di passaparola?

Ma non sono uomini che seguono cammini di altri uomini (senza alcun Trascendente) anche le teorie dei partiti politici, dei massoni o di qualunque associazione privata?

---conclusione:

per chi ci hanno presi?

T. ha detto...

Oh no ! Non sopporto questa canzonetta del cammino (verso il baratro ) e neanche quella che parla di sudore ( una notte di sudore..) ma se Atene piange Sparta non ride :
https://www.facebook.com/photo.php?fbid=10205845734118425&set=a.4159378458660.2177435.1109970462&type=1&theater

Josh ha detto...

Eccoti accontentato, caro T. con "una notte di sudore" :

Una notte di sudore
sulla barca in mezzo al mare
e mentre il cielo s’imbianca già
tu guardi le tue reti vuote.

Ma la voce che ti chiama
un altro mare ti mostrerà
e sulle rive di ogni cuore
le tue reti getterai.

Offri la vita tua
come Maria
ai piedi della croce
e sarai
servo di ogni uomo,
servo per amore,
sacerdote dell’umanità.

Avanzavi nel silenzio
fra le lacrime e speravi
che il seme sparso davanti a te
cadesse sulla buona terra.

Ora il cuore tuo è in festa
perché il grano biondeggia ormai,
è maturato sotto il sole,
puoi riporlo nei granai.

_______

note:

_non è che hanno scambiato l'immagine delle reti sul mare con la questione barconi e immigrazione?

_chi è quel tu ipotetico cui si rivolge la canzonetta?
Cristo?!
o tu fedele?
Gesù sapeva benissimo qual era la sua missione.
siamo dunque noi i soggetti?

_dunque "Ma la voce che ti chiama
un altro mare ti mostrerà
e sulle rive di ogni cuore
le tue reti getterai."

saremmo noi ora, con i nostri miseri io, a gettare le reti sulle rive dei cuori, e "conquistare" alla fede gli altri, come fatto personale? Così posta è molto poco spirituale.
O è Gesù? ma non l'ha già fatto?
Ci dimentichiamo che Gesù non ha bisogno di esser consolato, è Profeta, Sacerdote e Re....

_"Offri la vita tua
come Maria
ai piedi della croce
e sarai
servo di ogni uomo,
servo per amore,
sacerdote dell’umanità."
Quindi questo è rivolto proprio a noi, perchè si suppone che Gesù la sua vita l'abbia già offerta. O no?

_"servo di ogni uomo"
si presta ad ambiguità, quanto ad antropocentrismo

_"sacerdote dell'umanità"
idem come sopra:
sacerdote della sacralità d'uomo, o sacerdote, servo di Dio?
E' forse uguale essere Servo di Dio o servo dell'uomo?
nel servizio agli altri, se non menziono Dio, se non servo Lui, che sono mai? un sindacalista?

_dovrebbe essere il non menzionato Gesù che "Avanzavi nel silenzio
fra le lacrime e speravi
che il seme sparso davanti a te
cadesse sulla buona terra."
Un Gesù senza speranza?
Ma se siamo "preconosciuti"!....

Allora siamo noi che avanzando nel silenzio, ci crucciamo che in pochi ci seguano....molto canale e psichico tutto ciò.

_dovrebbe essere il non menzionato Gesù che
"Ora il cuore tuo è in festa
perché il grano biondeggia ormai,
è maturato sotto il sole,
puoi riporlo nei granai."
quindi raccoglie alla fine dei tempi i frutti dei suoi veri servitori.
ma non c'era anche il giudizio, per separare il grano dal loglio?

E se invece è riferito a noi, saremmo noi in festa perchè il grano biondeggia, quindi le nostre buone opere scintillano, e colmi d'orgoglio le riponiamo nei granai della nostra autoassoluzione ed esaltazione di bravi operai del Signore.

a me invece a sentire questa convinzione delle proprie buone opere pure celebrate, pubblicate e cantate, viene in mente Geremia 8

"La mèsse è passata, l'estate è finita, e noi non siamo salvati."

E quanti partecipanti, che come me vengono dalla campagna, possono credere che si parli davvero di grano e raccolta, in senso stagionale e basta, visto che nulla di apertamente cristiano è menzionato, ma solo vaghe assonanze, e in maniera anche impropria?

Josh ha detto...

ancora sulla "notte di sudore":

A parte che io non voglio essere un "sacerdote dell'umanità". In questi termini, assolutamente laici, non lo è stato, per es. Socrate?
In Cristo, non c'è qualcos'altro, anche?

Poi la canzone, essendo rivolta a noi fedeli, si trasforma in realtà in un pericoloso inno di autoesaltazione.
Esaltazione d'uomo, di sè, invece che di Dio.

"Avanzavi nel silenzio
fra le lacrime e speravi
che il seme sparso davanti a te
cadesse sulla buona terra.

Ora il cuore tuo è in festa
perché il grano biondeggia ormai,
è maturato sotto il sole,
puoi riporlo nei granai."

Questa è pura autocelebrazione della "propria" supposta giustizia.
Addirittura saremmo noi, da soli, a riporre nei granai il grano delle nostre buone opere, proposto come dato di fatto al presente, senza passare (beata pretesa) dal vaglio del Signore alla fine.
ma è mai possibile? roba da matti!