giovedì 4 agosto 2016

Eugenio card. Pacelli. Il sacro destino di Roma

Il testo, per chi fosse interessato, è disponibile da qui in formato pdf.

Eugenio Card. Pacelli
Segretario di Stato di Sua Santità
DISCORSI E PANEGIRICI
(1931-1938) - (pp. 509-514)

IL SACRO DESTINO DI ROMA

Roma è una parola di mistero, come un mistero è il destino di Roma, città eterna, non tanto per i secoli che vanta del passato, come per quelli che aspetta dell’avvenire. Essa è città, che profonda il piede nelle zolle pagane del Tevere e nei sacri meandri delle catacombe, e leva e nasconde il capo fra le stelle, per chinarlo innanzi al trono di Dio. Se, come scrisse il suo più grande storico, il velo delle favole poetiche ne copre le origini, si perdona all’antichità che, mescolando le cose umane con le divine, abbia voluto render più augusti i primordi della città. Datur haec venia antiquitati, ut miscendo humana divinis primordia, urbium augustiora faciat (Livio, Ab Urbe condita libri, Praefatio). Ma la Provvidenza, che governa il mondo e, cambiando a tempo i regni di gente in gente e da uno in altro sangue, umilia ed esalta gli uomini e le nazioni, ordinò e preparò il popolo e la città di Roma per un fine che supera il naturale accorgimento, e, occultamente operando, vi indirizza le inconsce intenzioni delle lotte e delle vittorie umane (Dante, Conv., IV, 5).
Roma, destinata ad essere capitale del mondo e sede centrale della religione che adora debitamente Dio, ottiene per lunghi secoli, pur attraverso disastri che non ne domano l’ardire e le speranze, per il valore guerriero e le virtù politiche e civili dei suoi re, dei suoi consoli e dei suoi Cesari, l’impero del mondo, sognato dai suoi vati, con sogni di profeti e con occhio di Sibille, duratura senza fine; mercede non perenne, che Iddio, premiatore di ogni bene anche limitato e fuggevole, concede ai fieri Quiriti, strumenti ignari degli occulti e supremi consigli divini. E quando sotto la potenza di Roma il mondo è in pace e Gesù Cristo, Figlio di Dio fatto uomo, Redentore del mondo come re, come pontefice, come profeta e più che profeta di una eternità oltremondana, viene sulla terra, fa dell’ora della sua natività il centro e la pienezza dei secoli caduchi e inizia un’era dal suo nome, che metterà foce solo nei secoli eterni. Augusto, che col suo censo tramuta dalla casetta di Nazareth alla grotta di Betlemme la Vergine Madre, Lo ignora; Tiberio non Lo riconosce; Nerone Lo perseguita nei suoi seguaci.

Non vi meravigliate, o Signori, se Cristo, via, verità e vita, è misconosciuto dai sapienti del mondo; perché la verità genera odio e la virtù più perfetta suscita la gelosia, il sarcasmo e l’ingiuria degli empi e degli adoratori del senso e del bene di quaggiù. Ma le fiaccole umane dei martiri di Cristo effondono una luce che eclissa gli splendori stessi dei palazzi, degli orti e dei maestosi fori imperiali; e nelle catacombe del suolo di Roma i pontefici, i sacerdoti, i credenti e le vergini scavano e cementano le fondamenta di una nuova Roma e di un nuovo Impero, di cui sarà vessillo, non più l’aquila delle legioni cesaree, ma il labaro della croce del Nazareno.

Non ha forse Dio resa stolta la sapienza di questo mondo? Chi più sapiente dei pretori e dei giureconsulti di Roma? Chi più astutamente sapiente dei dominatori pagani? Ma Dio, disse un gran vescovo (Bossuet, Discours sur l’histoire universelle, 3, 8; Oeuvres complètes, Paris, 1846, V, pag. 481), « conosce la sapienza umana, sempre corta da qualche lato; egli la illumina, ne estende le vedute e poi l’abbandona alle sue ignoranze; l’accieca, la travolge, la confonde in se medesima; essa si inviluppa e s’impiglia nei suoi stessi avvolgimenti, e le sue precauzioni le divengono un laccio. In tal modo Dio esercita i suoi tremendi giudizi, secondo le norme di una giustizia sempre infallibile. È lui che prepara gli effetti nelle cause più remote, e dà quei gran colpi che hanno una ripercussione sì lontana; quando vuole lasciar andare l’ultimo colpo e rovesciare gl’imperi, tutto è debole e anormale nei consigli umani ». Così la sapienza politica dei Cesari si confonde davanti al Cristianesimo; teme per il suo Giove e per la sua dea Vittoria, opere della mano degli uomini, innanzi a cui si chinano le trionfali insegne; e vaneggia nei suoi pensieri e nei suoi consigli contro cittadini innocenti, rei solo di non adorare dei che non salvano, ma un Dio vivo e immortale, salvatore eterno del genere umano. La sapienza pagana, abbandonata al reprobo senso, viene stendendo la mano persecutrice sui santi, che, nelle primitive chiese cristiane o nelle recondite cripte della Roma sotterranea, si prostrano nell’adorazione del mistico Agnello che toglie il peccato del mondo, sorretti da un amore, da una speranza, da una fede che è la loro vittoria sul mondo. Sono due mondi in lotta tra loro, mondo di tenebre e mondo di luce soprannaturale: ma il mondo di luce è nelle catacombe, il mondo delle tenebre negli anfiteatri e nei templi di Giove: le tenebre dei cubicoli cristiani sono luce, i superbi peristilii dei sacrari di Venere e di Vesta sono tenebre.

In quei luoghi venerandi, in quelle tenebre santificate dal sacerdozio, incruento, dalla pietà e dalla verginità, dal sangue e dal sacrificio, il consiglio e la mano di Dio vengono creando e plasmando ed edificando la nuova Roma, la Roma di Pietro, del Pescatore di Galilea, nuovo Pastore dei popoli e imperatore delle anime, del quale sarà socio, sebbene non pari in autorità, Paolo, l’Apostolo delle Genti, perché e l’uno e l’altro siano invocati quasi i nuovi consoli della repubblica cristiana. Questa Roma è il mistero di Dio, è il più alto destino del Tevere, le cui acque saranno il nuovo Giordano,
perocché sempre quivi si raccoglie
qual verso d’Acheronte non si cala
.
(Purg., II, 104).
Questa, più che la pagana e imperiale, è quella Roma, la quale
per damna, per caedes, ab ipso
ducit opes animumque ferro...
Merses profundo, pulchrior evenit.
(Orazio, Carm., IV, 4).
Così il più sacro destino di Roma sta nascosto nella fede di Cristo, fede che è vittoria sopra ogni paganesimo antico e moderno. Nella Roma di Cristo voi vedete la nuova Gerusalemme: « Un solo corpo e un solo spirito, come ancora siete stati chiamati a una sola speranza per la vostra vocazione. Un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. Un solo Dio e Padre di tutti, che è sopra di tutti, e per tutte le cose, e in tutti noi » (Ephes., 4, 4). Voi vedete un nuovo popolo di conquista divina, che sotto la guida di un Pastore e Maestro infallibile nella fede e nella morale, si avanza nei secoli, ai sacri e incruenti trionfi sui barbari, con lo stendardo della croce, con gli inni di quella fede che Roma annunzia al mondo universo. Il suo diritto è nella parola e nel comando di Dio; la sua forza non è negli accorgimenti e nelle coperte vie di quella falsa politica che è ipocrisia della morale, ma in quel sentiero angusto di una morale rischiarata dal lume del volto divino e dal fulgore della giustizia che fa grandi le nazioni. Da Cristo con la rigenerazione soprannaturale dell’anima umana deriva e si inizia la nuova civiltà del genere umano, che, purificando e riassorbendo in sé il meglio di Atene e di Roma, sospinge la umanità a quella eccelsa meta, non mendace, di libertà, di fratellanza e di eguaglianza, dove, come proclamava l’Apostolo delle Genti (Col., 3, II), non è Greco e Giudeo, Barbaro e Scita servo e libero; ma Cristo è ogni cosa, e in tutti.

Il destino di Roma, nella elezione, divina di una città fra tutte come sede del Pastore dell’unico ovile di Cristo, è il destino della unità umana, invocata dal Redentore, alla vigilia della sua passione e del suo trionfo, non solo per gli Apostoli, ma anche per quelli i quali per la loro parola avrebbero creduto in lui; e perciò pregava il Padre, « che siano tutti una sola cosa come tu sei in me, o Padre, e io in te; che siano anche essi una sola cosa in noi: onde creda il mondo che tu mi hai mandato » (Jo., 17, 20-21). E noi, Cristiani, abbiamo creduto all’amore di Dio per noi; e nella immagine dell’antica Roma idolatra, che si fa madre dei popoli e fa suoi figli e cittadini i figli stessi dei barbari, — fecisti patriam diversis gentibus unam (Cl. Rutilio Namaziano, De Reditu, I, I, c. I, 63) —, riconosciamo l’anticipata visione della Roma cristiana, madre di tutte le Chiese e patria comune di tutti i figli di Dio, preordinati dalle acque del battesimo e dalla grazia rigeneratrice a cittadini di quella superna Roma, onde Cristo è Romano (Purg., XXXII, 102).

Ma se Roma è la madre comune dei credenti, essa non è tale se non per il Romano Pontefice, Vicario di Cristo e successore del Principe degli Apostoli, al quale Cristo affidava il pascere le pecore e gli agnelli del suo ovile universale. Ed è bello e soave il pensare che la Casa vaticana del Padre comune sia la comune casa di tutti i figli della Chiesa, i quali dai quattro venti volgono devoti lo sguardo e l’affetto al bianco supremo Pastore di Roma. Se è Roma, dovunque un fedele di Roma si accampa, là, sul colle Vaticano, si innalza sopra la tomba di Pietro il suo vertice sublime, che irradia la sua luce fino ai più remoti termini del mondo. Quell’angolo della sponda del Tevere, sacro retaggio che nei Patti Lateranensi, pegno e suggello di riconciliazione e di concordia fra Chiesa e Stato in Italia, il cuore del Padre comune si riservava libero e indipendente di quanto la pietà dei secoli gli aveva donato, è la mèta del pellegrino credente, è la pietra dell’unità dell’ovile, è la fonte dell’autorità dei Pastori, è il faro indefettibile di fede e di verità morale, di cui in mezzo alle bufere degli errori e alle tempeste delle passioni abbisogna la povera umanità per tendere e arrivare al porto di pace e di salute, al quale Dio la destinava.

Così intorno alla candida dignità paterna del Vicario di Cristo, insieme con la porpora dei principi della Chiesa, si aduna la vaga varietà dell’Episcopato e dell’uno e dell’altro Clero, dei sacri riti dei popoli e dei Collegi nazionali di leviti; si chinano riverenti Re e governanti, nobili e popolani, dotti e indotti, grandi e piccoli, suore e spose, fanciulli e fanciulle, di qualunque terra o nazione, di qua o di là degli oceani, provengano, a ricevere dal labbro e dalla mano del Padre comune una lode, un incoraggiamento, un consiglio, un conforto, un indirizzo, un sorriso, una benedizione. La sua parola varca i monti e i mari; con la sua voce apostolica insegna, ammonisce, sprona al bene, condanna la corruzione e la ingiustizia, difende la famiglia e lo Stato, concilia datori di lavoro e operai, modera i potenti e solleva i poveri; e con l’ampiezza del suo cuore abbraccia ogni sventura e miseria umana, e soffre, combatte e prega in mezzo alle lotte e alle persecuzioni della Chiesa, sempre fiducioso in Colui che ha vinto il mondo e sta al suo fianco fino alla consumazione dei secoli.

Al Vicario di Cristo si piega il destino di Roma; in lui si fissa e si volge verso una mèta che non è di questo mondo. Nessuna città vince o vincerà il destino di Roma. | Gerusalemme e il suo popolo non sono più la città e il popolo di Dio: Roma è la nuova Sion, e romano è ogni popolo che vive di fede romana. Città più popolose e ampie ha il mondo e ne vanno superbe le genti; città sapienti ebbe la storia delle Nazioni; ma città di Dio, città della Sapienza incarnata, città di un magistero di verità e di santità, che tanto sublima l’uomo da elevarlo sull’ara fino al cielo, non è che Roma, eletta da Cristo « per lo loco santo, u’ siede il successor del maggior Piero» (Inf., II, 23-24).

5 commenti:

Anonimo ha detto...

"Onde Pietro è romano"?

Anonimo ha detto...


Molto bello questo discorso su Roma del futuro Pio XII. Grazie a Mic per averlo pubblicato.
Tanto piu' oggi che "il sacro destino di Roma" sembra sia stato rinnegato dalla Gerarchia ispirata dal Vaticano II, avendo il Concilio sostituito alla "romanita'" l'"umanita'", avendo cioe' alterato la missione della Chiesa indicandola erroneamente nella realizzazione dell'unita' del genere umano senza convertirlo a Cristo: da qui una Chiesa senza vero centro, senza un ubi consistam, pseudo-guida dell'umanita' in marcia verso una pseudo-pace, sradicata dal suo proprio luogo, galleggiante sul nulla della chiacchera ecumenica; una Chiesa visibile giustamente sulla via dell'estinzione fisica, come le societa' e i popoli che essa ha abbandonato alle false seduzioni di Satana.
Parvus

Franco ha detto...

Oggi il termine "imperialismo" è usato con una connotazione negativa, come della volontà cattiva di dominio mondiale; però la tendenza a formare imperi si è ripresentato costantemente nella storia della civiltà. Eclatante è il caso della Rivoluzione Francese, nata da ideali umanitari, da cui in un breve voler di anni si generò un impero.
Per cui trovo eccessivo lo scandalo per l'imperialismo religioso della Chiesa Cattolica, culminato nel grandioso tentativo della Controriforma, di cui è evidente la connessione con l'imperialismo romano antico.
Negli anni del Concilio entrò in circolazione il termine "trionfalismo", a cui oggi si contrappone l'"uscita nelle periferie esistenziali"... ma siamo sicuri che il trionfalismo non crei in qualche modo un "senso identitario" di cui la gente ha in qualche misura bisogno?

Anonimo ha detto...


@ La Controriforma "evidente connessione con l'imperialismo romano antico"?

Un paragone che non mi trova d'accordo. Giustamente Franco ricorda che l'imperialismo indica una tendenza violenta e sopraffatrice. In questo concetto non c'e' tanto quello di "impero" quanto quello di espansione che assume una dimensione imperiale, giustificandosi solamente in base all'uso della forza. Il termine fu coniato alla fine dell'Ottocento dalla pubblicistica socialista e marxista (se ben mi ricordo) per bollare come il Male l'espansione coloniale europea, che si impadroni' di tanti popoli anzi di interi continenti. L'imperialismo era visto come caratteristica del capitalismo della sua epoca da Lenin, per esempio. Poi si e' usato il termine anche come sinonimo di "espansionismo", in generale.

Comunque sia, nell'idea dell'imperialismo c'e' qualcosa di negativo, rappresentato dal carattere violento e arbitrario dell'espansione stessa. Ora, un simile schema non si puo' applicare all'azione riformista della Chiesa, dopo il Concilio di Trento. Si sa che "Contro-Riforma" e' un termine sbagliato perche' la vera Riforma della Chiesa era appunto quella, colpevolmente rimandata per tanti decenni, della Chiesa cattolica, mentre la autodefinitasi "Riforma" era invece uno scisma all'insegna dell'eresia.
Prescindendo da cio', la "Contro-riforma" fu semplicemente un metter ordine in casa propria, devastata dal caos seguito allo scisma protestante e dalle pregresse tare, che bisognava guarire. Per esempio in campo liturgico, circolavano riti incerti e sospetti d'eresia. Allora il Papa, per mettere ordine, ordino' di adottare ufficialmente il rito romano antico, il cui canone risaliva agli Apostoli, gia' ampiamente diffuso in Occidente dai Francescani; ma lasciando si conservassero i riti che avessero almeno 200 anni di uso consolidato, come l'ambrosiano, p.e. Cosi' ci si sbarazzo' della zavorra, rispettando antichi e ortodossi riti. Questo "l'accentramento" nella liturgia, che certamente non si puo' definire "imperialista".
La Chiesa seguiva la sua logica interna, che era quella di un potere spirituale diffuso su scala mondiale e ancorato nello stesso tempo ad una serie di istituzioni visibili di carattere politico, amministrativo, economico e statuale (Stato della Chiesa). L'analogia con l'impero romano, cioe' con la romanita' vista nel suo aspetto migliore e anche (in parte)idealizzata, ha un significato soprattutto spirituale e culturale, dato che il destino (anzi, la Provvidenza) ha voluto che il centro della Chiesa di Cristo fosse a Roma, sede originaria dell'impero romano. La Chiesa cattolica eredito' una serie di forme giudiche dal defunto impero (p.e. la diocesi, il legato) ma sarebbe errato vederla come l'erede e la continuatrice dell'impero dal punto di vista strettamente politico, amministrativo e anche giuridico. Essa rappresento' una realta' del tutto nuova, che realizzava "l'impero" in una dimensione soprattutto spirituale, non "imperialistica". Parvus

Anonimo ha detto...


@ La Chiesa realizzava "l'impero" in una dimensione soprattutto spirituale.
AGGIUNTA

E in quest'opera si incontro' con lo spirito di conquista dell'antica classe dirigente romana, sublimato pero' in conquista spirituale dei popoli a Cristo. Cio' non avvenne immediatamente. I quadri della Chiesa a Roma, durante le persecuzioni, erano formati soprattutto da ebrei e orientali.
Ma fin dall'inizio, come testimonia la Tradizione, p.e. relativamente a S. Marco evangelista, segretario di Pietro a Roma, la composizione sociale dei cristiani fu interclassista, come dappertutto: ci trovavi lo schiavo accanto al cavaliere (al borghese ricco) e all'aristocratico. La Tradizione ci attesta che furono questi convertiti, soprattutto i piu' colti, ad insistere con S. Pietro perche' volesse mettere per iscritto i suoi "ricordi", cosa che egli fece mediante l'ausilio del suo segretario Marco, ebreo come lui nonostante il nome romano. Nacque cosi' il Vangelo di S. Marco.
Il primato spirituale che i Papi reclamavano si fondava sull'elezione di Pietro, sul fatto che erano i suoi successori sulla Cattedra, iure divino. Non aveva niente a che vedere con il fatto di essere a Roma, capitale dell'Impero. Le due cose si trovarono unite, ma la legittimazione del Primato Petrino era sempre religiosa, non politica. E veniva confermata dalla capacita' dei Papi di esercitare un indubbio "primato" nelle questioni dottrinali, di dimostrare di esser coloro che effettivamente confermavano nella fede i fratelli (vedi la famosa "Lettera di Leone" al Concilio di Nicea, che fissava in modo limpido il dogma cristologico contro le eresie, adottata spontaneamente all'unanimita' dall'assemblea conciliare al grido: - questa e' la nostra Fede!).
Che poi le qualita' dell'antica aristocrazia romana costituissero un lascito spirituale capace di rivivere (come esempio) nella classe dirigente della Chiesa, radicata a Roma capitale del nuovo impero spirituale, cio' lo si puo' vedere simbolicamente attuato nella figura di S. Gregorio Magno (VII sec.), appartenente all'antichissima famiglia degli Anici, che aveva dato allo Stato romano consoli e magistrati - denominato appunto, per le sue qualita', "consul Dei".
Il "sacro destino di Roma" e' quello di essere e rimanere il centro della Cattolicita' cioe' del vero cristianesimo, l'unica e vera Chiesa di Cristo. Che la citta' sia anche capitale dello Stato italiano non toglie nulla a questo sacro destino, dato che lo Stato italiano scompare accanto alla Chiesa universale e non puo' darle ombra, in quanto tale. Roma capitale dello Stato it. non e' e non puo' essere una "terza Roma", come auspicava Mazzini, nella sua utopia politica, "Roma del popolo" capitale dell'Umanita' oltre che della Patria. Ne' puo' esistere come sede di un rinnovato impero romano in senso politico e territoriale, come dimostra l'effimera avventura dell'Impero mussoliniano. E non esiste in ogni caso una "terza Roma", figlia dello scisma e dell'eresia, da collocarsi nelle pianure russe.
La battaglia contro l'apostasia al momento dilagante nella Chiesa e' volta anche a ristabilire il Cattolicesimo sul suo autentico fondamento "romano", provvisoriamente oscurato. PARVUS