martedì 2 marzo 2021

In Africa si parlava neo-latino

Vedi indice articoli dedicati alla Latina lingua, da cui deriva la nostra lingua-madre, oggi negletta seppur non abolita lingua ufficiale de la Catholica, anche se esclusa nella Liturgia dal volgare della Messa riformata di Paolo VI. Ma noi non dimentichiamo che, mentre la lingua delle prime comunità cristiane a Roma era il greco, lo spostamento verso il latino non cominciò a Roma, ma nell'Africa settentrionale, dove i convertiti al Cristianesimo erano, in maggioranza, nativi di lingua madre latina, piuttosto che immigrati di lingua greca. Ed è proprio nella romanitas delle fiorenti colonie dell'Africa Settentrionale che, già dal II secolo, era presente la Vetus latina - col suo linguaggio non popolare ma ieratico, codificato - giunta fino a noi come struttura perenne del Rito Romano Antico nelle sue parti salienti a partire dal IV secolo.

Il latino, come lingua parlata, già in epoca romana si stava trasformando, diventando nei secoli quello che oggi è l’italiano, lo spagnolo, il portoghese, il francese e il romeno.
Ma l’Impero romano comprendeva territori molto vasti, che spaziavano dall’Europa all’Asia e all’Africa. Salvo che in Asia, dove durante l’Impero si parlava greco, ovunque si sono formate delle lingue neolatine con proprie caratteristiche, soffocate dopo qualche secolo dalla espansione linguistica del germanico, dell’arabo e dello slavo. Andiamo alla riscoperta di una di queste.
Parliamo di un argomento a suo modo malinconico, un pezzo del mondo romano svanito sostanzialmente nel nulla dopo una lenta silenziosa agonia durata secoli. Un mondo ignorato dai più.
Un po’ di tempo fa, vagando hyperlink dopo hyperlink, ho trovato la storia di un viaggiatore del XII secolo, Muhammad al-Idrisi, uno di quegli spettacolari personaggi che il mondo arabo ci ha regalato nei secoli del suo massimo splendore: cartografo, geografo, archeologo ante litteram. Attraversò il mondo dalle Isole Britanniche fino all’Egitto.
Attraversando il Maghreb, l’area che va dall’attuale Marocco fino alla Libia, Al Idrisi si sofferma sulle lingue parlate in quelle terre: l’arabo portato dagli ultimi conquistatori, ovviamente, le più antiche lingue berbere e quella che lui chiama al-lisān al-lātīnī al-ʾifrīqī. La lingua latina d’Africa.

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Sembra ovvio a pensarci, nell’antica provincia romana d’Africa si parlava latino, affiancato dal berbero e dal punico (il cartaginese, una lingua fenicia), e successivamente dal vandalo dei germani che invasero quei territori un paio di secoli prima degli arabi.

Agostino da Ippona, vissuto alla fine dell’Impero romano, nei suoi scritti cita più volte il curioso accento del latino locale. Isidoro di Siviglia nel VII secolo (subito prima della conquista araba) parla anche lui dello strano modo di parlare latino degli africani: “birtus, boluntas, bita uel his simili quae Afri scribendo uitiantnon per B sed per V scribenda”.
Con la fine dell’unità imperiale, e l’isolamento tra le varie regioni una volta unite, le lingue parlate nelle varie regioni si stavano trasformando nelle lingue romanze o neolatine.

In Africa questo processo venne di fatto interrotto dall’invasione araba. La cesura, ovviamente non fu netta. Nel Maghreb non si iniziò a parlare arabo il giorno successivo alla conquista.
Quando all’inizio del VIII secolo Ṭāriq ibn Ziyād sbarcò nel sud della Spagna con l’intento di conquistarla, la maggior parte delle sue truppe non parlava né arabo né berbero. Parlava un dialetto afroromanzo. Esotico, ma comprensibile alle orecchie della popolazione spagnola conquistata.
Non sappiamo molto di come fosse questo afroromanzo. Dalle varie tracce che abbiamo, secondo i linguisti doveva somigliare molto al sardo (anzi, secondo alcune ipotesi il sardo sarebbe una sopravvivenza dell’afroromanzo), e ha lasciato il segno anche nel castigliano, ma non sappiamo quasi niente di più.

Deve essere stata una morte lenta quella dall’afroromanzo, probabilmente legata alla parallela scomparsa delle comunità cristiane di quelle terre, a causa della lenta conversione all’Islam. C’è infatti da supporre che le due cose fossero associate.

Nel XII secolo, il normanno Ruggero di Sicilia compì un tentativo di allargare il proprio regno al Nordafrica. Ciò è sembrato segnare la definitiva fine delle minoranze cristiane sopravvissute che lo avevano appoggiato che, dopo la ritirata dei normanni, andarono in incontro alla reazione ostile dei musulmani.

Dopo questi fatti abbiamo la testimonianza di Al idrisi da cui siamo partiti e alcune iscrizioni tombali in Tripolitania del secolo successivo, quindi cala il silenzio.
Della romanitas in Africa Settentrionale dopo 15 secoli di storia erano rimaste solo le pietre, imponenti, ma ormai senza più voce. - Fonte

4 commenti:

Anonimo ha detto...

Mi sono sempre chiesto perché in Egitto e Siria i cristiani siano sopravvissuti, anche senza comunione con Roma e Costantinopoli, mentre i cattolici del resto del Nordafrica no. Nonostante certi spunti, la domanda mi pare ancora inevasa... o sono tutti emigrati? Il dialetto siciliano-calabrese-salentino presenta certe stranezze che lo allontanano dagli altri dialetti italiani immediatamente più a nord. Ma le fonti tacciono a tal proposito.

Anonimo ha detto...

Davvero interessante!

Anonimo ha detto...

Per una veritiera teologia della storia esistono spazi infiniti che necessitano di trovare ancora la loro interpretazione autentica.

Infondo la decadenza, la conquista dei grandi regni ed imperi dice che questi regni, questi imperi, questi governi non sono la soluzione definitiva del vivere insieme. Ognuno di essi si è distinto in un campo o nell'altro dello scibile umano, poi è scomparso lasciando dietro di sé alcune tracce, molte delle quali son rimaste nascoste per secoli negli strati della terra.

Le grandi religioni hanno avuto, ed hanno, anch'esse la tentazione di radunare le sparse genti in unità fisica, ma anche questo anelito cozza ormai con la realtà dei fatti storici ed attuali.

Suona anacronistico e pretestuoso poi il governo mondiale in fieri, a cui la ue si ispira, da instaurare in forza del vaccino e sotto la minaccia delle pandemie perenni. Stanno scadendo nel ridicolo cosmico. Come esseri umani possano mentire così sfacciatamente diventa difficile capire, se non considerando loro i primi plagiati nel profondo da qualche diavoleria dei loro danti causa.

Ma noi ora che possiamo fare? Quello che la nostra singola vita richiede, purificandolo al meglio dalle nostre debolezze e adempiendolo con dedizione davanti a Dio, Uno e Trino, e davanti agli uomini.

E' mio convincimento che non viene chiesto agli Ebrei, ai Musulmani, ai Cristiani di costruire alcun regno mondiale. Il Regno dei Cattolici è il Regno del Signore Gesù Cristo che si incarna dove la Buona Novella è portata dai suoi apostoli ed è vissuta nei fatti da ogni battezzato, è un Regno spirituale che si incarna nel singolo ed in mille e mille comunità tra loro sorelle che pregano, lavorano e si scambiano saperi ed aiuti vitali.

Anche la storia della lingue dice che una lingua umana non è eterna e non è adatta ad ogni bocca, che il parlar bene si corrompe. Anche una lingua scompare tra mille contaminazioni. Pochissime restano come espressione di una fede e la loro trasmissione dipende proprio dalla fede a dalla buona volontà degli uomini. Il latino ha subito un attacco costante essenzialmente perché mal trasmesso, perché altri idiomi lo corrompevano e vi si innestavano sopra.

Notiamo però che le lingue alla base delle grandi religioni , con le quali le grandi religioni si sono espresse sono diventate sacre, per questo motivo sono passate quasi indenni attraverso il tempo cristallizzandosi sulla bocca dei grandi santi.

La lingua natia espressione sonora del nostro essere, della nostra cultura, del nostro ambiente si arricchisce così della lingua sacra della sua religione che per i cattolici si apre alla storia assumendo la conoscenza delle prime lingue con cui la Parola si è espressa ed ha compiuto i primi passi sulla terra.

La lingua sacra è un elemento portante del regno spirituale di Gesù Cristo che si è incarnato sulla terra e vi è rimasto con il Suo Santo Spirito, il regno di Gesù Cristo dunque avanza sui piedi e con la lingua della Chiesa Cattolica, che oggi è imbavagliata e prigioniera di tutti i peccati. I Cattolici, che fin qui non son stati imbavagliati, né sono molto prigionieri del peccato, cercano di andar dritti sulla via stretta che è stata loro indicata dal Maestro mettendo insieme quanto fin qui hanno potuto imparare alla fonte cristallina della Parola.

Credo quindi che il Regno di Dio sulla terra sarà un regno spirituale incarnato in ogni individuo ed in ogni sua azione, che si raccoglierà attorno alla Parola del Signore, si esprimerà nella lingua della Sua azione liturgica e nella presenza dello Spirito Santo che parlerà con la voce dei semplici.

Di tutto ciò e meglio si occuperà, speriamo e preghiamo, la Chiesa Cattolica presto liberanda.

Anonimo ha detto...

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