Sermone per domenica 15 febbraio 2026
1 Giovanni 1:8–10Se diciamo di non aver peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi. Se confessiamo i nostri peccati, Egli è fedele e giusto, così da perdonarci i peccati e purificarci da ogni iniquità. Se diciamo di non aver peccato, lo facciamo bugiardo e la sua parola non è in noi.
Carissimi, nei corridoi oscuri del cuore umano, dove sussurri di perfezione echeggiano falsamente, l'apostolo Giovanni ci mette di fronte a una verità lancinante. "Se dicessimo di non aver peccato", dichiara, invocando il greco ἁμαρτία (hamartia), quell'antico termine che evoca la freccia di un arciere che manca il bersaglio – non solo una colpa passeggera, ma una profonda deviazione dal bersaglio divino della giustizia. Qui Giovanni usa il singolare: ἁμαρτία (hamartia), il peccato come condizione universale che avvolge l'umanità. Non sta ancora parlando di atti specifici, ma della realtà sottostante che ci separa da Dio. In questo vediamo l'inganno che intrappola l'anima: πλανῶμεν (planōmen), ci smarriamo, conducendoci all'illusione. Perché affermare di essere senza peccato significa esiliare l'ἀλήθεια ( alētheia ), la verità stessa, dal nostro santuario interiore. Come uno specchio appannato dal respiro, la nostra percezione di noi stessi si offusca; non vediamo le macchie sulle nostre vesti, ma illusioni di un bianco immacolato. Giovanni ci ricorda che il peccato non è un fantasma, ma una realtà insita nella struttura decaduta dell'umanità. Qui sta il pericolo: la negazione genera oscurità e, in quel vuoto, la comunione con la Luce – il nostro Dio – svanisce nel nulla.
Porta della Confessione
Eppure, dalle profondità di questo inganno sgorga una fonte di speranza, cristallina e pura. "Se confessiamo i nostri peccati", supplica Giovanni, usando ὁμολογῶμεν (homologōmen), una parola ricca della risonanza di "parlare la stessa cosa" – allineando le nostre parole al verdetto di Dio sulle nostre mancanze. Ora Giovanni passa al plurale: ἁμαρτίας (hamartias), i peccati concreti che ognuno di noi deve confessare. Non basta riconoscere la condizione generale del peccato; siamo chiamati a nominare le nostre mancanze e a portarle alla luce davanti a Dio. Questa non è una mera ammissione, ma una dichiarazione armoniosa, una resa in cui la dissonanza dell'anima si risolve in una melodia divina. Questa confessione è il fulcro: invita il carattere di Dio stesso nella narrazione. Egli è πιστός (pistos), fedele come le stelle immutabili, sempre fedele alle Sue promesse; e δίκαιος (dikaios), proprio come la bilancia dell'equità, che bilancia la misericordia con la santità. In risposta, Egli ἀφῇ (aphē), ci libera dalle catene della nostra ἁμαρτίας (hamartias), perdonando con una grazia che riecheggia la croce. Più profondamente, Egli καθαρίσῃ (katharisē), ci purifica da ogni ἀδικίας (adikias), quell'ingiustizia che macchia come inchiostro nell'acqua. Immaginate, carissimi, un fiume inquinato dai rifiuti provenienti dalla corrente, ora purificato fino a raggiungere una limpidezza cristallina: tale è il potere trasformativo della confessione, non per merito nostro, ma per la Sua fedeltà.
La menzogna svelata
Ahimè, l'apostolo insiste ulteriormente, per non farci soffermare a riflettere. "Se dicessimo di non aver peccato", ammonisce, sottolineando ἡμαρτήκαμεν (hēmartēkamen), il passato prossimo che sottolinea un'azione compiuta con effetti duraturi, abbiamo peccato, e le conseguenze persistono. Negare questo significa trasformare Dio stesso in un ψεύστην (pseustēn), un bugiardo, un affronto che colpisce al cuore l'integrità divina. Perché il Suo λόγος (logos), la Parola eterna – quello stesso Logos che si è fatto carne in Cristo – testimonia la nostra fragilità. Se la Sua parola non trova dimora in noi, vaghiamo come esuli in una terra arida, privi della corrente vivificante. Questa è l'ironia suprema: proclamando la nostra innocenza, incriminiamo l'Innocente; mettendo a tacere l'eco del peccato, amplifichiamo la cacofonia della falsità. Giovanni, attingendo al pozzo degli echi dell'Antico Testamento, come gli inviti al pentimento dei profeti, ci esorta ad abbracciare l'umiltà, perché solo riconoscendo i nostri errori possiamo tornare all'ovile.
Luce ripristinata
In conclusione, intrecciamo questi fili in un arazzo di grazia. Dalla negazione, alla confessione, all'avvertimento, l'epistola di Giovanni canta un inno di redenzione. Le correnti sotterranee greche – ἁμαρτία (hamartia, 'mancare il bersaglio'), ὁμολογῶμεν (homologōmen, 'discorso allineato'), δίκαιος (dikaios, 'giusto equilibrio') – non rivelano un trattato di condanna, ma un invito alla luce. Carissimi, in questa serie sulla prima lettera di Giovanni, possiamo non limitarci a interpretare queste parole, ma incarnarle: confessare con coraggio, ricevere con fedeltà e camminare nella verità. Perché nella confessione delle nostre ombre, la Luce del mondo illumina il nostro cammino, purificando, perdonando e ristorando. Amen.
Rev. Leon, 14 febbraio

11 commenti:
L'UNGHERIA RIMANE FERMA NELLA DIFESA DELLA FAMIGLIA!
Mentre il mondo intero sembra cedere alle pressioni delle agende internazionali, il parlamento ungherese ha preso una decisione forte: limitare ufficialmente qualsiasi contenuto che tenti di confondere l'identità dei bambini nelle scuole. Per il governo di Viktor Orbán, l'educazione dei minori sulle questioni di valori e sessualità appartiene solo ed esclusivamente ai GENITORI.
Questa legislazione ha sollevato un'ondata di critiche dall'esterno, ma la posizione è chiara: proteggere l'innocenza dei bambini dall'indottrinamento nelle scuole. Si tratta di un atto di sovranità per salvaguardare la generazione futura o è, come dicono i suoi detrattori, una misura discriminatoria? La battaglia per il cuore dei nostri figli è arrivata alle leggi. E l'educazione non può appartenere allo stato.
Vatican News :
"Il Papa nomina suor Simona Brambilla membro del Dicastero per i Vescovi
Il prefetto del Dicastero per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica è stato chiamato a far parte del Dicastero per i Vescovi insieme a suor Raffaella Petrini e María Lía Zervino nominate da Papa Francesco nel 2022
Vatican News :
Un nuovo incarico per suor Simona Brambilla che il Papa ha inserito come membro nel Dicastero per i Vescovi. La nomina è avvenuta oggi, 14 febbraio. Sessantuno anni da compiere il prossimo 27 marzo, la religiosa delle Missionarie della Consolata è prefetto del Dicastero per la vita consacrata e le Società di vita apostolica dal gennaio 2025.
Suor Brambilla si va ad aggiungere ad altre due donne: suor Raffaella Petrini, presidente della Pontificia Commissione per lo Stato della Città del Vaticano e del Governatorato, e Maria Lia Zervino, già presidente della World Union of Catholic Women’s Organisations, nominate da Papa Francesco membri del Dicastero per i Vescovi nel luglio 2022 e confermate oggi da Leone XIV. Insieme sono chiamate a partecipare al processo per eleggere i nuovi pastori diocesani.
Conferma di altri membri del Dicastero
Sempre oggi sono stati confermati dal Papa membri del Dicastero anche i cardinali: Pietro Parolin, segretario di Stato; Kurt Koch, prefetto del Dicastero per la Promozione dell’Unità dei Cristiani; João Braz de Aviz, prefetto emerito del Dicastero per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica; Sérgio da Rocha, arcivescovo metropolita di São Salvador da Bahia; Blase Joseph Cupich, arcivescovo metropolita di Chicago; Joseph William Tobin, C.SS.R., arcivescovo metropolita di Newark; Juan José Omella Omella, arcivescovo metropolita di Barcellona; Anders Arborelius, O.C.D., vescovo di Stoccolma; Jose F. Advincula, arcivescovo metropolita di Manila; Augusto Paolo Lojudice, arcivescovo metropolita di Siena-Colle di Val d’Elsa-Montalcino e vescovo di Montepulciano-Chiusi-Pienza; Jean-Marc Aveline, arcivescovo metropolita di Marsiglia; Oscar Cantoni, vescovo di Como; Grzegorz Ryś, arcivescovo metropolita di Cracovia; José Cobo Cano, arcivescovo metropolita di Madrid; José Tolentino de Mendonça, prefetto del Dicastero per la Cultura e l’Educazione; Mario Grech, segretario generale della Segreteria Generale del Sinodo; Arthur Roche, prefetto del Dicastero per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti; Lazzaro You Heung-sik, prefetto del Dicastero per il Clero; Claudio Gugerotti, prefetto del Dicastero per le Chiese Orientali; Víctor Manuel Fernández, prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede; Paul Emil Tscherrig, nunzio apostolico; Rolandas Makrickas, arciprete della Basilica Papale di Santa Maria Maggiore. Sono stati confermati anche i monsignori: Dražen Kutleša, arcivescovo metropolita di Zagabria; Jorge Ignacio García Cuerva, arcivescovo metropolita di Buenos Aires; Felix Genn, vescovo emerito di Münster; Paul Desmond Tighe, segretario del Dicastero per la Cultura e l’Educazione; José Antonio Satué Huerto, vescovo di Málaga (Spagna); e padre Donato Ogliari, O.S.B., abate del Monastero di San Paolo fuori le Mura". A quando una suora Segretario di Stato, o al posto del Tucho Fernandez?
https://gloria.tv/post/Maq7VkZF1mrh23cS4GHcLMhzp ; a proposito delle nomine "cattoliche" di papa Leone. C'è bisogno di altro per capire come stanno le cose? dove si sta dirigendo la chiesa sinodal-conciliare? dove sta indirizzando 1,3 mld di fedeli cattolici, ma solo di nome e non di fatto ?
Oggi purtroppo confessarsi, per mancanza di sacerdoti, non è facile, anche prima e/o durante la Messa il sacerdote in chiesa è solo il celebrante. Così non ci si confessa e non ci si comunica. Anni fa, forse dieci o venti, a qualsiasi ora entravi in una chiesa sempre in un confessionale era presente un confessore. Oggi difficile trovarlo anche alle feste comandate e se è presente la fila dei confessandi è lunga e bisogna che entrambi, confessore e confessando, siano sintetici, come quando si va al supermercato con la lista della spesa eppoi passi alla cassa e paghi e se hai azzeccato l'ora giusta puoi dire anche due parole, buongiorno e grazie, all'essere umano che hai davanti. Ovviamente non è possibile su questo tapis roulant della confessione, al passo dei tempi, avere uno straccio di correzione, incoraggiamento, segnalazione di qualche esercizio spirituale per far meglio. Ed anche la penitenza è sbrigativa un'ave evvai! Non si sa se con Dio o col tuo solito diavolo!
Bisogna riconoscere che Viktor Orbán è rimasto l'unico europeo con la testa sulle spalle. A tutti gli altri è scivolata sotto i piedi.
Squadra che vince non si cambia, signori!
Avanti a tutta birra, la locomotiva tedesca scalpita......
Come scrive Kevin Roberts (Presidente Heritage Foundation), "quando cala il crepuscolo e si sentono i lupi, bisogna serrare i ranghi e caricare i moschetti".
Abbiamo bisogno di un conservatorismo offensivo per poter ricostruire. Vale per l'America e anche per l'Europa.
Restando alla Confessione. Non è tanto questione di rapporto tra luce e tenebre.
La questione è che nel peccato, nel peccato mortale, il Demonio ti stringe nel suo abbraccio fetido - avvinghia la tua anima e in un certo senso la soffoca. Lo ha detto qualcuno, padre Amantino esorcista, mi pare, da tempo scomparso. C'è una perversa forma di compenetrazione degli spiriti con la tua anima, perversa perché questi spiriti sono maligni e possono anche essere più di uno.
Come combatterli e vincerli? La confessione è un passaggio fondamentale, essenziale, e senza di essa non possiamo salvarci. Ma nella lotta quotidiana per la nostra santificazione? Come rendere attivo in noi l'aiuto imprescindibile della Grazia, per resistere alle lusinghe e tentazioni diaboliche, che possono anche filtrare in noi di continuo?
Innanzitutto, avere la volontà di uscirne, cominciando a combatterle in interiore homine. Volontà fermissima di avere l'aiuto divino nella battaglia. Infine, ricordando un passo dei Vangeli, quando i Discepoli riferirono al Signore che non erano riusciti a cacciare un demonio da un indemoniato: "la preghiera e il digiuno", rispose, sono questi che permettono di scacciare il demonio (citazione a memoria, da S.Luca).
La confessione è un sacramento in declino, per ovvi motivi. Mancano anche i preti. Circola l'eresia della salvezza (comunque) garantita a tutti, e allora perché confessarsi? noi fedeli siamo anche costretti ad arrangiarci, per così dire. Presso i "lefebvriani" e le associazioni Ecclesia Dei i preti per confessare ci sono. Ma sono sempre pochi i fedeli che frequentano le Messe di costoro.
Allora noi ci dobbiamo organizzare innanzitutto in proprio : volontà consapevole di svincolarsi dall'abbraccio mortale di Satana -- fede assoluta nell'aiuto fondamentale della Grazia -- preghiera e digiuni per ottenere questo aiuto e vincere la battaglia, combattendo nell'esercito guidato dalla divina Misericordia - prepararsi spiritualmente alla morte, al giorno in cui di colpo tutto cambierà in modo che non immagini e ti troverai di fronte al Cristo Giudice, momento angoscioso pensato da qui, anche da chi si sforza di seguire in tutto la parola di Dio.
È una questione di vita o di morte, la morte seconda, se vai all'Inferno.
commento a:
Perché questa generazione chiede un segno? (Marco 8,11-13)
Questo Vangelo non chiede di essere capito. Chiede di essere sentito. E se restiamo qui, anche solo per pochi istanti, accadrà qualcosa di sottile e vero: ci accorgeremo che Dio è già all’opera, proprio adesso, proprio mentre leggiamo. Non con clamore. Non con effetti speciali. Ma come un soffio leggero che sfiora l’anima e la riconosce.
Torniamo insieme sulle sponde del lago di Tiberiade. Immaginiamolo davvero. L’acqua quasi immobile, il riflesso del cielo che sembra volerci entrare dentro, il fruscio degli arbusti mossi dal vento. Tutto parla di armonia, di vita che scorre, di bellezza che non ha bisogno di spiegazioni. Eppure, in questo luogo così pieno, risuona una domanda vuota: “Quale segno ci dai?”
È qui la ferita. È qui lo strappo. Perché il pane è stato appena moltiplicato. Le mani sono ancora sporche di briciole. I cuori sono sazi. Eppure no. Non basta. Serve altro. Serve di più. Serve un segno più grande, più chiaro, più rumoroso. Come se l’amore dovesse sempre dimostrare di essere amore. Come se Dio dovesse continuamente giustificarsi.
E allora ci riconosciamo. Perché anche noi siamo così. Anche noi, dopo aver ricevuto tanto, continuiamo a chiedere. Dopo aver visto, continuiamo a dubitare. Dopo essere stati amati, pretendiamo prove. Diciamo di voler credere, ma in fondo vorremmo farlo solo a condizioni sicure, senza rischio, senza abbandono. Chiediamo segni perché abbiamo paura di fidarci.
Gesù è lì. Davanti a loro. Davanti a noi. Eppure non viene riconosciuto. Perché non è come ce lo aspettiamo. Perché non grida. Perché non si impone. Perché non gioca secondo le regole del potere. Gesù sospira. Un sospiro profondo. Un sospiro che dice dolore, ma anche infinita pazienza. È il sospiro di chi ama e non viene creduto. Di chi è il Segno definitivo… e proprio per questo viene rifiutato.
E poi ci sono quelli che chiedono segni non per cercare Dio, ma per incastrarlo. Non per aprire il cuore, ma per difendere le proprie certezze. Vogliono un Dio che confermi le loro idee, non un Dio che le metta in crisi. Ma Dio non si lascia possedere. Non si lascia ridurre. Non si presta ai giochi di potere. Dio ama. E l’amore non si esibisce.
Forse il punto è questo: noi cerchiamo Dio nel rumore, e Lui abita il silenzio. Noi lo aspettiamo negli eventi straordinari, e Lui si nasconde nell’ordinario. Noi vogliamo essere travolti, e Lui preferisce accarezzarci. Perché Dio non invade. Dio entra piano.
Proviamo allora a fare ciò che facciamo di rado: tacere dentro. Mettere a riposo le domande, le pretese, le aspettative. Fare spazio. Perché se facciamo silenzio, se rallentiamo davvero, se smettiamo di chiedere segni… ecco che il Segno si manifesta.
È una brezza leggera. Non scuote. Non spaventa. Non obbliga. Accarezza. Rassicura. Rimette insieme.
È la stessa brezza che parlò a Elia. Non nel vento che spezza i monti, non nel terremoto, non nel fuoco. Ma in un sussurro. Perché Dio parla così. A bassa voce. Per non coprire il battito del nostro cuore. Perché vuole essere riconosciuto, non imposto.
Quella brezza può fare miracoli veri. Può sciogliere ciò che in noi è indurito. Può spazzare via la polvere accumulata negli anni: delusioni, paure, egoismi, ferite mai guarite. Può riaccendere la fiammella che credevamo spenta. E lo fa senza violenza, senza giudizio, senza clamore. Con una delicatezza che salva.
E allora forse il Vangelo di oggi ci sussurra una verità disarmante: il problema non è che Dio non dà segni. È che noi non sappiamo più riconoscerli. Perché il segno più grande è già qui. È una Presenza. È un Amore che non fa rumore. È un soffio che aspetta solo una vela disposta a lasciarsi attraversare. Lasciamoci toccare. Lasciamoci portare.
Perché è quando il soffio dello Spirito incontra un cuore aperti che i miracoli accadono davvero
INTEGRAZIONE AL COMMENTO DELLE 23:15 SULLA CONFESSIONE.
Il passo evangelico non è di Luca ma di Matteo. Lo riporto per intero :
"Quando furono giunti presso la folla, gli si presentò un uomo il quale si gettò in ginocchio davanti a lui e gli disse: ' Signore, abbia pietà di mio figlio, che è lunatico [pazzo furioso] e soffre molto; cade spesso nel fuoco e spesso nell'acqua. L'ho presentato ai tuoi discepoli ma non l'hanno potuto guarire'. Gesù rispose, dicendo: "O generazione incredula e perversa, fino a quando starò io con voi? fino a quando vi sopporterò? Portatelo qua a me". E Gesù minacciò il demonio, il quale uscì dal fanciullo, che, in quel medesimo istante, fu risanato. Allora i discepoli si accostarono a Gesù e in disparte gli domandarono: "Perché noi non l'abbiamo potuto scacciare?" E Gesù rispose loro: "Per la vostra poca fede. Perché in verità vi dico: se avrete fede quanto un granello di senape, direte a questo monte - trasferisciti di qui a là ed esso si trasferirà, e niente vi sarà impossibile. MA QUESTA RAZZA DI DEMONI NON SI SCACCIA SE NON CON LA PREGHIERA E CON IL DIGIUNO". (Mt 17, 14-21).
Quindi, non è tanto l'esorcismo che conta quanto la preghiera e il digiuno. Confessarsi è diventato difficile, per tanti motivi indipendenti dalla nostra volontà. Sappiamo dalla dottrina di sempre che, non potendo confessarsi, si può tuttavia compiere l'atto di dolore perfetto. Che va appunto preparato, aggiungo, anche con la preghiera e il digiuno di cui a Mt 17 appena citato. L'atto di dolore perfetto è quello grazie al quale si prova dolore per i propri peccati non tanto per paura della pena quanto per il dolore di aver offeso Dio. Uno stato interiore non facile da riuscire a far venire in essere in interiore homine, nella sua purezza Per questo, nella prassi tradizionale, i sacerdoti equiparano questo stato a quello di chi ha la ferma intenzione di confessarsi al più presto e la mette in pratica. Per la propria salvezza ma anche per la Gloria di Dio.
Gesù diede ai primi discepoli il potere di "sciogliere e legare". Questo ben prima dell'istituzione della S. Messa.
È proprio questo uno degli aspetti che scatena l'odio del mondo attuale per il vero cattolicesimo: il dover umiliarsi a confessare i propri peccati ad un uomo, sia pure consacrato, che ti assolve in nome di Cristo (perché è il Signore che ti assolve attraverso di lui). L' odierna superbia non lo accetta, tanto più che l'accecamento l'ha condotta a rifiutare il concetto stesso di peccato.
# Commento delle 8:00
Una visione sentimentale del cattolicesimo, tutto Amore che cade dall'alto e niente volontà di fare, contro noi stessi, la volontà del Padre, come manifestata a noi da Gesù nella sua predicazione.
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