Peregrinatio Summorum Pontificum 2022

mercoledì 8 luglio 2026

Mons. Schneider: le consacrazioni episcopali della FSSPX non saranno in alcun caso scismatiche

Un testo più articolato della posizione di mons. Schneider già segnalata qui e qui.

Mons. Schneider: le consacrazioni episcopali della FSSPX
non saranno in alcun caso scismatiche


Mons. Athanasius Schneider, vescovo ausiliare di Astana, ha concesso lunedì 9 marzo 2026 una lunga intervista al giornalista Andreas Wailzer sul canale YouTube Kontrapunkt. In essa ha esposto il suo pensiero riguardo alla Fraternità San Pio X e alle consacrazioni episcopali che questa prevede di effettuare il prossimo 1° luglio. Ecco alcuni passaggi.

Mons. Schneider ha ricordato su Kontrapunkt di aver rivolto, lo scorso 24 febbraio, un appello a papa Leone XIV affinché concedesse il mandato apostolico per le consacrazioni episcopali della FSSPX: «Bisognerebbe essere magnanimi in questo caso, tanto più che la Fraternità San Pio X ha la stessa fede. Non ha inventato una nuova fede, non ha inventato una nuova liturgia, non ha inventato una nuova formazione sacerdotale; ha esattamente la stessa fede, la stessa liturgia, lo stesso catechismo, la stessa formazione sacerdotale che la Chiesa universale, in tutto il mondo, aveva fino al Concilio Vaticano II, e che addirittura imponeva rigorosamente da secoli. È semplicemente logico, ed è anche conforme al buon senso: non può essere falso. La Chiesa non può comunque aver avuto, per secoli, una tale formazione sacerdotale, aver annunciato una fede così concreta e aver celebrato una tale liturgia, con frutti così evidenti, perché ora si dica che era carente. E quando una comunità chiede semplicemente: «Lasciateci fare ciò che la Chiesa ha ritenuto sacro per secoli», e non le viene concesso, è proprio questo il problema. »

Il problema della nuova Messa
Avendo studiato da vicino la vita di Mons. Lefebvre, ha spiegato quali motivi fossero stati invocati per giustificare le sanzioni inflitte a Écône: «Quando il conflitto iniziò, esattamente cinquant’anni fa, Mons. Marcel Lefebvre fu sospeso da Paolo VI. Allora disse semplicemente al Vaticano: “Per favore, lasciateci fare l’esperienza della tradizione.” Perché, a quell’epoca, e fino ad oggi, non si è mai smesso di dire: sì, la Chiesa deve essere aperta, permettere delle esperienze. Negli anni ’60, negli anni ’70 e fino ad oggi, la Santa Sede ha generosamente permesso esperimenti nella formazione sacerdotale, nelle nuove comunità, nella liturgia stessa. Allora perché non permettere questa esperienza? E proprio questa esperienza non è stata loro concessa. Ecco perché il seminario di Écône è stato sciolto nel 1975, poi la Fraternità, pur avendo inizialmente ricevuto l’elogio della Santa Sede, è stata sospesa. All’inizio si trattava proprio della formazione sacerdotale tradizionale, e naturalmente anche della Messa tramandata. E Mons. Lefebvre diceva già, negli anni ’70, così come il Vaticano, che ciò riguardava la Messa. Ciò significa che si esigeva dalla Fraternità San Pio X che riconoscesse almeno la nuova Messa, che non esprimesse riserve, e persino un alto rappresentante della Sede Apostolica disse personalmente a Mons. Lefebvre: «Celebrate una sola volta la nuova Messa davanti ai vostri seminaristi, davanti ai fedeli, e allora tutti i problemi tra noi saranno risolti.» È un dato di fatto. »

Alcune affermazioni del Vaticano II
La nuova Messa non fu l’unico punto di scontro; anche il Concilio Vaticano II e le sue conseguenze si trovarono rapidamente al centro del dibattito: « Più tardi, naturalmente, si sono aggiunte altre ragioni, più profonde, non solo le evidenti carenze dottrinali, che nessuno onestamente può negare, nella nuova Messa; più tardi si sono aggiunte anche alcune affermazioni ambigue del Concilio Vaticano II, che naturalmente hanno avuto anch’esse delle conseguenze. Questi testi hanno formalmente solo un carattere pastorale: la dichiarazione sulla libertà religiosa, poi la cosiddetta collegialità nella struttura della Chiesa, che tende a vedere la Chiesa in modo più collegiale a partire dal primato del Papa e dell’episcopato — il che, formulato in questo modo, è qualcosa di nuovo. Non che la collegialità sia nuova, ma ciò che è nuovo è questa formulazione ambigua del Concilio Vaticano II. E poi, le affermazioni ambigue sulle altre religioni. Ecco tre temi importanti. E abbiamo visto anche che dopo il Concilio, fino ai giorni nostri, questa ambiguità ha prodotto i suoi frutti: viviamo in un’enorme ambiguità, direi generale, in un relativismo riguardo all’unicità di Cristo e della Chiesa cattolica; tutto lo sforzo missionario si è davvero indebolito, perché ora si fa dialogo, ecc. E poi la collegialità si è tradotta in una svalutazione del ministero episcopale attraverso le strutture delle conferenze episcopali, il che va contro il diritto divino. Una conferenza episcopale non è di diritto divino; è una semplice invenzione del diritto ecclesiastico, quindi si può sopprimere; non è di diritto divino, lo ripeto. Che l’episcopato sia un’unità, un corpo, un corpo spirituale, questo è di diritto divino. Ma che la conferenza episcopale ne sia il mezzo, questa è un’invenzione umana e, purtroppo, con conseguenze negative. In realtà, questa cosiddetta collegialità regna su un paese, e l’episcopato vero e proprio, stabilito dal diritto di Dio nella diocesi, è realmente soffocato da questo sistema collettivo. E questo è preoccupante. E poi, naturalmente, per quanto riguarda il collegio dei vescovi e il papa, nemmeno questo è formulato in modo molto chiaro. Deve essere riformulato chiaramente».

Il problema, lungi dall’essere risolto, rimane attuale, come testimoniano i ripetuti tentativi, negli ambienti conservatori, di spiegare il concilio: « Eppure, queste ambiguità continuano ad essere insegnate come giuste. Anche le comunità cosiddette conservatrici e i teologi cercano, a costo di ogni sorta di acrobazia, di interpretare correttamente queste affermazioni palesemente ambigue, e talvolta persino, direi, alcune affermazioni errate. Si tratta tuttavia solo di documenti pastorali; possono quindi essere errati; possiamo correggerli. Ma l’atteggiamento di alcune comunità conservatrici e di alcuni teologi consiste di fatto nel trattare queste affermazioni pastorali, che non hanno carattere definitivo, come se fossero infallibili. E allora distorcono tutto, per far rientrare a forza ogni cosa in un’interpretazione corretta. Io lo chiamo quadratura del cerchio. O a volte parlo di acrobazie mentali. Bisogna interpretare le cose in modo da riuscire comunque a far passare la curva. Su alcuni punti, questo non è davvero dignitoso, non è onesto. Ed è qui che la Fraternità San Pio X dice: «No, non possiamo partecipare a questo». È evidente che certe cose non possono essere interpretate secondo la cosiddetta ermeneutica della continuità; alcune, forse, sì, ma non questi punti precisi. E la Chiesa deve ritrovare il coraggio di dire: sì, era un fenomeno legato a un’epoca, sessant’anni fa, non era definitivo; può essere rettificato, forse può ancora essere corretto. E la Chiesa non ci perderà nulla.»

Dialogo con Roma
Agli occhi di mons. Schneider, la FSSPX potrebbe apportare, grazie alla sua competenza su questi argomenti, un grande aiuto alla Chiesa. Ma, secondo lui, sarebbe necessario che il dialogo si fondasse su una base onesta: «Per questo ci vuole tempo, forse anni; perché no? Ma ora il Vaticano ha, per così dire, puntato la pistola alla tempia della Fraternità San Pio X: le ha detto che bisognava prima condurre questo dialogo dottrinale, proprio sui temi che ho appena menzionato e sui problemi della nuova messa; pur dicendo immediatamente a don Davide Pagliarani, in occasione dell’incontro di febbraio, che i testi del Concilio non erano modificabili, punto e basta. E in questo contesto, solo se questo dialogo fosse diventato in un modo o nell’altro positivo — ma cosa significa positivo? Dal punto di vista del Vaticano, significa qualcos’altro: si aspettano che anche la Fraternità compia questa quadratura del cerchio, questa acrobazia, e dica: “Va bene, in un certo senso si può interpretare tutto correttamente”, e che accetti di fatto la nuova messa, dicendo: “Sì, non solo è valida, ma è anche legittima”, ecc. Ecco cosa sarebbe il realismo secondo loro. »

Questo dialogo, mons. Schneider lo conosce bene in quanto ex visitatore della Santa Sede presso la FSSPX: « Ora, durante tutti questi anni, un dialogo ha già avuto luogo, e ne ho avuto un assaggio; ho avuto accesso ad alcuni fascicoli già dal 2009, e si girava sempre intorno alle stesse cose, ancora e ancora. E continuerebbe così. E allora, solo se questo dialogo fosse considerato, dal punto di vista del Vaticano, come veramente positivo, forse poi si sarebbe data alla Fraternità una struttura canonica, e poi forse dei vescovi. Ma questo non è realistico. È una comunità, una realtà ecclesiale, che esiste già da due generazioni, con diverse centinaia di migliaia di fedeli in tutto il mondo, una comunità di quasi 800 sacerdoti e più di 200 religiose. Non si può comunque stravolgerla in pochi mesi. È totalmente irrealistico e non pastorale; direi addirittura non sinodale. Nel frattempo, i cosiddetti processi sinodali procedono con la massima ampiezza e inclusività, con opinioni diverse, mentre a questa comunità si dice: “No, dovete piegarvi, dovete accettare il Concilio, dovete cambiare idea. » Ma questa non è l’opinione della Fraternità San Pio X; essa si basa realmente solo sui documenti dei papi, non sulle proprie opinioni. Non si tratta quindi di un giudizio privato sul Magistero; essa si basa sul Magistero ininterrotto, continuo, nel corso dei secoli, e persino fin dai Padri della Chiesa. Tutti e tre questi temi sono stati insegnati chiaramente, e soprattutto dai papi degli ultimi tre secoli, in modo molto concreto. E se la Fraternità dice: “Noi accogliamo questo insegnamento e annunciamo ciò che la Chiesa ha annunciato per secoli”, ciò non può essere falso. Non si tratta quindi di un’opinione privata della Fraternità, ma dell’opinione del Magistero ripetuta per così tanto tempo. »

Lo stesso vale per la nuova Messa; Mons. Schneider constata che seri criteri motivano il suo rifiuto da parte della FSSPX: «Per quanto riguarda le evidenti carenze della nuova Messa, non si possono davvero reinterpretare. Non va bene. Sono carenze evidenti. Due cardinali stessi, più di cinquant’anni fa, il cardinale Ottaviani, ex prefetto del Sant’Uffizio, dell’Inquisizione, e Bacci, hanno segnalato pubblicamente le carenze concrete del nuovo Ordo. Questo scritto esiste ancora. E del resto non hanno ritirato pubblicamente questa opinione. Sono stati semplicemente richiamati all’ordine da Paolo VI e intimiditi dopo la pubblicazione della loro critica al nuovo Ordo; questi due cardinali hanno allora smesso di parlare, hanno taciuto. È comprensibile. Ma il testo esiste ancora. »

A questo proposito, raccomanda vivamente un libro pubblicato lo scorso autunno negli Stati Uniti, presso la Angelico Press: A Wider View of Vatican II: Memories and Analysis of a Council Consultor, dell’archimandrita Boniface Luykx. Quest’opera è stata scritta da un noto liturgista religioso, nominato peritus al Concilio Vaticano II, membro del comitato di redazione del documento Sacrosanctum Concilium, che ha anche fatto parte del Consilium di padre Bugnini per la riforma della Messa: «Ha partecipato a tutte le sessioni fino alla fine. Poco prima della sua morte, ha scritto tutte le sue memorie sul pre-Concilio, sul Concilio e soprattutto su quel lavoro nella commissione di Bugnini, il cui frutto e prodotto è la nostra attuale nuova Messa. E lì, espone senza mezzi termini tutte le carenze, sia dottrinali che liturgiche, della nuova Messa, in modo spietato, ma con totale franchezza […] Allora come potrebbe la Fraternità accettare la richiesta del Vaticano di affermare che la nuova Messa non solo è valida — cosa che è disposta a riconoscere, a condizione che sia celebrata secondo le rubriche e il testo originale — ma che è inoltre legittima, cioè, in buona sostanza, che è “in regola”? Eppure non è affatto in regola.

Una libertà senza pari per servire la Chiesa
La singolare situazione della FSSPX nella Chiesa le assicura una grande libertà di parola, e mons. Schneider le è grato per averne fatto uso per combattere gli errori che devastano dall’interno la barca di Nostro Signore: «Non esiste altra realtà ecclesiale che riconosca il papa, e che sia in qualche modo riconosciuta a metà, poiché possiede ancora ufficialmente la facoltà di confessare concessa dalla Santa Sede, e in parte anche la facoltà di celebrare matrimoni, e che sia allo stesso tempo l’unica a segnalare apertamente e pubblicamente, senza timore delle conseguenze, questi abusi e questi errori. Si tratta tuttavia di un servizio reso a tutta la Chiesa. Non si tratta di criticare per il gusto di criticare; si tratta di sollecitudine per il bene di tutta la Chiesa. Al contrario, la Fraternità San Pietro e altre comunità cosiddette Ecclesia Dei non possono farlo; non possono permetterselo. Vengono immediatamente richiamate all’ordine dal vescovo competente o dall’ordinariato, con questa minaccia: «Se lo ripetete ancora, sarete cacciati dalla diocesi». E questo è accaduto negli ultimi due anni in tre diocesi in Francia, dove la Fraternità San Pietro conduceva da anni un fiorente apostolato. È probabile che uno dei loro sacerdoti abbia detto in un sermone qualcosa che forse andava nella direzione di un leggero interrogativo o di una critica su certe cose nella Chiesa. È bastato questo: senza preavviso, senza nulla, l’intero apostolato è stato brutalmente soppresso. E l’appello alla Santa Sede è stato inutile: la Santa Sede non ha difeso la Fraternità San Pietro. Hanno quindi dovuto lasciare tre diocesi. Anche negli Stati Uniti c’è stato un caso, e ne conosco un altro di un’altra comunità Ecclesia Dei; l’ho appreso di recente da una fonte sicura e diretta. In un paese, una comunità di rito antico, pur di diritto pontificio, era presente da anni. Desiderava semplicemente chiedere alla diocesi di erigere canonicamente la propria casa. Il vescovo ha quindi scritto a Roma, al Vaticano, per chiedere se potesse farlo — mentre non aveva bisogno di scrivere a Roma, poiché è di sua competenza secondo il diritto canonico; ma voleva semplicemente tutelarsi. E Roma gli ha risposto: «No, non dia alcun riconoscimento, non eriga canonicamente questo istituto di rito antico», sebbene si trattasse di un istituto riconosciuto da Roma e di diritto pontificio. Questi sono solo alcuni esempi. »

Con carità e lucidità, Mons. Schneider constata che gli altri istituti tradizionali non godono di un tale vantaggio, pur necessario alla Chiesa: «Vediamo bene che queste comunità cosiddette regolari vivono sotto una sorveglianza permanente; esse tremano. E naturalmente, ci rallegriamo della loro esistenza, le stimiamo, siamo loro riconoscenti e apprezziamo molto il loro apostolato. In queste condizioni, è davvero eroico. Non si tratta di una critica, ma semplicemente di una constatazione di fatto, della realtà così com’è. Sì, è bene che esistano, affinché almeno la Messa tradizionale si diffonda sempre di più, e anche, diciamo, il catechismo tradizionale. Ma questi problemi che riguardano tutta la Chiesa — queste ambiguità concrete, e talvolta persino degli errori in alcune affermazioni del Concilio, così come nella nuova Messa stessa — tutto questo deve essere discusso. Deve essere possibile, nella Chiesa, parlarne apertamente, senza polemiche ma con onestà, senza avere paura di essere puniti per questo. E l’unica entità che attualmente può farlo senza essere immediatamente punita è la Fraternità San Pio X. »

Dare prova di realismo
Mons. Schneider invita così la Santa Sede a compiere un primo passo generoso e pragmatico verso la FSSPX, non necessariamente con un accordo canonico immediato, ma almeno con un permesso di agire: « Non è comunque possibile risolvere immediatamente l’intera questione ecclesiale; ciò richiede tempo. E come primo passo — ecco perché mi rivolgo al Santo Padre — autorizzate le consacrazioni episcopali, concedete il mandatum apostolicum. Sarebbe il primo piccolo passo verso una certa integrazione della Fraternità, senza risolvere immediatamente l’intera struttura canonica. Il diritto canonico non è la legge divina; può ammettere eccezioni, soluzioni intermedie, soluzioni ancora incomplete. È proprio a questo che serve. Ecco, in realtà, la motivazione del mio appello. E bisognerebbe considerarlo in un quadro ancora più ampio: penso che sarebbe un vantaggio per tutta la Chiesa. E anche che i vescovi, la Fraternità San Pietro e gli altri, dopo queste consacrazioni episcopali — se il papa le autorizzasse — possano poi trattare in modo un po’ più normale con la Fraternità San Pio X, e non più come con degli esclusi, o come con dei lebbrosi, o come con degli scismatici. »

Egli sostiene che il papa abbia in mano le chiavi per evitare un’esclusione di fatto che priverebbe il corpo ecclesiale dell’influenza della FSSPX: «Se il Papa autorizzasse i vescovi, non si potrebbe più parlare di scisma: sarebbero vescovi approvati, riconosciuti dal Papa. E questa sarebbe, mi sembra, una soluzione pastorale, persino geniale, anche dal punto di vista della storia della Chiesa. Il Papa entrerebbe allora veramente nella storia come un vero costruttore di ponti. Ma è chiaro che bisogna vedere anche l’altro lato della realtà: esistono naturalmente dignitari ecclesiastici influenti, di alto rango, forse anche in Vaticano, forse anche nell’entourage del Papa, che semplicemente non vogliono la Fraternità San Pio X. Vogliono che rimanga fuori. E si rallegrerebbero persino se fosse scomunicata. Ecco perché ora spingerebbero il Papa a non concedere assolutamente il mandatum, a risolvere prima di tutto le questioni sul piano dottrinale. Ma si vede bene che si tratta di un vicolo cieco, che non è né pratico né realizzabile. Forse questi alti prelati pongono queste condizioni con piena consapevolezza, affinché la Fraternità rimanga fuori e non venga integrata. Perché se fosse integrata, avrebbe allora, in un certo senso, più influenza al servizio della tradizione, al di là delle proprie strutture. Oggi agisce solo all’interno delle proprie strutture; ma se fosse un po’ integrata, allora un vescovo potrebbe dire, per esempio: «Invitate pure un sacerdote della Fraternità a venire a tenere una conferenza ai miei seminaristi nel seminario diocesano; perché no?» Oppure: «Tenete un ritiro. » O ancora: «Organizziamo un convegno e invitiamo un rappresentante della Fraternità San Pio X, o altri teologi.» Sarebbe bello. Siamo una famiglia. E questo andrebbe, credo, anche nel senso di quel famoso metodo sinodale — a prescindere dal fatto che sia molto sospetto, ma lo dico solo qui come argumentum ad hominem

Lo stato di necessità permane
Il desiderio di Mons. Schneider di vedere il Papa consentire alla FSSPX di esercitare più ampiamente il proprio ministero si spiega con lo stato di necessità in cui si trova immersa la Chiesa: «Non si tratta solo della Messa, della Santa Messa. Si tratta di cose più profonde: di quelle ambiguità che persistono dal Concilio, del problema della nuova Messa stessa, che viene celebrata — non so in quale percentuale esatta — forse in più del 90%, o anche di più, delle chiese del mondo, e che è di per sé problematica, realmente discutibile dal punto di vista teologico. Non possiamo semplicemente dire: «Bene, abbiamo la nostra Messa, grazie a Dio, la Messa tradizionale, e dobbiamo rallegrarcene». Ma che ne è del resto della Chiesa? Che ne è del resto della Chiesa? Dobbiamo preoccuparci anche di questo. Ci sono anche questi problemi di relativismo dovuti al decreto sulla libertà religiosa e all’ovvia interpretazione che è stata data, quasi naturalmente, di questo testo ambiguo. Già questo è un segno che il testo sulla libertà religiosa non può rimanere così; deve essere cambiato. Ad esempio, se questa non è una necessità manifesta nella Chiesa, allora cosa lo è? Se quasi il 95% del mondo intero celebra un rito almeno dottrinalmente problematico, sempre di più, e se persiste un tale relativismo della verità — per non parlare di altre cose che il Vaticano ha approvato senza ritirarle: la comunione per i divorziati con Amoris Laetitia, la benedizione delle coppie omosessuali e questi atti interreligiosi ambigui, ecc. — se tutto questo continua, è ovviamente preoccupante. È proprio una necessità. Se questa non è una necessità, cos’è una necessità? »

Consacrazioni che non saranno scismatiche
Di fronte alle accuse spesso ripetute, mons. Schneider tiene a mettere in luce la situazione particolare delle consacrazioni della FSSPX: «Penso che, in questo caso, le consacrazioni episcopali senza il permesso del Papa non sarebbero scismatiche. In nessun caso. Perché anche nel nuovo Codice di diritto canonico, le consacrazioni episcopali senza il permesso del Papa non rientrano nella categoria di attentato all’unità della Chiesa, ma nella rubrica dell’usurpazione di funzione. E Papa Francesco ha ulteriormente modificato questo aspetto per collocarle nella rubrica della celebrazione dei sacramenti. Già questo da solo dimostra qualcosa. E tutto il diritto canonico tradizionale, fino al Codice del 1983, non puniva le consacrazioni episcopali illecite con la scomunica, ma con la sospensione. Ora, una sospensione non è espressione di scisma. Si vede quindi che la Chiesa non l’ha intesa, di per sé, come tale. Naturalmente, tutto dipende anche dall’intenzione. E la Fraternità lo ha ora detto molto chiaramente: non vuole assolutamente una Chiesa parallela. Ora, quando nella storia si sono verificate consacrazioni veramente scismatiche, o si costruiva una Chiesa parallela, assumendo titoli come “vescovo di Monaco” o simili, oppure non ci si curava affatto di Roma e si consacrava senza nemmeno chiedere cosa ne pensasse Roma. È l’atteggiamento dei sedevacantisti; e anche mons. Williamson ha proceduto alle consacrazioni senza chiedere affatto il parere di Roma. Questa è una differenza essenziale rispetto all’atteggiamento di mons. Lefebvre che, fino all’ultimo giorno – ho letto tutti i documenti – ha supplicato filialmente Giovanni Paolo II di concedere il permesso per le consacrazioni. E anche l’attuale direzione ha già chiesto al Papa, fin dalla sua lettera di novembre, il permesso per le consacrazioni.

È evidente, agli occhi di mons. Schneider, che la FSSPX non ha alcuna ambizione di Chiesa parallela: «La Fraternità lo ha espresso: vuole, attraverso questi vescovi, rendere un servizio al Papa e alla Santa Sede; che questi vescovi, che non fanno altro che conferire i sacramenti, nient’altro, rendano un servizio affinché la Tradizione, la formazione sacerdotale tradizionale, l’amministrazione dei sacramenti con la loro identità propria e con la loro libertà di poter indicare gli errori o le ambiguità del Concilio e i problemi della nuova Messa, possano così rendere un servizio alla Chiesa. Non si tratta semplicemente di polemica. E lo esprime molto chiaramente. Inoltre, nomina il papa nella messa, così come il vescovo del luogo, cosa che gli scismatici non fanno. E penso che, se si è davvero onesti, non si dovrebbe nemmeno considerare questo atto come scismatico. Formalmente, secondo la lettera, forse; ma anche i canonisti dicono che, per incorrere in una pena, bisogna anche esaminare l’intenzione del colpevole. E a volte, la buona intenzione, o la sincera convinzione, in buona fede, di fronte a una data situazione, può scusare la colpa o la pena. Ci sono diversi principi da tenere in considerazione qui. E penso soprattutto che la Fraternità non abbia l’intenzione di provocare uno scisma; sarebbe per lei la cosa peggiore, perché andrebbe contro lo spirito cattolico.»

Mancanza delle garanzie necessarie
Il nocciolo della questione non deriva quindi, secondo lui, dalle consacrazioni in sé, ma dall’impossibilità, per la FSSPX, di ottenere dalle autorità romane le garanzie necessarie al mantenimento integrale della Tradizione nelle circostanze attuali: «Lei dice semplicemente: nelle circostanze attuali, il Vaticano vuole costringerci a interpretare correttamente, in un modo o nell’altro, le ambiguità del Concilio, e a non dire più nulla sui problemi della nuova Messa; così, ci porremmo interamente sotto il loro controllo, in modo che potessero intervenire in qualsiasi momento, come fanno con le altre comunità Ecclesia Dei, e chiuderci, o chiudere il seminario. Capisco che lei dica: “In queste condizioni, non possiamo farlo.” E capisco che lei non voglia, in queste condizioni, sottomettersi totalmente al potere amministrativo della Santa Sede, anche se, in linea di principio, non sia contraria alla sottomissione alla Santa Sede. Vuole essere sottomessa se la Santa Sede le garantisce davvero tutta la tradizione della fede e della liturgia, senza restrizioni, dicendole: “Potete continuare a insegnare esattamente come fate ora — è ciò che la Chiesa ha sempre insegnato — e non possiamo vietarvelo; vi garantiamo che potrete continuare così”, pur essendo canonicamente sottomessa alla Santa Sede. Allora, penso che, da parte loro, ciò sarebbe accettabile. Ma per il momento non è così. »

Le crisi non durano per sempre
Alla luce della storia della Chiesa, Mons. Schneider nutre una solida speranza: la FSSPX sarà senza dubbio un giorno percepita in modo del tutto diverso rispetto alle etichette attuali: «Penso che dobbiamo guardare più in là, oltre questa crisi. Forse è una crisi che dura da sessant’anni. Nella storia della Chiesa, le crisi sono spesso durate settant’anni: l’esilio di Avignone, settant’anni; la crisi ariana, tra i sessanta e i settanta anni. Poi Dio è intervenuto, e Roma è tornata ad essere la luce della chiarezza e dell’assenza di ambiguità. Roma è sempre stata così. Ma oggi c’è un oscuramento. E bisogna anche riconoscerlo. Non è contro Roma; è per amore di Roma. Anche Mons. Lefebvre lo ha detto quando ha consacrato i vescovi: è solo per un tempo, per un breve periodo. Forse immaginava le cose diversamente; forse pensava che dopo qualche anno sarebbe venuto un nuovo papa, che avrebbe proclamato nuovamente tutta la dottrina tradizionale, e allora voi, i nuovi vescovi, sareste andati da lui e gli avreste detto: “Santissimo Padre, mettiamo il nostro episcopato a vostra disposizione; disporre del nostro ufficio episcopale, destituiteci se volete, fate ciò che volete, perché ora siete voi il custode e il garante della chiara e inequivocabile professione di fede, come lo è sempre stata la Santa Sede, la roccia che sono sempre stati i papi, salvo rare eccezioni nella storia». E questo avverrà senza alcun dubbio, perché la Santa Sede è istituita da Dio, il pontificato è istituito da Dio. Ma Dio permette tuttavia, in modo incomprensibile, questa crisi momentanea della Santa Sede e persino del pontificato. Bisogna continuare a guardare oltre. Penso che occorra avere più respiro e non gettarsi subito sulla Fraternità San Pio X colpendola in testa con argomenti del tipo: «Siete scismatici, siete questo o quello». Penso che non sia giusto. È troppo riduttivo, troppo insufficiente rispetto all’intera storia della Chiesa e a ciò che è realmente in gioco.»

Correggere i testi del Concilio Vaticano II
La necessità di rettificare ciò che, nel Vaticano II, non è chiaro o è errato si impone, secondo mons. Schneider: «Penso innanzitutto all’intera questione della collegialità del collegio episcopale. Non è sufficientemente chiara. Certo, esiste una nota esplicativa, la Nota explicativa praevia, data da Paolo VI nella Lumen Gentium; è sicuramente un aiuto. Ma anche quella non è del tutto limpida. In seguito, questo è passato nel diritto canonico e in altri documenti postconciliari, dove si dice che la Chiesa è in qualche modo governata dal Papa e dal collegio episcopale, oppure: “prometto fedeltà al Papa e al collegio episcopale unito a lui”. Rimane piuttosto ambiguo. La Chiesa è monarchica. Dio ha posto Pietro su tutto il gregge; non ha detto a tutto il collegio apostolico: «Voi tutti, pascolate le mie pecore». Ha detto solo a Pietro: «Pasci le mie pecore, pasci i miei agnelli». Ecco la struttura monarchica. Naturalmente, Pietro e i papi hanno sempre saputo di formare con i vescovi un corpo spirituale, come la Chiesa stessa, e hanno quindi agito anche in modo collegiale. Ma il papa non era tenuto, per diritto divino stretto, a integrare collegialmente i vescovi nel governo ordinario della Chiesa. Questo no. Ed è proprio questa ambiguità che si esprime ancora nel nuovo diritto canonico: che il collegio episcopale, con e sotto il papa, partecipi ordinariamente al governo di tutta la Chiesa. No, ciò avviene solo in modo eccezionale, durante un concilio ecumenico, e se il papa li invita e li fa partecipare. Questa è sempre stata la pratica costante della Chiesa. »

Segue poi ciò che, secondo lui, si oppone maggiormente alla regalità sociale di Nostro Signore: «Poi, naturalmente, il testo sulla libertà religiosa. Mescola molte cose; verità ed errore vi sono quasi intimamente mescolati nella stessa frase, e questo continua ad essere trasmesso così. La libertà religiosa, la Chiesa l’ha sempre insegnata in un certo senso, ed è un diritto divino: che cosa significa? Che ogni uomo è libero nella sua anima riguardo alla fede. Dio non ci costringe a credere in Lui; Dio non ci costringe ad amarlo. Arriva persino a lasciare che le persone vogliano andare all’inferno se non vogliono credere; Dio lascia loro la libertà. E l’atto di fede è libero. Ecco la libertà religiosa nel suo senso più profondo. Questo lo dice il Concilio. Ma poi mescola questo con una nuova affermazione che la Chiesa non ha mai fatto: cioè che, per questo motivo, ogni uomo avrebbe la libertà non solo interiore, ma anche esteriore, e persino in coscienza, di scegliere una religione. Ora, la sua coscienza può essere in errore, anche in buona fede; può scegliere l’idolatria. Ma questa non è comunque la volontà di Dio. Non si può mettere sullo stesso piano la scelta della vera religione e quella di una religione falsa. Poi il testo aggiunge che quest’uomo ha il diritto di non essere ostacolato da nessuno, nemmeno dal potere civile, nella scelta della sua religione – ripeto: anche se ciò include l’idolatria – e nel suo esercizio, privato o comunitario, e persino nella sua diffusione. Diffondere anche l’idolatria? E afferma che questo diritto a non essere ostacolato, nemmeno dal potere civile, si fonda sulla dignità della persona umana, sulla dignità naturale della persona, quindi sul diritto naturale. Ebbene, questo è falso. »

Mons. Schneider opera alcune distinzioni volte a chiarire questo spinoso problema: « Il diritto naturale ci dà solo ciò che è di per sé sempre buono. Il diritto naturale non può darmi il diritto di peccare contro il primo comandamento: “Non avrai altri dei davanti a me”. E diffondere poi questa falsa religione, anche se scelta in buona fede, non è certamente un diritto naturale; non si fonda su un diritto della mia persona. È semplicemente un abuso della libertà religiosa. Una frase del genere sarebbe giusta solo per l’unica vera religione, la religione cattolica. Bisognerebbe quindi dire: solo il cattolico ha il diritto di non essere ostacolato da nessuno, nemmeno dallo Stato, nella scelta, nell’esercizio e nella diffusione, anche collettiva, della religione cattolica, perché è l’unica religione che Dio ha voluto e che il primo comandamento ci impone. Punto. Quanto alle altre persone che scelgono un’altra religione — e aggiungo: il diritto naturale consiste proprio nello scegliere e diffondere la religione cattolica — ebbene, la questione dovrebbe fermarsi qui. Per gli altri uomini che scelgono una religione errata, in buona fede o meno, e che la diffondono, non possono fare appello a un diritto naturale, poiché si tratta di un errore. Non si può diffondere l’errore basandosi sul diritto naturale. Può trattarsi solo di un diritto civile, puramente civile, che lo Stato può proteggere in base alle circostanze storiche concrete, cioè nell’ambito di una tolleranza. La tolleranza è sufficiente. Del resto è stata spesso praticata. Ecco la differenza. E questo è sempre stato l’insegnamento tradizionale della Chiesa, fin dai Padri della Chiesa. Se leggiamo Agostino, Ambrogio e altri, lo hanno detto esattamente così. »

È anche la concezione conciliare delle false religioni stesse che va rivista: « E anche Giustino ha parlato dei “semi del Logos”, cioè dei semi di verità presenti negli uomini; ma non li ha riferiti alle religioni in quanto tali, li ha riferiti alla conoscenza naturale di Dio, al diritto naturale, alla luce naturale dell’intelligenza, alla vera filosofia; mai san Giustino ha riferito questo alle false religioni. Ecco un esempio. Qui bisognerebbe onestamente aprire un dibattito e dire: no, questo testo è troppo ambiguo, ha generato false conseguenze, la Chiesa deve quindi correggerlo e riformularlo con perfetta chiarezza. Poi c’è anche la frase della Lumen Gentium 16 secondo cui noi, cattolici, insieme ai musulmani, cum musulmanis, in latino, adoramus — adoriamo — l’unico Dio. Non si può lasciare così. È talmente ambiguo, pieno di ambiguità, e questo deve certamente essere corretto. Ecco solo uno degli esempi più importanti. »

Infine, c’è la necessità di affrontare il tema liturgico: « E poi, naturalmente, la nuova Messa deve essere esaminata chiaramente e corretta; non si può lasciarla così. Le nuove preghiere di offerta sono chiaramente preghiere giudaico-protestanti, che in realtà orientano l’intero evento della Messa maggiormente verso un pasto. E la seconda preghiera eucaristica è del tutto inappropriata; è quasi al limite dell’ortodossia. Non si può lasciare così, deve essere cambiata. E anche in questo caso — mi ripeto — la Fraternità San Pio X può dare un contributo, e penso che lo stia già facendo.»

Appello all’unione e alla preghiera
Nella sua conclusione, Mons. Schneider ha auspicato l’unione delle correnti cattoliche tradizionali nella lotta per la Tradizione della Chiesa. Si dice convinto che Dio non potrà che esaudire tanti cattolici uniti nella pace e nella preghiera per ottenere un papa forte: «Per favore, non facciamolo, non continuiamo a spararci l’uno contro l’altro; diventiamo umili, guardiamo le cose in modo soprannaturale, preghiamo insieme, supplichiamo il Cielo affinché dia finalmente al nostro Generale in questa battaglia navale — al papa — la luce e il coraggio di fortificare nuovamente la fede con totale chiarezza e di restaurare la Tradizione.»

Il nostro grazie al Sig. Andreas Wailzer, che ci ha gentilmente autorizzato a diffondere le affermazioni di Mons. Schneider fatte sul suo canale YouTube Kontrapunkt.

Andreas Wailzer è un giornalista austriaco che vive a Vienna e scrive in inglese e in tedesco su varie testate, specialmente Die Tagespost, Wochenblick, Corrigenda e LifeSiteNews.

Watch Bischof Schneider fordert: Pius-Bischofsweihen erlauben – Konzilstexte überarbeiten? on YouTube. (Fonti: Canale You tube Kontrapunkt - FSSPX.news)

6 commenti:

Anonimo ha detto...

Mons. Schneider dice cose giuste ma non si rende conto o fa finta di ignorare un fatto: la San Pio X ha sempre rimarcato in modo molto esplicito e netto di essere una Società di vita apostolica, non una CHIESA. Mai nella storia della Chiesa, neanche prima del Concilio, una Società di vita apostolica ha avuto propri vescovi. Mai nella storia della Chiesa altre società di vita apostolica hanno chiesto di avere propri vescovi, né hanno consacrati propri vescovi in autonomia come fatto da Lefebvre prima e ora da don Pagliarani (sua la decisione).
Se le argomentazioni di Mons. Schneider fossero giuste, chiunque potrebbe pretendere almeno un vescovo a proprio uso e consumo, in primo luogo la San Pietro, Gricigliano, Le Barroux, Norcia eccetera. Ancora non abbiamo sentito una sola parola da parte del presule kazzako che faccia partire una campagna di stampa in tal senso. Come non abbiamo ancora sentito una sua sola parola a favore dei vescovi della Resistenza di Mons Williamson, oppure a favore di una remissione della scomunica a Mons. Viganò. Ma forse il presule ha due pesi e due misure... Però può sempre ravvedersi e rimediare alle omissioni, se davvero crede a quello che afferma.

Anonimo ha detto...

Studiare da imam.
L'ottima Lorenza Formicola ci aiuta a decifrare la pericolosa deriva in atto in Italia in questo articolo sulla NBQ.

Anonimo ha detto...

PASCENDI DOMINICI GREGIS
Le Dottrine Moderniste
Introduzione

L'incarico, affidatoCi dal Signore, di pascere il Suo gregge ha, fra i primi doveri imposti da Cristo, quello di custodire con la massima attenzione il deposito della fede trasmessa ai Santi, respingendo le profane novità di parole e l'opposizione di una falsa scienza.

(primo periodo)

Laurentius ha detto...

L'adulazione è per gli sciocchi ciò che lo specchio è per allodole, una trappola.

La flatterie est pour les sots ce que le miroir est pour les alouettes, un piège.

Jean-Napoléon Vernier, Favole, pensieri e poesie, 1865

Vieni, o Spirto Santo!

Anonimo ha detto...

“Il sogno tragico dei novatori al potere è di eliminare duemila anni di storia della Chiesa, per imporre la mitologia di una Chiesa rinnovata, adattata ai gusti del mondo, nata dal concilio Vaticano II….L’odio del Dipartimento per la Dottrina della Fede va al di là della scomunica mirata. Intende promuovere la scomunica in massa, estendendola ampiamente ai semplici fedeli,
La Roma conciliare ama solo chi la loda ed è allergica a coloro che testimoniano la sua apostasia.
Dal grande raduno delle religioni ad Assisi, dalla distruzione della teologia morale della Chiesa da parte di “Amoris Laetitia”, dalla Pachamama, dalle benedizioni aberranti, dalla distruzione della missione, considerando tutte le religioni come volute da Dio, dai trentotto anni di “dhimmitudine” per i “riconciliati”, dagli oltraggi inflitti da un certo Fernandez alla Beata Vergine, si è compreso che la religione conciliare opera per la terra, non per il Cielo.
L’odio è omicida. Quello della Roma attuale non è diverso. Essa ne risponderà davanti al Giusto Giudice.
Che Nostro Signore voglia ascoltare la sofferenza inflitta da questo episodio bellicoso ai fedeli che vogliono rimanere cattolici.”
Philippe de Labriolle

tralcio ha detto...

Uno dei quattro vescovi consacrati a Econe, mons. Goldade, ha pronunciato una breve omelia toccando un punto nevralgico della vita ecclesiale, sia dottrinale, sia pastorale.

La Chiesa ha come sua missione la santificazione delle anime, il che può passare anche da dei servizi di cura materiale, ma senza soffocarvi lì il respiro. Le chiavi sono per la porta del Regno dei Cieli e non per messianismi terreni che possono sfamare l'oggi, ma non impediranno d'aver ancora fame domani.

Gesù è fonte di vita ETERNA. E' luce che sfolgora dove né l'idroelettrico, né il fotovoltaico né il termonucleare possono fare nulla. E' pane soprasostanziale.
I tralci -potati- danno frutto solo attaccati a quella Vite, in quella Vigna. La nostra stessa morte ha valore attaccata alla Sua morte di croce, altrimenti sarebbe soltanto il termine di un ciclo biologico, economicamente aiutabile a farlo secondo convenienza.
Tutto l'agire nella città dell'uomo è ispirato dall'anelito alla Città di Dio.

Attorno a questo oggi si vedono molteplici rovine. E' di oggi l'eco dell'indagine sul vescovo di Rabat, di nomina bergogliana, implicato nell'ennesimo scandalo sessuale.
Non ha rovinato il creato buttandovi cartacce, non ha estinto una rara specie di dromedari... avrebbe soltanto peccato secondo i suoi vizi di... cardinale (papabile!).

Se la Chiesa cattolica, nella sua Tradizione, genera vita, la Chiesa modernista è un deserto. Uccide, uccide tutto ciò che tocca, uccide la vita soprannaturale, distrugge le fonti della grazia, fa appassire ogni cosa. Perché? Perché ha messo l’uomo al posto di Dio, allontanandosi così dalle fonti stesse della vita.

Per dare vita e costruire qualcosa (sì, anche i ponti) non si può inaridire il giardino, uccidere la vita soprannaturale e distruggere le fonti della grazia in modo più devastante di un potentissimo terremoto. Il deserto è un luogo ottimo per tornare all'essenziale dello spirito, ma non per desertificare le anime e le vocazioni.

Allora si comprende lo stato di necessità: immergersi nella morte del Signore per risorgere per Lui (toccato il fondo risalgo e apro finalmente la bocca sopra il pelo dell'acqua) o soffocare nei relitti affondati di una barca carica di vizi senza pentimento.