Peregrinatio Summorum Pontificum 2022

lunedì 13 luglio 2026

13 Luglio. Il Sangue che dà forza nella lotta

Qui le Litanie del Preziosissimo Sangue.
13 Luglio. Il Sangue che dà forza nella lotta

Sangue di Cristo, fortezza dei martiri
La Litania di oggi ci fa pregare: Sangue di Cristo, fortezza dei martiri, salvaci.

La parola “martire” significa testimone. Nella Chiesa, però, essa ha assunto un significato altissimo: il martire è colui che rende testimonianza a Cristo fino all’effusione del sangue. Non difende un’idea, non muore per orgoglio, non cerca la sofferenza come prova di grandezza. Resta fedele al Signore quando la fedeltà costa tutto. Il martire non mostra la forza dell’uomo, mostra la forza di Cristo nell’uomo.

La Chiesa è nata sotto il segno del Sangue. Dal costato trafitto del Signore sgorgano sangue e acqua, e da quel mistero nasce il popolo nuovo. Poi, lungo i secoli, il sangue dei martiri ha continuato a fecondare la vita cristiana. Da Stefano, primo martire, fino ai testimoni più recenti, la Chiesa ha sempre visto nei martiri una partecipazione particolare al sacrificio di Cristo. Essi non aggiungono nulla alla redenzione, che è piena e perfetta nel Sangue del Signore. La rendono visibile nella loro carne, nella loro fedeltà, nella loro offerta.

Il Sangue di Cristo è fortezza dei martiri perché nessuno può affrontare la prova suprema contando solo sulle proprie energie. La fedeltà fino alla morte non nasce dal temperamento, dal carattere, dalla rigidità morale. Nasce dalla grazia. Il martire è un uomo fragile reso saldo da Cristo. Un uomo che, dinanzi alla minaccia, scopre che il Sangue del Signore è più forte della paura.

Questo vale anche per noi, pur nella vita ordinaria. Non tutti sono chiamati al martirio cruento. Tutti sono chiamati al martirio della fedeltà quotidiana. Vi è un martirio nascosto nel rimanere cristiani quando sarebbe più facile adattarsi, nel custodire la verità quando conviene tacere per quieto vivere, nel perdonare quando il risentimento sembra più giusto, nel servire senza essere riconosciuti, nel restare fedeli alla preghiera quando l’anima è arida. Sono forme meno appariscenti, e proprio per questo difficili da esibire, con grande dispiacere dell’ego umano che ama sempre un po’ di palcoscenico.

La fortezza cristiana non è durezza. Non è ostinazione. Non è il gusto di resistere per sentirsi migliori degli altri. È una virtù che rende l’anima stabile nel bene, anche quando il bene diventa faticoso. Il Sangue di Cristo dà questa fortezza perché ci unisce al Crocifisso. Chi contempla il Signore trafitto impara che l’amore vero non arretra davanti al costo della fedeltà.

Ci sono momenti in cui la vita cristiana richiede una decisione silenziosa: non cedere alla menzogna, non partecipare a una cattiveria, non tradire la coscienza, non rinunciare alla preghiera, non vergognarsi del Vangelo. Spesso queste scelte non fanno rumore. Nessuno le applaude. Nessuno le vede. Eppure lì si forma il cristiano. La santità non nasce soltanto nei grandi atti. Si prepara nelle piccole fedeltà che educano il cuore a non fuggire.

La pratica spirituale può essere questa: chiedere al Signore la forza in un punto preciso della nostra vita. Non in generale, come si fa quando si prega in modo elegante e innocuo. Un punto concreto: una paura, una tentazione, una relazione difficile, una fedeltà che pesa, una verità da custodire. Possiamo dire: “Sangue di Cristo, rendimi saldo dove sono fragile”. Questa preghiera mette la nostra debolezza sotto la forza del Redentore.

I martiri non appartengono al passato come figure da museo ecclesiastico. Sono la memoria viva di ciò che la grazia può compiere in un cuore consegnato. Il loro coraggio nasce dal Sangue di Cristo. La loro pace nasce dalla comunione con Lui. La loro vittoria non consiste nell’essere risparmiati dalla morte, ma nell’aver lasciato che Cristo fosse più grande della paura.

Il Sangue di Cristo, fortezza dei martiri, ci liberi da una fede comoda, fragile, continuamente negoziata. Ci doni una fedeltà semplice e robusta. Non spettacolare, non rumorosa, non piena di dichiarazioni solenni. Una fedeltà vera, capace di restare con Cristo quando seguirlo costa qualcosa.

Alla scuola di san Gaspare
San Gaspare sapeva che il bene non si compie senza patire. La fortezza dei martiri nasce da questa comunione con Cristo: viene dal Sangue del Signore, che rende l’anima capace di restare fedele quando la fedeltà costa. (cfr. S. Gaspare del Bufalo, Lettera 893, Epistolario III.)

Preghiera
Gesù, Sangue che sostiene i martiri, rendimi forte nel bene che oggi mi costa. Non permettere che io fugga davanti alla verità, alla fedeltà, alla preghiera, al perdono o al servizio nascosto. Il tuo Sangue renda saldo ciò che in me è fragile e mi doni una fedeltà semplice, robusta e libera dal bisogno di applausi.

Giaculatoria
Sanguis Christi, fortitúdo Mártyrum, salva nos.
Sangue di Cristo, fortezza dei martiri, salvaci.

3 commenti:

Anonimo ha detto...

"... Qualunque altra valutazione delle pubbliche sventure è sbagliata..."

-Le calamità pubbliche e la penitenza-

Le parole di Gesù aprono un nuovo orizzonte al modo come debbono considerarsi le pubbliche calamità sociali, le guerre, le sopraffazioni e le tirannidi; le cause politiche o naturali che le determinano sono accidentali; la vera causa sta tutta nel peccato, ed essa produce tutto il suo effetto disastroso, quando non ha il contrappeso della riparazione e della penitenza. Qualunque altra valutazione delle pubbliche sventure è sbagliata. Anche le sventure private hanno questa dolorosa causa, e l'ha molto più la sventura delle sventure, ossia l'eterna perdizione, e perciò Gesù dice con parole generali: "Se non farete tutti penitenza perirete tutti ugualmente."

Dolorosamente siamo tutti peccatori e tutti dobbiamo sentire il bisogno della riparazione; la penitenza dev'essere prima di tutto interiore, nel rinnegare i propri falsi apprezzamenti e nel riconoscere come nostra guida la Legge e la Volontà Divina; dev'essere punizione della volontà e dei sensi ribelli, nella volontaria privazione di ciò che li alletta e li priva del freno, e dev'essere abbandono filiale e contrito all'infinita misericordia di Dio nel sacramento della Penitenza. Se non si orienta l'anima a Dio e non si sottopongono all'anima i sensi e le passioni, si cammina contro la Divina Volontà, e si va in perdizione.

Le pubbliche calamità che affliggono le nazioni e le prove della vita sono, in fondo, le penitenze che il Signore stesso ci manda per salvarci. Le sventure pubbliche puniscono o purificano le nazioni peccatrici, e nel medesimo tempo sono per ciascun'anima una grande penitenza, forse la più grave e salutare, perché ineluttabile.

Si avvicina per esempio una guerra, il flagello più terribile, soprattutto oggi; ecco che le città fanno la toletta funebre: oscurano le lampade, sgombrano i luoghi strategici, riducono al minimo la vita cosiddetta civile e si militarizzano. Si sente nell'atmosfera stessa un'aria di tristezza, gemono le madri, gemono le spose, ed i giovani, per quanto lo dissimulino, hanno la morte alle spalle e capiscono che per loro può essere anche finita la vita.

Che cosa è tutto questo apparato di tristezza? È la chiamata di Dio a penitenza, ed è la terribile ed ineluttabile espiazione delle colpe commesse. Se le anime ascoltano in tempo la Voce di Dio e anticipano esse la penitenza, a somiglianza dei Niniviti, il flagello si arresta; se continuano nella via del peccato sono travolte dal turbine.

La vita a volte appare per molti un crudele destino; è un errore gravissimo. Ogni sventura ha il suo retroscena di peccato ed è sanabile con la penitenza. Dolorosamente le anime molte volte seguono il cammino opposto, rimangono nei loro peccati e li accrescono ribellandosi a Dio. Certi atteggiamenti disperati nel dolore sono blasfemi, ed aprono a satana interamente il varco nella nostra vita; allora non si trova più bene, si cade di abisso in abisso, e si può giungere fino all'estrema rovina temporale ed eterna.

Quando vediamo perciò una tribolazione, pensiamo che è un avviso di Dio, esaminiamo le nostre colpe, eliminiamole con la confessione e ripariamole con la penitenza; rimettiamoci sul cammino di Dio ed il Signore ci perdonerà anche nella vita presente, ridonandoci la prosperità e la pace.

(Dal commento al Vangelo di San Luca del Sacerdote Dolindo Ruotolo)

tralcio ha detto...

La nostra epoca è tribolatissima: per molti non perché manchino elettrodomestici, elettricità e abbondanza nel frigorifero, nelle credenze (in cucina) e negli armadi o in garage…. A mancare è … il vino. Non ce n’è più e anneghiamo anche in un bicchiere d’acqua, disperatamente. Il nostro matrimonio con Cristo e’ naufragato malgrado la sua fedeltà. L’indice maggiore è la mancanza di gioia, di grazia e di pace, sostituite da gaiezza, malizia e contese malevole.

Allora la fortezza richiesta è primariamente un “non”: non partecipare all’impwzzinento collettivo prima ancora di combatterlo.

Ancora una volta il sangue di Cristo e’ il veicolo di questa fortezza che non si lascia coinvolgere acriticamente.

tralcio ha detto...

Pellicano