Una riflessione pastorale e teologica sulla sacralità della vita in mezzo alla sofferenza, alla luce del dibattito ancora in corso sul suicidio assistito. Qui da noi sta facendo scalpore il caso del Veneto. La maggioranza al governo cincischia e la Chiesa, diocesana e nazionale, tace... unica mobilitazione risulta tra parlamentari e uomini di cultura veneti. Qui l'indice degli articoli sulla realtà distopica.
Contro il suicidio assistito
Introduzione
Come pastore che si è seduto accanto a molti malati – troppi per i miei gusti – che ha stretto mani tremanti tra ondate di dolore e ha pianto con le famiglie i cui cari si stavano spegnendo, mi avvicino a questa domanda non come un teorico distaccato, ma come qualcuno che ha guardato la sofferenza in faccia. Ho visto il cancro divorare un corpo, ho visto la demenza cancellare una personalità e ho ascoltato la disperazione di chi dice: "Non ce la faccio più". In quei momenti, la tentazione di porre fine al dolore, anche togliendo la vita, può sembrare l'unica opzione misericordiosa rimasta.
Eppure, con tutta la compassione che posso provare per chi soffre, e con sincero dolore per chi crede che il suicidio assistito sia la risposta più umana, resto fermamente convinto che porre fine deliberatamente a una vita umana, anche per alleviare la sofferenza, sia sempre sbagliato. È sbagliato teologicamente, moralmente e, credo, anche civilmente. E poiché si tratta della soppressione intenzionale di una vita umana innocente, deve essere chiamata con onestà: non "aiuto medico a morire", non "morte con dignità", ma suicidio assistito. Il linguaggio è importante, perché l'eufemismo è il primo rifugio di una coscienza sporca.
I. L'importanza di dare un nome: perché "suicidio assistito" e non "eutanasia"
Nell'uso classico, l'eutanasia (dal greco εὐθανασία / euthanasía, da εὖ 'bene' + θάνατος 'morte', letteralmente 'buona morte') significava semplicemente una morte pacifica o dolce. Col tempo, tuttavia, il termine è giunto a implicare l'uccisione diretta da parte di un'altra persona, di solito un medico. Oggi, i sostenitori preferiscono espressioni come 'assistenza medica alla morte' (MAiD) o 'morte volontaria assistita' proprio perché nascondono ciò che accade realmente: una persona fornisce a un'altra i mezzi (o l'atto stesso) per commettere suicidio.
Chiamarlo in altro modo significa nascondere la realtà. Quando un medico prescrive una dose letale che il paziente in seguito ingerisce, si tratta di suicidio assistito da un professionista sanitario. Quando un medico inietta la dose letale, si tratta di omicidio, anche se richiesto e anche se motivato dalla pietà. La distinzione non è pedante; è morale e legale. Il suicidio è l'uccisione di sé stessi. Il suicidio assistito è un suicidio reso possibile da un'altra persona. L'eutanasia, nel suo senso attivo, è l'uccisione per mano di un'altra persona. Entrambe sono forme di omicidio intenzionale; una è semplicemente commissionata dalla vittima.
Un linguaggio chiaro protegge un pensiero chiaro. Se non riusciamo a definire un'azione per quello che è, abbiamo già iniziato a perdere la discussione.
II. La testimonianza teologica: la vita come dono, la sofferenza come mistero, la morte come confine
La teologia cristiana ha sempre insegnato che la vita umana non è un possesso di cui disporre, ma un dono custodito in custodia. "Il Signore dà e il Signore toglie; sia benedetto il nome del Signore" (Giobbe 1:21). Togliersi la vita, o cooperare direttamente a togliere la vita a un altro, significa usurpare una prerogativa che appartiene solo a Dio.
Questo non è un consiglio di distacco stoico – la stessa filosofia che giustificava il suicidio quando la sofferenza superava la virtù – ma di speranza biblica che affida persino il dolore insopportabile a un Padre amorevole. Le stesse Scritture che proibiscono l'omicidio (Esodo 20:13) e la disperazione (1 Corinzi 10:13) mostrano anche un Dio che si avvicina a chi ha il cuore spezzato (Salmo 34:18), che raccoglie le nostre lacrime nel suo otre (Salmo 56:8) e che, in Cristo, è entrato pienamente nella sofferenza innocente. La croce non è un argomento a favore del suicidio; è la sua confutazione decisiva. Gesù non chiese di essere tolto dalla croce per porre fine al suo dolore; si affidò al Padre e, in questo affidamento, redense il mondo.
La sofferenza rimane un mistero, non una punizione o una virtù in sé. Eppure, nell'economia della redenzione, la sofferenza può unirsi alla passione di Cristo e diventare feconda (Col 1,24). La tradizione cristiana non ha mai glorificato il dolore fine a se stesso; ha sempre cercato di alleviarlo. Ma c'è una netta linea di demarcazione tra uccidere il dolore e uccidere il malato. Oltrepassare quella linea non è mai giustificato, perché nega l' immagine di Dio nel sofferente e il significato redentivo che persino la sofferenza insopportabile può essere donata quando offerta in unione con Cristo.
III. La realtà pastorale: accompagnamento, non abbandono.
Non ho mai incontrato una persona che implorasse la morte e che, in fondo, non si sentisse abbandonata, un peso o spaventata. Il grido "Voglio morire" è quasi sempre il messaggio in codice "Non sento più che la mia vita valga la pena di essere vissuta per nessuno, me compreso". Rispondere dicendo "Hai ragione; lasciaci aiutarti a farla finita" è l'abbandono finale e più tragico.
Un vero accompagnamento conduce fino alla soglia della morte senza spingere il sofferente oltre prematuramente. Significa cure palliative specialistiche, supporto psicologico e spirituale, sollievo dalla solitudine, la certezza che il paziente non sarà lasciato morire nell'agonia o nell'isolamento. Nelle giurisdizioni in cui il suicidio assistito è legale, gli studi dimostrano costantemente che la maggior parte di coloro che lo richiedono lo fa per paura di essere un peso o di perdere l'autonomia, non per un dolore fisico insopportabile. Quando queste paure vengono affrontate con autentica cura, il desiderio di morire spesso si affievolisce.
IV. Il pericolo civile: dalla compassione alla coercizione
Una società che permette il suicidio assistito passa inevitabilmente dal "diritto di morire" al "dovere di morire". La logica è inesorabile. Una volta che affermiamo che alcune vite non meritano di essere vissute, la domanda diventa: chi lo decide? E la risposta non è mai il singolo individuo, bensì la cultura circostante, plasmata da fattori economici, di convenienza e ideologici.
Abbiamo già visto in azione questa china scivolosa. In Belgio e nei Paesi Bassi, l'eutanasia si è estesa dai malati terminali ai malati cronici, ai malati di mente, ai depressi e persino ai bambini. In Canada, l'assistenza medica alla morte (MAiD) viene ora offerta a persone la cui unica diagnosi è la povertà o la mancanza di una casa. Quando il suicidio diventa un "trattamento" medico, il dovere dello Stato di prevenirlo si inverte in un dovere di fornirlo. Il diritto di morire diventa, per i più vulnerabili, una pressione a morire.
E i più vulnerabili sono sempre i primi a soffrire: gli anziani che temono di mandare in rovina le proprie famiglie, i disabili che interiorizzano il messaggio della società secondo cui le loro vite hanno meno valore, i poveri che non hanno accesso a buone cure palliative. Legalizzare il suicidio assistito non amplia le possibilità di scelta, bensì le restringe, eliminando il più forte baluardo sociale e legale contro la disperazione.
V. Peccato, misericordia e speranza
Definire il suicidio assistito un peccato grave non significa condannare chi lo subisce; significa piuttosto chiamare l'atto con il suo nome, pur tenendo aperte le braccia della misericordia. La stessa Chiesa che insegna la gravità oggettiva del suicidio ha sempre insistito sul fatto che il disagio psicologico, il dolore e la paura possono diminuire o addirittura eliminare la colpevolezza soggettiva. Dio giudica i cuori, non solo le azioni. Il nostro compito è sostenere la verità oggettiva, riversando al contempo compassione su coloro che, nella loro angoscia, considerano o scelgono questa strada.
Non esiste sofferenza così grande da allontanare una persona dall'amore di Dio, e non esiste momento così buio da spegnere la speranza. Persino sulla croce, Gesù era accompagnato da sua Madre, da Giovanni, dal ladrone pentito. Nessuno dovrebbe mai morire da solo, e nessuno dovrebbe mai sentirsi costretto a pensare che la morte sia l'unica via rimasta aperta.
Conclusione
Mi oppongo al suicidio assistito non perché sia indifferente alla sofferenza, ma proprio perché non lo sono. Ho visto cosa può fare un vero accompagnamento: come l'amore possa rendere sopportabile l'insopportabile, come la presenza possa trasformare l'agonia in un'offerta, come persino nella valle dell'ombra della morte il Signore prepari una mensa e unga il capo con olio.
Possiamo noi, come Chiesa e come società, scegliere la via più difficile ma più vera: prenderci cura dei sofferenti, non abbandonarli mai e non ucciderli mai. Solo allora saremo fedeli a Colui che ci ha amati fino alla fine e oltre la fine, nell'eterna alba della risurrezione.
Inviato in amorevole memoria di coloro che hanno sofferto molto e sono morti di morte naturale, circondati dall'affetto dei propri cari.
Rev. Leon, 1 settembre

25 commenti:
Dibattito? La destra (parliamone un pi' di questa sedicente destra....) ha votato a favore dell'omicidio di stato in veneto.
Dibattito su cosa?
Sull'autonomia? Sulle pensioni ? Sull'ordine pubblico? Sull'ucraina?
Di che dibattiamo?
Non mi sorprende che Zaia e quasi tutti quelli della Lega e forza italia abbiano approvato il suicidio assistito ! A furia di essere liberisti e servi di Davos e cosi' ! Peggio dei fascisti ! A livello istituzionale non c'e' piu' la Fede ! Nel Veneto i giovani che se ne vanno all'estero sono al secondo posto in Italia ! Non dico altro ...
Ancora un triste effetto della chiesa postconciliare e sinodale! Se la chiesa non avesse annacquato il suo messaggio e non avesse promosso la laicità delle istituzioni, probabilmente divorzio, aborto, unioni omosessuali e ora eutanasia non sarebbero mai stati approvati! Più che scagliarsi contro Zaia e compagni, dobbiamo riconoscere che questi politici sono il frutto di una chiesa che non insegna più nulla e inneggia al dialogo con parole vuote che non lasciano più il segno, perché non vogliono più evangelizzare!!
La "destra" e la "sinistra" sono etichette. Sull'etichetta si scrivono gli ingredienti.
Gli ingredienti possono differire come elenco, ma dipende molto dalle loro proporzioni.
Un pizzico di sale nello zucchero dà un retrogusto diverso, ma il contenuto resta comunque un dolce, etc.
Quindi se il contenuto principale è un liberismo mercantile, un servilismo davosiano, un pragmatismo utilitarista, un neognosticismo massonicheggiante, anche se poi uno ci spruzza dentro un po' di famiglia, di fede o di patria non cambia quasi nulla rispetto a chi ci mette altre marginalissime caratterizzazioni.
Sì, le etichette dicono "destra" e "sinistra", ma al 95% la sbobba è la stessa.
E la Chiesa? Beh, l'ingrediente principale, la fede nel Signore Gesù Cristo, garantirebbe una diversa lettura della storia, da pietra d'angolo, di scandalo, scartata dai costruttori. Ma a una chiesa (minuscolo) intenta a farsi piacere dal mondo questo non importa. Così anche lei si limita alle spruzzatine, dentro quattro o cinque ingredienti principali comuni a "destra" e "sinistra". A cominciare dai soldi e dalla tendenza ad assecondare i vizi, derubricando il peccato e preferendo scegliere sempre la via comoda... dicendola misericordia.
Eh Mammona, quante ne compera. E anche la poca penitenza, la non rinuncia, quanti ne porta sulla strada ampia, con le scale mobili, le porte belle larghe, anche girevoli.
La nostra "rappresentanza" è umanamente deludente, fragile e inadatta alle sfide.
In teoria potrebbe assolvere ad un compito, ma degradata com'è, corrotta, non può.
Servirebbe la conversione: della chiesa, della "destra" e della "sinistra".
Ma si converte chi si pente, non chi si atteggia ipocritamente a paladino della giustizia.
Mi dispiace per Moraglia, però magari Zuppi e Paglia son contenti.
Suicido assistito
Il centro-destra si sta suicidando. Ora sarebbe interessante capire da chi è assistito.
2/9/26. Circa la nuova legge regionale del Veneto oggi approvata sul fine vita, condividiamo la dichiarazione del Patriarca di Venezia Francesco Moraglia.
"A seguito dell’approvazione della legge regionale sul suicidio assistito, si esprime amarezza poiché, in tal modo, si afferma un modello culturale e un modello di sanità che possono portare ad una deriva difficilmente controllabile.
La percezione della dignità della vita umana appare da oggi meno tutelata. C’è soprattutto grande preoccupazione per le persone fragili e sole, ossia per le persone che affrontano la vecchiaia e il suo epilogo non potendo contare su un effettivo accompagnamento e supporto umano e affettivo.
Quanto alle motivazioni psicologiche – i cui margini di interpretazione soggettiva sono ampi – è evidente che di volta in volta le situazioni in cui sarà consentito intervenire col suicidio assistito tenderanno a moltiplicarsi. In alcuni dei sostenitori della legge in oggetto, essa è intesa come l'inizio di un processo ampliabile. E così si rischia di aprire a un soggettivismo interpretativo per cui è logico domandarsi quali saranno i criteri effettivamente utilizzati per definire e valutare oggettivamente, di volta in volta, una sofferenza come “insopportabile”.
Oggi non ha vinto o perso qualcuno, ma, certo, un modello di vicinanza umana è stato, in qualche modo, ferito e limitato.
L'impegno ora è di promuovere di più e meglio una cultura di prossimità, specialmente nei momenti in cui la vita diventa difficile e fortemente compromessa.
L’impegno è di accompagnare le persone, sempre più e con i mezzi tecnici che oggi la scienza ci offre. Non ci si riferisce – è chiaro – ad alcuna forma di accanimento terapeutico ma, piuttosto, a quelle cure palliative di provata efficacia nel ridurre il dolore.
Infine, l'auspicio che l’obiezione di coscienza sia davvero garantita in tutti i momenti e in tutti i soggetti interessati da tali protocolli sanitari.
Venezia, 2 settembre 2026"
Quindi se uno vuole "morire" può rivolgersi a loro. Decadente ma romantico, appunto, Morte a Venezia.
C. Gazzoli
Non credo proprio, la destra invece ha capito che il mondo è postcristiano, che la chiesa ha dismesso i valori non negoziabili e si allinea al pensiero comune sperando di non perdere voti! Chi si sta suicidando è la chiesa postconciliare!!
Circa la nuova legge regionale del Veneto oggi approvata sul fine vita
il Patriarca di Venezia Francesco Moraglia in primis e in secundis tutti
i preti operanti nel Veneto, in segno di riparazione, inizieranno uno sciopero della fame
a pane e acqua. I fedeli di buona volonta' pregheranno per i legislatori ( si fa per dire).
Mi dispiace molto criticare il patriarca di Venezia, il quale, a fronte della CEI fa un figurone, ma nel suo intervento non c'è un argomentare morale degno della tradizione cattolica. Quando si ammonisce un organo politico si deve far riferimento al Diritto Naturale, il quale vincola (quando, come nella materia in esame, la questione è tragicamente chiara ) ogni persona razionale, al di là di ogni confessione personale e di ogni costituzione vigente in quello Stato. Il "suicidio assistito" è sempre omicidio di consenziente (innocente); nessuna circostanza può renderlo legale. Una legge che lo permette non è una "cattiva legge" ma è una non-legge; in linea di principio il medico, l' infermiere, il farmacista non dovrebbero ricorrere ll' "obiezione di coscienza", ma non riconoscere alcun carattere vincolante a quegli articoli del codice (o di un egolamento regiknale ! ).Mi rendo conto che significherebbe chieder loro di sacrificare eroicamente il proprio posto di lavoro, e quindi a parer mio resta lecito sfruttare le possibilità 'legali"; ma almeno nel foro pubblico bisognerebbe esser rigorosi (che poi altro non sarebbe che dir la verità). La gerarchia cattolica che parla di "civiltà" o "cultura" fa sociologia, e si è già, con ciò ritirata dall' agone. Per quanto riguarda il cattolico, basterebbe l' attuale Codice di Diritto Canonico per colpire i politici che appoggiano queste leggi, ma se il bene supremo è evitare ogni conflitto, tutto il resto verrà sacrificato: a partire da quei (doppiamente) disgraziati che saranno "suicidati.
Temo che la chiesa docente sia vittima di un equivoco. Creda cioe' che la sociologia che viene studiata nei seminari sia il vero cristianesimo quando in realta' non ha quasi nulla da spartire con la Parola di Dio.
Legge che fa dell'arbitrio un valore.
Ricordiamoci che, come scrive Junger, mentre in Oriente grandezza e arbitrio sono compatibili, in Occidente non lo sono affatto, giacche' da noi l'arbitrio esclude la grandezza, oppure ne offusca la purezza.
La supposta "liberta'" del suicidio assistito e' arbitrio allo stato puro, barbarie legalizzata.
Come scrive Dal Bosco (sul sito Renovatio), ci sarebbe da ridire sulle espressioni molto soft usate dal Patriarca, che non usa peraltro mai la parola Dio nel suo intervento.
Parla di "percezione", di "ferita"; assurdo poi quando scrive che "oggi non ha vinto o perso qualcuno...".
Ma si sa che la Chiesa "postconciliare", cioe' quella rivoluzionaria in stile liberalsocialista, lavora di fioretto con il mondo. La spada sarebbe troppo divisiva.
La fede vera, quellà che ti fa accettare la situazione in cui ti vieni a trovare perche' quella e' la volonta' di Dio si e' diluita fin quasi a scomparire.
Nel Vangelo i miracoli avvengono quando c'e' fede.
Il suicidio assistito, proprio perché "assistito", si chiama eutanasia.
Come l'interruzione volontaria di gravidanza, proprio perché "volontaria", si chiama aborto.
Esse sono azioni cattive, di chi gioca ad essere il dio di se stesso, trasformate con magico giochetto in "diritti" dall'Occidente plutocratico terminale, che odiandosi - o meglio: odiando le sue vere spirituali radici- odia di conseguenza anche la vita.
La legge eutanasica approvata dalla regione Veneto dimostra che il partito tanatofilo modello Marco Pannella- Marco Cappato è il vero partito trasversale della politica italiana.
Luca Zaia e il suo maggiordomo Alberto Stefani hanno confezionato una porcata talmente tanatofila, laicista, anticomunitaria e indecente da meritarsi l'elogio di Massimo Gramellini sulla prima pagina del Corriere.
Gramellini, distillatore di veleno nichilista falsario e zuccherato in essenza purissima, definisce "uomini liberi" Zaia e il suo maggiordomo. E' l'encomio che il vizio rende a se stesso.
Da vomito.
Quindi ora se uno vuole proprio morire va da "loro". Malinconico ma romantico, appunto, Morte a Venezia.
C. Gazzoli
Giustissimo, e infatti tale arbitrio "deve" travestirsi da grandezza e, come per l' aborto si auto-proclama "diritto", lo scimmione che s' incorona !
Vannacci sotto inchiesta.
L'atteggiamento della "magistratura" é diventato la cartina al tornasole per valutare la buonafede dei politici.
Evidentemente Vannacci é in buona fede, cosi' come lo era Salvini (e in un certo senso Berlusconi).
State tranquilli che non vedrete mai Draghi o Monti sotto inchiesta .
Ovviamente, la buonafede non basta.
Personalmente il "suicidio assistito" non la chiamo "eutanasìa" ma..
"omicidio con sicàri pagati e spettatori in prima fila". Esattamente
come al tempo della ghigliottina o dell'impiccagione o della garrota
o...altro.
«Meglio la morte che una vita amara, il riposo eterno che una malattia cronica».
Sir 30, 17
Senza dubbio l'uomo è fatto per la vita e per la salute, ma se l'anima è disperata e il corpo malato, meglio la morte e il riposo eterno.
Come allora morire e raggiungere la pace? Come realizzare l'insegnamento del Siracide? Per mezzo del suicidio? Assurdo, perché l'uomo è stato creato per la vita.
Deve invece morire l'uomo vecchio (san Paolo), per mezzo della conversione: «In verità, in verità vi dico: se uno osserva la mia parola, non gusterà la morte in eterno» (Gv 8, 52).
Quindi, o Gesù è un bugiardo e il Siracide raccomanda il suicidio, oppure Gesù dice il vero e bisogna morire al peccato.
Silvio Brachetta
Messaggio della Madonna a Renato Baron del 3 febbraio 1988, nell'ambito delle apparizioni di San Martino di Schio.
«Se avverrà ciò che io non vorrei, allora sappi che i tempi volgeranno verso la fine. Tutto sarà causa peccato, fattosi perverso da rendere gli uomini ladri, ingannatori, assassini. Si accaniranno contro i loro figli al punto da ucciderli. I figli accoltelleranno i genitori. Anche le famiglie si flagelleranno con facili tradimenti. Quando gli uomini avranno legiferato ogni legge per facilitare la morte, la divisione delle famiglie, quando si giustificherà la perversione tra i simili, quando la carne prevarrà sullo spirito e si dissiperà la vita, quando le guerre infuocheranno la terra; quando la natura si ribellerà contro di voi, sappi che i tempi volgono verso la fine.»
Sopprimere deliberatamente una vita umana è, in sé, un atto moralmente grave, anche quando l’intenzione dichiarata è quella di porre fine alle sofferenze di un malato. Per questo, come nel caso dell’aborto, ritengo che una coscienza chiamata a giudicare moralmente non debba considerare soltanto il fine perseguito, ma anche la natura dell’atto compiuto.
L’intenzione di alleviare il dolore può spiegare le motivazioni di chi agisce, ma non necessariamente rende moralmente lecito l’atto attraverso cui quel fine viene perseguito. Se il cosiddetto “male minore” viene invocato per giustificare la soppressione deliberata di una vita innocente, il problema morale rimane comunque nell’atto stesso. Che il livello di emergenza sia massimo o minimo, la gravità dell’atto non dovrebbe essere stabilita esclusivamente dall’urgenza della situazione o dalla sofferenza che si intende evitare.
Naturalmente la preoccupazione è che l’eccezione, una volta introdotta per affrontare casi estremi, possa progressivamente diventare un criterio applicabile a situazioni sempre più ampie. È ciò che, secondo questa lettura, sarebbe accaduto storicamente con questioni come l’aborto e il divorzio, partendo da situazioni presentate come eccezionali e arrivando successivamente a una progressiva normalizzazione. Il timore, quindi, che ciò che nasce come eccezione motivata dalla necessità finisca per trasformarsi in una giustificazione generale, rendendo sempre più labile il confine tra il caso limite e la regola.
"Fratelli d'Italia e Meloni non c'entrano con questa oscena legge veneta sul suicidio assistito. I colpevoli sono quelle frange del CD che da sempre tirano in direzione contraria. Si trovano tra i leghisti e soprattutto in Forza Italia.
Se passerà la riforma elettorale, chi vincerà le elezioni si troverà forse meno costretto a governare in una coalizione.
Molti giovani veneti vanno all'estero? È un problema che affligge tutte le nazioni europee: i laureati spesso vogliono andare a vivere nel paese europeo (o extraeuropeo) dove si guadagna meglio.
Una cosa da ricordare è, se non vado errato, l'alto tasso di aborti del Veneto. Forse uno dei più alti d'Italia? È il Veneto dei "venetisti", gente come Zaia, che vorrebbero rendersi indipendenti dall'Italia, soprattutto per ignoranza. Loro, come altri, non hanno capito che continuando così finiremo in bocca all'islam. Già musulmani si è capito sono molti operai a Mestre e Monfalcone. La classe operaia oltre all'assistenzialismo l'hanno decimata gli aborti.
Non si deprecherà mai abbastanza il regionalismo stoltamente imposto dalla nostra Costituzione, in odio al fascismo. Non c'era nessun bisogno di "leggi regionali". la regione Toscana tempo fa non approvò una legge simile? E il Governo Meloni fece ricorso. Dovrebbe farlo anche ora per coerenza, ma la questione è più delicata, proveniendo il siluro dall'interno stesso del CD. Almeno sulla carta. Definire Zaia uomo "di destra" non ha senso. I valori autentici della Destra lui non sa nemmeno dove stanno di casa".
Politicus
Caro Presidente Zaia,
nel tuo tirare la volata alla legge sul suicidio assistito, sei purtroppo fuori strada; e su numerosi aspetti. Mi soffermo sul più importante.
Scrivi: «Se la legge regionale sarà approvata, il Veneto non introdurrà il fine vita. Se non sarà approvata, non lo cancellerà». Il tentativo è quello di dire che la partita è già finita, perché tutto è già stato scritto nella sentenza n. 242 del 2019 della Corte costituzionale.
A parte il fatto che il ragionamento può essere subito rovesciato (se davvero cambia poco con una norma regionale perché il fine vita «c’è già», allora perché intestardirsi con la legge?), c’è un dato di fondo che è sorprendente che chi fa politica da oltre trent'anni come te non colga o faccia finta di non cogliere: una legge – ogni legge – non è “solo” una legge. Non lo è mai. Fa anche cultura.
Ebbene, si dà il caso che non chi scrive, bensì decenni di esperienza internazionale (che è piuttosto strano che ignori, visto quanto ti appassiona il fine vita) dicano una cosa molto semplice: ovunque nel mondo la morte assistita sia stata disciplinata per legge, il messaggio passato non è stato quello della «libertà di scelta», bensì quello dell’esistenza di «vite indegne di essere vissute».
Così, ovunque nel mondo la morte assistita sia stata normata, non solo i casi sono esplosi nel numero – con tanti aspiranti suicidi che si fanno avanti perché si sentono letteralmente un peso per i loro cari, per i loro amici e per la collettività –, ma spesso le iniziali previsioni di legge si sono allentate, arrivando sia alla “dolce morte” per chi è depresso, sia, in qualche caso, alla frontiera pediatrica. Perché non informare i cittadini di questa tragica realtà? Perché rilanciare ancora lo slogan dell’«autodeterminazione», ben sapendo che non c’è categoria di persone con la volontà comprensibilmente più mutevole – e meno capace di autodeterminarsi – di chi versa in una condizione di vulnerabilità?
Onestà intellettuale vorrebbe, inoltre, che si avesse il coraggio di dirlo: «Sì, ci sono vite indegne di essere vissute».
A me solo a sentirla, solo a leggerla, una frase così mette i brividi; la cosa curiosa è che neppure chi sostiene la legge sul suicidio assistito ha il coraggio di questa ammissione. E a me viene il dubbio – ma probabilmente è solo una mia ingenua speranza – che in fondo sappiate benissimo anche voi, caro Presidente Zaia, che dalla «libertà di scelta» all’abisso il passo è breve.
E se lo sapete, allora fermatevi, fermiamoci. Ce l’abbiamo ancora davanti, il punto di non ritorno.
𝑰𝑳 𝑹𝑬 𝑬́ 𝑵𝑼𝑫𝑶?
Osserva Davide Bruni: «Chi sta andando più a destra sta chiedendo le stesse cose che chi sta ora al Governo aveva promesso di fare. Almeno per il 90% si tratta di argomenti cari all'elettorato di destra. Certe porcate, tipo il femminicidio o l'eutanasia approvata da regioni a guida centrodestra, non aiutano.».
Infatti, se in dipendenza di un mancato accordo con Vannacci, dovesse verificarsi un sorpasso della sinistra, ciò starebbe soltanto a significare che "il Re è nudo"; ovvero che quella che i media ci hanno spacciato per "destra" altro non era - come sostengo da ormai oltre vent'anni - se non una mera articolazione della sinistra, collocata altrove solo sul piano formale, esclusivamente per permettere ai progressisti di così poter continuare nel proprio disegno politico, anche qualora il responso elettorale non l'avesse a consentire ...
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