10 - Che documenti quali la Gaudium et spes e la Dignitatis humanæ abbian sollecitato l'autorevole giudizio di «contro-Sillabo», sembra a me un motivo più che sufficiente per una proporzionata riflessione. «Contro Sillabo» signífica che il famoso o documento del beato Pio IX è dialetticamente superato, ossia controbattuto e almeno intenzionalmente annullato. Un fatto nuovo lo scalza dal suo píedístallo dogmatícamente víncolante e gli dà l'ostracismo, collocandosi al suo posto. La forza di quel «contro» mette in irriducibile antitesi l'insegnamento nel quale il beato Pio IX aveva raccolto la Tradizíone di sempre, e l'insegnamento nel quale, sia pur dichiarando d'aderir alla medesima Tradizione, il Vaticano II ribalta e contrappone le posizioni. Va pure notato che si tratta non di pur sempre gravi «decisioni storiche», ma di due contrapposte trasmissioni dottrinali d'un contenuto tradizionale che vien frantumato da antitetiche interpretazioni. II risultato di tale antitesi è la Chiesa-contro-se-stessa. Non una ragione storica, infatti, bensì la Fede nella divina Rivelazione aveva guidato Pio IX fin alla decisione di proscrivere, tra l'altro, l'indifferentismo e il latitudinarismo in materia religiosa; non è più la medesima Fede - oggettivamente parlando e al di fuori d'ogni soggettiva convinzione - quella che porta la Dignitatis humanæ su posizioni radicalmente diverse". So bene che, in forma diretta ed esplicita, la Dignitatis humanæ è ben lungi dal contraddire alla condanna della seguente proposizione: «Gli uomini posson trovare nel culto d'ogni religione la via dell'eterna salvezza e conseguirla», Ma quando, in forma assoluta, perentoria e di principio, dichiara che «l'uomo non dev'esser impedito d'agire secondo coscienza, soprattutto in materia religiosa», indirettamente e implicitamente lascia intendere che la condanna di Pio IX, pur avendo il suo valore in astratto, lo perde nel sacrario della libertà individuale.
11 - Si tratta, dunque, di due dottrine che, anche là dove dan l'impressione d'incontrarsi - la divina Rivelazione e la sua Tradizione - percorrono strade diverse ed esse stesse diventan due diverse dottrine. È allora inutile un'ulteriore esemplificazione. Sembra, invece, preferibile tentar una parola conclusiva.
I tre livelli qui già rilevati avrebbero dovuto guidare la lettura del Vaticano II verso la tripartizione della sua validità. Fermo restando che quello del Vaticano II è senz'ombra di dubbio magistero conciliare con tutte le sue conseguenze e i suoi limiti, va ripetuto che non ogni magistero conciliare è necessariamente dogmatico. Dogmatica infatti è la carateristica di quei Concili che, appellandosi alle fonti della divina Rivelazione scritta e orale, solennemente ed esplicitamente definiscono una determinata dottrina come in qualche modo contenuta nelle fonti stesse, «scritte e non scritte», della Fede. Una tale caratteristica è pure del Vaticano II limitatamente alle dottrine precedentemente definite, ch'esso fa proprile. Nel farle proprie, il Vaticano II si rivela Voce autentica deltla Tradizione ecclesiastica.
C'è una parte del Vaticano II che, senza riproporre dottrine già definite, segnala posizioni o dottrinali pastorali che potrebbero aver un indiretto e implicito riferimento alle fonti della Rivelazione. Soprattutto sul piano pastorale s'esprime il più - non so se anche e sempre il meglio – del Vaticano II. Il valore formalmente dogmatico è assente da codeste posizioni, le quali son peraltro teologia del Vaticano II e potrebbero, almen in quei casi che si ricollegassero oggettivamente alle fonti della Rivelazione, assurgere a validità dogmatica in seguito alla loro proposizione conciliare. E un'ipotesi da verificare. Se fondata, vale a dire se c'è e ha «il senso che la Chiesa le ha sempre dato e tuttora le dà», anche in questo caso la Tradizione risuonerebbe nella voce del Vaticano II.
C'è poi quel terzo livello che presenta non poche innovazioni, dottrinali o no, che nessun gioco di prestigio è in grado di ricondurre alla Tradizione divina, divino-apostolica, ecclesiastica e via dicendo. Mi pare che, proprio per questo, l'attenzione al terzo livello dovrebbe cambiar registro. Aveva tentato di farlo, nel 1985, R. Amerio; ci tentò pure il card. Siri; fra i filosofi-teologi, fu un americano, Ralf McInerny, ad aprire le speranze con un titolo mozzafiato: Che cosa andò storto al Vaticano II? Speranze da lui stesso deluse per aver ridotto tutto alla contestata accettazione dell'Humanæ vitæ di Paolo VI. Ultimamente e con l'insipienza di cui in 2Cor 11,17, mi ci son provato anch'io.
È difficile dire con quali esiti. Il «post hoc» non sempre sottintende il «propter hoc». Qualcosa è avvenuto: edizioni a brevissima distanza l'una dall'altra, traduzioni in varie lingue, discorsi, dibattiti. Non è avvenuto - e probabilmente non avverrà – quel che chiedevo: o una presa di posizione ufficiale o un incontro fra specialisti di tutt'il mondo. Ma acque si son mosse. Secondo il mio modestissimo giudizio, alcune volte nella giusta direzione, altre no.
Io stesso ho partecipato a qualche incontro su continuita o discontinuità; ma un'alternativa del genere disorienta i fedeli ed entusiasti seguaci del Vaticano II. Già l'aprirla è un attacco al Vaticano II. Per John O'Malley l'attuale orientamento è quello che, partendo dalle risposte inadeguate della Chiesa preconciliare alle sfide (?) della modernità illuminista, trova la sua giusta direzione nelle parole-chiave (aggiornamento, sviluppo, ritorno alle fonti) del Vaticano II. «L'Osservatore Romano» dell'8 aprile 2010 pubblicò la prolusione poco prima tenuta dall'Ecc.mo Segretario della Congregazione per l'Educazione Cattolica all'Università del Sacro Cuore su Il Vaticano II dinanzi a noi: un ditirambo. Pregiudizi finalmente caduti e ponti finalmente innalzati; comprensione più profonda delle relazioni tra Scrittura e Tradizione, della natura della Chiesa, del battesimo e dell'eucaristia; un'etica dei diritti umani che ha fecondato la coscienza delle nazioni, e via di questo passo. Mi chiedo se la vecchiaia ottunda a tal punto i miei sensi e la mia intelligenza da chiudermi ermeticamente a un ditirambo del genere: ma mi chiedo pure se ottusa non sia l'altrui intelligenza. M'è difficile perfino capire come mai non si veda che ditirambi del genere sovverton il bianco in nero; e come mai l'evidenza delle strade storte e dei non pochi trabocchetti renda sempre più spedito e disinvolto il passo verso il pericolo mortale?
12 - Poco tempo fa, la Pontificia Commissione Biblica si riunì nella sua annuale assemblea plenaria per metter a fuoco il delicato problema dell'ispirazione e dell'inerranza biblica. Non so come sian andate le cose; ma il solo ritorno al tema dell'ispirazione e dell'inerranza appare già una sorta di resipiscenza. Certo è che le acque si son mosse davvero, anche se non tutte nel senso che a me - e non soltanto a me - parrebbe giusto. Qualcuno tenta d'incanalarle nella fiumana dell'esaltazione acritica che dura da ben cinquant'anni: «Una cosa viva, in parte ancora da capire e da applicare [...] una formidabile esperienza di dialogo della Chiesa col mondo e della Chiesa al suo stesso interno». Semnbra che s'abbia paura d'un cambiamento di rotta e debba esser finalmente corretta la superficiale dichiarazione, diventata luogo comune, secondo la quale dopo il Vaticano II «la Chiesa non fu più la stessa». Si fa di tutto perché ciò possa dirsi ancora: «Jesus», nel numero di novembre 2009, annunciava che per nove mesi consecutivi alla rivista si sarebbe aggiunto un volume sul Vaticano II: una vera collana per leggerlo e capirlo. Ovviamente nell'ottica di chi ha staccato il Vaticano Il dalla Tradizione e vorrebbe oggi impedirgli di ricuperarla. L'ottica, per esempio, di quella «Cattedra del dialogo», fondata qualche tempo fa a Milano, dalla quale scende il verbo dei grandi «maîtres-à-penser» dell'avanguardismo postconciliare: il card. Martini, membri di San Fedele e di Sant'Egidio, filosofi, sociologi, giornalisti, tra i quali addirittura Gad Lerner. L'ottica, dico, di chi, per difendere il Vaticano II dalle «ossessioni dottrinarie e centralistiche della Curia Romana», inneggia all'era nuova inaugurata dall'ultimo Concilio, alla liberazione dall'ingombrante centralismo romano, all'emancipazione dall'incomunicabilità col pluralismo odierno, alla perfetta armonizzazione fra Chiesa e mondo, Fede e cultura, pratica religiosa e libertà «laica».
Una proposta come la mia, per codesto sfrenato avanguardismo, è quasi blasfema. Perciò tanto il resisterle quanto il suo rifiuto non mi sorprendono: eran già nel preventivo. Mi sorprendon invece le dichiarazioni d'assenso: numerose e, in qualche caso, autorevoli. E mi conforta la costatazione che il rifiuto del luogo comune e dell'ufficialità di comodo son più diffusi di quanto pensassi. Ciò significa che, nonostante cinquant'anni di spostamento sempre più pronunciato dalla li nea maestra della Tradizione di sempre, è vivo il desiderio d'una Chiesa fortemente ancorata al senso della propria inconfondibile identità: d'una Chiesa, pertanto, che non chiude gli occhi per convincersi che la Tradizione è contenuta interamente nei documenti dell'ultimo Concilio, ma li apre per verificare dove in esso la continuità sʻinterrompe e in che direzione volger i propri passi per il ricupero del «quod semper, quod ubique, quod ab omnibus creditum est».
(mons.Brunero Gherardini, Quæcumque dixero vobis,
ed.Lindau, 2011, pp.187-192)

11 commenti:
Quando si scatena la rivoluzione, come nel caso del Vaticano II, il crollo delle istituzioni è da un lato il segno che i rivoluzionari hanno lavorato bene, dall'altro che l'istituzione presentava crepe sostanziali anche prima del crollo. E che le crepe o sono passate inosservate o che la "cura" non è stata adeguata.
Nel caso della Chiesa, ritengo che si sia fatto affidamento, un affidamento eccessivo, sulla sua "indefettibilità", un dogma escatologico che nel concreto e nella storia ha bisogno non solo di essere creduto teoricamente ma di uomini e donne che lottino con le unghie e con i denti e che siano pronti anche al martirio del sangue per la difesa della Chiesa e della sua dottrina... Come avveniva nei primi secoli di storia cristiana, che non sono molto dissimili dal nostro presente pagano.
Se al contrario la difesa è affidata a dei documenti ufficiali, ma con poco o nulla che ne consegue sul piano pratico, siamo al livello delle grida di manzoniana memoria, che poco o nulla possono contro gli attacchi e il conseguente sfacelo.
Se poi è la gerarchia a disertare o ancora peggio a passare al nemico in tutto o in parte, la lotta diventa impari e la vittoria dei fedeli e ortodossi si allontana nel tempo, non impossibile ma necessitante di un intervento divino diretto o tramite un santo condottiero suscitato dall'alto.
Nel caso specifico del post-rivoluzione francese, già la convocazione del concilio Vaticano I nell'ottocento fu il segno che la Chiesa aveva preso coscienza dell'attacco dall'esterno, così come il Sillabo, le preghiere a San Michele arcangelo e l'esorcismo di Leone XIII, l'anti-modernismo di San Pio X eccetera. Ma in quest'ultimo caso, dopo l'iniziale furore controrivoluzionario, l'eresia è rientrata di soppiatto nei seminari e tra il clero, infiltrandosi grazie ad una veste rinnovata e ad un vocabolario diverso da quello condannato ma esprimente concetti simili o ancora peggiori. Un travestimento che ha ingannato molte "anime belle" e ha trovato una gerarchia impreparata (se in buona fede), complice (se in cattiva fede).
Si è anche indebolito e infine neutralizzato l'aiuto soprannaturale, prima con il tagliuzzamento delle Preghiere Leonine, poi con la loro cancellazione definitiva dalla Liturgia.
Quasi inutili (perché disattesi) gli avvertimenti soprannaturali della Madonna del Buon Successo (XVII secolo), La Salette, Emmerich, Fatima...
Dunque il crollo della Chiesa post-conciliare ha cause antiche mal o insufficientemente affrontate, che trovano il loro compimento distruttivo nel sinodalismo attuale.
di Biagio Buonomo
QUANDO IL PAPA SI ABBASSA A CITTADINO QUALUNQUE
Qualche giorno fa, commentando la decisione di Leone XIV di partecipare alle elezioni americane di midterm, avevo condensato, lontano com'ero dal pc - la mia perplessità in una sola domanda: «Ma chi siede a San Pietro? Il Sovrano della Città del Vaticano o Mr. Prevost, cittadino di Chicago, Illinois?».
L'aforisma ha suscitato una discussione piuttosto vivace. Segno che la questione, evidentemente, non era peregrina. Vale dunque la pena di tornarci sopra, perché dietro quella battuta – che battuta non era del tutto – si nasconde una questione tutt'altro che secondaria: quella della distinzione fra i diritti dell'uomo Robert Francis Prevost e le responsabilità dell'ufficio che Leone XIV ricopre.
Una distinzione che, a quanto pare, non è altrettanto evidente a tutti.
Cominciamo dalle cose elementari. Nessuno contesta a Robert Francis Prevost il diritto di cittadinanza americana. Nessuno vuole privarlo dei suoi diritti civili, confiscargli il passaporto o spedirlo all'anagrafe di Chicago per un aggiornamento dei registri. Il problema è un altro: Robert Francis Prevost non è più soltanto Robert Francis Prevost. È Leone XIV. E fra le due condizioni esiste una differenza che non dovrebbe richiedere l'intervento di un teologo per essere compresa.
Il cambio di nome non è un espediente ornamentale. Non è una trovata da conclave per rendere più suggestiva la biografia del nuovo eletto. Indica un mutamento di stato, l'assunzione di una funzione che trascende la persona e le sue precedenti appartenenze. L'uomo rimane, naturalmente. Ma non può pretendere che rimangano immutate anche tutte le prerogative della sua precedente condizione.
Il Papa non è un cristiano qualunque che, obbedendo alla dottrina sociale della Chiesa – quella che tanti citano di terza mano, possibilmente dopo averne letto il titolo – adempie ai propri doveri di cittadino americano. È il capo della Chiesa cattolica, il Vicario di Cristo, il successore di Pietro e il sovrano dello Stato della Città del Vaticano. Non è l'arcivescovo di Chicago in trasferta a Roma, né un pensionato dell'Illinois che, pur avendo cambiato residenza, non vuole perdere l'appuntamento elettorale.
La differenza dovrebbe essere evidente persino ai più zelanti esegeti del diritto di voto.
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Segue
C'è poi un particolare che i commentatori, nella loro fretta di celebrare la democraticità del gesto, sembrano aver trascurato. Non risulta che Giovanni Paolo II abbia mai votato alle elezioni polacche, che Benedetto XVI abbia partecipato a quelle tedesche - neppure quello sciagurato imprudente di Bergoglio ha mai votato per le elezioni argentine - né che i Pontefici italiani abbiano sentito il bisogno di recarsi alle urne per esercitare il proprio diritto di elettori nella patria d'origine. Non perché ne fossero giuridicamente impediti, ma perché evidentemente ritenevano che la dignità dell'ufficio comportasse qualche rinuncia.
Non si pretendeva da loro un certificato di apolidia. Bastava il buon senso. E, forse di più, il senso dell' unicità del proprio ruolo.
Evidentemente, anche questa è una virtù che non viene conferita automaticamente con l'elezione al soglio pontificio.
Si dirà che votare è un diritto, oltre che un dovere civico. Verissimo. Ma non tutto ciò che è un diritto è necessariamente opportuno. Un cardinale può avere simpatie partitiche; un vescovo può avere le proprie preferenze elettorali; un sacerdote può persino discutere animatamente di politica al tavolo di un'osteria, purché non pretenda di trasformare l'omelia in un comizio. Ma il Pontefice è un'altra cosa. O almeno dovrebbe esserlo.
Il suo compito non è rappresentare una parte degli americani, né concorrere, fosse pure simbolicamente, alla vittoria di una formazione politica. È rappresentare una Chiesa universale, nella quale convivono popoli, nazioni, culture e sensibilità politiche differenti. Cattolici americani, europei, africani, latinoamericani, asiatici. Repubblicani e democratici, conservatori e progressisti, cittadini di Stati democratici e sudditi di regimi che democratici non sono affatto.
Il Papa appartiene a tutti loro. O dovrebbe appartenere.
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Partecipare alle elezioni politiche del proprio Paese d'origine significa invece riaffermare, almeno simbolicamente, un'appartenenza nazionale e inserirsi in una competizione dalla quale la funzione pontificia dovrebbe tenerlo distante. Non occorre conoscere il voto espresso, che rimane segreto, per comprendere l'inopportunità del gesto. La questione non è chi abbia ricevuto la scheda di Leone XIV, ma perché Leone XIV abbia ritenuto di doverla compilare.
E non è un'obiezione da azzeccagarbugli. È una questione di ruolo, di misura e di consapevolezza istituzionale.
Le simpatie politiche del Pontefice americano, del resto, non sono precisamente un mistero. Le sue posizioni pubbliche sono abbastanza eloquenti. Non intendo attribuirgli un voto che non conosco, né mi interessa indovinare quale candidato abbia beneficiato della sua preferenza. Ma proprio la riconoscibilità di certe sue inclinazioni avrebbe dovuto suggerirgli una prudenza supplementare. Quando si siede sul soglio di Pietro, anche le proprie inclinazioni personali dovrebbero imparare a stare sedute.
Non si chiede al Papa di essere un uomo senza idee, senza giudizi morali o senza opinioni sul mondo. La Chiesa ha il diritto, anzi il dovere, di pronunciarsi sulle questioni che investono la vita morale e civile. Ma una cosa è intervenire sul terreno dei principi, altra è partecipare alla competizione elettorale di uno Stato. Confondere le due cose non rende più democratica la Chiesa. Rende soltanto meno riconoscibile la distinzione fra il magistero e la militanza.
I suoi apologeti hanno naturalmente tirato fuori la democrazia. Non poteva mancare. È la parola passepartout che oggi apre tutte le porte, comprese quelle che sarebbe meglio lasciare chiuse. Votare è democratico, dunque vota il Papa; il Papa vota, dunque è democratico il Papa; e chi trova il gesto inopportuno, evidentemente, ha qualche problema con la democrazia.
Un ragionamento di una profondità che non richiede l'ausilio di un sismografo.
Ma nessuno ha mai sostenuto che il Pontefice debba essere privato dei diritti civili per diventare Papa. Si sostiene, più semplicemente, che dovrebbe sapere quando non esercitarli. La rinuncia volontaria a una facoltà non è una menomazione. Talvolta è precisamente ciò che distingue un uomo investito di una responsabilità da un uomo che si limita a godere dei propri diritti.
Del resto, non è la prima volta che la modernità ecclesiastica scambia l'adeguamento ai costumi del secolo per una prova di apertura. Il Papa deve essere vicino agli uomini, ci viene ripetuto. D'accordo. Ma per essere vicino agli uomini non è necessario diventare uno di loro in ogni manifestazione della vita civile. Altrimenti, per avvicinarsi ai fedeli americani, potrebbe anche iscriversi al partito democratico o repubblicano. Naturalmente, dopo aver consultato la Conferenza episcopale.
C'è una certa smania di normalizzazione che attraversa una parte della Chiesa contemporanea: il Pontefice deve essere simpatico, accessibile, comprensibile, possibilmente condivisibile anche da chi non mette piede in una chiesa da quando ha fatto la prima comunione. Deve apparire come un uomo del suo tempo. E finisce talvolta per sembrare un uomo qualsiasi, con in più un abito bianco e un seguito di fotografi.
Ma il Papa non è stato eletto per dimostrare di essere un cittadino americano esemplare. È stato eletto per essere il Papa.
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Il punto, in definitiva, è proprio questo. La Chiesa non ha bisogno di un Pontefice che dimostri di essere un cittadino come tutti gli altri. Ha bisogno di un Papa che ricordi, anzitutto a se stesso, di non essere stato eletto per esercitare con maggiore visibilità i diritti di Robert Francis Prevost.
Perché ogni volta che il successore di Pietro si confonde con l'uomo comune, ogni volta che si lascia trascinare nelle consuetudini e nelle contese del secolo, contribuisce a dissipare qualcosa che non si recupera con un comunicato della Sala Stampa: la percezione della sua sacralità, il senso della distanza che separa la persona dall'ufficio, il riconoscimento della sua singolare funzione di Vicario di Cristo.
Non è una questione di cerimoniale, di inchini o di nostalgie monarchiche. È una questione di fede. Il Papa non deve apparire un uomo qualsiasi perché non ricopre una funzione qualsiasi. E quando persino chi siede sul soglio di Pietro sembra dimenticarsene, non si capisce perché dovremmo ricordarglielo noi.
La secolarizzazione, del resto, non ha sempre bisogno di nemici dichiarati. Talvolta trova collaboratori insospettabili proprio là dove dovrebbe trovare i suoi più strenui avversari
Io vorrei sapere come mai che il grande Pio XII che e' stato un grande papa e si era gia' accorto delle tendenze modernistiche di Montini lo abbia nominato arcivescovo di Milano , una carica cosi' alta e non lo abbia nominato magari nunzio apostolico in Nuova Zelanda o Paraguay ?
La rivoluzione non si scatena da sola, così, dal nulla.
La rivoluzione è il risultato di parole e azione di uomini, e della loro ossessione a portarla avanti (è ovvio da chi siano ispirati).
Può facilitare la rivoluzione anche la desistenza altrui, o anche solo la pigrizia di chi dovrebbe reagire, anche soltanto la pigrizia mentale.
Abbiamo già visto come Giovanni Paolo II indicesse l'incontro di Assisi '86 con l'intenzione di "pregare" e la convinzione che dopotutto l'antica dottrina dei semina Verba (cioè dei piccoli semi di verità presenti nelle altre religioni) gli sembrasse giustificare un tale incontro.
Ma le sue buone intenzioni contribuirono a spalancare le porte ai rivoluzionari. E alle interpretazioni di comodo.
Anche l'appello di mons.Gherardini è caduto nel vuoto.
È vietatissimo discutere il problema, perché la soluzione è fin troppo chiara.
È vietatissimo persino il proporre una discussione: i rivoluzionari evitano di risponderti anche solo con un "no, non vogliamo discuterne".
Il "crollo della Chiesa postconciliare" è in realtà il crollo di gran parte della gerarchia, che per convinzione o per convenienza ha taciuto adeguandosi o ha addirittura abbracciato la rivoluzione in corso (e mal gliene incoglierà).
Dopotutto avvenne lo stesso in Francia nei dintorni del 1789: vescovi che scrivevano ai capi rivoluzionari, con apparente entusiasmo, di aver comandato a tutti i propri preti di giurare fedeltà alla Rivoluzione (...e vennero tutti puntualmente perseguitati).
Ora, per i normali cattolici si pone il problema di come interpretare certi fatti.
Per esempio, se al Papa occorre dare l'ossequio della volontà e dell'intelletto, come mai non stiamo ossequiando il Traditionis Custodes e facciamo un pellegrinaggio del praticamente abolito Summorum Pontificum?
Come mai non vogliamo ossequiare l'Amoris Laetitia, la Fiducia Supplicans e tutto il resto?
Come mai non ossequiamo il re degli anglicani, gratificato di una cattedra al Laterano, e la sua cosiddetta arcivescovessa, il cui cosplay è stato accolto con tutti gli onori dal Prevost?
Come mai non ossequiamo la sinodalità?
E soprattutto, come mai ci stiamo tutti ponendo la questione solo a partire da quel "Buonasera" pronunciato a marzo 2013?
Fuori tema :
Dal 5 Novembre al 2 Maggio sono visibili
al Museo dell'Ara Pacis, a Roma, i " ritratti
del Fayyum".
https://www.youtube.com/shorts/yiqB8--6T_4
E voi lo sapevate?
Anche i grandi papi possono fare errori. Montini fu fatto arcivescovo di Milano per toglierlo dalla Segreteria di Stato ("moveatur ut amoveatur", "sia spostato, al fine di rimuoverlo"). Ma l'avrebbe dovuto spostare ad una sede infima, non alla guida della Diocesi più grande del mondo. Oppure mandarlo come nunzio a Teheran, dove Montini spedì Bugnini a morire (secondo alcuni, a venir ucciso).
È anche vero che Montini godeva dell'appoggio della massoneria ecclesiastica e di quella che in tempi più recenti è stata definita lobby gaia. E si può presumere che Pio XII, come tutti i papi, avesse dei cattivi consiglieri nella sua cerchia più stretta...
In ogni caso è un errore umano, con tragiche conseguenze per tutta la Chiesa successiva. Ma capita.
Leggere anche su Wikipedia la biografia del Card. Augustin Bea, Confessore di Pio XII dal 1945 fino alla morte (1958).
Non lo fece cardinale! E questo era comunque un segno importante!
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