sabato 4 ottobre 2014

In ricordo di Michael Davies

Michael Davies (1936-2004)
è stato dal 1992 al 2004
presidente della
Foederatio Internationalis Una Voce
L'ultima lettera da Londra

di Michael Matt, editor di The Remnant.

[Su Michael Davies nel blog qui - qui - qui ]

Nel giugno di trentatre anni fa Michael Davies inviò il suo primo articolo per la pubblicazione in queste nostre colonne. All'epoca avevo solo cinque anni. Non ho alcun ricordo di quando lui non era ancora una parte vitale di The Remnant. Per più di tre decadi le sue “Lettere da Londra” giungevano mese dopo mese e anno dopo anno, informando migliaia di cattolici del post-Concilio ed incoraggiandoli durante tre dei più turbolenti decenni della storia della Chiesa.

Dopo aver combattuto per due anni contro il cancro, Michael Davies, nato nel 1936, soffrì di un grave attacco cardiaco morendo nella sua casa il 25 settembre 2004. L'ultima delle sue “Lettere da Londra” fu pubblicata nel Remnant del successivo 30 settembre. Il fatto che un uomo di tale levatura non sia più con noi significa, tra le altre tristi cose, che non abbiamo più le spalle di un gigante su cui poggiare nei pericoli della foresta post-conciliare. Il nostro corrispondente da Londra è andato avanti, e perciò siamo soli tra gli alberi di questa foresta oscura senza di lui!

Ricordando un grande uomo

Nei decenni dalla chiusura del Vaticano II Michael Davies ha letteralmente dato la propria vita alla controrivoluzione cattolica della Tradizione. Infatti mi chiedo se il cancro che consumò il suo corpo e la malattia che infine ha vinto il suo generoso cuore non siano in qualche misura il risultato dell'estenuante opera (in scritti e in parole) che avrebbe severamente sfiancato un qualsiasi uomo di metà dei suoi anni.

Non lo sapremo mai, ma ciò che è sicuro è che lui si è speso totalmente a servizio della Chiesa, morendo in sella e con ancora gli stivali. Conosciamo anche la povertà in cui ha sofferto fin dall'inizio, avendo sempre risolutamente rifiutato di accettare un regolare stipendio per i suoi articoli.

Ma questo non era qualcosa di straordinario per Michael Davies. Infatti l'intera sua opera - compresi venti libri, dozzine di pamphlet, centinaia di articoli e innumerevoli lezioni - è stata, per la maggior parte, dettata da una dedizione amorevole per la Chiesa nella quale si era convertito, ed amore per la causa della Tradizione che aveva fatto sua.

Per i suoi enormi sforzi nel difendere la Sposa di Cristo non cercò denaro né fama. Qual nobile cavaliere che era, mise a disposizione la sua spada - quell'abilissima penna - fedelmente a servizio della Chiesa fino alla fine. Per lui la battaglia della Tradizione non aveva nulla a che fare con le ricompense di questo mondo.

Anzitutto, almeno nella sua mente, Michael Davies è stato un insegnante delle elementari. L'insegnamento è stato il suo primo amore e la sua identità perfino dopo il suo pensionamento nel 1992. Infatti, l'ultima delle sue “Lettere da Londra” comprendeva fieri ricordi dei suoi amati studenti - ragazzine e ragazzini che tanto tempo fa lo chiamavano semplicemente "sir".

Questo ci dice molto di Michael Davies, in quest'epoca in cui titoli gonfiati e credenziali accademiche ci definiscono più di quanto lo faccia la virtù: voleva essere semplicemente riconosciuto come insegnante per bambini.

All'età di dieci anni lo incontrai per la prima volta. I ricordi di quell'incontro sono ovviamente un po' confusi, ma ricordo che pensai che la parlata dei gallesi era “spassosa”. Non solo era spassosa, era proprio divertente.

Immaginate perciò la nostra sorpresa, da bambini, quando scoprimmo che quel “serio signore inglese” (una duplice inaccuratezza di fronte a cui lui, gallese cresciuto in Inghilterra, avrebbe doppiamente trasalito) che noi avevamo conosciuto solo dalle ampie lodi tessute dai nostri adulti era infatti uno degli uomini più spassosi che avremmo mai incontrato.

Anche un bambino riusciva a capire come Michael Davies era un uomo che non si prendeva sul serio nemmeno della metà di quelli attorno a lui. Il suo umorismo autoironico, infatti, sarebbe diventato una delle sue caratteristiche più affettuose. Più in là divenne fonte di divertimento anche il suo categorico rifiutarsi di prendere sostenitori e critici altrettanto seriamente di quanto loro stessi non si prendessero - oppure di quanto prendessero seriamente lui stesso.

La sua arguzia inglese divenne - in modo particolare in America - altrettanto elogiata che la sua erudizione. Ogni volta che un suo ammiratore gli si avvicinava per annunciargli di aver letto questo o quello dei suoi libri, la risposta tipica di Michael era più o meno sul filo del: “Non dovevi! Ma tutto intero? Sarà stato terribilmente noioso!”

Gli elogi lo imbarazzavano e i complimenti lo rendevano visibilmente nervoso. Invariabilmente adoperava il suo senso dello humor per scansarli entrambi.

Non so quale fu il motivo (forse l'umor nero) ma i primi tradizionalisti compresero tutti il valore essenziale dell'umorismo: mio padre, il dr. Bill Mara, Hamish Fraser, padre Miceli, padre Urban Snyder, John Senior, perfino lo stesso Arcivescovo Lefebvre e, ovviamente, Michael Davies.

Ricordo che da bambino, in soggiorno sotto il pianoforte (il mio “nascondiglio preferito” di quegli anni), udii una di quelle considerazioni che fanno riflettere, subito dopo una sulla disperata situazione della Chiesa nell'immediato post-Concilio, e subito dopo qualche buffo commento su Bugnini, Montini, Casaroli, Weakland o Hunthausen, che inevitabilmente faceva sbellicare tutti dalle risate.

Che persone affascinanti! I bambini non riuscivano a non adorarli. Per noi, erano i giganti che vivevano in qualche terra lontana e che spendevano ogni momento di veglia per duellare contro i nemici della Chiesa.

Avevano riportato alla vita, davanti ai nostri occhi, Campion, Fisher e More. Erano infuocati d'amore per la Chiesa Cattolica ma - ciò che alcuni tendono a dimenticare - erano davvero umani, amavano la vita e sapevano come ridere, specialmente di sé stessi.

Questo era vero per tutti loro, ma in particolare lo era per Michael Davies. Da bambino praticamente lo adoravo; da adulto, e nonostante qualche sporadica diversità di vedute, al di fuori di mio padre lo rispettavo più di chiunque altro; ed ora, nella morte, lo piango come non ho mai pianto nessuno oltre mio padre.

Oggi che non è più tra noi continuo a pensare che il mondo sarà molto meno interessante senza Michael Davies. A modo suo è stato, dopotutto, un uomo per tutte le stagioni. Un linguista esperto (parlava fluentemente diverse lingue), amava il calcio, i cani, il rugby, il cinema; apprezzava e gradiva la storia, le guerre, i re e i generali.

E non ha mai incontrato un derelitto che non gli piacesse. Conosceva per esempio la Guerra Civile più di molti americani. Ricordo una passeggiata con lui a Chartres mentre con fare esperto distraeva i pellegrini dalla stanchezza e dalla fatica spiegando perché il generale Robert E. Lee (che lui ammirava) aveva perso a Gettysburg - tutto questo tornava gradito specialmente ai giovani pellegrini, che della Guerra Civile impararono più quel pomeriggio che in anni di lezioni di storia a scuola.

Come molti ex combattenti, Michael parlava assai di rado delle sue esperienze militari, della fanteria leggera del Somerset (dove aveva combattuto durante l'emergenza della Malesia, la crisi di Suez e la campagna di Cipro), se non per dire che gli anni passati in uniforme erano stati i suoi più felici.

Ma non si stancava mai di parlare delle gesta di altri soldati, specialmente quelli famosi... e, certe volte, quelli meno famosi. Questa è una delle storie che amava raccontare: in una buia notte durante la Guerra, un aviatore tedesco si palesò alla porta del retro della cucina di sua madre, essendosi paracadutato per sbaglio nel suo giardino. “Essendo inglese, cosa credete che fece mia madre?” chiedeva con quell'inimitabile occhiolino. “Lo ha invitato a prendere una tazza di tè e ha quindi telefonato alla polizia affinché passasse a impacchettarselo.”

Per ringraziare del tè, l'aviatore aveva dato al piccolo Michael una delle sue medaglie di battaglia che, con grande dolore del piccino, la polizia “confiscò”.

Michael amava i canti di guerra ed era capace di intrattenerci recitando a memoria poemi su eroi galantuomini e famose battaglie; uno dei suoi pezzi preferiti era il discorso di Enrico V prima della battaglia di Agincourt (quello del giorno di san Crispino).

Se aveste voluto sapere quanti francesi e quanti inglesi perirono in quella battaglia, vi sarebbe bastato chiedere. Date e numeri erano tutti in quella mente acuta, ma li avrebbe snocciolati in modo che nessuno avrebbe potuto fraintendere il suo scopo: era genuinamente stupito dalle contrastanti statistiche di quella famosa battaglia e semplicemente assumeva che i suoi amici avrebbero voluto saperne di più.

Non era capace di millanterie e perciò condivideva la ricchezza delle sue conoscenze così come farebbe un bambino, con un una specie di stupore che rendeva gli ascoltatori come partecipi di qualcosa di nuovo e di appena scoperto. Anche se pochi erano in grado di stare al passo con la sua intelligenza, lui faceva in modo che nessuno si sentisse imbarazzato a causa sua. Così autisti, camerieri, tassisti e baristi si sentivano trattati come re. Michael Davies, il leone della Tradizione, era un uomo incredibilmente delicato che apprezzava davvero le piccole cose della vita.

Ricordo una volta di aver assistito con lui al cambio della guardia a Buckingam Palace a Londra. Ci chiese se non fossimo d'accordo che i copricapi in pelle d'orso inglesi apparissero così “intelligenti”. Pochi attimi dopo ci raccontò l'intera storia di quei copricapi alti e neri che i britannici avevano evidentemente imitato dai francesi che a loro volta li avevano utilizzati per far sembrare i loro soldati più alti e spaventosi.

Argomenti appassionanti, certo, ma ciò che era più stupefacente di quell'uomo era l'incredibile portata della sua conoscenza e la prontezza con cui poteva ricordare aspetti profondi o bizzarri.

Un minuto poteva essere sui copricapi, nel minuto successivo gli audaci piani di fuga di von Hildebrand dai nazisti, e subito dopo le considerazioni dell'Arcivescovo Lefebvre durante il giugno del 1988. Tutto questo restando un grande fan di Bugs Bunny e del tenente Colombo, e poteva ancora affrontare con abbastanza entusiasmo questioni meno impellenti. Aveva una sconcertante semplicità nel comunicare con bambini di dieci anni e con grandi intellettuali, con uguale facilità ed efficacia. L'ho trovato affascinante, specialmente quando avevo dieci anni di età.

Che l'argomento fosse Victor e Veronica Viper fischiare nella teiera della signora Potts [riferimento al film La bella e la bestia, ndt] o le sfumature nelle regole del rugby, o Peter Pan rispetto a Winnie the Pooh, o lo Scotch single-malt rispetto al blended, o la soppressione dei Gesuiti, o l'abominazione liturgica di Paolo VI, Michel Davies era sempre a suo agio. Possedeva anche quel grande dono di entrare in sintonia con persone intellettualmente inferiori a lui, che lasciava queste ultime convinte che lui fosse del tutto ignaro di tale differenza. Michael Davies - il grande flagello dei modernisti - era un modello di carità.

Dopo la sua morte continuano a tornarmi in mente tanti ricordi. Eccolo mentre passeggia sulle fangose strade verso Chartres, con la bandiera del Galles in una mano e la corona del rosario nell'altra. Eccolo dentro la prigione di san Tommaso Moro, chiacchierando col capitano della Guardia della Torre di Londra, insegnando ad alcuni giovani in Spagna le parole autentiche di Annie Laurie [canto popolare scozzese del '700, ndt]. Eccolo esplorare la Cappella dei Martiri nel profondo dei boschi della Vandea, tifare per il Galles ad una partita di rugby trasmessa nel televisore di un pub nel sud della Francia, stare sotto una cupola di Michelangelo presso la tomba di san Pio X, organizzare una Messa Tridentina nella cattedrale di Canterbury per la prima volta dall'incoronazione della regina Elisabetta I. Eccolo pregare il rosario a Fatima, entrare nelle miracolose acque di Lourdes, inginocchiarsi in preghiera nella cattedrale di John Fisher nel Rochester. Ed eccolo “sostenere i monaci” in un caffè di Monaco, meditare davanti alla statua del Bambinello nella città di Praga - e centinaia di altri momenti cattolici, al centro dei quali c'è un gallese apparentemente normale con una maglietta Jack Daniels o un cappellino dei Pittsburgh Steelers.

In questo elenco di ricordi che negli anni va via via sbiadendo, riesco a vedere Michael Davies insegnare... costantemente insegnare. Durante il tempo speso con lui in Europa nelle ultime trenta primavere, ho spesso notato che coloro per i quali investiva la maggior parte del suo tempo erano i bambini e gli studenti nei nostri gruppi. Era fatto così. Il mondo per lui era come una classe con qualcosa da imparare e qualcosa da insegnare, ad ogni angolo di strada. Penso che avrebbe volentieri speso ore con un quindicenne problematico piuttosto che minuti con un ammiratore che avesse letto tutti i suoi libri e volesse parlargli.

Michael Davies era un insegnante nato, che possedeva quell'unica qualità che istruisce senza accondiscendere, che illumina senza intimidire, e che potrebbe trasmettere saggezza nel breve tempo dell'alzata di bicchiere di un brindisi. Non ero un suo pari - pochi uomini lo sono stati - ma sono stato suo studente.

Conclusione

Poche ore dopo che ho appreso la triste notizia della morte di quel grande uomo, ho scritto il seguente messaggio sul sito web del The Remnant:
Anche se non è stato martire, il nome di Davies può essere senza alcuna esitazione sicuramente messo accanto a quelli di Moro, Fisher e Campion, tra quegli uomini che hanno dato la loro vita in difesa della santa Chiesa Cattolica Romana in tempi di inauditi attacchi.
Con tutto il cuore io sono convinto che questo è vero e che il futuro lo confermerà. In termini di puro impatto positivo sulle anime infiacchite nella Chiesa devastata dalla rivoluzione, non riesco a ricordare nessun laico che l'abbia servita più lealmente o che abbia confermato i fratelli con maggior costanza. Conosceva la storia e ha compreso i pericoli del nostro tempo nel contesto storico.

Sapeva anche che noi siamo attualmente nel pieno di una tremenda battaglia contro le forze dell'oscurità, contro le quali, umanamente parlando, non abbiamo scampo dato che la Chiesa Cattolica è caduta. Sapeva bene che in tali circostanze, anche la fede più forte appassisce se la speranza è perduta.

E così il suo instancabile compito era di tenere viva la Speranza, convinto che la confidenza nel buon Dio, con la semplicità di un bambino, è il miglior antidoto contro i veleni della disperazione, ambizione, presunzione e orgoglio che l'inferno ha iniettato nella circolazione del mondo moderno.

Come Newman e Chesterton prima di lui, Michael Davies ha scelto questa Fede... in cui non era nato. E dopo aver fatto la sua scelta, come loro ha dedicato la sua vita all'instancabile difesa di ogni dottrina, di ogni dogma, di ogni principio e credo, di ogni rubrica e preghiera sacra. E questo è ciò che dovremmo fare per ricordarci sempre di lui - ha scelto di essere un cattolico tradizionale ed era pronto alla morte per difendere tale scelta.

Lui, ex anglicano, sapeva bene che la Chiesa Cattolica Romana possiede la perla di inestimabile valore; la nostra è la religione che ha santificato con successo santi e re, gentiluomini e studenti, soldati e contadini, attraverso questa valle di lacrime per duemila anni da quando Cristo camminò con gli uomini. Noi, dunque, siamo i fortunati... e né le liturgie fabbricate né un insensato Concilio possono cambiare tale trionfante realtà. Non abbiamo scuse per abbandonare la Speranza!

Dato che Michael ha sempre cercato di essere utile, vogliamo fare buon uso della sua memoria. Ricordiamolo allegramente come il mitico Leone della Tradizione, gioviale figlio del Galles, grande Cattolico che ha ispirato lacrime d'amore e lacrime di risate, che ci ha aiutati a credere nelle sole cose davvero importanti, e che ha tenuto accesa la fiamma della speranza anche nelle notti più buie. Insomma, ci ha mostrato come concludere questa gara, come combattere la buona battaglia, come mantenere la vecchia Fede.

Con soddisfazione e commozione, avendolo conosciuto e chiamato amico, diciamo arrivederci in Cielo a Michael Davies, uno dei più grandi difensori della fede mai vissuti.

Grazie di tutto! Non preoccupatevi: non dimenticheremo cosa avete fatto per noi e per i nostri bambini. Come avrebbe detto il re Harry, ogni buon uomo racconterà a suo figlio la vostra storia. E la Tradizione non si allontanerà mai da questo giorno fino alla fine del mondo.
L'eterno riposo donagli, o Signore, e splenda ad egli la luce perpetua. Possa la sua anima, e le anime di tutti i defunti nella fede, riposare in pace. Amen.

Note del traduttore: gli scritti di Michael Davies sono per il momento disponibili solo in inglese (ma so che le edizioni Effedieffe hanno stavano prendendo in carico la traduzione e pubblicazione di alcuni dei più importanti testi).

Fra le più pubblicazioni di Davies ricordiamo:

- la trilogia The Liturgical Revolution (Vol. I: Cranmer's Godly Order Roman Catholic Books, vol. II Pope John's Council, vol III Pope Paul's New Mass; Angelus Press)

- i tre volumi dell'Apologia Pro Marcel Lefebvre (Angelus Press)

- Partisans of Error - on Modernism (Neumann Press)

- The Second Vatican Council and Religious Liberty (Neumann Press)

- I am with you always - on the Indefectibility of the Church (Neumann Press)

- For Altar and Throne – The Rising the Vendée (The Remnant Press)

- Medjugorje after Twenty-One Years — 1981-2002: The Definitive History (disponibile online in formato RTF)

2 commenti:

RIC ha detto...

Affondo di Tosatti sul sinodo

http://www.lastampa.it/2014/10/03/blogs/san-pietro-e-dintorni/sinodo-con-bavaglio-perch-nanmzhIp9Y5rMMz3OjLFyM/pagina.html

mesmer ha detto...

Grazie, mic, per questo bel post su Davies.