Nella nostra traduzione da New Liturgical Movement la
recensione di "Pace liturgica, guerra liturgica: 'Summorum Pontificum' di Benedetto XVI e i suoi critici".
Interesssnte perché l'autore dimostra che la stabilità e la ripetitività della forma rituale sono condizioni per il funzionamento di una comunità religiosa. Di conseguenza, la riforma liturgica radicale e dall'alto dopo il Vaticano II abbia portato inevitabilmente ad una profonda crisi all'interno della Chiesa, che colpisce non solo la liturgia, ma anche la sua struttura di significato e la sua unità.
In questo contesto, Summorum Pontificum appare come un tentativo di ripristinare la continuità rituale permettendo una graduale e paziente guarigione della situazione. Al contrario, Traditionis Custodes cerca una soluzione amministrativa del conflitto, che, secondo l'autore, porta all'escalation e alla trincea.
Qui l'indice degli articoli sulla Liturgia ai tempi di Leone.
Pace liturgica, guerra liturgica: 'Summorum Pontificum' di Benedetto XVI e i suoi critici
Come ha fatto notare più volte Kevin Tierney, ci sono molti indizi che la Traditionis Custodes si sia rivelata un clamoroso fallimento nel dichiarato intento di sradicare una volta per tutte dalla Chiesa il temuto rito tridentino.
Certamente, la sua attuazione (come quella della Sacrosanctum Concilium) ha causato danni, divisioni e sgomento in troppi luoghi, ma a livello mondiale si è fatto ben poco per sopprimere completamente il vecchio rito, che continua a prosperare all'interno o in prossimità delle parrocchie e in alcune diocesi fortunate. Lo stesso Papa Leone XIV ha segnalato che questa politica non è più una priorità e ha esortato a fare spazio a diverse "sensibilità". È difficile dire se, su questo punto, smantellerà o modificherà la legislazione del suo predecessore.
Tuttavia, Traditionis Custodes, se paragonato alle intenzioni rappacificanti del Summorum Pontificum, appare come un atto di violenza ed è bene per noi riflettere sulle questioni teologiche e pastorali più profonde in gioco, per allontanarci (idealmente) dalla violenza e giungere a una coesistenza pacifica e persino, osiamo dire, a un arricchimento reciproco – almeno delle comunità, se non dei riti. [L'arricchimento reciprovo, promosso da Ratzinger, determinerebbe un ibrido assurdo -ndT].
Fortunatamente è stato pubblicato un nuovo libro che si propone proprio questo scopo, e lo fa con brillante perspicacia. Non posso che consigliarlo caldamente. Il titolo è Liturgical Peace, Liturgical War: Benedict XVI's “Summorum Pontificum” and Its Critics (Londra: Bloomsbury T&T Clark, 2026; disponibile anche su Amazon), e l'autore è Tomasz Dekert, professore presso l'Università Ignatianum dei Gesuiti di Cracovia, in Polonia, che lo ha scritto in inglese.
Il libro sostiene la tesi che il motu proprio Summorum Pontificum di Benedetto XVI abbia avviato un autentico – seppur lungo e impegnativo – processo di uscita della Chiesa cattolica dal "conflitto liturgico" del dopoguerra, mentre la successiva Traditionis Custodes abbia interrotto tale processo e intensificato le tensioni preesistenti.
L'autore afferma che le radici del conflitto non risiedono semplicemente in preferenze contrapposte (tradizione contro riforma), ma in un problema più profondo: una comprensione errata della natura della liturgia come rituale, strutturata da presupposti astratti e funzionalisti, che ha finito per dominare gli approcci alla liturgia nel contesto delle riforme liturgiche del dopoguerra. In particolare, critica gli approcci che subordinano la forma rituale a costrutti teologici o culturali, anziché riconoscerne il carattere primario e "autoevidente", ovvero la sua natura sensorialmente percepibile, performativa e socialmente costitutiva.
Una componente importante del libro è la sua polemica con i critici di Summorum Pontificum, che lo considerano una minaccia all'unità della Chiesa, un'espressione di nostalgia o un progetto ideologico. L'autore sostiene che tale critica si fonda sulla stessa comprensione riduzionista della liturgia che ha caratterizzato la riforma del dopoguerra, trattandola come uno strumento per esprimere o plasmare la dottrina e l'identità, piuttosto che come una pratica costitutiva che le precede.
Attingendo alla teoria rituale di Roy A. Rappaport, l'autore dimostra che la stabilità e la ripetitività della forma rituale sono condizioni necessarie al funzionamento di una comunità religiosa. Di conseguenza, la radicale riforma liturgica imposta dall'alto dopo il Concilio Vaticano II – intervenendo sull'intero strato "canonico" del rituale – ha necessariamente portato a una profonda crisi all'interno della Chiesa, che ha colpito non solo la liturgia, ma anche la sua struttura di significato e la sua unità.
In questo contesto, Summorum Pontificum si presenta come un tentativo di ristabilire la continuità rituale, consentendo la coesistenza di forme liturgiche e creando le condizioni per la loro interazione organica, nonché per una graduale e paziente risoluzione della situazione. Al contrario, Traditionis Custodes, fondata sulla stessa visione problematica della liturgia dei critici di Summorum Pontificum, abbandona questa strada e cerca una soluzione amministrativa al conflitto, che – secondo l'autore – ne provoca l'escalation e il radicamento.
In definitiva, il libro sostiene che il superamento della “guerra liturgica” non può essere raggiunto a livello di decisioni legali o dispute teoriche, ma richiede una revisione fondamentale della comprensione teologica della liturgia: ovvero, il riconoscimento del suo ruolo ontologico e sociale come pratica costitutiva e il ripristino della sua continuità come condizione per l'unità della Chiesa.
Per quanto riguarda il Novus Ordo, il libro di Dekert avanza essenzialmente un'affermazione – ma fondamentale e dalle ampie ramificazioni – ovvero che la sua introduzione fu un errore per via della portata del cambiamento comportato che, proprio per questo motivo, non poteva che agire in modo profondamente distruttivo sul sistema cattolico.
Ci si chiede fino a che punto questo tipo di approccio – molto più antropologico che teologico – possa o voglia essere preso sul serio dai teologi contemporanei, cioè da coloro che operano principalmente nel mondo delle parole, dei concetti e delle idee. Questo è un mondo in cui, e con il quale, una mente sufficientemente abile nella dialettica e nell'interpretazione ha un ampio raggio d'azione. Si può, ad esempio, "dimostrare" che, sebbene aggiungendo due mele ad altre due si ottengano quattro mele, "in realtà" riconoscere che ce ne sono sette ci renderà più ricchi! Leggendo gli autori liturgici più noti di oggi, si ha spesso l'impressione che la loro difesa della riforma liturgica post-conciliare si riduca a qualcosa di simile. L'argomentazione si svolge a livello di idee, non a livello di pratica concreta e del suo impatto sulle persone reali.
Questo vale in entrambi i sensi: se si vuole capire perché il rito tradizionale sia così potente e attraente, non bisogna fermarsi al livello delle idee, ma prestare molta attenzione a come il modo in cui viverlo, parteciparvi secondo il suo ritmo e la sua simbologia, plasma profondamente la coscienza e la visione del mondo.
Un altro grande pregio del libro di Dekert è la sua avvincente analisi del coinvolgimento e del significato dell'autorità papale nel processo di riforma e delle implicazioni che ciò ha comportato, sia per i cattolici all'interno della Chiesa sia per le relazioni ecumeniche, soprattutto con l'Oriente.
Il prezzo del libro è molto elevato, come è tipico delle case editrici accademiche, ma possiamo sperare che alla fine diminuisca, come è successo con il libro di U. Michael Lang sul rito romano, che alla fine è stato pubblicato anche in edizione tascabile. Ma se voi o l'istituzione per cui lavorate potete permettervi il libro di Dekert ora, credetemi: vale ogni centesimo. È una delle critiche più acute alla riforma liturgica che io abbia mai letto.
Peter Kwasniewski

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