lunedì 26 febbraio 2018

Dove Gesù dice Bianco, Ratzinger dice Nero - Enrico Maria Radaelli

Enrico Maria Radaelli, nell' importante saggio Al cuore di Ratzinger. Al cuore del mondo edizioni Pro Manuscripto Aurea Domus, mostra con carità e rispetto i numerosi aspetti perniciosi in quanto contrari al dogma cattolico degli insegnamenti di Joseph Ratzinger, esposti in un suo celebre libro del 1968, quand’era professore di Teologia a Tubinga e ancor oggi vero e unico paradigma del suo pensiero, Introduzione al cristianesimo, venduto da cinquant’anni in tutto il mondo, mai smentito, anzi confermato nel 2000 da un nuovo Saggio introduttivo vergato dal suo stesso Autore, all’epoca Prefetto della sacra Congregazione per la dottrina della fede.
Il Prof Radaelli dice di aver inviato al Prefetto della Casa Pontificia, Segretario particolare di Ratzinger, una seconda lettera per tentare di farli avere una copia del libro, per arrivare a lui prima che sia troppo tardi: dunque si ricreda, ci ripensi, e, abbracciato finalmente il credere Deum, possa presentarsi ai Sacri Cancelli con la veste bianca richiesta per passarli.
Con le notazioni che seguono l'Autore intende proporre un esergo,  un "fuori opera", che sottolinea in maniera acuta e calibrata i punti salienti delle questioni teologiche e filosofiche che occupano l'intero volume, del quale abbiamo presentato qui la recensione di Antonio Livi.

Dove Gesù dice Bianco, Ratzinger dice Nero.
di Enrico Maria Radaelli

1. PREMESSA. DIO (IN SAN PAOLO, GAL 1,8) STABILISCE:
SOLO CIÒ CHE VIENE DA DIO È “SPIRITO”.
TUTTO CIÒ CHE INVECE VIENE DALL’UOMO È “CARNE”.

Tutti noi conosciamo le parole con cui san Paolo mette in guardia gli errabondi cristiani della Galizia (i celebri Gàlati) dall’accogliere una dottrina diversa da quella da lui insegnata: « Se anche noi stessi, o un Angelo del Cielo, venisse ad annunciarvi un Vangelo diverso da quello che vi abbiamo annunciato noi, sia egli anàtema » (Gal 1,8).
Con queste parole l’Apostolo stabilisce un principio potente, diciamo anche il principio dei princìpi: la Parola divina è da più del parlante umano che la proferisce, fosse pure esso – come nel suo iperbolico paradosso l’Apostolo chiama il più venerabile annunciatore che gli uomini possano aspettarsi – « un Angelo del Cielo »: la Parola divina non può essere cambiata da nessuno: essa è quella che è e tale deve a ogni costo e assolutamente restare e permanere in eterno.
Per san Paolo, ossia per Dio attraverso san Paolo, il Logos, il Verbo rivelato nel Vangelo, va annunciato. Poi non importa chi lo annuncia, ma solo e unicamente la perfetta fedeltà dell’annunciatore al messaggio annunciato: la verità è il primum, poi è l’unicum, e infine è il supremum. Il resto è nulla.
Che è a dire, come si esprime l’Apostolo: solo ciò che viene da Dio è “Spirito”. Ciò che viene dall’uomo è solo “carne”.
Questo principio è potente. E imprescindibile: è il perno solo in base al quale l’Apostolo potrà apostrofare Cefa, Pietro, il suo Superiore, senza contravvenire all’obbedienza e al rispetto dovutigli. Infatti, con i due paradossi più estremi che si possano concepire: « se anche noi stessi » e « o un Angelo del Cielo », egli afferma che non c’è annunciatore che tenga: la Parola divina è una e una sola: quella annunciata da Gesù Cristo, e, a partire da Lui, dai santi Apostoli.
Dunque, per stare a noi, non è importante per un fedele essere “papalino” o non “papalino”, per usare una parola di recente utilizzata da un riverito cardinale da poco scomparso, ma essere cristiano o non cristiano, perché, anche se la Parola di Dio fosse oggi, per assurdo, annunciata da « un Angelo del Cielo », cioè da qualcuno che potrebbe magari anche sembrare un angelo, come di certo lo sembra, p. es., una personalità molto e da tutti apprezzata, amata, venerata per la sua mitezza e bontà, ma tale Parola venisse però annunciata da tale pur amabilissima persona diversamente da quella che è, ossia deviata da qualche cambiamento, ebbene: « egli sia anàtema », ossia venga respinta, venga rigettata, sia quella parola, sia chi la propaga (se pur respinte e rigettate, l’una e l’altro, con somma carità e massima giustizia, naturalmente, come peraltro esorta a fare lo stesso Apostolo in altri testi), perché quella tal parola, in ogni caso in qualche modo variata, non essendo più la Parola divina, ma un’altra purchessia, non salva più nessuno, non serve più a nulla, anzi danna irrimediabilmente: e danna sia chi l’ascolta, sia, e ancor più, chi l’annuncia, perché anche a quest’ultimo non bastano mitezza, bontà, dolcezza e ogni altra virtù, poiché, come dice sant’Ignazio d’Antiochia agli Efesini, « la fede è il principio, la carità il fine », ossia, come spiega san Bonaventura nel Breviloquio, « è per mezzo della fede che Cristo abita nei nostri cuori », ma una fede mal riposta, ossia riposta nella parola sbagliata, non è più riposta in Cristo, e la carità che ne discende non è più la carità di Cristo, divina, ma una semplice carità umana.
Fra poco vedremo poi le conseguenze di tutto ciò fino in fondo. In ogni caso, ora si è ben visto il motivo per cui l’Apostolo è così veemente. E se l’Apostolo fosse presente ora, se fosse presente nella Chiesa di oggi, probabilmente lo sarebbe dieci volte di più.

* * *

Detto ciò, qui si vogliono offrire ora almeno cinque dei numerosi esempi di totale inconciliabilità, da una parte, degli insegnamenti dati da Sacre Scritture e Dogmi della Chiesa, dall’altra, degli insegnamenti di Joseph Ratzinger, esposti in un suo celebre libro del 1968, quand’era professore di Teologia a Tubinga e ancor oggi vero e unico paradigma del suo pensiero, Introduzione al cristianesimo, venduto da cinquant’anni in tutto il mondo, mai smentito, anzi confermato nel 2000 da un nuovo Saggio introduttivo vergato dal suo stesso Autore, all’epoca Prefetto della sacra Congregazione per la dottrina della fede, e, nella sua linea dorsale, ancora la lui ribadito in un’intervista pubblicata su L’Osservatore Romano il 17-3-16, dunque solo due anni fa, persino dopo tre anni dalla sua Rinuncia al Papato. Libro dunque ancora attualissimo.
Esso costituisce l’oggetto dell’analisi del mio Al cuore di Ratzinger. Al cuore del mondo, pro manuscripto, Aurea Domus, Milano novembre 2017, pp. 370, disponibile nelle librerie Àncora (Milano e Roma), Coletti (Roma), Hoepli (Milano), Leoniana (Roma), oltre che sul sito Aurea Domus.
Si vuole altresì rassicurare il lettore della più ampia contestualizzazione, in questo mio lavoro, delle citazioni del pensiero ratzingeriano, così da poter garantire allo studioso il più largo aiuto per afferrare, di quelle pagine, oltretutto, il loro non sempre limpido ma piuttosto implesso significato.
Si ritiene urgente la massima diffusione di Al cuore di Ratzinger. Al cuore del mondo, affinché sia evidente che il sottoscritto, potendo cominciare a lavorarvi solo dal settembre del 2015, ha fatto di tutto per arrivare in tempo a tentare – quantomeno a tentare – di convincere l’esimio e mite Autore di Introduzione al cristianesimo della necessità di riflettere su tutti quei suoi molto pericolosi assunti prima che sia troppo tardi.
In questo mio lavoro ho però anche voluto proporre quattro paragrafi (76-79) in cui espongo all’apprezzamento del lettore anche cinque pregevoli pensieri dell’esimio Teologo, la cui presenza, pur nell’oceano delle più biasimevoli dottrine fuori strada, permette di capire quanto la mia disamina su quel suo scritto sia scevra da ogni apriorismo personale, ma dettata, come si diceva all’inizio, solo dalla divina e a tutti superiore Norma normans del Logos.
Questi i cinque esempi.

2. PRIMO “PECCATO DELLA CARNE” DI JOSEPH RATZINGER,
O Ia INCONCILIABILITÀ TRA I SUOI SCRITTI E IL VANGELO.

Nel 2005, salito da poco al papato col nome di Benedetto XVI, colui che era stato il Professor Joseph Ratzinger insegnava che quella di Dio « rimane l’ipotesi migliore, benché sia un’ipotesi » (Joseph Ratzinger, L’Europa di Benedetto nella crisi delle culture, Cantagalli, Siena 2005, p. 123).
Ma dire che Dio è « l’ipotesi migliore » significa comunque fondare la fede in Dio – credere Deum – su un’ipotesi, se pur la migliore, ossia su un dubbio, il che però significa fondare la fede su un atto umano: è l’uomo che ipotizza l’esistenza di Dio, è l’uomo che, nella sua mente, “produce Dio”.
Ma la fede è una conoscenza per testimonianza, e la testimonianza è quella del Cristo, che dice, proclama e afferma: « Dio nessuno lo ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato » (Gv 1,18), e infatti san Bonaventura – contro il futuro storicismo –, ancora nel Breviloquio, afferma: « L’origine della Sacra Scrittura non è frutto di ricerca umana, ma di rivelazione divina ». Sicché è Dio che si muove per primo verso l’uomo, e non l’uomo verso Dio.
E dato che san Paolo con i Galàti è andato fino in fondo, questo è il momento per andare fino in fondo anche noi.
Dice l’Apostolo: « Questo solo io vorrei sapere da voi: è per le opere della legge che avete ricevuto lo Spirito, o per aver creduto alla predicazione? » (Gal 3,2). E precisa, affondando il coltello fino all’elsa, senza alcun riguardo: « Siete così privi di intelligenza che, dopo aver cominciato con lo Spirito, ora volete finire con la carne? » (Gal 3,3), ossia: Siete così privi di luce spirituale che, dopo aver accolto la mia Parola spirituale, e spirituale perché fondata sulla Rivelazione di Dio compiuta dal Figlio, ora volete basare la vostra ragione per credere sulla base di una tutta umana ‘carne’, ossia sulle opere umane?”
San Paolo chiama ‘carne’, nei Galàti, ciò che essi elaborano a partire dalle opere della Legge, e chiama ‘Spirito’ la Grazia della terza Persona della ss. Trinità che discende nei cuori se essi credono alla Rivelazione data loro da Gesù Cristo e dai suoi Apostoli.
Analogamente, oggi san Paolo chiamerebbe ‘carne’ ‘l’ipotesi Dio’, il percorso compiuto dall’uomo Joseph Ratzinger col metodo storicistico per individuare l’esistenza di Dio.
Nell’uno e nell’altro caso ‘carne’ è infatti tutto ciò che origina dall’uomo. ‘Spirito’ invece è ciò che viene da Dio. Uomo e Dio sono nettamente e irriducibilmente divisi. E la fede – virtù squisitamente soprannaturale, non c’è alcun dubbio – viene da Dio e solo da Dio. Se invece viene dall’uomo non è fede, è ragionamento, è un sillogismo qualsiasi: è carne.
Si noti che questo pensiero ipotetico drammaticamente errante anche del più recente Ratzinger, che conferma come si debba cercare di correggerne il fideismo di fondo, lo si è potuto raccogliere proprio da chi credeva, con l’improvvida citazione di quelle sue parole, di difenderlo dal mio dire (v. http://magister.blogautore.espresso.repubblica.it/2018/01/04/joseph-ratzinger-teologo-non-modernista-ma-moderno).
Nelle prime settantatre pagine del suo libro il Professor Ratzinger, ben trentadue anni prima, aveva già steso il concetto fondante della sua fede “ipotetica”, e l’aveva steso con plurime e sempre molto drammatiche espressioni, di cui qui si riportano solo le tre più esemplari e struggenti: « …il credente può vivere la sua fede unicamente e sempre librandosi sull’oceano del nulla, della tentazione e del dubbio, trovandosi assegnato il mare dell’incertezza come unico luogo possibile della sua fede,… » (Introduzione al cristianesimo, p. 37);
« È la struttura fondamentale del destino umano poter trovare la dimensione definitiva dell’esistenza unicamente in questa interminabile rivalità fra dubbio e fede, fra tentazione e certezza » (Introduzione al cristianesimo, p. 39);
« Il credente sperimenterà sempre l’oscura tenebra in cui lo avvolge la contraddizione dell’incredulità, incatenandolo come in una tetra prigione da cui non è possibile evadere,… » (Introduzione al cristianesimo, p. 73).
Ma Gesù, a proposito di certezza e solidità della fede, ci dice: « …e tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli » (Lc 22,32); « Io sono la via, la verità e la vita » (Gv 14,6), e: « beati quelli che pur non avendo visto crederanno » (Gv 20,29).
E san Paolo ricorda che « ciò che di Dio si può conoscere è loro manifesto [è manifesto agli uomini]; Dio stesso lo ha loro manifestato. Infatti, dalla creazione del mondo in poi, le sue perfezioni invisibili possono essere contemplate con l’intelletto nelle opere da lui compiute, come la sua eterna potenza e divinità; essi sono dunque inescusabili, perché, pur conoscendo Dio, non gli hanno dato gloria né gli hanno reso grazie come a Dio, ma hanno vaneggiato nei loro ragionamenti e si è ottenebrata la loro mente ottusa » (Rm 1,19-22).
Conclusione: « Senza la fede è impossibile piacere a Dio » (Eb 11,6). Su tali inerranti Scritture la Chiesa dogmatizza (con affermazione cui è dovuta obbedienza de fide): « Dio, principio e fine di ogni cosa, può essere conosciuto con certezza mediante la luce naturale della ragione umana a partire dalle cose create » (Vaticano I, Cost. dogm. Dei Filius, cap. 2, Denz 3004).
Bisogna qui aprire una parentesi di ordine generale che ci permette di notare come il postulato iniziale generalissimo del Professor Ratzinger, secondo cui: « …il credente può vivere la sua fede unicamente e sempre librandosi sull’oceano del nulla, della tentazione e del dubbio », nullifica tutto il libro nonché se stesso medesimo, in quanto circolarmente contradditorio. Se infatti, per principio, tutto è incerto, allora sarà incerto, per principio, anche il postulato medesimo, che quindi potrebbe essere falso, e saranno comunque incerte, forse false, per principio, tutte le proposizioni del libro e, allora, a che pro non solo scriverlo, ma anche leggerlo? (v., in Al cuore di Ratzinger. Al cuore del mondo, i §§ 11-21 sul dubbio socratico, giusto, e su quello scettico, da rigettare, pp. 51-82).

3. SECONDO “PECCATO DELLA CARNE” DI JOSEPH RATZINGER,
O IIa INCONCILIABILITÀ TRA I SUOI SCRITTI E IL VANGELO.

In un’intervista del 2016 a Jacques Servais s.j., pubblicata sull’Osservatore Romano, l’augusto Teologo, già Papa, tornato cardinale pur ricusandone la qualifica, riconfermava la dorsale del suo pensiero ribadendo la convinzione che la Redenzione come ‘riparazione dell’« offesa infinita fatta a Dio »’ è solo una dottrina medievale, dovuta, secondo lui, unicamente a un vescovo, peraltro santo, il vescovo Anselmo d’Aosta, la cui « ferrea logica » resta « difficilmente accettabile dall’uomo moderno », così mantenendo inalterato il pensiero formulato cinquant’anni prima in Introduzione al cristianesimo, per il quale essa « ci appare come un crudele meccanismo per noi sempre più inaccettabile » (Introduzione al cristianesimo, p. 221).
Ma Gesù stesso parla di “ira di Dio”: « Chi rifiuta di credere nel Figlio – dice, riferendosi a Sé – non vedrà la vita, ma l’ira di Dio rimane su di lui » (Gv 3,36). Quale ira? perché ira? L’ira del Creatore per il peccato della sua creatura; e san Paolo chiarisce: « Quando eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della morte del suo Figlio » (Rm 5,10): nemici per il peccato dell’uomo, che solo la morte per Olocausto cruento di Cristo, Vittima innocente, pienamente riscatta.
Infatti: « Anche noi tutti, … eravamo per natura figli dell’ira » (Ef 2,3); “per natura” a causa del peccato originale trasfuso in noi da Adamo attraverso il seme biologico dei nostri padri.
E l’Apostolo (Dio attraverso l’Apostolo) rincara: « E voi, che già eravate estranei e nemici nella vostra mente e nelle vostre opere malvagie, ora Dio vi ha riconciliati nel corpo di carne di Lui, per mezzo della Sua morte » (Col 1,21-2); cui si aggiunge Giovanni, l’Apostolo prediletto (ossia sempre Dio, stavolta attraverso l’Apostolo prediletto): « In questo si è manifestato l’amore di Dio verso di noi: che Dio [Padre] ha mandato il suo Figlio unigenito nel mondo, ... In questo è l’amore: non che noi abbiamo amato Dio, ma che Dio ha amato noi e ha inviato il suo Figlio per essere l’espiazione per i nostri peccati » (I Gv 4,9-10).
Su tali inerranti basi scritturali, il dogma ordina (Concilio di Trento, Denz 1743 e 1753) che la Chiesa professi la dottrina della Redenzione come Olocausto di Cristo al Padre, e in Al cuore di Ratzinger. Al cuore del mondo (§§ 40-3, pp. 155-72) è percorsa tutta la storia del dogma in proposito, che esige che sia obbedito, accettato, creduto e liturgicamente sempre celebrato proprio ciò che il Professor Ratzinger da sempre rigetta (e che oggi la Chiesa più non celebra).

4. IL TERZO “PECCATO DELLA CARNE” DI JOSEPH RATZINGER,
O IIIa INCONCILIABILITÀ TRA I SUOI SCRITTI E IL VANGELO.

Il Professor Ratzinger afferma: « Dio è e sarà sempre per l’uomo l’essenzialmente Invisibile … Dio è essenzialmente invisibile » (Introduzione al cristianesimo, p. 42); e ancora: « nell’Antico Testamento questa affermazione – che “Dio non compare né mai comparirà all’uomo” – assume valore di principio: Dio non è soltanto colui che è ora effettivamente fuori del nostro campo visivo …; no, egli è invece colui che ne sta fuori per essenza [marcatura dell’Autore], indipendentemente da tutti i possibili e pensabili allargamenti del nostro campo visivo » (Introduzione al cristianesimo, pp. 42-3).
Ma il Cristo di Sé dice: « Chi vede me vede Colui che mi ha inviato » (Gv 12,45); « Chi vede me vede il Padre » (Gv 14,9); e l’Apostolo prediletto afferma (ossia, come sempre, Dio in lui): « [Dio] lo vedremo così come Egli è » (I Gv 3,2).
E san Paolo precisa: « Egli [il Cristo] è immagine del Dio invisibile » (II Cor 4,4, oltre che Col 1,15), e ancora: « Egli [il Cristo] è lo specchio della gloria di Dio e l’impronta della sua sostanza » (Ebr 1,3), il che significa che Dio Padre è perfettamente visibile, e lo è appunto nel Figlio, Dio come il Padre, né più né meno, e ciò basta alla Chiesa per affermare – al contrario di ciò che insegna, p. es., oltre al Professor Ratzinger, la falsissima nozione mussulmana – la perfetta visibilità di Dio ai Beati, così chiamati appunto per il fatto che essi godono perfettamente della visione divina (vedasi, in Al cuore di Ratzinger. Al cuore del mondo, il § 18, pp. 70-4).

5. QUARTO “PECCATO DELLA CARNE” DI JOSEPH RATZINGER,
O IVa INCONCILIABILITÀ TRA I SUOI SCRITTI E IL VANGELO.

Il Professor Ratzinger sostiene che l’uomo, nella beatitudine del Paradiso, « vivrà nella memoria di Dio » (Introduzione al cristianesimo, p. 343), e precisa che « Paolo insegna … non la risurrezione dei corpi (Körper), bensì delle persone, e questa non nel ritorno dei ‘corpi di carne’, ossia delle strutture biologiche, che egli indica esplicitamente come impossibile » (Introduzione al cristianesimo, p. 347).
Ma i Vangeli, parlando dell’incontro tra Gesù risorto e gli Apostoli, notano invece che: « siccome stentavano a credere ed erano pieni di meraviglia, [Gesù] chiese loro: “Non avete nulla da mangiare?” Gli diedero un pezzo di pesce arrostito e un favo di miele. E dopo aver mangiato davanti a essi, prese gli avanzi e li diede a loro » (Lc 24,41-3).
Per non dire del celebre episodio di Gv 20,27: « Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani! Accosta la tua mano e mettila nel mio costato! », da cui si evince che un corpo glorioso non è per questo meno carnale, biologico, fisico, materiale, di un corpo mortale; e san Paolo, da qui, insegna: « E se lo Spirito di colui che ha risuscitato Gesù dai morti abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi » (Rm 8,10-1).
Anche qui, sulla base di tali chiarissime e univoche risultanze poste dalle Sacre Scritture, la Chiesa così dogmatizza: « Tutti risorgeranno coi corpi di cui ora sono rivestiti » (Concilio Laterano IV, 1215, Definizione contro gli Albigesi e i Catari, Denz 801), (vedasi, in Al cuore di Ratzinger. Al cuore del mondo, i §§ 50-2, pp. 196-213, in cui l’inconciliabile opposizione tra l’insegnamento della dottrina cattolica e quello del Professor Ratzinger è evidenziata anche da plurime altre argomentazioni e scritturali e dogmatiche).

6. QUINTO “PECCATO DELLA CARNE” DI JOSEPH RATZINGER,
O Va INCONCILIABILITÀ TRA I SUOI SCRITTI E IL VANGELO.

Il Professor Ratzinger sostiene che « la dottrina della divinità di Gesù non verrebbe intaccata qualora Gesù fosse nato da un matrimonio umano » (Introduzione al cristianesimo, p. 265), infatti, a suo avviso, la figliolanza divina di Gesù « non è un processo avvenuto nel tempo, bensì nell’eternità di Dio » (Introduzione al cristianesimo, pp. 265-6).
Ma l’Evangelista (Mt 1,18-26) scrive: « Ecco come avvenne la nascita di Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe », ‘promessa sposa’, dice, non ‘moglie’: ‘moglie’ è colei che, col coniugio, ha perso la verginità; ‘sposa’ invece è la donna che, unita in matrimonio, non ha ancora compiuto il coniugio; « prima che andassero a vivere insieme »: l’Evangelista segnala che quanto sta per narrare precede il momento in cui la vergine Maria si accaserà con Giuseppe; « si trovò incinta per opera dello Spirito Santo », come riporta san Luca nel suo Vangelo (1,26-38), « Giuseppe, suo sposo », ‘sposo’, anche qui, e non ‘marito’, a confermare lo stato non ancora coniugale dei due nubendi, « che era giusto e non voleva ripudiarla, decise di ripudiarla in segreto », ossia di non ripudiarla pubblicamente, ossia che avrebbe provveduto a Maria e al nascituro, dando loro cibo, le vesti, un tetto, ma senza coniugarsi a lei; « Mentre però stava pensando a queste cose, ecco che gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: “Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa », “di prendere con te”, dice l’angelo, con espressione casta, invece di dire “di maritarti”, per indicare a Giuseppe come egli avrebbe dovuto condurre l’unione con Maria “sua sposa”: proprio come aveva pensato lui, un “giusto”, che dunque ragiona con giustizia, secondo il cristiano discernimento degli spiriti, come dev’essere chi il Signore ha designato a proteggere la Madre del Suo Figlio e Suo Figlio stesso; « perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo », e non da un uomo, così sospendendo il passaggio degli influssi negativi dovuti al peccato originale; « … Tutto questo avvenne perché si adempisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del Profeta:Ecco, la Vergine concepirà e partorirà un figlio” »: si noti bene che san Matteo riconosce nella profezia la causa remota, ma non per questo meno efficace, di ciò che stava santamente avvenendo, così riconoscendo a Dio la Sua potenza: ciò che avviene ora è dovuto alla Parola di Dio data allora; in secondo, ricordando la profezia, ne sottolinea il concetto base: il concepimento del Figlio di Dio è dovuto, per parte di madre, a una miracolosa formazione di un embrione in una donna vergine che resta vergine, per cui il Profeta la chiama “Vergine” in quanto lo è per antonomasia, è “Vergine” ontologicamente; e, per parte di padre, è dovuto allo Spirito Santo, per il motivo sopra detto; poi «… Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa, la quale, senza che egli la conoscesse, partorì un figlio, che egli chiamò Gesù».
Ma tutto ciò è impugnato dal Professore Ratzinger, il quale ritiene invece erroneamente che:
- primo, « la dottrina della divinità di Gesù non verrebbe intaccata qualora Gesù fosse nato da un matrimonio umano »;
- secondo, che, a proposito del Vangelo ora visto e di quello di san Luca segnalato nel testo, « la formula della filiazione divina ‘fisica’ di Gesù è quanto mai infelice e ambigua », così accusando la Parola di Dio, e dunque Dio stesso, di essere, qualificandola “infelice”, una Parola inetta, e, con “ambigua”, una Parola falsa, e ciò il Teologo che un giorno sarà persino Papa, senza però purtroppo rigettare nemmeno mezza delle numerose svianti e fuorvianti dottrine insegnate, riesce a fare in un colpo solo, e, quel che è peggio, senza che nessuno se ne accorga (per entrambi i punti si veda, nel mio Al cuore di Ratzinger. Al cuore del mondo, il § 71, pp. 305-19).

7. CONCLUSIONI:
IERI I GALATI, OGGI IL CARDINALE RATZINGER, ENTRAMBI
DEVONO RESPINGERE LA “CARNE” E TORNARE ALLO “SPIRITO”.

Questi cinque esempi, specie il primo, col quale dal 1968 al 2016 l’Autore di Introduzione al cristianesimo persiste nel dubbio dell’esistenza di Dio, che per lui « rimane l’ipotesi migliore, benché sia un’ipotesi », dimostrano l’impostazione mentale scettica, storicista e fideista che le ha originate e che, mutando uno per uno tutti gli articoli del Credo, come dimostro con ogni evidenza nel mio Al cuore di Ratzinger. Al cuore del mondo, non conducono affatto alla salvezza, ossia non conducono affatto a Dio: non vi conducono né il loro Autore, né i suoi lettori, discepoli, ammiratori, così come non sarebbero stati condotti alla salvezza, all’epoca, i poco saldi Gàlati da quelle dottrine anatemizzate da san Paolo, fossero pur state annunciate loro da « un Angelo del Cielo », perché, come si è detto, entrambe le dottrine – ieri quelle dei Gàlati, oggi quelle di Ratzinger – e dunque entrambe le fedi in esse mal riposte e che comunque proprio da esse purtroppo ancora germinano, sono “carne”: elucubrazioni umane mal condotte, inferenze che, non poggiando su basi metafisiche, non possono dirsi neanche scientifiche, e che infatti poi, in quanto tali, lasciano titubanti, nel più tragico dei dubbi, chi vi si appende, il loro pur esimio Autore e i suoi miseri lettori, e non può essere che così: solo Dio può portare l’uomo a Sé, e con fede certa, salda, potente e definitiva: ferma come è ferma solo la sua Roccia.
Si spera che questi cinque esempi possano essere utili a far conoscere la mia disamina al più largo pubblico di fedeli possibile, così da metterli in guardia sulle dottrine insegnate in Introduzione, e riescano a sollecitare, come si può riscontrare nelle ultime mie pagine, a trovare presto, e con ogni prudenza, la via per convincere l’illustre Soggetto a ritenere – almeno – che quel suo libro e le dottrine contenute non siano più proponibili alla Chiesa come sue convinzioni profonde, come a suo tempo il cardinale Dal Poggetto riuscì ad avvicinarsi al letto di Papa Giovanni XXII, a parlargli, a convincerlo, così da raggiungere il santo fine di far cadere ogni pericolo che i cancelli aurei gli restassero per sempre sbarrati.

8. PERÒ POTREBBE ESSERE ANCORA JOSEPH RATZINGER,
SE SOLO LO VOLESSE, A ILLUMINARCI LA STRADA VERSO DIO:
SEGUENDO L’ORSO DI SAN CORBINIANO DI CUI RACCONTA,
E L’ANIMALE DA SOMA IN CUI SI DOVETTE TRASFORMARE.

Nel suo La mia vita. Autobiografia, Joseph Ratzinger, a proposito della resa in italiano di Salmo 72,23, che in latino suona: « Ut iumentum factus sum apud te et ego semper tecum », con finezza rileva l’insoddisfazione di sant’Agostino a tradurre semplicemente in “bestia” il latino « iumentum », perché l’espressione, a suo avviso, designerebbe più precisamente, come leggiamo a p. 157, « gli animali da tiro che vengono usati dai contadini per lavorare la terra », ed è questo: un animale da tiro, l’animale in cui si dovette in qualche modo trasformare l’orso in cui si era imbattuto il monaco san Corbiniano secondo le antiche cronache di Frisinga, la città dove il futuro Papa doveva essere ordinato vescovo, orso che aveva sbranato la cavalcatura che stava portando a Roma il santo e il suo bagaglio: per riparare al mal fatto, l’orso, comandato dal monaco, dovette prendere il posto della sua cavalcatura, così « divenendo – contro la sua volontà – animale da soma ».
Il futuro Papa nota che è proprio questa: di andare contro la propria volontà, la differenza di un uomo che si comporta come una bestia selvatica, p. es. come un orso, e un uomo che si comporta come un animale da soma, come un animale aggiogato a una razione superiore alla sua, come è superiore, fuor di metafora, la ragione divina sulla umana.
Ma tale è anche la differenza, si fa notare qui, tra quel teologo che, come un orso tutto attaccato alla terra e a ciò che proviene dalla terra, elabora una fede in Dio su basi naturalistiche, storicistiche, soggettiviste, e il teologo che invece si lascia imbrigliare da Dio, accetta di essere attaccato al suo carro, con le spranghe e le redini di una fede dovuta a una razionalità superiore, a una razionalità « caduta dal cielo » come scrive ancora il Professore di Tubinga a p. 102 di Introduzione al cristianesimo parlando della Rivelazione.
Sicché “l’orso”, ossia la ragione umana, non imbrigliata come dev’essere da quella divina, deve completare anche in lui, nell’antico Teologo, la mutazione richiesta dalla fede per farsi perfetto “animale da tiro”: abbandonarne l’origine storicista e naturalistica, e abbracciarne la discesa dal Cielo, la sorgente divina, sacrificando a ciò, in obbedienza alla Chiesa, anche la propria libertà.
E questo devono fare anche tutti i suoi lettori e ammiratori, perché solo così si compirà in tutta la Chiesa, in tutta la cristianità, oggi, la trasformazione completa dell’ “orso” di una fede ancora troppo attaccata a motivazioni “carnali”: storiciste, come erano “carnali”, nella prospettiva giudaizzante, le motivazioni di fede dei Gàlati, in una fede felicemente tutta e solo aderente allo Spirito, alla grazia, ossia la trasformazione di una fede di “carne” nella fede tutta “a carico”, come quella data da quell’ “animale da tiro” che ha messo la propria libertà tutta a servizio di Dio.

50 commenti:

Cesare Baronio ha detto...

Ho letto questo studio del prof. Radaelli e ne raccomando la lettura a chi voglia approfondire il pensiero filosofico e teologico di Ratzinger, nella sua portata eversiva e - come ben evidenziato - in perfetta coerenza con le novità conciliari.

Per quanti, sull'onda di un sentimentalismo irrazionale o di un equivoco, hanno eretto Reatzinger a contraltare di Bergoglio, questo saggio dovrebbe rappresentare un'opportunità per rimettere in seria discussione il loro affrettato giudizio, che apparirà non solo immotivato ma anche inoppugnabilmente privo di basi dottrinali.

Ancora una volta si ha la prova che la radice dei mali presenti è da ricercarsi non tanto in una forzatura interpretativa del Vaticano II, quanto piuttosto nei principi velenosi e dannosissimi, alla cui formulazione collaborò in prima persona il teologo di Tubinga.

Anonimo ha detto...

Pubblicare un libro del genere in tempi come questi e’ pura follia. Perché non lo ha fatto in passato, regnante Ratzinger o ai tempi di Giovanni Paolo II???

mic ha detto...

Non ha scritto prima perché il testo di Ratzinger lo ha letto solo adesso. E proprio in tempi come questi non bisogna fare alcuno sconto ai tradimenti della verità.
In ogni caso non è mai troppo tardi!

Maurizio ha detto...

Però chi mette Ratzinger sugli altari dirà (è stato già fatto su questo stesso blog) che nel suo Pontificato e con le sue encicliche, Ratzinger ha sempre riconfermato la dottrina di sempre ...

Santa Quaresima a tutti ! ha detto...

«Solo in completo silenzio si comincia ad ascoltare. Solo quando il linguaggio scompare si comincia a vedere».
http://www.iltimone.org/news-timone/silenzio-si-mangia-dalle-monache/

irina ha detto...

Ho letto questo libro con entusiasmo più di una volta ed è mia intenzione leggerlo ancora. Attraverso di esso ho conosciuto meglio la fede del prof. Radaelli, quella del prof. Ratzinger e la mia. Grazie, a nome di tanti erranti, per il suo lavoro, dove la correzione è sempre affiancata da indicazioni, precise, semplici, per riprendere la via di NSGC speditamente.
Rimane aperto il grande rebus di Joseph Ratzinger persona. L'emergere della verità sconquassa tante anime, per le quali è difficile mettere insieme fatti, tanto stridenti, di chi si è stimato, ascoltato con grande ammirazione. Essendo stata tra costoro, dopo essermi girata e rigirata il problema, ho smesso certa che NSGC, come mi ha fatto scoprire 'casualmente' i suoi libri, così mi ha messo in condizione di capire i miei errori ed di intuire il suo dramma, perchè, per dirla un po' con il prof. Radaelli, qui siamo davanti ad una tragedia. Immane. Spero che Gesù Cristo a noi doni Fede e coraggio per comprendere, a lui Fede e coraggio in Lui soltanto.

Anonimo ha detto...

Al contrario, oggi più che mai è necessario pubblicarlo perché, come evidenziato dal commento di Baronio, ci porta alle radici dell'attuale crisi (apostasia), svelando pienamente il legame tra CVII e Bergoglio, passando per Giovanni XXIII, Paolo VI, GPII, Benedetto XVI sino a Bergoglio.
Proprio non riesco a capire perché vi ostiniate nel rifiutò della verità, preferendo mettere la testa sotto terra,come gli struzzi, per non vedere e non sapere.
Tutte le affermazioni di Radaelli sono indiscutibilmente fondate sulla Rivelazione.
Non si tratta,quindi, come talvolta erroneamente affermato anche su questo blog, di una frase di Ratzinger di 50 anni fa, ma di un impianto teologico riaffermato più volte,anche di recente.
Antonio

Anonimo ha detto...

Sbarco pure qui. Non ho capito cosa il prof. Redaelli vorrebbe concretamente oggi da Ratzinger? Che tornasse al Soglio? Che smentisse il suo saggio del 1968? Ritiene che si danni per cose scritte in buona fede?
PS: per il resto un libro "fuori dal coro" finalmente, che apprezzo sulla resurrezione della carne. Pero' apprezzo di piu' la misericordia di Dio a cui Tutti dobbiamo appellarci per salvarsi. Ci salveremo perche' accetteremo, se l accetteremo, il perdono di Dio. Dei nostri sbagli voluti o non. Tutti imho

Vittorio

Anonimo ha detto...

Mic la verita' e' una sola: Dio e' Amore. Se ha fatto eresie, Ratzinger le ha fatte in buona fede. Non sappiamo nemmeno se possa scrivere oggi. Giuste le critiche, forse. Ma lasciatelo in pace. O se proprio non si riesce a credere nella GRANDE misericordia di Dio, si lasci almeno a lui il giudizio ultimo. Joseph Ratzinger e' un uomo. A 91 anni dovrebbe correggere alta teologia senza magari scrivere altri "errori", senno' andrebbe all' inferno?



Vittorio

Anonimo ha detto...

Mic la verita' e' una sola: Dio e' Amore. Se ha fatto eresie, Ratzinger le ha fatte in buona fede. Non sappiamo nemmeno se possa scrivere oggi. Giuste le critiche, forse. Ma lasciatelo in pace. O se proprio non si riesce a credere nella GRANDE misericordia di Dio, si lasci almeno a lui il giudizio ultimo. Joseph Ratzinger e' un uomo. A 91 anni dovrebbe correggere alta teologia senza magari scrivere altri "errori", senno' andrebbe all' inferno?



Vittorio

fabriziogiudici ha detto...

Però potrebbe essere ancora Joseph Ratzinger, se solo lo volesse, a illuminarci la strada verso Dio.

Il card. Ouellet, pochi giorni fa, ha riferito che Benedetto sta scrivendo... "e potrebbe riservarci sorprese"...

http://www.ilgiornale.it/news/cronache/ratzinger-scrive-ancora-e-potrebbe-riservarci-sorprese-1495697.html

Chissà?

sul dubbio socratico, giusto, e su quello scettico, da rigettare
Qualcuno potrebbe commentare due righe su questa contrapposizione, o segnalare qualche breve testo esplicativo?

lister ha detto...

@ Vittorio
"Non ho capito cosa il prof. Redaelli vorrebbe concretamente oggi da Ratzinger? Che tornasse al Soglio? Che smentisse il suo saggio del 1968? Ritiene che si danni per cose scritte in buona fede?"

Vuole, semplicemente, toglierLe i paraocchi per consentirLe una visione più ampia di quello che è la Chiesa.
Sarebbe così grave se "smentisse il suo saggio del 1968"?
Qual è il fuorilegge che non agisce "in buona fede" o, meglio, "pro domo sua"?

Anonimo ha detto...

Ritiene che si danni per cose scritte in buona fede?
Se è vero, come è vero, che il Catechismo ci impone di dare per scontata la buona fede altrui fino a prova contraria, si tratta di cose che fanno oggettivamente male alle anime, e le espongono al grave rischio di dannarsi. In primis quella di chi le ha scritte. Questo libro è un atto di carità. E' un modo per spingere (aiutato dalla nostra preghiera) l'Emerito a pentirsi e ritrattare. ALMENO IN FORO INTERNO. Fermo restando che, essendo errori proclamati pubblicamente, giustizia (e sana dottrina) vuole che altrettanto pubblicamente si faccia ammenda. Chi davvero vuol bene a Benedetto XVI, non può che esultare per tale iniziativa.

Anonimo ha detto...


Quelque peu mythifié — pour ne pas dire idolâtré — par certains catholiques « conservateurs » dépourvus de formation théologique profonde, Benoît XVI, sous le couvert d'apparences séduisantes : douceur, gentillesse, bonne éducation, goût pour certaines formes anciennes du cérémonial catholique (mais non pour la messe de toujours, qu'il n'a jamais voulu recélébrer, même s'il en a concédé l'usage, strictement contrôlé, à certains traditionalistes), Benoît XVI, dis-je, n'a jamais cessé de défendre et de mettre en œuvre les calamiteuses réformes de Vatican II, y ajoutant même — comme point d'orgue en quelque sorte —, sa conception toute personnelle, et vraiment révolutionnaire, de la fonction papale à temps limité…

Le Prof. Radaelli a mille fois raison de reprendre à la racine, dans la magnifique étude qu'il vient de publier, les origines doctrinales de toutes ces dérives et de les mettre au grand jour. Un acte de vérité et de charité, en effet, qui fait honneur à la fois à son auteur et à son destinataire. Car ce n'est pas de notre adulation que Joseph Ratzinger a besoin, c'est de notre lecture éclairée et de notre prière.

mic ha detto...

sul dubbio socratico, giusto, e su quello scettico, da rigettare

In soldoni: il dubbio socratico è quello che spinge a cercare oltre, quello scettico blocca perché fa ritenere che non ci siano possibilità di avere una conoscenza più chiara.

Anonimo ha detto...


Dubbio socratico e dubbio scettico - una spiegazione

Quale la differenza? Il dubbio socratico consiste in un dubitare delle verità accettate o apparenti per arrivare, mediante l'arte del dialogo, a conseguire l'autentica verità, che si suppone esistere indipendentemente dal nostro soggettivo giudizio. Tale dubbio ha un significato positivo, è il "sapere di non sapere" di Socrate che, nei Dialoghi platonici, esercita in realtà in questo modo "l'arte della levatrice" (maieutica) per far nascere la verità

Il dubbio degli scettici muove invece dal presupposto che la conoscenza della verità sia a noi preclusa, a priori. Esso fonda il soggettivismo in senso assoluto. Scopo dello scettico è dimostrare "la follia di ogni dottrina". L'iniziatore dello scetticismo è considerato Pyrrhos di Elide (Pirrone) e la dottrina è detta anche Pirronismo. Visse tra il IV e il III sec. a. C. Nel II sec. dopo Cristo abbiamo l'opera di Sesto Empirico, che espone tutte le principali correnti dello scetticismo. Nello scetticismo compare l'elemento corrosivo dello spirito greco, sempre presente accanto a quello costruttivo, positivo dei grandi (Platone, Aristotele) e che ritroviamo nei sofisti e negli epicurei. Naturalmente, trattandosi di Greci antichi, il loro spirito è sempre acuto e sottile per cui anche nelle pagine degli scettici si trovano pensieri critici che fanno riflettere e spingono ad approfondire, spesso in senso contrario a quello degli stessi scettici.
H.

fabriziogiudici ha detto...

OT http://www.lanuovabq.it/it/pdf/non-e-cambiamento-pastorale-e-corruzione

fabriziogiudici ha detto...

Grazie per le spiegazioni, chiare e sintetiche.

Anonimo ha detto...

Forse non avete ancora afferrato che la "correzione" a Ratzinger va oltre la sua persona e tocca tematiche di fondo, cha attanagliano la fede cattolica nella morsa delle moderne filosofie religiose,perché tali sono, e non vera teologia, come insegna mons. Livi.
Sul concetto di buona fede ,in generale, ci sarebbe molto da dire. Con l'idea molto "misericordiosa" che emerge su questo sito, sarebbero in buona fede più o meno tutti, dalle abortiste agli accompagnatori di suicidi assistiti e quant'altro.
Personalmente faccio sempre molta fatica a capire come vescovi e cardinali,che dovrebbero avete una chiara visione della fede, possano commettere errori così gravi.
Loro la legge di Dio,i comandamenti( ad es.non commettere adulterio) nonché la dottrina cattolica non la conoscono?
Allora siate "misericordiosi" pure con Paglia, Ravasi,Galantino,Spadaro, Bergoglio e,perché no, pure Lutero.
Non basta essere convinti fermamente di una cosa,e non mi riferisco a Ratzinger, per pensare e agire secondo coscienza. La retta coscienza non corrisponde al soggettivistico secondo me.
Con questo criterio si salvano pure Hitler, Stalin e Totò Riina.
Antonio

Aloisius ha detto...

Il prof Radaelli spera che sia Ratizingher stesso a illuminarci la strada verso Dio.
Per farlo, dovrebbe arrivare a un mea culpa pubblico, riconoscendo i suoi errori in una pubblicazione.

Se Ratzingher facesse ciò, dovrebbe anche rendersi conto che tali errori hanno prodotto quel relativismo e soggettivismo che lui stesso ha sempre condannato come il nemico da sconfiggere.

Insomma, un papa dovrebbe riconoscere pubblicamente di aver sbagliato insegnamento, anche se prima del suo papato.

Sarebbe veramente un evento strepitoso, perchè è tutto concatenato, dal punto di vista logico.
Dovrebbe necessariamente giungere a riconoscere che la causa prima è quella di essere stato vittima di quel modernismo che si è insinuato nella Chiesa, che ha causato le famose falle del CVII e del postconcilio e, quindi, di quel relativismo da lui condannato.

Ne conseguirebbe l'implicita (nemmeno tanto) erroneità della "pastorale" di Bergoglio e dei suoi fedelissimi.

Sarebbe una grande testimonianza di Fede, un esempio di grande umiltà e di servizio alla Verità, proveniente da una fonte autorevolissima, quel 'papa emerito'creato da lui stesso e da coloro che lo hanno consentito.

Sarebbe un gesto da santo, "santo subito".

Ma non credo che ciò potrà mai avvenire, penso che sia una pia illusione.

Sia perchè non credo che sia determinato in tal senso, in quanto creerebbe un contrasto tra le "due teste" di questa Chiesa con due papi, peraltro da lui stesso causata con la sua rinuncia.

Sia perchè, se anche avesse tale intenzione, glielo impedirebbero i guardiani di Bergoglio, cioè il papa che indubbiamente comanda e i suoi fedelissimi, che sicuramente vigilano affinchè il modernismo regni indisturbato e continui a produrre i frutti che tutti vediamo.

A Dio, però, nulla è impossibile e spero sinceramente di essere smentito.

fabriziogiudici ha detto...

@Aloisius

Esatto, esatto... sarebbe dirompente. Improbabile, non ci mettiamo il cuore sopra, ma a Dio nulla è impossibile.

Anonimo ha detto...

Per carita'! Ma i danni di 50 anni? Quelli che nel mentre son morti, per quegli errori. Io mi tocco a vedere se dopo 2000 anni di cristianesimo siamo ancora giudei cristiani, ore Pietro.

Vittorio

Anonimo ha detto...

E pubblicani e peccatori . Se pentiti e a discrezione di Dio non nostra. Immagino che voi ritenete in paradiso solo tutta la chiesa ante concilio Vaticano II.

Vittorio

Anonimo ha detto...

Per il relativismo basta il papato emerito assunto prima di crearne le prerogative sul codice canonico.

Vittorio

Anonimo ha detto...


"Voi ritenete in Paradiso solo tutta la Chiesa ante Concilio VAt II"

Per ciò che mi riguarda, e credo anche per molti dei frequentatori di questo blog, non mi permetto di stabilire chi sia in Paradiso e chi all'Inferno. Il Giudizio finale spetta a Dio non a noi. Affermare che tutta la Chiesa anteconcilio si sarebbe salvata e che quella post concilium sarebbe andata all'Inferno, non è dottrina cattolica. Si cadrebbe, infatti, nel rigorismo, condannato esplicitamente da Pio XII come dottrina eretica, se non erro, tant'è vero che fu scomunicato il 4.2.1953 il P. Leonard Feeney, americano di origine irlandese, che si ostinava a professarlo (Epistola all'arciv. di Boston, 8.8. 1949, DS 3866-3873).
PP

Anonimo ha detto...


Nella sua "Introduzione al Cristianesimo", Ratzinger fa sparire l'Inferno con le sue pene, conciliando natura e spirito alla maniera di Teilhard de Chardin, che cita elogiativamente.
-----------------[1]

Questo intervento del prof. Radaelli, il cui libro non ho ancora letto, mi offre lo spunto per richiamare all'attenzione questo punto, la cui importanza non è certo secondaria.

Nella Seconda Parte del libro, JR spiega il Credo, frase per frase. Cosa dice quando arriva alla frase che afferma la nostra fede nel Giudizio Universale?

6. "Di là ha da venire a giudicare i vivi e i morti" (pp. 260-269, Ediz. Queriniana, 1971).

Comincia con il ricordare come per Bultmann questa idea del ritorno del Cristo giudice sia un'idea già 'liquidata' per l'uomo d'oggi]. Tuttavia, scrive il Nostro, "non si può negare che la Bibbia presenti questo evento essenzialmente antropologico [la fine del mondo dell'uomo] a base di immagini cosmologiche (e in parte anche politiche). Sino a che punto si tratti solo di immagini e sino a che punto le immagini esprimano invece la realtà stessa, risulterà assai difficile da stabilire [SIC]".
Cosa possiamo allora stabilire di "abbastanza sicuro in merito"? Partendo - sto sempre riasumendo JR - dal fatto che nella Bibbia "uomo e mondo non sono due grandezze nettamente dissociabili" [NON LO SONO?] si potrebbe stabilire una loro relazione tenendo presente "le intuizioni lasciateci in eredità da Teilhard de Chardin"[p. 261]. Ciò significa che si dovrebbe dire : "che, nell'intrinseca coerenza della visione biblica complessiva, ci venga presentato il confluire dell'antropologia e della cosmologia nella definitiva cristologia, additandoci propio in essa [nella cristologia] la fine di quel 'mondo' che, nella sua duplice e al contempo unitaria composizione fatta di cosmo e uomo, tende sistematicamente a quest'unità come a sua mèta ultima. Cosmo e uomo, che formano già un unico amalgama quantunque sovente si trovino in mutuo conflitto, finiranno per coagmentarsi [?] in un tutto unico grazie alla loro 'complessione' in quell'entità maggiore che è costituita - come già abbiamo detto - dall'amore, il quale supera ed abbraccia la sfera 'biologica'(pp. 261-2).

Un passo legnoso, dal quale si ricava però con chiarezza che uomo e cosmo costituiscono un'unità che non andrà mai perduta: Teilhard de Chardin, appunto. E difatti il testo continua affermando che "il cosmo è movimento", che esso è "autentica storia"; che "nel ciclo cosmico, la materia e la sua evoluzione formino la preistoria dello spirito"(ivi). Per cui, la nostra fede nel Ritorno di Gesù Cristo "si potrebbe definire come la convinzione che la nostra storia marcia verso un punto omega... [L'OSCURA NOZIONE DI T. DE CHARDIN]
Perciò, "la fusione tra natura e spirito che in essa [fine del mondo creduta dal cristiano] si verifica, ci agevola in maniera nuova il compito di rilevare su quale direttrice vada concepita la realtà della fede nel ritorno di Cristo: essa va vista come fede nella riunificazione finale della realtà ad opera dello spirito"(p. 263). [SEGUE] PP

Anonimo ha detto...


Nella sua Introduzione al Cristianesimo, JR fa sparire il Giudizio e l'Inferno con le sue pene, servendosi del "cristianesimo cosmico" di T. de Chardin,
----------------------[2]

Intendere il Ritorno di Cristo nel Giudizio Finale come "riunificazione finale della realtà ad opera dello spirito" non è dottrina cattolica. Come risulta dai Vangeli, il Giudizio sarà preceduto dalla distruzione della natura, del cosmo e non riunificherà un bel niente, dal momento che dividerà per sempre l'umanità in Eletti e Reprobi, tra loro separati in eterno da un abisso insuperabile. E'terrificante e angoscioso, non possiamo negarlo, e tuttavia così è stato rivelato, e non in un solo passaggio neotestam., così è stato sempre creduto, così dobbiamo credere, cercando di capire perché sia giusto che sia così.
Ma come la mettiamo con la credenza tradizionale? Così la liquida JR.
Mentre il cristianesimo primitivo avrebbe interpretato il Ritorno sempre come "evento di speranza e di gioia" [SENZA L'IDEA DEL GIUDIZIO E DELLA MORTE SECONDA? MA VIA!] Viceversa, per il cristiano del M. Evo quel momento assumeva l'aspetto del terrificante 'giorno dell'ira', dinanzi al quale l'uomo avrebbe dovuto sprofondare nel pianto e nello spavento , guardandolo con angoscia e raccapriccio. Per lui, il ritorno di Cristo, è unicamente la scadenza inesorabile del giudizio, il giorno del grande rendiconto, che incombe su ciascuno come una paurosa minaccia." Ciò, secondo JR, sarebbe una "distorsione" [SIC] del vero cristianesimo perché lo ridurrebbe "a puro e semplice moralismo"[SIC] privandolo "di quel vasto respiro di speranza e di gioia che rappresenta la sua più tipica estrinsecazione vitale"( pp. 266-7).
Dobbiamo invece capire, conclude egli, che il Cristo Giudice "è uno dei nostri"; nel giorno del Giudizio egli ci tenderà la mano, come fece ai discepoli terrorizzati nella barca in tempesta (Non temete, sono io!). Questa sarà la "beata sorpresa" che attenderà in quel giorno "il cristiano" (pp. 268-9). Il "cristiano", in generale? Quale "cristiano", anche gli eretici e gli scismatici? Il Cristo Giudice "tenderà la mano" a chi è morto in grazia di Dio, ma caccerà nelle eterne tenebre il peccatore impenitente, "nel fuoco eterno". Perché JR non lo ricorda, perché mutila la Rivelazione?
L'idea del Giudizio qui scompare e anche quella dell'eterna dannazione per i peccatori impenitenti. E'invece adombrata, mi sembra, l'idea della salvezza garantita a tutti, oggi imperversante. Il cosmo e il genere umano si riuniranno nella gioia finale, tutti assieme nell'amore, natura e uomini. JR fa apparire il Giudizio come "moralismo" che sarebbe in contraddizione con la speranza cristiana, come se in Dio misericordia e Giudizio non potessero coesistere perfettamente: questa sì che è una grave "distorsione" della nostra fede!
PP (fine)

Anonimo ha detto...


"Comincia con il ricordare come per Bultmann …" (PP).

Tout est là. Bultmann, plus encore que Teilhard de Chardin, a entièrement détruit, chez plusieurs générations d'exégètes et de théologiens protestants — ET CATHOLIQUES, il faut insister là-dessus : ET CATHOLIQUES — les fondements de la foi chrétienne. Pour Bultmann, le Nouveau Testament n'est que littérature. Autant vaut dire : produit de l'imagination. Une fable. Une fable intéressante, mais une fable.
Pourquoi, dans ces conditions, accorder la moindre crédibilité à un traîneur de savates nommé Jésus ?… Pourquoi ?
Le scepticisme — pour ne pas dire l'athéisme —, aujourd'hui trop évident chez de nombreux ecclésiastiques, n'a pas d'autre origine.
Bultmann est un produit de l'enfer.

Anonimo ha detto...

Mi sembra che il prof. Radaelli non consideri il genere letterario del vol. di Ratzinger: non era un manuale per l'insegnamento della teologia nelle Facoltà, ma una Introduzione, un Protrettico per un pubblico largo. Antonio di Roma

mic ha detto...

non era un manuale per l'insegnamento della teologia nelle Facoltà, ma una Introduzione, un Protrettico per un pubblico largo

E allora? Il "pubblico largo" non ha diritto ad essere nutrito con la sana dottrina? E come non considerare nel condizionamento dei lettori (pubblico largo o stretto che sia) l'autorevolezza di un professore di Tubinga (edizione 1968), riconfermata (edizione 2000), anzi rafforzata dal fatto che il professore nel frattempo è diventato Prefetto della Dottrina della Fede? E il "genere letterario" esime forse l'Autore, specie se si tratta di un ecclesiastico, dalla responsabilità nei confronti della salus animarum?

Esistenzialmente Periferico ha detto...

Il problema di questi ultimi decenni è che il dovuto ossequio al Papa, la dovuta ubbidienza al successore di Pietro, sono stati trasformati dai cattolici ingenui in tifoseria papista.

Nel pontificato di Giovanni Paolo II era tutto sommato facile e comodo qualificarsi come papisti, era pur sempre un Papa che "bucava lo schermo", un personaggio simpatico, adatto al giovanilismo da parrocchia, i ciellini andavano in estasi al solo nominarlo. Con Benedetto XVI fu ancora più facile - tranne per quegli incontentabili lamentosi sinistrorsi, ardenti dal desiderio dell'autoannichilimento della Chiesa -, dopotutto era il papa nel mirino dei laicisti, per di più era un uomo di notevole spessore culturale, i kattoliconi con la "k" si sentivano fieri di tifare per lui. Ricordo in tarda epoca ratzingeriana ancora qualche ricercatore che andava in facoltà con la t-shirt bianca dell'Osservatore Romano (neanche del Papa: proprio dell'Osservatore Romano) al solo scopo di trollare i clericalcomunisti - se non avessi visto coi miei occhi quella maglietta probabilmente non ci avrei creduto.

Insomma, quella gran parte dei cattolici non troppo progressisti aveva creduto bene di ridursi a tifoseria papista pronunciando slogan che poi si sarebbero rivelati cambiali in bianco: "sto dalla parte del Papa senza 'se' e senza 'ma'".

L'essersi ridotti a tifoseria papista significa aver perso di vista le cose essenziali. Significa aver perso di vista che Pietro talvolta può pasticciare: e in tal caso o si tace, o si dice pane al pane e vino al vino (san Paolo ebbe da "resistergli in faccia... perché evidentemente Pietro aveva torto"), ricordando le parole del Signore: «e tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli». Sì, certe volte Pietro ha bisogno di ravvedersi - ma la tifoseria papista questo non lo sa più.

Per questo, con notevole imbarazzo, appena cominciato il gesuiticamente gesuitogeno pontificato bergoglione, eminenti autori cattolici brancolavano disperati balbettando «il Papa sa quello che fa» subito dopo che "il prelato della lobby gay" era stato messo a capo dello IOR, nelle stesse settimane del dannosissimo scivolone del "chi sono io per giudicare?"

Tale "perdere di vista" è stato quello dei ciechi che si rifiutano di vedere.

Poveri candidi verginelli! Avevano tanto a cuore i loro immaginari talk-show in cui proclamare "sto dalla parte del Papa, io, eh!" da chiudere non uno ma due occhi su certe porcate.

Anonimo ha detto...

Prof. Pasqualucci, non era certo lei l'oggetto dell'accusa, ma io.
Evidentemente ho toccato il tasto dolente della coscienza, ma non mi sembra di aver emesso condanne per nessuno.
Certo, un piccolissimo dubbio sulla salvezza di Hitler, Riina e pure Lutero confesso di averlo.
Se questo è rigorismo che Dio mi perdoni.
Intanto suggerisco a qualcuno la lettura dell'elogio della coscienza,se non sbaglio, proprio di Ratzinger.
È istruttivo.
Antonio

Anonimo ha detto...


Quand je parlais plus haut de Jésus « traîneur de savates », je songeais à l'image qu'en avaient certains de mes collègues, à la Faculté de Théologie catholique de Strasbourg, à la fin des années 60… Jésus ? Une espèce de hippie — c'était la mode —, vagabondant sur les rives du lac de Génasareth, suivi d'une ribambelle de femmes à moitié folles, mâcheuses de marijuana, et répétant comme un mantra : « Make love, not war »…

Voilà ce qu'était devenue, pour beaucoup, sous l'effet de la déconstruction bultmannienne, la divine figure de Notre-Seigneur Jésus-Christ,Seconde Personne de la Sainte Trinité, mort sur la Croix pour nous…

viandante ha detto...

Prendo dall'ultima opera di don C. Nitoglia sul tomismo:

Il cosidetto ritorno alle fonti ovvero ai Padri della “nuova teologia” è servito a mettere da parte la sistematica chiarezza senza ombra di dubbi e tentennamenti del tomismo per poter riprendere vecchi errori che in qualche Padre ancora “pioniere in teologia” (A. Piolanti) era scusabile, come per esempio l’apocatastasi (NdT: Salvezza universale finale) in S. Gregorio di Nissa ed Origene, che sono stati ripresi, facendo astrazione dalla confutazione fatta dall’Aquinate e scolastici successivi, dai neomodernisti, in particolare da Jean Daniélou (…) e da Hans Urs von Balthasar nelle cui opere serpeggia l’apocatastasi di Origene e ne è il motivo conduttore. Ecco perché la sola patristica senza la scolastica non basta, ma occorre accompagnare la prima con la seconda, come scriveva S. Ignazio da Loyola nelle “Regole per sentire con la Chiesa” dei suoi “Esercizi Spirituali”. Si capisce allora l’adagio succitato “Togli S. Tommaso e distruggerò la Chiesa”, è quello che ha cercato di fare con gran successo la “nuova teologia” con le sue “sources chrétiennes”. Ma, “le porte dell’inferno non prevarranno!”. Hanno vinto una battaglia ma non la guerra.

irina ha detto...

Il fatto che davanti a Dio non è possibile mentire semplifica di molto, a parer mio, la questione del Giudizio. Saremo noi stessi davanti a Lui a dire la verità, essendo Lui, come calamita, che attira solo la verità. Ma la verità che proferiremo, avendola spesso nascosta a noi stessi, ci stupirà non poco. Avendo NSGC una mente perfettissima in contemporanea conosce anche la verità degli altri con cui siamo stati in relazione. Conosce anche tutte le pieghe della nostra ed altrui mente, tutte le cime e gli abissi del nostro e dell'altrui cuore e conosce realmente quando e se eravamo in buona fede. Noi sulle terra abbiamo sempre giudizi incompleti, come incompleti siamo noi. Ma il giudizio di Gesù è completo, giusto. Questa completezza, questa giustezza sarà un sollievo per noi per primi, che saremo sollevati dalle nostre male-fatte tenute nascoste a noi stessi. Sarà una liberazione, sicuramente piangeremo, grati che il nostro essere sia purificato da e con la Verità. Questa credo sia la Misericordia divina. La dannazione eterna la costruiamo, passo dopo passo, giorno dopo giorno fin da qui, chiusura ermetica della mente e del cuore al vero ed al bene, all'amore serio, forte, fedele. Credo che, in sostanza fin da qui, abbiamo modo di intravedere cosa ci aspetta di là, seguendo l'insegnamento della Chiesa e senza inventarci niente, anzi è proprio questo insegnamento che illumina le nostre riflessioni e le purifica del troppo che è nostro.

Angheran70 ha detto...

Secondo spot nel giro di un mese o poco più , la fede degli adepti va rafforzata e tenuta al riparo dalla critiche che piovono da tutta Europa nei confronti della clamorosa scoperta in un testo del 1968..

"Si ritiene urgente la massima diffusione di Al cuore di Ratzinger. Al cuore del mondo, affinché sia evidente che il sottoscritto, potendo cominciare a lavorarvi solo dal settembre del 2015, ha fatto di tutto per arrivare in tempo a tentare – quantomeno a tentare – di convincere l’esimio e mite Autore di Introduzione al cristianesimo della necessità di riflettere su tutti quei suoi molto pericolosi assunti prima che sia troppo tardi".

Domanda , cosa ha impedito per 50 anni di prendere in considerazione la cosa e come mai nessuno ha tirato fuori prima d'ora quest'asso dalla manica?

mic ha detto...

Angheran alla sua domanda è già stato risposto più volte.
Piuttosto constato che si continua a tirar fuori considerazioni pretestuose, senza mai confutare nel merito alcuna delle gravi, serie e motivate sottolineature dell'Autore.

Anonimo ha detto...


Le critiche a Ratzinger già c'erano, ma non contavano nulla. Ma non diamo la colpa agli altri, in generale, e cerchiamo di entrare nel merito delle questioni.

Le trovavi, le critiche, soprattutto nel noto quindicinale "antimodernista" sì sì no no, negli anni 80 e 90. Ma si collaborava sotto pseudonimo, per precisa scelta del fondatore del periodico stesso, Don Putti del clero romano, di felice memoria. Tra i collaboratori più importanti l'esegeta mons. Francesco Spadafora, sempre sotto pseudonimo, tranne negli ultimi anni (morì nel 1997), quando cominciò a firmare in chiaro. Criticò più volte Ratzinger. Anche il sottoscritto ha dato a suo tempo il suo modesto contributo, sotto pseudonimo, criticando certe evidenti ambiguità dottrinali contenute nelle prime encliclice di Benedetto XVI, che riflettevano appunto l'impostazione poco ortodossa su certi temi della famosa Introduzione al Cristianesimo.
Del resto, chi leggeva quel testo, in passato, trovandosi di fronte all'elogio esplicito di Teilhard de Chardin e all'adozione sostanziale del suo incredibile "cristianesimo cosmico", che faceva in pratrica sparire i Novissimi, non si accorgeva di niente? Trovava che tutto andava bene?
Comunque, cercare di svalutare le presenti sistematiche critiche alla teologia personale di JR, ricorrendo all'argomento dell'opportunità e dei 50 anni trascorsi, non mi sembra produttivo. Entriamo nel merito, per favore, e cerchiamo di dimostrare che le critiche sono sbagliate, se ci si riesce. O comunque, cerchiamo di vedere le cose in una prospettiva più ampia.
L'uscita del lavoro del prof. Radaelli è comunque opportuna, non solo per la cosa in sé, ma anche perché utile a rintuzzare l'operazione reazionaria che consiste, a mio avviso, nel cercare di utilizzare JR come teologo ortodosso di un "terzo partito" (il termine è usato dal prof. De Mattei nella sua storia del Vaticano II) che rappresenterebbe la giusta via tra gli "opposti estremismi", dei neomodernisti da un lato (rappresentati ora da Bergoglio), dei "lefebriani" dall'altro. Un "terzo partito" convinto di essere la giusta soluzione "moderata" per la crisi della Chiesa. Ma non è certamente questo il modo di affrontare bene la presente crisi, fabbricandosi dei capi la cui ortodossia risulta assai dubbia all'analisi approfondita dei loro testi.
Se l'annunciato Convegno di Roma del 7 aprile p.v. (dedicato alla "confusione" che regna nella Chiesa) dovesse procedere su questa via, sotto il "carisma" del card. Mueller, allievo di JR, tale convegno sarebbe non solo inutile ma anche controproducente. Sempre a mio modesto avviso, si capisce.
PP

Anonimo ha detto...

Pare che l'esimio professor Radaelli accusi di eresia formale alcune affermazioni del teologo Ratzinger. Eppure, a mio parere, sembra che la maggior parte delle critiche esprima un'interpretazione personale di Radaelli sul pensiero del Papa emerito, lontana dalle vere intenzioni dello stesso. Infatti, riguardo al primo punto, ossia su Dio come "migliore delle ipotesi", il ragionamento di Ratzinger parte da un contesto culturale e filosofico, non più cristiano, né deista,ma contemporaneo, cioè post-moderno, nel quale l'idea di un Dio creatore non è neppure presa in considerazione. Infatti, il teologo Ratzinger ragiona come un cristiano che vive, pensa e si confronta in una agorà dove la ragione filosofica sembra non avere più argomenti convergenti e oggettivamente validi per tutti sull'esistenza di Dio. Questo, a mostrare, che l'eclissi della Fede nasce primariamente da una profonda crisi della ragione orientata a Dio, presupposto indispensabile per credere in Dio rivelante. Sembra che questa base, questo presupposto sia venuto meno. Inoltre, la critica non tiene conto del Magistero di Benedetto XVI incentrato sul Logos e sul rapporto fede ragione. Pertanto, fermandomi al primo punto,ritengo che l'affermazione Dio come ipotesi sia una risposta plausibile, seppure con i suoi limiti e i suoi difetti, in un contesto di pensiero ormai estraneo o contrario a Dio. Da qui, ne emerge l'esigenza di una rifondazione della filosofia cristiana e dell'apologetica (teologia fondamentale). Accusare di eresia Joseph Ratzinger/Benedetto XVI per opinioni filosofiche, neanche teologiche, che non appartengono al suo Magistero mi sembra esagerato.
Luigi

fabriziogiudici ha detto...

@Luigi

Non è una spiegazione soddisfacente, mi pare piuttosto una proiezione di buone intenzioni su un passaggio che dice altro. Ora, nonostante io trovi una sorprendente differenza anche di stile in questi scritti di Ratzinger rispetto ai documenti magisteriali di Benedetto (si noti che Radaelli non critica il Magistero di Benedetto, ma certi scritti di Ratzinger), non c'è dubbio che Ratzinger sappia scrivere sempre in modo chiaro. Se leggo:

« Il credente sperimenterà sempre l’oscura tenebra in cui lo avvolge la contraddizione dell’incredulità, incatenandolo come in una tetra prigione da cui non è possibile evadere,… »

... io non vedo "l'uomo moderno è soggetto all'oscura tenebra" e poi una proposta su come partire da quella situazione ed uscirne; leggo che il credente la sperimenterà sempre, una condizione ineludibile, cosa chiaramente rimarcata dalla metafora della prigione da cui è impossibile uscire. Il passaggio, nel contesto, si trova qui:

http://papabenedettoxvitesti.blogspot.it/2009/07/il-teologo-ratzinger-la-fede-cristiana.html

Come minimo è necessaria una spiegazione.

Anonimo ha detto...


"Dio come ipotesi", un'impostazione insufficiente

Se ci limitiamo ad affermare Dio come "ipotesi", non ritorniamo a Kant? Tanto vale
allora dire che questo "Dio come ipotesi" è un riproporre Dio non come il Dio
vivente che si è rivelato nei Due Testamenti ma come "postulato della ragion
pratica", grazie al quale fondiamo razionalmente il nostro comportamento etico.
Lasciando stare la questione dell'eresia, restando ai concetti: il pensiero moderno
e contemporaneo non ammette Dio nemmeno come "ipotesi". Si è nutrito di negazioni
dell'idea stessa di Dio costituite da tossici ad alto tasso venefico, se così posso
dire: l'ateismo nietzscheano, estremamente violento e non solo sul piano verbale + l'ateismo costruito dalla scienza moderna che ha cacciato Dio dai cieli (con la fisica), dalla terra (con l'evoluzionismo darwiniano), dall'animo umano (affondandolo nelle pseudocategorie freudiane). E'contro questi idola temporis che bisogna combattere: una lotta feroce, per la quale l'approccio del "Dio come ipotesi" assomiglia ad un'aspirina che sia stata prescritta per curare un cancro.
PP

fabriziogiudici ha detto...

mic, io ora la butto lì perché - come dicevo l'altro giorno - è meglio fare una cosa per volta, e quindi ancora per qualche giorno rimaniamo sul 2,3,4 marzo. Ma mi sto rendendo conto in questi giorni del gran numero di realtà che, per propria natura, ruota (anche) intorno alla recita del Rosario; ecco, forse per il futuro sarebbe il caso di fare una pensata se è possibile tentare un minimo di coordinamento organizzato. Mi rendo conto che non è semplice, però... bisognerebbe provarci.

fabriziogiudici ha detto...

Il mio commento delle 19:46 è finito sull'articolo sbagliato... vabbè, comunque qui siamo sempre gli stessi commentatori.

Anonimo ha detto...

La tentazione del terzo partito è perenne nella Chiesa. All'epoca dell'arianesimo San Atanasio era considerato un fanatico estremista, come si vede nulla di nuovo sotto il sole. Quando si prendono posizioni nette in favore della tradizione,anche da frequentatori di questo blog,si è accusati di essere duri e puri.
L'elogio della "moderazione" o "semiarianesimo", come lo definisce sempre il prof.De Mattei, gode di molto credito. Questo spiega,almeno in parte, l'avversione alle critiche di Radaelli, ma anche di altri, a Ratzinger.
Antonio

Anonimo ha detto...


Si è accusati di essere "duri e puri" (mi sembra) quando si assumono posizioni che sembrano rigoriste, sedevacantiste o offensive sul piano personale o comunque faziose.
PP

marius ha detto...

L'epiteto di "duro e puro" non dipende solo dalla posizione del destinatario in quanto può essere o sembrare rigorista o sedevacantista o offensiva o faziosa, ma dipende pure dalla posizione più o meno "aperta" o aperturista o possibilista o conciliarista del mittente, il quale può lanciare questo epiteto anche verso chi ha una posizione rigorosa e ortodossa e rispettosa, in quanto questa non corrisponde alla sua, o se la sente scardinata con la sola forza della verità, a cui non sa o non vuole contrapporre argomenti validi. Così potrebbe capitare che anche lei, PP, possa essere destinatario di questo epiteto a seconda della postazione di partenza del mittente.

Anonimo ha detto...

Questo scritto di Joseph Ratzinger mi ricorda un provocatore dimenticato: SERGIO QUINZIO. Quinzio giunse a dire che l'apostasia finale era rigettare la salvezza promessa originariamente da Dio, trasformandola in metallo etica o morale condivisibile anche dagli "atei devoti". A me sembra che i primi cristiani avessero piu' speranza, che timore. Tralasciando la Parusia (problema fin troppo evidente), anche la Parusia soggettiva (alias morte personale) e' diventata esclusivamente lutto.

Anonimo ha detto...

Mia opinione Dio e' metafisica ...la fede e' fono, certezza, ma non ragione. Forse si. Una volta si poteva ragionare su un dio...lo faceva gia' l uomo di CRO magnon. Religiosita' naturale , ben diversa dalla Rivelazione! La storia ha spiegato molte cose...non crediamo piu' che il tuono o certi eventi naturali siano eventi divini. Rimane la fede. E forse e' così che dovra' essere all'ultimo. Cosa ha prodotto la nostra filosofia e scienza? Ha spiegato quasi tutto, a parte l origine e la fine è lo scopo. Ha reso questa vita forse piu' assurda. Se non si ha il DONO della fede.

Anonimo ha detto...

Penso che il catechismo valga di piu' di introduzione al cristianesimo. Ma anche del Gesu' di Nazareth!? Cioe' un papa puo' far pure teologia, indagini, ipotesi senza peraltro deviare dal magistero o inficiarlo?

Sircliges ha detto...

A proposito delle critiche avanzate da Enrico Maria Radaelli alla teologia di Ratzinger e al suo libro Introduzione al cristianesimo.
Ho letto le critiche, ho riletto il libro di Ratzinger, e mi pare di poter dire che le critiche sono infondate.
Non si può interpretare correttamente una frase strappandola dal suo contesto, altrimenti per assurdo con questo metodo si potrebbe dire che san Tommaso è ateo.

Tuttavia mi pare che sia proprio ciò che Radaelli fa più volte con le citazioni di Ratzinger (in particolar modo nel quarto e nel quinto esempio).

Nel mio blog ho esaminato una per una le citazioni di Ratzinger fatte da Radaelli e le ho confrontate con il contesto originale.
Lo segnalo a chi interessasse.

https://lafalsamorte.com/2018/04/02/analisi-eresia-ratzingeriana-ateismo-tomista/