Peregrinatio Summorum Pontificum 2022

domenica 17 maggio 2026

Particolarità della 'Dominica in Ascensione Domini'

Particolarità della Dominica in Ascensione Domini

1. La Sacralità e la Maestà della Messa dell'Ascensione del Rito Romano antico. La Santa Messa dell'Ascensione di nostro Signore — celebrata secondo l'immutabile e venerabile Rito Romano antico — non è una mera commemorazione storica, ma la mistica attuazione del trionfo regale di Gesù Cristo. Sebbene l'evento dell'Ascensione si sia compiuto il quarantesimo giorno dopo la Risurrezione (il giovedì precedente), la Chiesa nella sua solenne liturgia domenicale convoca il popolo cristiano per fissare lo sguardo sul Verbo Incarnato che, rivestito della nostra umanità redenta e piagata, ascende al di sopra di tutti i cori angelici per sedere alla destra del Padre.

2. L'atmosfera che si respira nel tempio è satura d'incenso, ammantata di paramenti bianchi e d'oro, percorsa da una profonda e riverente compostezza. Tutto, dal sussurro sommesso delle preghiere ai piedi dell'altare sino ai canti gregoriani, esprime una sacralità gerarchica e ascendente. È il compimento drl disegno della Redenzione: la terra si unisce al cielo, e l'uomo, per mezzo del sacrificio Incruento dell'Altare, partecipa alla glorificazione del suo Re e Pontefice Eterno.

Lo svolgimento della Messa, il Canto del Vangelo e lo spegnimento del Cero Pasquale.
Nella solenne liturgia di questa Domenica, l'attenzione teologica e visiva dei fedeli è catalizzata dal grande Cero Pasquale, che dal mattino della Risurrezione troneggia sul lato sinistro dell'altare, glorioso e splendente con i suoi grani d'incenso, quale colonna di fuoco e simbolo vivente del corpo glorioso do Nostro Signore ancora pellegrino sulla terra.

La Messa si snoda con la consueta maestà specchiata del rito antico. Ma l'istante culminante, il fulcro drammatico dell'intera celebrazione, avviene subito dopo il canto del Santo Vangelo. Il Diacono, salito all'ambone, intona solennemente il Vangelo secondo Marco. (Mc 16, 14-20). Tutta l'assemblea è ritta in piedi, nel silenzio più assoluto. Quando la voce del Diacono risuona nel canto delle precise parole scritturali:
"Dominus quidem Jesus postquam locutus est eis, assumptus est in caelum, et sedet a destris Dei..." / ("Il Signore Gesù dunque, dopo aver loro parlato, fu assunto in cielo e siede alla destra di Dio...")
... si compie l'azione rituale più commovente e teologicamente densa. Nel momento esatto in cui la parola annuncia ls dipartita visibile del Redentore, un ministro della Chiesa (l'Accolito) si accosta al Cero Pasquale. Con solennità e gravità, mediante lo spegnitoio, estingue la fiamma del Cero.

Dalla cera spenta si leva un sottile filo di fumo odoroso che di disperde nelle navate della Chiesa.

Subito dopo lo spegnimento del Cero e la fine del Vangelo, non si fa silenzio, né si passa immediatamente al Credo. La liturgia prevede che venga intonato un canto profondo, che squarcia il velamento del tempio, l'antifona di Comunione o i testi propri della festa che richiamano il Salmo:
Psallite domino qui ascendit super caelos caelorum ad orientem allelúia / Cantate al Signore, che sale sopra i cieli, verso l'Oriente allelúia)
Il profondo significato teologico dello spegnimento.
Questo gesto, nella mente della Chiesa, racchiude una catechesi visiva d'inestimabile valore dogmatico. Non si tratta di un banale atto di transizione, ma della proclamazione drammatica della fine della presenza visibile di Cristo sulla terra.

Per quaranta giorni il Cero acceso ha simboleggiato la carne risorta di Gesù che camminava tra i Suoi, confortando gli Apostoli e istruendo la Chiesa nascente. Lo spegnimento della fiamma al momento del Vangelo dice visivamente ai fedeli ciò che le parole dicono all'udito: Cristo è asceso, Egli è sottratto agli occhi mortali dei suoi discepoli. Quella colonna di cera che rimane spenta e muta sul presbiterio non è un segno di lutto, ma la testimonianza della Sua assenza fisica. Da quel momento inizia il tempo della fede pura, l'attesa dello Spirito Santo e la missione della Chiesa, che deve portare la luce invisibile del Risorto nel mondo. Il Cero spento genera nei fedeli la santa nostalgia del cielo, ricordando che la nostra vera patria è lassù, dove il Capo è asceso e dove le membra devono sperare di giungere.

Lo stravolgimento del Tempo Pasquale e l'uso scorretto moderno.
Nel Rito antico, l'architettura del tempo sacro è scandita con assoluto rigore teologico e storico Per questa ragione, dopo lo spegnimento avvenuto nella Messa dell'Ascensione, il Cero Pasquale rimane spento e viene rimosso dal presbiterio. Esso no compare più per le solennità successive, poiché il tempo della presenza visibile del Risorto si è irrevocabilmente concluso. Purtroppo, l'introduzione del rito moderno ha stravolto radicalmente questa mirabile pedagogia del tempo liturgico sacro. Oggi, secondo le nuove disposizioni, il Cero Pasquale viene tenuto acceso nel presbiterio per tutti i cinquanta giorni del tempo pasquale, sino al tramonto del giorno di Pentecoste.

Questo uso moderno costituisce un grave vulnus e uno stravolgimento teologico per diversi motivi:

- Falsificazione della Cronologia sacra: mantenere il Cero acceso dopo l'Ascensione significa negare la verità visibile dell'evento storico. Se Cristo è asceso al cielo e non è più visibile tra gli Apostoli, il Cero — che lo rappresenta nella carne — non può e non deve rimanere acceso come se Egli fosse ancora fisicamente presente.

- Confusione tra Ascensione e Pentecoste: Prolungare l'ascensione fino a Pentecoste confonde il mistero della presenza fisica del Risorto con il mistero della discesa dello Spirito Santo. La Pentecoste non è il prolungamento della presenza terrena di Gesù, ma l'inizio del tempo dello Spirito, inviato proprio perché Gesù è asceso al Padre ("Se non me ne vado, non verrà a voi il Paraclito")

- Perdita del senso del distacco e della nostalgia
Nel rito nuovo, l'assenza del gesto dello spegnimento priva il popolo cristiano della salutare percezione del distacco, della mancanza fisica del Maestro e dello zelo apostolico che da tale mancanza deve scaturire. Tutto viene appiattito in un unico indistinto blocco celebrativo, smarrendo la finezza dottrinale che solo la sapienza dei secoli racchiusa nel Rito antico sapeva infondere nelle anime.

1 commento:

Laurentius ha detto...

Un articolo davvero eccellente. Ha il grande merito di far riflettere sulle ineguagliabili ricchezze e sul valore infinito del Santo Sacrificio della Messa.

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O nostro Emmanuele! Fiduciosi nella tua parola, risoluti a seguirti in tutti i misteri che non furono compiuti che per noi, ad accompagnarti nell’umiltà di Betlemme, nella partecipazione dei dolori del Calvario, nella Risurrezione della Pasqua, aspiriamo ad imitarti anche, quando l’ora sarà venuta, nella tua trionfale Ascensione. In questa attesa noi ci uniamo al coro degli Apostoli ed al loro saluto, ai nostri Padri, la cui moltitudine ti accompagna e ti segue. Volgi i tuoi sguardi sopra di noi, o divino Pastore! il momento della riunione non è ancora giunto. Proteggi le tue pecorelle, e veglia affinché neppure una si perda e manchi all’incontro. Istruiti, d’ora in avanti, sulla nostra fine, saldi nell’amore e nella meditazione dei misteri che ci hanno condotti a quello di oggi, noi l’adottiamo in questo stesso giorno, quale oggetto di nostra attesa e meta dei nostri desideri. Ma finché venga quel momento che ci riunirà a te, cosa faremmo quaggiù se la Virtù dell’Altissimo, che ci hai promesso, non scenderà presto sopra di noi, se non verrà a portarci la pazienza nell’esilio, la fedeltà nell’assenza, l’amore che solo può sostenere un cuore che sospira per il possesso? Vieni dunque, o divino Spirito! Non ci lasciare languire, affinché il nostro sguardo resti fisso nel cielo, ove regna e ci attende il nostro Salvatore, e non permettere che questo nostro occhio umano sia tentato, nella sua stanchezza, di abbassarsi su di un mondo terrestre, dove Gesù non si lascerà più vedere. Così sia.