Peregrinatio Summorum Pontificum 2022

sabato 28 maggio 2011

Magister e il dibattito sul Concilio. Proseguono analisi e controanalisi.

Magister scende ancora una volta in campo alimentando il dibattito dal fronte degli "allineati": Introvigne e Rhonheimer, in contrapposizione agli "anticonciliaristi" - da lui così definiti impropriamente - ma in realtà "critici propositivi": de Mattei e Gherardini. Questa volta, oltre alle repliche dei suoi due paladini, ha aggiunto una riflessione di Basile Valuet OSB che sorprendentemente sembra sparigliare un po' tutti, ma di fatto risulta "allineato" anche lui. Sto elaborando l'impegnativa puntualizzazione di questi ulteriori elementi. Nel frattempo pubblico qui la riflessione inserita oggi da Enrico su Messa in Latino. E' riportata dopo questa mia premessa, perché la ritengo validissima ed utile per fare il punto sulla questione prima di proseguirne l'approfondimento e la condivido toto corde.

Piccola dimostrazione dell'allineamento di Valuet. Estratto dalla sua critica a de Mattei:
A p. 469-470 tronca la lista dei limiti giuridici indicati da DH 7, § 3 per l'esercizio del diritto alla libertà religiosa (LR). Sempre contro la LR, DM (de Mattei), citando il discorso di Pio XII del 6 dicembre 1953, dimentica il passaggio seguente: "Può darsi che in determinate circostanze Egli [Dio] non dia agli uomini nessun mandato, non imponga nessun dovere, non dia perfino nessun diritto d’impedire e di reprimere ciò che è erroneo e falso? Uno sguardo alla realtà dà una risposta affermativa". Dunque in queste circostanze la repressione è un'ingiustizia, muovendosi contro un diritto, quello del seguace dell'errore a non essere impedito. Da cui la non assurdità di un diritto negativo come quello di DH.
Del riesumato passaggio di Pio XII, che condiziona la sua affermazione con "in determinate circostanze", Valuet fa un assoluto, perché la Dignitatis Humanae non condiziona il diritto negativo, come Pio XII, in riferimento a "determinate circostanze", ma lo afferma senza condizioni assegnando alla Libertà di religione, nel citato n. 7, solo i limiti giuridici generici di qualunque principio morale che implica responsabilità personale e togliendo ogni discrimine rispetto alla "Verità tutta intera" di cui è portatrice la Fede cattolica.

Constatiamo che analisi e controanalisi proseguono e il dibattito si fa interessante, in alcuni punti ristagna in altri si arricchisce. Certo, in confronto ai tempi in cui veniva silenziata ogni voce critica, è pur sempre un progresso e si potrebbe ben sperare se se ne potesse intravvedere uno sbocco dal piano accademico a quello 'pastorale', che resta immutato ed intangibile.

Un esempio: finché non ci sarà anche una 'pastorale' non solo fantasmatica, ma concreta, non si attuerà mai alcuna promozione del Rito Romano usus antiquior. Infatti, se esso non vien fatto attivamente conoscere più diffusamente, non solo attraverso celebrazioni 'strappate' a vescovi e sacerdoti prevalentemente renitenti ma anche attraverso la corrispondente 'formazione permanente' del coetus fidelium, non potrà mai essere amato da più persone e continuerà a rimanere ghettizzato. Del resto anche l'Istruzione Universae Ecclesiae, senza la corrispondente 'pastorale', rischia di rimanere lettera morta tranne che per quanto affidato ad assetate ma non ascoltate buone volontà laiche ed ecclesiastiche. La stessa Istruzione presenta molte luci, ma anche alcune ombre che rischiano, se non di vanificarne, di attenuarne di molto l'efficacia. Anche questo, a breve, sarà oggetto dei nostri approfondimenti.

Non solo per questo ovviamente, ma non a caso, il "discorso da fare" di Gherardini appare ora il "discorso mancato". Non nel senso della discussione, che tuttora ferve rispetto a quando non se ne poteva neppure parlare; ma nel senso della presa d'atto e conseguenti interventi per pareggiare la verità da parte del Papa.


Puntualizzazione di Enrico (MiL)
Magister persiste a presentare come difensori del Papa, contro i malvagi anticonciliaristi de Mattei e Gherardini, i prodi paladini Introvigne e Ronheimer, dei quali ha pubblicato ieri due repliche peraltro molto interessanti. Ne riportiamo i principali passaggi. Come vedrete, in realtà le posizioni di questi asseriti "difensori del Papa" sono talmente divergenti tra loro che, evidentemente, o solo uno dei due assume correttamente le difese della tesi del Papa, oppure nessuno dei due, come personalmente sono portato a ritenere. Abbiamo infatti sulla cattedra di Pietro qualcuno che, quando poteva parlare più liberamente, aveva scritto del Concilio: "I risultati sembrano crudelmente opposti alle attese di tutti [ ... ]. Ci si aspettava un balzo in avanti e ci siamo invece trovati di fronte a un processo progressivo di decadenza che si è sviluppato in larga misura proprio sotto il segno di un richiamo al Concilio e ha quindi contribuito a screditarlo per molti" ("Ecco perché la fede è in crisi", intervista a cura di Vittorio Messori, in Jesus, 11.11.1984, p. 70). Se quella è l’opinione di Joseph Razinger, è chiaro che con l’allocuzione del 22.12.2005 ci ha sostanzialmente chiesto di assumere uno sguardo sul Concilio totalmente nuovo rispetto all’ermeneutica fino ad ora pressoché totalitaria; sguardo che non può che essere critico e demitizzante di tutto quanto avvenuto negli ultimi 50 anni. Certo, sarebbe irrealistico e prima ancora teologicamente insostenibile rifiutare sic et simpliciter il Concilio, e pertanto non ci resta che lo strumento esegetico, da utilizzare in modo totalmente diverso rispetto a quanto avvenuto negli ultimi decenni, come ricorda il Papa; ma appunto studi (come quelli di de Mattei e Gherardini) che del Concilio sfrondino gli allori ed evidenzino i problemi e le ambiguità, sono la necessaria premessa, non fosse che come pars destruens, per toglier di mezzo l’ancora imperante mitologia conciliare e così consentire l’operazione di ricostruzione dottrinale, prima ancora che liturgica, tanto cara al Papa.

Ma torniamo ai due articoli. Introvigne sviluppa principalmente un concetto: che solo il Magistero può stabilire che cosa sia conforme a Tradizione e che cosa no, pena una deriva protestante in cui ciascuno (e quindi, di fatto, i teologi sulla breccia) si fa metro di che cosa sia la Tradizione. L’osservazione non è priva di plausibilità, ma solo entro certi limiti: perché se diviene un criterio assoluto come vuole Introvigne, diventa un argomento ex auctoritate che in alcuni casi limite porta a violentare il sensus fidelium e il raziocinio dei cristiani. Di fronte ad evidenti casi di vero e proprio revirement magisteriale - come nel caso emblematico della libertà religiosa, o come la definizione della Messa nella prima versione dell’Institutio generalis del messale paolino (che, siccome debitamente promulgata, fu anch’essa Magistero) - Introvigne ci chiede di ricorrere ad una sorta di double thinking per convincerci che il dopo è sostanzialmente identico al prima (Orwell, nel suo cupo capolavoro 1984, così definisce l’abito mentale del double thinking o bispensiero, attitudine indispensabile per non accorgersi delle contraddizioni nella propaganda del partito unico, e anzi per ritenere perfettamente conciliabili gli opposti: "Dimenticare tutto quello che era necessario dimenticare, e quindi richiamarlo alla memoria nel momento in cui sarebbe stato necessario, e quindi dimenticarlo da capo: e soprattutto applicare lo stesso processo al processo stesso. Questa era l’ultima raffinatezza: assumere coscientemente l’incoscienza, e quindi da capo, divenire inconscio dell’azione ipnotica or ora compiuta. Anche per capire il significato della parola "bispensiero" bisognava mettere, appunto, in opera il medesimo"). Qualcuno dirà che un meccanismo mentale analogo teorizzava S. Ignazio di Loyola quando chiedeva di considerare bianco quel che la Chiesa dice essere bianco, anche se lo si vede nero. Confesso che quell’aforisma ignaziano non mi è mai piaciuto (perché il nostro Dio è ragione: non siamo mica musulmani); ma in ogni caso invitava ad anteporre il giudizio della Chiesa al proprio: quid, invece, se bianco e nero lo dicon due papi diversi nella storia?

In sostanza Introvigne deve ricorrere al letto di Procuste per stiracchiare o restringere i testi magisteriali, nel tentativo di farli conciliare perfettamente tra loro e di sostenere che nulla mai cambia, se non qualche accidentale apparenza. Ma naturalmente, un tentativo del genere può stentatamente reggersi in piedi solo a prezzo di ragionare per slogan e petizioni di principio (ad esempio, ripetendo come un dato a priori che dev’esserci necessariamente una continuità) e quindi censurando ogni forma di approfondimento e di riflessione critica: il che infatti Introvigne s’è dato per missione di fare, dacché pensatori come Gherardini e de Mattei hanno iniziato a sollevare i loro dubbi.

La tesi di Ronheimer è invece più piana. Non tenta quell’improbabile coincidentia oppositorum, ma riconosce tranquillamente che vera discontinuità vi fu; salva, naturalmente, una continuità di fondo del soggetto Chiesa; continuità però talmente ricacciata a livello di principi ultimi da risultare quasi evanescente. Tra le due tesi (quella di Introvigne e quella di Ronheimer), la seconda è più consequenziale con le premesse, ossia con quell’insistenza sul concetto di riforma rispetto a quello di continuità, su cui batte molto anche Introvigne, ma senza avvedersi, a differenza di Ronheimer, delle conseguenze cui quell’idea necessariamente porta: ossia ad una piena accettazione di livelli talmente alti di ‘discontinuità’ da non essere molto lontani da quelli della tanto deprecata (e a ragione) ‘ermeneutica della rottura’.

Per concludere, a me pare che tanto l’impasse in cui si getta Introvigne (che per salvare il valore del Magistero diacronico della Chiesa, ai suoi occhi sempre e comunque vincolante per i fedeli, invita a fingere di non vedere contraddizioni sol perché ritiene aprioristicamente che non ce ne possano essere), quanto l’affermazione da parte di Ronheimer che su aspetti non dogmatici la dottrina della Chiesa può tranquillamente cambiare, dimostrano una cosa: ossia che i documenti della Chiesa hanno gradi di opinabilità sufficientemente alta, fintanto che non concernono il depositum fidei. Il che, è un modo per dire che gli insegnamenti più controversi del Concilio, proprio perché non toccano la fede o la morale, sono pienamente criticabili e non assentibili al pari, quanto meno, degli insegnamenti passati sugli stessi temi che il Concilio ha voluto superare e modificare.
Enrico [Fonte: Blog Messa in Latino, 28 maggio 2011]

venerdì 27 maggio 2011

Centenario dalla nascita di Cornelio Fabro. Convegno ad Udine

Comitato Internazionale per il 1° Centenario
della nascita di Cornelio Fabro
Sede della Presidenza: Casina Pio IV
(00120) Città del Vaticano
Segreteria: Via Mazzarino, 16 (00184) Roma
Tel. +39 - 069766752 (lun-sab dalle 9,00 alle 12,00)
Cell. 3403649154 / 3461001877 www.centenariofabro.org - info@centenariofabro.org


Invito a convegno: (scarica o visualizza la locandina)
Nel centenario dalla nascita del Filosofo friulano 1911-2011
Il 30 e 31 maggio 2011, a partire dalle ore 9.00, a Palazzo Belgrado (sede della Provincia di Udine) si terrà il Convegno
CORNELIO FABRO E LA SUA OPERA: TEMI DI UN PENSIERO VIVO
Il Convegno sarà trasmesso in diretta via internet al sito:
http://www.provincia.udine.it/comunicazioneistituzionale/webradio/Pages/default.asp


Siamo lieti di darne notizia, per chiunque fosse interessato, come richiesto dalla Segreteria Scientifica dell'Università degli Studi di Udine:
Prof. Gabriele De Anna
Per contatti e informazioni:
E-mail: convegni.filosofici@gmail.com
Tel.: 335-8051374

venerdì 20 maggio 2011

Un nuovo libro di Enrico Maria Radaelli. Per riprendere a costruire la civiltà a partire dalla Bellezza.

La Bellezza che ci salva di Enrico Maria Radaelli

Tra le conclusioni del Convegno di dicembre scorso sul Concilio Vaticano II è emersa la consapevolezza che nella difficoltà ermeneutica in cui ci dibattiamo si nasconde la carenza della metafisica. E’ un problema di forma e di sostanza: la modernità fa perdere chiarezza accusando il dogmatismo normativo, ma accantonare la metafisica è significato accantonare la fede che è messa in un angolo.
E’ appena uscito un nuovo libro di Enrico Maria Radaelli (*), un autore che ha la peculiarità di intraprendere percorsi metafisici di rara profondità e suggestione intellettuale e spirituale, sviluppando e proseguendo sia l'opera di Romano Amerio che la sua personale elaborazione su dove e come sia avvenuto il «disorbitare della Chiesa dal suo fine primario» e individuando le soluzioni secondo la Tradizione perenne, non quella “vivente” in senso storicistico.

Abbiamo la ventura di immergerci in 300 pagine che flagellano e svuotano di ogni sua più ridicola pretesa di ragionevolezza e persuasività il liberalismo massonico: La Bellezza che ci salva. La forza di Imago, il secondo Nome dell’Unigenito di Dio, che, con Logos, può dar vita a una nuova civiltà, fondata sulla bellezza.

Avrebbe potuto chiamarsi La Verità che ci salva (soprattutto dal liberalismo massonico), ma l’Autore ha voluto riferirsi alla nota affermazione dostoevskjiana in primo luogo per mostrarne una volta per tutte la futilità, in secondo per portare finalmente alla ribalta le devastanti nuove eresie iconologiche propalate dalle diaboliche vesti cementizie delle nuove chiese, che sono lo specchio di quelle logiche che stanno oscurando la Tradizione perenne, unica portatrice della Verità.

Nelle nuove chiese impera da decenni l’«assenza di immagini» di Cristo e delle sue schiere di angeli e santi, impera cioè l’iconoclasmo, e Radaelli dimostra che esso è il risultato visivo e appariscente dell’attuale ostinata e grave sospensione della pastorale dogmatica nel magistero della Chiesa, dunque è doppiamente «incompatibile con l’Incarnazione» (p. 156).

La sospensione del munus dogmatico a favore di un insegnamento meramente “pastorale”, denunciato da mons. Gherardini come il più grave intorbidamento del magistero attuale, è dichiarato da Radaelli un vero e proprio «peccato di pastoralità del magistero» (p. 54) sia contro la fede che contro la carità, iniziato da Giovanni XXIII e tenuto dai Papi fino ai giorni nostri: «Ma – mette in guardia Radaelli – senza chiarezza dogmatica anche l’arte sacra sarà confusa, relativista e gnostica» (p. 285).

Lo si vede nella Messa, dove, dopo aver spesso «annientato e distrutto gli antichi altari con incredibile e furioso scempio, spiegabile solo con l’odio per la sacra liturgia Tridentina» (p. 170), si è riversata tutta sulle variazioni liturgiche, ognuna cangiante dal più al meno riguardo alla sacralità alla nobiltà e alla religiosità, studiate con scientifica circospezione dalla commissione liturgica istituita da Paolo VI, col dichiarato scopo di raggiungere fratellanza ecumenica con chi quei cangiamenti, se non anche tagli selvaggi, aveva già fatti propri secoli fa.

Il testo è frutto di uno sforzo intellettuale intriso di preghiera, anzi di Adorazione, diretto ad affrettare il tempo in cui il Trono più alto stabilisca che il linguaggio immerso nell’orizzonte Trinitario dell’arte sacra, discendente dal Nome Imago, ha la stessa potenza veritativa del linguaggio magisteriale discendente dal Nome Logos – e a questo obbediente – proteggendo oggi i fedeli dalle nuove eresie iconologiche come da sempre li ha difesi da quelle logiche, anch’esse tuttavia da ricondurre nei loro argini dai quali sono esondate, invadendo territori che dovevano e devono essere invece custoditi con sacro timore.

Le sue pagine scalano pareti di roccia dogmatica con la forza attrattiva di un linguaggio chiarificatore ed icastico che ne scava e porta alla luce lo splendore della verità. Riconosciamo il sistema teologico-filosofico propriamente scolastico, insieme ai lampi di luce del ‘Sensus Communis’, in cui l’autore si muove con grande levità ed eleganza, nello sgorgare di parole incandescenti, che conservano tutta la loro pregnanza semantica originaria, dalla quale i correnti linguaggi ateoretici mutuati dalle filosofie immanentiste e lo stile colloquiale che rende i discorsi ambigui ed approssimativi rischiano di allontanarci. Esse immediatamente destano l’intuizione e lo stupore che sempre si accompagna alla conoscenza per riposare, poi, nella riflessione e nell’assimilazione di vere e proprie melodie fatiche, che aprono alla scoperta di quello che ci appare il nostro paesaggio più naturale, si spingono fino al nocciolo più profondo della nostra ricerca a partire dai sacri Nomi del sommo Intelletto per riconfluirvi ricolmi dell’acqua delle sorgenti celesti. Ed ecco configurarsi il paesaggio, nuovo della germinale fioritura: «audacia» che nasce dalla sua intrinseca fecondità: «Tradizione», denso del realismo incantato ed incantevole, di una filosofia dell’estetica propriamente e gioiosamente trinitaria.

Tre gli obiettivi, o “proposte forti”, di questo libro scritto per ridare animo a una civiltà fondata sulla bellezza:
  • primo obiettivo (Proposta preliminare): ripristinare gli argini del Fiume della bellezza, le cui Sorgenti sono nelle relazioni trinitarie, dimostrando che essi, legata com’è la bellezza alla verità, si trovano soltanto nella guida “dogmatica” che la Chiesa ha tenuto da sempre (nella quale la verità è riconosciuta nella sua limpida, univoca e splendida realtà), e non in una guida meramente “pastorale”;
  • secondo obiettivo (Prima proposta): individuare le Origini della Bellezza scoperte quasi senza saperlo da san Tommaso d’Aquino settecento anni fa individuando i quattro Nomi dell’Unigenito di Dio (Imago, Splendor, Logos e Filius), specie il primo, che, in quanto Volto, Aspetto ed Espressione del Logos, cioè del Pensiero, è anche la prima Fonte della conoscenza;
  • terzo obiettivo (Seconda proposta): rendere esplicito il criterio da sempre utilizzato dalla Chiesa per fare bellezza, cioè per insegnare, individuato dall’Autore nel binomio «tradizione-audacia» (e come tale autorevolmente riconosciuto anche dal cardinal Ravasi in un seminario tenuto nella Biblioteca del Pontificio Consiglio per la Cultura il 14-7-2010). Infatti “il dittico «tradizione-audacia» rappresenta la forte muraglia intorno all’Hortus conclusus dell’insegnamento della Chiesa – stavolta sul piano metodologico – per tenere avventuristi da una parte e abitudinari dall’altra fuori comunque entrambi dalla cerchia della sua fervorosa città dove regna solo la vita, l’operosità costruttiva dell’attenzione, lo slancio calmo di chi sa che ogni buon insegnamento, ogni buon progetto armonico, ogni santa parola, è una maternità, una straordinaria maternità che dà i suoi frutti soprannaturali tutti pronti per l’eternità” (p. 245).
Con queste tre “proposte forti” riprendere la costruzione della Civiltà della Bellezza non è più un sogno, ma un lieto, sacro dovere.
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>L'Autore
(*) Enrico Maria Radaelli, docente di Filosofia dell’estetica, e direttore del Dipartimento di Estetica della Associazione Internazionale “Sensus Communis” (Roma), ha collaborato per tre anni alla cattedra di Filosofia della conoscenza (sezione Conoscenza estetica) della Pontificia Università Lateranense. Opere precedenti: Ingresso alla Bellezza, Fede & Cultura, Verona 2007; Sacro al Calor bianco. La Messa di san Pio V e la Messa di Paolo VI alla luce della Filosofia dell'Estetica trinitaria, Edizione pro manuscripto 2008; Romano Amerio. Della verità e dell'amore, Marco Editore, Lungro di Cosenza 2005; Teomachia ultima. Teologia delle tre grandi religioni monoteiste, pro manuscripto Milano 2005; Il mistero della sinagoga bendata, Effedieffe 2002; Per l'Opera Omnia di Romano Amerio in corso di uscita per la Lindau, ha curato finora i primi tre valumi, Iota unum, Stat Veritas e Zibaldone, con tre ampie e appropriate Postfazioni.

>Il Libro
«Giovani in estinzione. L’Italia ne ha persi due milioni in dieci anni» (così il rapporto del «Censis» nella primavera del 2011). Da qui si può capire il titolo «La bellezza che ci salva»: la bellezza non è «leggera come una farfalla» (cfr. p. 47), ma è la bellezza della verità: una bellezza di contenuti.
Si parla di arte, si parla di paesaggi e di chiese, ma il vero soggetto è l’uomo, cui qui, sulle orme di san Tommaso d’Aquino, vengono mostrate le Origini della bellezza (primo capitolo) e il criterio per realizzarla a sua volta anche nella vita più quotidiana (secondo capitolo).
Futuro, positività, «sorridenza», Paradiso, sono obiettivi raggiungibili se, mantenendosi nell’equilibrio del senso comune dato dalla ragione vivificata dalla grazia, «non si cade nei dirupi di misoneismo o di avventurismo» (terzo capitolo), così riprendendo la costruzione della civiltà a partire ancora dalla bellezza, devastata dai flagelli materiali e morali del «Ciclope del Liberalismo» (p. 17).

La Bellezza che ci Salva. Edizione pro manuscripto, Milano 2011, pp. XX + 306, euro 35; si può richiedere all’Autore (328.83.42.142), via San Sisto, 3 -20123 Milano, oppure con e-mail a: info@enricomariaradaelli.it, o a: www.hoepli.it.

Maria Guarini

giovedì 12 maggio 2011

Magister e il “Papa riformista”. Perché sarebbero “anticonciliaristi” anziché “propositivi” coloro che discutono sui documenti conciliari?

In questi giorni Sandro Magister torna alla carica portando alla ribalta gli scritti, con le rispettive visioni sul Vaticano II e post concilio di De Mattei, Introvigne e Rhonheimer. Sullo sfondo il “Papa riformista” e, in primo piano, gli allineati (Introvigne, Rhonheimer) ed i critici propositivi (de Mattei et alii) tra i quali potremmo collocarci anche noi, qualificati in maniera tagliente “anticonciliaristi” (in una precedente occasione "delusi" da Papa Benedetto); il che significa banalizzare e troncare di netto il dibattito che si tenta di sviluppare, tacciando da dissenzienti sic et simpliciter, voci che, invece:


  • analizzano fatti ricostruiti nel contesto storico risalendo alle radici prossime e remote della crisi che attraversiamo, polarizzatesi e riconoscibili nei sedici documenti conciliari e quindi tradotte in parole gesti ed omissioni nel post-concilio (R. De Mattei) oppure
  • analizzano i testi e ne fanno l'esegesi utilizzando l'intelligenza critica, al fine di individuarne la forza teoretica e pratica in relazione con il Magistero di sempre (R.Amerio, F. Spadafora, B.Gherardini, S.Lanzetta, E.M.Radaelli, il quale ultimo ha la peculiarità di intraprendere percorsi metafisici di rara profondità e suggestione intellettuale e spirituale, sviluppando e proseguendo sia l'opera di Amerio che la sua personale elaborazione su dove e come sia avvenuto il «disorbitare della Chiesa dal suo fine primario» e individuando le corrispondenti soluzioni. Ci sono numerosi altri studiosi che non nomino qui, alcuni dei quali abbiamo avuto già occasione di incontrare nei nostri approfondimenti mentre altri ne incontreremo).
Ed è così che gli “allineati” continuano di fatto ad attribuire al Concilio la peculiarità di «un evento che cessa di essere un elemento da situare nella Tradizione cattolica per diventare la misura stessa della valutazione della Tradizione». L'espressione sul concilio è di de Mattei il quale reputa, al contrario, che dello stesso si possa discutere sul piano storico - ed anche teologico - , in maniera non diversa da quanto hanno sempre fatto gli storici della Chiesa, in ordine ai fatti, ed i teologi, in ordine ai princìpi.

Non dimentichiamo che il concilio Vaticano II è stato ed è un ‘punto’ nella storia della Chiesa, come lo sono stati in misura più o meno incisiva gli altri che lo hanno preceduto. Certamente non è un ‘punto e accapo’ come molti novatori non solo sostengono, ma operano di conseguenza ed in discontinuità. E allora si dà il caso che la Tradizione viene considerata un evento, quindi una parte, mentre essa è il tutto.

Ricordiamoci le “due fonti” della Rivelazione: Tradizione e Sacra Scrittura. Esse risultano messe in discussione dalla Dei Verbum che ne opera l'unificazione affermando che Scrittura Tradizione e Magistero «coalescunt in unum» (paragrafo 10), in netto contrasto con l'asserto da cui parte (nel proemio) «Seguendo le tracce del Tridentino e del Vaticano I» [Brunero Gheradini, Il discorso mancato, pag.40]. Uno dei tanti elementi di discontinuità da approfondire e su cui si fonda l'attuale atteggiamento teoretico e pratico che ha creato nella Chiesa cattolica uno iato generazionale che rischia di divenire incolmabile.

Manca di senso logico, prima ancora che teologico, chi si ostina a contrapporre Tradizione e magistero cosiddetto “vivente”, come se la Tradizione fosse il passato e il magistero vivente fosse il presente, mutato e mutevole che prepara un futuro in continua evoluzione, in un susseguirsi di ‘quanti’ puntuali, perdendo l'originaria continuità evolutiva. La Tradizione è il Magistero presente, che contiene in sé sia il passato, che non sostituisce ma assume e completa, che i germi del futuro. Tuttavia i germi del futuro sono nel presente solo in quanto già ereditati dal passato e non prodotti ex novo (come sta avvenendo oggi). La Rivelazione è già data, non può evolversi: ciò che si evolve è la sua ulteriore comprensione ed esplicitazione, ma c'è un requisito importante che serve da ‘canone’ e anche da ‘garanzia’: “eodem sensu eademque sententia”...

Di certo la Tradizione non rinasce nuova da un Concilio, che tale potrebbe lasciarla trasparire, nel momento in cui Benedetto XVI lo definisce come la sintesi onnicomprensiva e l'espressione più pura dell'intera Tradizione, mentre afferma il giudizio di continuità pur ammettendo «qualche apparente antitesi»: vedi il precedente articolo sulla “Libertà di religione”. E' da questo che Magister gli rivendica la definizione di “Papa riformista”. Ma è proprio per questa sua affermazione che il Concilio rischia di permanere un “unicum” intoccabile e indiscutibile; il che, alla resa dei conti, oltre a rivelarsi inesatto sulla base di numerosi riscontri analizzati fino ad oggi, rischia di troncare sul nascere l'ineludibile necessità - che è anche un dovere - di tornare a distinguere il permanente valore «dogmatico» legato ai «fatti storici» che oggi invece si tende impropriamente a coinvolgere nella loro mutevole contingenza.
Maria Guarini

domenica 8 maggio 2011

La Tradizione vita e giovinezza della Chiesa. Convegno a Firenze


Il giorno 20 maggio 2011 - ore 17,30 presso la Chiesa di Ognissanti
(Borgo Ognissanti, 42 - 50123 Firenze)
si terrà un convegno sulla Tradizione della Chiesa, dal titolo:
Quaecumque dixero vobis
La Tradizione vita e giovinezza della Chiesa

Intervengono:
Prof. Don Renzo Lavatori (Università Urbaniana)
Prof. p. Serafino M. Lanzetta (S. T. Immacolata Mediatrice)
Dott.ssa Cristina Siccardi (scrittrice)
Prof. Mons. Brunero Gherardini (em. Università Lateranense)

Nell'occasione saranno presentati i due recenti volumi di Mons. B. Gherardini:

Quaecumque dixero vobis. Parola di Dio e Tradizione a confronto con la storia e la teologia, Lindau 2011





Quod et tradidi vobis. La Tradizione vita e giovinezza della Chiesa, Casa Mariana Editrice 2010


Alle ore 16,30 sarà celebrata la S. Messa nel Rito Romano antico

Tutti i lettori sono invitati a partecipare!

mercoledì 4 maggio 2011

Passione della Chiesa. Amerio ed altre vigili sentinelle

Prima di avventurarmi nell'analisi del saggio di Rhonheimer, un po' specialistica e meno divulgativa, e che richiede un adeguato approfondimento, fatto di studio e di riflessione sui testi originali citati e collegati, inserisco una informazione riguardante una delle recenti tappe di confronto e approfondimento della situazione della nostra Chiesa.
Si tratta del Convegno organizzato dal Centro Culturale Vera Lux - Bologna, tenutosi il 12 giugno 2010 a San Marino. Oltre al Vescovo, Mons. Luigi Negri, al Convegno, introdotto dal Dr. Lorenzo Bertocchi, hanno partecipato relatori di spicco come Mons. Brunero Gheradini, Mons. Nicola Bux, Matteo D'amico, P. Giovanni Cavalcoli.

Trascrivo alcune parole significative dall'introduzione del gen. Lorenzo Bertocchi, mentre ringrazio il gen. Normanno Malaguti, che cortesemente mi ha fatto pervenire il testo degli Atti, Passione della Chiesa. Amerio e altre vigili sentinelle, edito da Il Cerchio, Bologna 2011.

... Per comprendere il cuore del problema occorre ritornare ancora una volta al famoso discorso di Benedetto XVI a Regensburg, laddove si parla della necessità «dell'allargamento del nostro concetto di ragione», capace cioè di superare le strettoie di un razionalismo empirico che di fatto riduce la verità al misurabile. Romano Amerio nelle sua importante opera Iota unum, Ed. Lindau, pag. 314, esprime ciò in un modo preciso: «alla base del presente smarrimento vi è un attacco alla potenza conoscitiva dell'uomo», quello che egli chiama “pirronismo” e che in estrema sintesi consiste nella presunta incapacità di poter raggiungere la verità. Questa sfiducia nella verità si traduce nella crisi dell'autorità e della dottrina della Chiesa come “garanzie di libertà”, così il fedele si perde in un caos dottrinale che sfibra la fede e conduce al soggettivismo in campo etico.

Il “pirronismo” si è veramente introdotto nella Chiesa? [...] E' sempre più chiaro ormai che il facile abbraccio con filosofie alla moda abbia intaccato la teologia, producendo in alcuni casi «dottrine fuorvianti» che il Papa stesso ha richiamato nell'omelia del 29 giugno 2010 parlando di Comunità che ne «patiscono l'influenza». [...] A volte vi è la tentazione di non parlare di questi problemi perché si ritiene siano già stati ripetuti troppe volte, oppure perché si possa generare chiusure negli interlocutori, ma a ben guardare il lavoro è tutt'altro che compiuto, pertanto speriamo che l'autorevole contributo dei relatori possa aiutare a chiarire alcuni noti della storia recente della teologia e più in generale della Chiesa stessa...


Stralcio dall'intervento di Mons. Gherardini, Passio Christi, Ecclesiae passio:
[...]
2 - Le “Stazioni” - Amerio, a quanto pare, non parla di “passione”. L'idea che prende in esame è quella della “crisi”, da lui analizzata nella sua natura, nei suoi contesti e nelle sue conseguenze. Io pure -che non chiudo gli occhi davanti alla persecuzione cruenta - son dell'avviso che la passio Ecclesiae sia oggi la perdurante continuità d'una crisi iniziata in modo speciale dall'Illuminismo e ingigantita dalla “desistenza” secolare di chi avrebbe dovuto combatterla. Una crisi polimorfa, che Amerio descrive specialmente nei due primi capitoli, tenendola però presente in tutto il complesso degli altri. Una crisi che non ha nulla in comune con il meschino tentativo di chi, per nasconderne pericolosità e virulenza, la qualificò come “crisi di crescenza”, quasi a sottrarre da sicura e doverosa condanna sia l'accennata “desistenza”, sia il conseguente «disorbitare della Chiesa dal suo fine primario». La crisi fu scatenata e poi fin al presente mantenuta ora sotto la cenere, ora a livelli d'incandescenza, quando forze latenti, ma aggressive, polemiche, centrifughe e soprattutto potenti, apriron le porte del santuario allo spirito del secolo, sostituendo l'uomo a Dio, “l'ubi consistam” spazio-temporale all'escatologia cristiana, il pirronismo alla certezza, il pluralismo all'Una Sancta, il disfacimento del costume alla virtù.

Fin dagli anni del Vaticano II ma soprattutto durante il cinquantennio del postconcilio si soppresse l'antagonismo Chiesa-mondo; si inneggiò ad un cristiano maturo non più in stretta collisione con i pericoli del secolo, ma a braccetto con essi; si chiuse l'era paradossalmente angusta della cristianità cattolica, per aprir quella indiscriminata e vaga del “popolo di Dio”; si ribaltò di sana pianta la base giustificativa del Sillabo e della Pascendi, aprendo ingenuamente a quel liberalismo ed indifferentismo e relativismo e modernismo che quei documenti fronteggiavano; si stravolse l'in-sé della Chiesa e della vita cristiana, affossando il soprannaturale nel magma del naturalistico, del razionalistico, dello storicistico, dell'immediato ed immediatamente disponibile, tutto risolvendo in una Weltanschauung che, alle classiche virtù teologali, cardinali e morali, sostituiva i valori della spontaneità della libertà, del sentimento, dell'aperturismo a buon mercato. Nasceva, e in breve furoreggiò, un Cristianesimo umanitario, quello del buonismo acritico e superficiale, del dialogo, della condivisione, dell'aperturismo in ogni direzione, senza preoccupazioni dogmatiche etiche disciplinari, all'insegna anzi di quel “circiterismo” che Amerio riprende da Giordano Bruno per indicare ogni disinvolto embrasson-nous, perfino nel caso non raro di un amplesso letale. A ciò s'aggiunga l'allentamento della disciplina penitenziale, la crisi dell'obbedienza, la deformazione dialogica dell'apostolato kerigmatico, la degradazione del sacro nel secolare e della communio in una sequela senza fine di sfide. Sì, la crisi non poteva esser meno eversiva né meno pervasiva di com'è stata.

A mio giudizio resta difficile capire perché, pur avendo della crisi una conoscenza diretta ed obiettiva, non si sia corsi ai ripari. Paolo VI, il 7 settembre 1968, rilevò «l'ora inquieta d'autocritica, si direbbe d'autodemolizione» e «di rivolgimento assoluto» che la Chiesa stava vivendo. Celebre è rimasto il suo accenno del 30 giugno 1972 al «fumo di Satana» insinuatosi «nel tempio di Dio». Ed il 18 luglio 1975, inutilmente gridò il suo «basta con il dissenso alla Chiesa. Basta con una disgregatrice interpretazione del pluralismo... Basta con la disobbedienza qualificata come libertà». Tanto inutilmente, che il suo successore, il 7 febbraio del 1981, si disse costretto ad ammettere «realisticamente e con profonda e sofferta sensibilità» lo sbandamento dei fedeli conseguente a «vere e proprie eresie in campo dogmatico e morale», alla manomissione della Liturgia, al relativismo, al permissivismo, al sociologismo e ad un illuminismo che spiana la via all'invadenza dell'ateismo.
Non meno incisiva né meno drammatica è la denuncia della crisi ecclesiale, con cui Papa Benedetto XVI tenta di scuoter le addormentate coscienze. Era ancora cardinale quando firmò la Via Crucis del 2005, che pose all'attenzione del mondo la «sporcizia... la superbia, l'autosufficienza e la mancanza di fede» fra gli uomini di Chiesa, nonché la Chiesa stessa nella condizione d'una «barca che fa acqua da tutte le parti». Pochi mesi dopo, da Papa, riprese con forza maggiore un suo vecchio discorso su «la dittatura del relativismo», causa prima della secolarizzazione montante, e sul relativismo insiste ancor oggi. Ma “le stelle stanno a guardare”.

3 - Per una conclusione - Lungi da me il segnar a dito le “stelle” che “stanno a guardare”: non ho la vocazione a far il cane da guardia. Ma nemmeno ho gli occhi così bendati da non vedere e non capire.

Vedo e capisco sia il dramma d'una Chiesa nella morsa d'una contraddizione storica, contro la quale occorre, e subito, impegnarsi a fondo; sia la ragione, quasi metafisica, che almeno in parte sottrae quel dramma al nostro intervento.

Quanto di quel dramma -e non è una misura da poco- è dovuto
  • ad incuria,
  • o ad un abbassamento della guardia;
  • o ad una compiacente strizzatina d'occhi all'“inimicus homo” (Mt 13, 25.39),
  • o ad una desistenza dal dovere della fedeltà e della testimonianza;
  • o ad un colpevole rimescolamento delle carte fra il sì e il no, per fare scomparire del tutto la discriminante tra il bene e il male;
  • o al “circiterismo” pasticcione e confuso di gran parte della teologia contemporanea, la cui sola unità di misura sembra l'abbandono della Tradizione e quindi della linfa che alimenta la vita ecclesiale;
  • o ad una burbanzosa autosufficienza che inalbera la coscienza del singolo o di gruppi particolari a giudice supremo della legge di Dio, sia naturale che rivelata e della Chiesa interpretata e proposta;
quanto -insomma- è dovuto a tutto questo e ad altro ancora, non ha diritto di cittadinanza nella “città di Dio”, essendo antitetico alla costituzione e alla vita di essa. Di tutte queste storture e devianze e ribellioni s'intesse, sì, la passio Ecclesiae, ma è una passione che non s'identifica mistericamente con quella di Cristo, non arricchisce e non dilata la Chiesa come il sangue dei martiri. La mortifica, anzi la strozza, le rifila l'aria che dovrebbe respirare, la riduce al rantolo. Contro questa passio, pertanto, occorre prender posizione, essa va neutralizzata, e l'unica maniera per farlo è quella d'una fedeltà a tutta prova: la fedeltà dei santi.

Ho peraltro accennato, poco sopra, ad una causa quasi metafisica della passio Ecclesiae ed irriducibile per questo ad uno qualunque dei comportamenti umani. Essa nasce dalla sacramentale identità del Cristo fisico e del Cristo mistico e prolunga l'epopea del Golgota nel tempo del già e non ancora: la Chiesa è per questo il Christus patiens. Gli aggettivi “sacramentale” e “misterico”, cui faccio ricorso per qualificare l'identificarsi della Chiesa in Cristo e di Cristo nella Chiesa, portan il discorso sul piano dell'analogia, ancorché ontologicamente fondata. Non si tratta, infatti, di una identità assoluta, ma d'una continuità che il linguaggio dei Padri e della liturgia definisce in mysterio, e quindi di una repraesentatio della Chiesa come continua Christi incarnatio. In particolare d'un rapporto che riproduce nella Chiesa una cristoconformità tale da conferirle quella medesima “immagine del Dio invisibile” che Col 1,15 predica del Verbo incarnato ed in base alla quale la Chiesa ha, del Verbo incarnato, la forma storica d'un amore che si dona fino al sacrificio supremo di sé. La detta repraesentatio non è, dunque, una rappresentazione, se mai è una “ri-presentazione”, o meglio un'assimilazione di due soggetti fin al loro sacramentale ed unificante incontro. Sta qui la ragione per la quale la Chiesa è il Christus patiens, non il Christus passus: rivive nell'attimo che fugge la realtà stessa del Redentore, del Mediatore unico tra Dio e gli uomini, del Rivelatore fedele e qui si radica l'espressione “fuori della Chiesa non c'è salvezza”, oggi superficialmente contestata.

Commossi, pertanto, fin alle lacrime, ci mettiamo nelle braccia di questa chiesa, per aver accesso, attraverso la sua stessa passio, alla passio salvifica di Cristo.

sabato 30 aprile 2011

Martin Rhonheimer sulla Libertà di religione: Benedetto XVI e la sua "ermeneutica della riforma"

Si infiamma la discussione su come interpretare le novità del Concilio Vaticano II, soprattutto sulla libertà di religione. I tradizionalisti contro Benedetto XVI. Un saggio del filosofo Martin Rhonheimer a sostegno del papa.
L'articolo è arricchito dal saggio, interessante e complesso, di Martin Rhonheimer, docente di Etica e di Filosofia politica presso la Pontificia Università della Santa Croce di Roma. Il saggio, apparso su Nova et Vetera", 85, 4, ottobre-dicembre 2010, 341-363, mette in campo elementi ineludibili per una analisi corretta e approfondita della materia in questione. Per comodità di consultazione l' ho reso disponibile qui nella versione integrale, inserendo direttamente dal testo francese alcune parti tralasciate da Magister.

Mentre mi sembra improprio mettere l'enfasi sui “tradizionalisti contro Benedetto XVI”, dal momento che molte delle analisi e critiche da anni poste sul tappeto sono propositive più che di contrapposizione, cerco di dare una lettura sintetica del testo, con l'idea di trarne possibili conclusioni chiarificatrici.

L'esame di Rhonheimer parte dall'assunto che, nel suo discorso del 22 dicembre 2005, «Papa Benedetto XVI non ha affatto opposto l'ermeneutica erronea della discontinuità a una “ermeneutica della continuità”. Ha spiegato piuttosto che all'“ermeneutica della discontinuità si oppone l'ermeneutica della riforma”. E qual è “la natura della vera riforma”? Essa consiste, spiega il papa, “in questo insieme di continuità e discontinuità a livelli diversi”».

Il discorso muove dalla presa d'atto di alcuni cambiamenti semantici di espressioni come “libertà di coscienza” insieme ai mutamenti radicali intervenuti nell'assetto geopolitico e del diritto, per effetto dell'affermarsi di Stati costituzionali con la scomparsa dello “Stato cattolico” come braccio secolare della Chiesa e soprattutto con la fine del potere temporale e della conseguente nullificazione dell'autorità del Diritto Canonico nelle legislazioni nazionali. Cambiano radicalmente gli scenari e si sostiene che non cambiano i principi ma muta solo ciò che le situazioni contingenti inducono a ‘riformare’: il termine ‘riforma’, anzi “ermeneutica della riforma”, per connotare alcuni elementi di innegata ed innegabile ‘discontinuità’, è esplicitamente sottolineato nel discorso citato del Santo Padre.

Il problema nasce quando, in mezzo alle vicende storiche ed ai mutamenti che esse innescano nella società, la Chiesa, anziché procedere sui binari che la tengono ben salda nella Verità, cambia direzione lasciandosi penetrare dalle logiche mondane. E allora occorre verificare se davvero si distinguono i condizionamenti teologici e storici dai principi che non possono essere disattesi e se davvero «la dottrina del Vaticano II sulla libertà religiosa non implica alcun riorientamento del dogma, ma piuttosto un riorientamento della dottrina sociale della Chiesa e, più precisamente, una correzione del suo insegnamento sulla funzione e i doveri dello stato»; per cui si sarebbe verificato «piuttosto un riorientamento della dottrina sociale della Chiesa e, più precisamente, una correzione del suo insegnamento sulla funzione e i doveri dello stato».

Nei prossimi articoli procederò con la ‘lettura’ puntuale del saggio e con le sue implicazioni, che già chi legge può iniziare a ricavarsi dal testo linkato; ma mi sorge fin d'ora spontaneo un pensiero un po' molesto e cioè che l'affermata esclusione di riorientamenti del dogma non appare più così limpida e inattaccabile nel dover constatare ad esempio che, dopo Assisi, il Vaticano II diventò, praticamente se non teoricamente - per effetto della solita ‘pastorale’ -, la porta aperta ad ogni manifestazione di religiosità, anche se irriducibilmente lontana dalla religione rivelata e dal patrimonio delle sue verità.

Come dice mons Gherardini [ne Il discorso mancato, pag.102] «è come se il programma che san Pio X aveva recepito dal paolino “instaurare omnia in Christo”, fosse stato irriducibilmente invertito in “instaurare omnia in homine” tanto dal Concilio Ecumenico Vaticano II quanto dal postconcilio». Conseguenza del fatto che si è arrivati a riconoscere il Concilio come un ‘unicum’ intoccabile - senza fare i distinguo resi necessari dai diversi livelli qualitativi e conseguentemente autoritativi dei suoi documenti - come la sintesi onnicomprensiva e l'espressione più pura dell'intera Tradizione, e quindi «magari senza perverse intenzioni e forse addirittura con retta intenzione, non si sia affidato al Vaticano II e all'attuazione dei suoi sedici documenti il compito di disarcionare Cristo dal soglio della sua realtà soprannaturale per abbassarlo al livello del naturale: uomo come tutti, per tutti, con tutti», facendo pagare di fatto alla Chiesa un'ipoteca illuminista.

lunedì 25 aprile 2011

Una Chiesa 'affaticata' o 'disorientata'?

Stralcio e commento la conclusione dell'articolo di Enzo Bianchi, apparso sull'ultimo numero di Jesus, che per correttezza rendo disponibile nel testo integrale. E' una delle voci più sentite in ogni ambito della nostra Chiesa ed allora forse è bene che anch'esse sentano noi, anche se appare evidente che ci vorrebbero silenziare, dandoci dei faziosi e attribuendo a noi, che osiamo mettere in risalto le 'discontinuità' e le aberrazioni - nel senso di sviamenti - presenti nei documenti del Concilio e conseguenti applicazioni, la responsabilità dell'affaticamento della Chiesa, che appare anche il loro.


Conosciamo ormai tutti bene e a memoria questo elenco che dice la realtà del clima attuale, dell’aria che si respira. Credo però che occorra riconoscere che anche aspetti di vita interna della chiesa contribuiscono ad affaticarci. Quando penso allo sforzo che la mia generazione ha fatto in obbedienza alla chiesa per un rinnovamento attraverso il concilio, e poi constato che oggi nella chiesa molti lavorano contro il Vaticano II, criticandolo e prendendone le distanze, operano contro l’ecumenismo e la riforma liturgica, allora osservo che in molti altri si fa largo un sentimento di confusione. Alcuni dicono con molto rispetto: “Non capisco più!”, altri finiscono per soffrire fino alla frustrazione...
Notiamo come il problema non è individuato nelle cause della crisi e quindi nella loro ricerca, posto che è evidente che si è costretti a riconoscere che la cosiddetta "nuova Pentecoste" non ha funzionato; ma nel clima indotto nella vita interna della Chiesa che deriverebbe da chi si ostina a "lavorare contro il Vaticano II", come se il Vaticano II fosse ancora la soluzione e non la radice di ogni problema e come se la panacea di ogni male sia la sua applicazione secondo la vulgata corrente non il ripristino delle verità tradite e oscurate. Se c'è chi non capisce e soffre fino alla frustrazione non è certo chi è portato in auge dalla cultura egemone, che comunque non si mette assolutamente in causa, anzi si autoesalta insieme al mantra ormai consolidato della indiscutibilità del Concilio assurto a nuovo super-dogma.
Tanta fatica per cambiare, quasi cinquant’anni fa – uno sforzo compiuto con entusiasmo ma a volte anche a prezzo di sofferenza e sottomettendo le nostre nostalgie personali al bene della vita ecclesiale – secondo le indicazioni del concilio e del papa: e oggi? Perché ci sono presenze nella chiesa che vorrebbero spingerci a essere con il papa contro i vescovi oppure con i vescovi contro il papa, persino quando si tratta di celebrare l’eucaristia, luogo per eccellenza della comunione ecclesiale? Si dice che il cammino ecumenico è irreversibile, ma poi vediamo che molti vorrebbero correggere la sua comprensione consegnataci dal Vaticano II. Papi e vescovi ci hanno insegnato che il vero ecumenismo non significava ritorno alla chiesa cattolica, bensì cammino verso un’unità che i cattolici confessano essere un principio già presente nella loro chiesa, ma che deve essere ancora completata, in quanto mai piena nelle diverse forme e convergenze. Abbiamo forse avuto vescovi e papi come “cattivi maestri”? E i “gesti” così eloquenti compiuti dagli ultimi papi erano forse temerari, favole da non prendere sul serio?
Con quale ardire si afferma che problema sono le "presenze nella chiesa che vorrebbero spingerci a essere con il papa contro i vescovi oppure con i vescovi contro il papa, persino quando si tratta di celebrare l’eucaristia"? ...Strano che di queste presenze venga visto soltanto l'effetto di divisione che è dolorosamente constatato e non certo determinato da chi non ha chiesto l'abolizione della messa Riformata, ma pretenderebbe il riconoscimento di un diritto paritario peraltro già sancito dal Papa o anche non vedere più gli abusi liturgici che sembrano diventati la norma. Si ignora o si finge di ignorare che esiste un motu proprio del Papa che esprime il suo autorevole e provvido pensiero. Ci vuol tanto a riflettere che se l'applicazione di questo diritto riconosciuto e sancito sta imponendo di essere con il papa contro i vescovi oppure con i Vescovi contro il Papa (magari scritto maiuscolo!), significa che è di nuovo e sempre Cristo Signore la pietra di scandalo perché, se con il provvedimento il Papa si mette contro (non è un po' forte ?) i vescovi, vuol dire che i Vescovi non sono in questo in comunione col Papa e sono già, da parte loro, lontani da un habitus di accoglienza e di comprensione, esercitate soltanto nei confronti dei 'diversamente-credenti'. Non sarà che temono che l'Antico Rito alla fine possa sottrarre alle loro esangui chiese i pochi fedeli rimasti?

Se davvero si parla di "vero ecumenismo come cammino di unità da perseguire da completare in quanto mai piena nelle diverse forme e convergenze", non è che si possa pensare che l'unità si compone magicamente per effetto di una impossibile "communicatio in sacris" con chi ha abolito qualcosa dalla dottrina di sempre. Si tratta di indebita inclusività [vedi], che non crea unità ma confusione. E come mai dialogo e comunione sono possibili con chiunque e non con i veri cattolici? Forse perché i cattolici vivono e difendono la 'Verità tutta intera', quella che è stata oscurata e scempiata dalle cosiddette diverse forme e convergenze: pensiamo per esempio ad un certo movimento che sta invadendo tutte le diocesi e alle molteplici commistioni con ogni genere proprio a causa delle "diverse forme e convergenze". Il vero punto di convergenza è in Cristo Signore: stat Crux dum volvitur orbis! non nella Sua tunica lacerata che ognuno tira dalla sua parte. Dell'Opera di Cristo si elude l'aspetto espiativo del Sacrificio, calandosi nella "orizzontalità" del pensiero umano cangiante e inaffidabile, che procura le vertigini facendo perdere l'orientamento e ci si incontra intorno ad una mensa che non è un'altare, in una convivialità che non è l'Offerta portata a compimento che, sola, crea la vera convivialità escatologica.

Vogliamo farci entrare nella mente e nel cuore che il problema non sono i 'numeri' o le forzose 'convergenze', ma il fatto che, se è vero che lex orandi lex credendi, la lotta vera è tra fedi ed ecclesiologie diverse? Si ha timore persino a pensarlo, figuriamoci a dirlo... ma oggi è talmente chiaro che non si può più tacere né dire e non dire per non suscitare reazioni scomposte. Ormai, mi pare che in molti siano venuti allo scoperto e le reazioni scomposte hanno già cominciato a prodursi: abbiamo esaminato e confutato le più recenti stroncature alle quali dobbiamo aggiungere questa. Prosegue Enzo Bianchi:
Ho quasi settant’anni, ho lavorato tutta la mia vita per l’unità delle chiese e la comunione nella mia chiesa, ma oggi sento e constato tante contraddizioni. Sì, faccio fatica anch’io, sono stanco di queste guerre tra fazioni ecclesiali combattute sui blog per mezzo di giornalisti compiacenti; sono stanco di accuse che mostrano come non si voglia né ascoltare né conoscere la verità ma soltanto far tacere l’altro. E mi chiedo con molti altri: dove va la chiesa? Questa nostra chiesa che abbiamo tanto amato e vogliamo ancora amare in un’appartenenza leale, non adulatrice e che non cerca né privilegi né promozioni... Questa chiesa che amiamo, più di noi stessi!
© JESUS, aprile 2011
Non viene in mente al nostro - uno dei 'maestri' più gettonati del nostro tempo - che l'unità delle chiese e la comunione è il Signore che la crea in chi partecipa dello stesso Altare e non i nostri sforzi e fatiche e strategie umane? Egli parla di "guerre tra fazioni ecclesiali combattute sui blog...". Notevole il dato che il dibattito in qualche modo si sia attestato su queste Agorà, che si stanno rivelando come efficaci palestre di esercizio di libertà e di diffusione e scambio di idee e di riflessioni anche su queste questioni così serie e ineludibili. Il silenziamento e la damnatio memoriae degli ambiti istituzionali non sono arrivati e non arrivano fin qui. E, se ci vengono negate o date col contagocce - tipo riserva indiana - le Chiese di pietra, forse siamo la dimostrazione che nella Chiesa edificio spirituale ci sono ancora pietre vive, molte delle quali nascoste e silenti in una preghiera incessante...

Enzo Banchi ci scambia per faziosi? È una vecchia 'vulgata' che ormai ha fatto il suo tempo. Fazioso è chi prende parte con fanatismo ad una causa partitica o ideologica. Qui si 'prende parte' per il Signore e per la sua Chiesa, quella di Sempre.
Maria Guarini

sabato 23 aprile 2011

La frattura sembrerebbe insanabile, ma la soluzione è nelle promesse del Signore!

Avevo in mente un percorso diverso, ma ci è data una nuova occasione per soffermarci ancora sulla vexata questio della Fraternità di San Pio X.

Mettiamo il dito nella piaga. Abbiamo avuto l'opportunità di verificare con maggior cognizione di causa l'habitat che ha indotto la crisi lefebvriana e che tuttora potrebbe renderne problematica, salvo un intervento Provvidente dall'Alto, una pronta felice soluzione. L'occasione ci è data dalla consultazione di una Nota segreta dell'episcopato francese, non firmata e non datata ma che risulta fatta pervenire a Roma all'inizio del 1988, le cui linee terribili confermano la grave responsabilità dell'intero episcopato francese nella negativa consumazione dell'evento di allora. Pur se la nota è redatta ben prima del motu proprio del 2007, non può ritenersi da questo superata, perché a tutt'oggi non appare neppure scalfito lo spirito di rigida intransigente ideologica avversione, che anima i vescovi (purtroppo non solo francesi).

Che il rifiuto sia ideologico lo dimostra quanto svilupperò più avanti a proposito dell'uso di certe espressioni, quali: "cultura" e "contro-società". Il documento è ampio e articolato e scende in molti dettagli. E' evidente che è stato redatto col massimo impegno, direttamente proporzionale all'avversione mostrata allora e tuttora in campo. Esso è consultabile sul sito francese Perepiscopus. Occorre andare indietro di qualche giorno ed è suddiviso in più parti. Ne ho estratto la questione del rito, più che sufficiente per inquadrare l'intera problematica, anche perché è davvero proprio il rito culmine e fonte della nostra fede nonchè espressione e veicolo di una lex orandi lex credendi piuttosto che un'altra, alla quale 'altra' vorrebbero assuefare anche noi...
La questione del rito
una prelatura personale può principalmente fondarsi sul rito di San Pio V così come rivendicato da Mons. Lefebvre e dai membri della Fraternità San Pio X? Questo rito non poggia su una realtà culturale come i riti orientali per esempio. Le mentalità e le attività della comunità lefebvriste sono tuttavia contrassegnate da un comportamento sociale particolare. Lungi dal costituire una cultura propriamente detta, che apporterebbe valori positivi alla società, questa modalità di considerare la realtà sociale si colloca come "contro-società". L'attuale attaccamento al rito di San Pio V non significa più una maniera positiva di vivere la propria fede; è la manifestazione del rifiuto di una espressione della fede proposta a tutta la Chiesa dal Concilio Vaticano II. Il rito di San Pio V è così considerato dai "lefebvristi" come un "contro-rito". Il numero ristretto di fedeli che assistono alla messa di San Pio V, concessa secondo l'indulto di Giovanni Paolo II nel 1984, ne è la prova: solo un piccolo numero di cattolici vive in modo positivo il culto eucaristico secondo il rito di San Pio V.
Perepiscopus commenta: "Questo « piccolo numero» oggi fornisce più del 20% delle vocazioni sacerdotali in Francia… Le richieste di messa si contano a centinaia. Secondo Paix Liturgique, almeno il 30% dei cattolici si augurano che questa forma sia celebrata nella loro parrocchia, ciò che è ben lontano dal verificarsi." Poi prosegue il rimanente testo del documento che, chi vorrà, potrà consultare dal link inserito sopra.

Che sia una mentalità diffusa e consolidata tra sacerdoti e vescovi -con rare luminose eccezioni- lo dimostra il testo consultabile da questo link, della recente perfomance di un parroco, tratta da un Bollettino parrocchiale della Diocesi di Venezia, anch'essa emblematica dell'aria che tira nel panorama ecclesiale del nostro tempo: de-formazione, anziché formazione, slogan e luoghi comuni.


E dunque veniamo al testo dei vescovi francesi. Siamo alle prese con una prima affermazione come questa: "Questo rito non poggia su una realtà culturale come i riti orientali per esempio". Due osservazioni:
  1. Innanzitutto assistiamo ad un rovesciamento di campi. Il fondamento del rito non è individuabile in una qualsivoglia "realtà culturale", ma è un dato di fede, che poggia sulla Rivelazione consegnata da Cristo Signore agli Apostoli e sulla Tradizione trasmessaci da generazioni di credenti. Ed è proprio esso che ha forgiato la cultura occidentale e ispirato le espressioni artistiche più alte nei vari ambiti (architettura, pittura, scultura, musica, letteratura) toccando vertici che al momento appaiono ineguagliabili.
  2. Non esiste alcuna disparità rispetto ai riti orientali, che nessuno si è sognato di toccare, e comunque il paragone è improponibile, anche per il fatto che il rito di San Pio V è stato sostituito ex abrupto (ma "non abrogato", come affermerà Benedetto XVI nel 2007) nei termini che conosciamo -andando ben oltre gli stessi dettami conciliari- da non oltre 50 anni; tempo insignificante nel computo dei tempi biblici ed ecclesiali, ma purtroppo sufficiente per determinare il serio iato generazionale attuale ed anche perché questi "pastori" attentino ad espungerlo definitivamente dalla vita della Chiesa cattolica.
Veniamo al seguito: "Le mentalità e le attività della comunità lefebvriste sono tuttavia contrassegnate da un comportamento sociale particolare. Lungi dal costituire una cultura propriamente detta, che apporterebbe valori positivi alla società, questa modalità di considerare la realtà sociale si colloca come "contro-società".

Notiamo una confusione di campi tipica delle ambiguità insite nelle 'innovazioni' conciliari:
  1. la missione della Chiesa - e quindi la sua funzione e le conseguenti attività - è innanzitutto di natura spirituale, sacramentale, e solo come effetti, ne derivano le corrispondenti scelte ed espressioni etiche, socio-politiche e culturali. E' proprio nell'ambito spirituale che si colloca la scelta di Mons. Lefebvre ed è su questo che si fonda l'attività pastorale della Fraternità.
  2. la sofferta decisione di mons. Lefebvre non ha dato vita ad alcun lefebvrismo, dal momento che egli non si è fatto portavoce di una sua dottrina o di sue prassi particolari, ma non ha fatto altro che 'custodire' e 'preservare' la Dottrina e la Fede di Sempre senza toglierne o aggiungerne uno iota. E tuttavia si deve constatare e precisare che
  1. ciò che dà fastidio - e che può anche apparire non in sintonia con il liberismo selvaggio o col nichilismo attuali - è la "regalità sociale" di Cristo, che non è possibile perseguire con l'aria che tira, ma che non per questo è da considerarsi abolita.
  2. le eventuali e possibili ricadute politiche, verso qualunque versante si dirigano - e di certo la Regalità del Signore non si attaglia per nulla neppure all'orizzontalità atea dello storicismo marxista - appartengono alla libertà di ogni credente e dovrebbero esulare da una valutazione 'pastorale'.
  1. i "valori positivi alla società" non sono indotti dalla cultura, ma dalla fecondazione che possono introdurvi le persone che animano la cultura e contribuiscono a costruirla. Ogni fecondità proviene direttamente dal Signore, dalla Sua opera nei cuori Redenti dalla Sua Grazia, ricevuta accolta e vissuta nella Chiesa e quindi portata in ogni contesto di attività. Se ne deduce che i vescovi stanno affermando una realtà soltanto umana (cultura e valori positivi, che senza il loro fondamento trascendente, non sono altro che un mero umanesimo), mentre la realtà e la funzione della Chiesa è umano-divina. E quel che è in predicato non è un contesto culturale ma qualcosa che ha a che fare proprio con la funzione primaria della Chiesa. Non mi soffermo sulla definizione di "contro-società" perché richiederebbe lo sviluppo di una riflessione complessa, non affrontabile con questo strumento, che tuttavia già ci consente di vagliare l'essenziale.
E, finalmente, eccola la parola-chiave, la pietra di paragone su cui cade qualunque esigenza di salvaguardia della Tradizione perenne, che non torno a definire qui, perché si delinea chiara a chi avrà la pazienza di scorrere sia gli articoli che i documenti messi a disposizione o a chi già ne condivide le coordinate 'sapienziali' così limpidamente forniteci da Mons. Gherardini. Ciò che i vescovi apertis verbis contestano è "l'espressione di fede proposta a tutta la Chiesa dal Concilio Vaticano II"! Cadono le braccia nell'imbattersi in questo esplicito riconoscimento che si tratta di una espressione di fede 'altra', evidentemente!

Ed è una enorme falsità affermare che "il rito di San Pio V è così considerato dai "lefebvristi" come un «contro-rito».
  1. innanzittutto non esistono i lefebvristi, ma i cattolici e basta, per le ragioni dette sopra e per quanto precisato anche nell'articolo precedente.
  2. Chi non sia accecato dal pregiudizio riconosce di trovarsi di fronte ad un'azione positiva, affermativa, che non è contro nessuno, ma è 'per Dio' e per la salute delle anime, perché custodisce il culto autentico, prioritaria funzione della Chiesa. Quindi, in definitiva, l'amore, il rispetto e la custodia per una Santa e Divina Liturgia, pervenutaci intatta nella sua struttura sacra e solenne attraverso due millenni di generazioni di credenti, non può essere né valutata né sbandierata come un'azione-contro, addirittura come un «contro-rito»! Non è la guerra-dei-riti, ma l'affermazione o la negazione di Dogmi...
Finché avremo a che fare con percezioni della realtà come questa, che si traducono in mentalità fortemente segnate da coordinate "altre" rispetto al sensus fidei cattolico, non si verrà a capo di nulla.

Basandoci su questi dati di fatto non potremmo che concludere che umanamente non c'è soluzione perché la frattura che si è creata appare, messa nei termini in cui la vediamo qui, davvero incolmabile. Tuttavia sappiamo che "nulla è impossibile presso Dio" e noi ci fidiamo delle sue promesse. Il quando e il come sono nelle sue mani. Noi rimaniamo servi inutili, ma continuiamo a custodire e non tacere poiché ci sono i "cani che non latrano quando dovrebbero latrare" (Is 56,10), ai quali Mons. Gherardini attribuisce la responsabilità di questa situazione caotica, da molti purtroppo perfino negata.

giovedì 21 aprile 2011

Puntualizzazioni e rettifiche su una "anatomia" del movimento nato da mons. Lefebvre allargata all'orizzonte Tradizionalista

Su Liberal del 20 aprile 2011 è apparso un articolo di Francesco Iacobini che, sotto il titolo L'ingratitudine di Lefebvre, condensa in una analisi ad ampio raggio lo status questionis che viene esteso all’intero ambito di credenti che amano la Tradizione, peraltro ricondotto – sommariamente e impropriamente – sotto la voce “lefebvrismo”. Le riflessioni non sono per nulla superficiali ed affrettate come quelle cui siamo purtroppo abituati. Dimostrano, anzi, una buona conoscenza dei temi trattati; ma vi ho trovato delle ‘distorsioni’. Per questo motivo ritengo di dover aggiustare il tiro, riconducendo alcune affermazioni in termini più rispondenti alla realtà di ciò che accade nella e alla Chiesa cattolica, attraverso una lettura ragionata dei punti salienti del testo.

Credo che le vicende di questo nostro tempo non sono altro che il ‘precipitato’ di spinte recenti e lontane che sembra abbiano preso il sopravvento. E quindi, parliamone, al fine di fare chiarezza in mezzo al mare magnum di incertezze e anche di equivoci, più o meno consapevoli, dei quali viene disseminata l’informazione, oggi particolarmente focalizzata da più versanti sul fenomeno del mondo Tradizionale, fin troppo variegato e diviso, ma sempre meno disposto a lasciarsi ridurre al silenzio.

Iacobini prende le mosse dalla più nota e raccontata “tra tutte le contestazioni di epoca contemporanea contro il vertice della Chiesa Cattolica” quale “quella messa in atto dal vescovo francese Marcel Lefebvre e dai suoi seguaci, sfociata nella scomunica comminata nel 1988 alla loro Fraternità San Pio X”. Mentre è errato estendere all’intera Fraternità la scomunica comminata a Mons. Lefebvre ed ai vescovi da lui ordinati, le ragioni della contestazione vengono individuate nelle “complessità e problemi del Concilio e del post-concilio; negli effetti del ’68, cattolico e non; nel fatto che questa contestazione sia provenuta “da Destra”, in nome della Tradizione e della Chiesa tridentina” e se ne coglie “il paradosso che la critica alla “protestantizzazione” della Chiesa si sia risolta in una insubordinazione verso l’autorità di Roma e il Papa”.

Non credo del tutto corretto applicare alla Chiesa ed alle sue vicende categorie come “destra”, perché non possiamo dimenticare né accantonare neppure per esigenze di analisi rigorosa e di ampio respiro, la sua componente Soprannaturale, il Mistero della sua natura Teandrica, insito nella Persona del Figlio di Dio fatto uomo, Morto e Risorto per noi Asceso al Cielo e datore del suo Spirito, di cui la Chiesa è portatrice, custode e testimone fino alla fine dei tempi. Inoltre non può essersi consumata una piena insubordinazione verso l'autorità di Roma e il Papa, dal momento che ai vescovi non è stata attribuita alcuna giurisdizione (spettante appunto al Papa) e che ogni messa della Fraternità viene celebrata "una cum" il Papa.

Quindi, se “la crisi lefebvriana è stata ed è uno specchio, talvolta anche rovesciato, dei problemi e delle lacerazioni che il cattolicesimo ha vissuto e affrontato nel secondo Novecento, tra dinamiche di aggiornamento, sforzi di fedeltà e inedite rivendicazioni”, non è detto e non è esatto che essa debba essere considerata tout court una lotta “sin dagli inizi delle assise conciliari contro le tendenze modernizzatrici della maggioranza” realizzata attraverso l’adesione “alle organizzazioni e ai circoli del gruppo conservatore”. Non mi risulta che Mons. Lefebvre abbia ricusato l’intero concilio né durante il suo svolgimento né dopo la sua conclusione, anche se le sue perplessità non potevano non polarizzarsi su questioni sulle quali lo stesso Iacobini mette l’accento come cause del dissenso, quali: “la dottrina sulla libertà religiosa, il rapporto con i non cristiani e i non credenti, le fonti della Rivelazione e i metodi di studio e interpretazione della Sacra Scrittura, l’ontologia della Chiesa (“Società perfetta”o “Popolo di Dio”), la liturgia, i nuovi catechismi, le ipotesi collegiali e partecipative del governo ecclesiastico”.

Mentre mi stona immediatamente l’antitesi tra “Società perfetta” o “Popolo di Dio” – di cui parlerò altrove – vorrei stornare subito l’attenzione dalle “adesioni ad organizzazioni e circoli conservatori”. Penso non debba destare meraviglia che nel delinearsi delle prime reazioni tra chi appariva più consapevole di cosa stava accadendo, possano esserci stati dei contatti da più parti con Mons. Lefebvre. Per quanto è a mia conoscenza escludo che questi contatti si siano intessuti di azioni comuni, tra cui può ravvisarsi il famoso Breve esame critico Ottaviani Bacci, o siano andati più in là di un confronto fuggevole. Nella sua esperienza di Pastore Lefebvre ha sempre perseguito senza cedimenti e con ferma costante coerenza, due obiettivi fondamentali:
  1. preservare il Credo cattolico, la Verità custodita e sempre trasmessa dalla Chiesa dalle idee demolitrici che si andavano sviluppando ed imponendo e
  2. formare una “milizia di sacerdoti selezionati, preparati intellettualmente e dottrinalmente, pienamente consapevoli del proprio stato, responsabili della propria missione e in grado di curare le anime sulle orma dei santi della Chiesa” [Cristina Siccardi, Marcel Lefebvre. Nel nome della verità, Sugarco 2010].
Al di là di questi aspetti più o meno noti ed anche al di là degli ambiti organizzativi, circoli o gruppi vari in campo, credo sia arrivato il momento di riconoscere che il fenomeno legato a chi si riconosce nella Tradizione - non quella Conciliare ma quella Perenne, che comprende anche quella conciliare nella lettura in ‘continuità’ asserita da Benedetto XVI -, non può essere ricondotto ad un generico “lefebvrismo implicito, rimasto nel seno della Chiesa e diffuso ai suoi diversi livelli”. E’ un fenomeno che riguarda anche la generazione attuale e che, pur se può individuare nella FSSPX dei punti di riferimento, trova la sua ragion d’essere in quella Fedeltà alla Chiesa di Sempre ed al Santo Padre, che prescinde dal Concilio -e dagli altri fattori che vi si intersecano- in qualche modo lo precede lo comprende nella sua giusta dimensione e lo supera per andare oltre. Una fedeltà che prescinde anche da organizzazioni di vario genere o commistioni “da destra” o da ogni altrove. Una fedeltà che ha trovato nuove adesioni anche grazie al Motu Proprio Summorum Pontificum del 2007, strumento della Provvidenza di cui non ringrazieremo mai abbastanza Benedetto XVI, che ha sdoganato - anzi dissepolto - un tesoro ineguagliabile nel quale “l'incenso e i vecchi merletti” degli stereotipi coniati da altri commentatori sono un pulviscolo in una vena aurea dalle profondità insondabili che ha la sua Sorgente nel costato trafitto del Signore...

L’autore sostiene che “Marcel Lefebvre veniva a costituirsi come la punta di un iceberg ben più esteso, con la differenza data dal suo temperamento e dal suo carattere, che lo portarono nel giro di un breve tempo, negli anni successivi alla conclusione del Vaticano II, a trasformare il proprio dissenso in una autentica dissidenza”.

Un’affermazione come questa è molto riduttiva, sia delle ragioni all’origine della sofferta e drammatica decisione di Mons. Lefebvre che del dissenso costituito dal resto dell’iceberg. Non è un fatto umorale o temperamentale quel che ha indotto Mons. Lefebvre all’atto cosiddetto scismatico né vi sono state unicamente “complici le tensioni portate dal ’68 anche in ambito ecclesiale, con polarizzazioni, abbandoni e indebolimento di molti capisaldi tradizionali”, fattori indubbiamente presenti ed entrati certamente in campo. La vera ragione di un atto così estremo è la preservazione della Fede cattolica dalle commistioni che tuttora ne oscurano alcuni fondamenti. E' anche riduttivo affermare che “Lefebvre divenne il punto di riferimento di diversi ambienti nostalgici del vecchio ordine, un universo peraltro non privo di risorse, crediti e capacità di attrarre giovani vocazioni in anni di crisi”. Infatti la Fraternità Sacerdotale ha le sue radici più indietro nel tempo, era già costituita e ricca di vocazioni ben prima della crisi arrivata al culmine nell’88 ed era una realtà perfettamente e luminosamente cattolica, come appurò la visita Apostolica del 1974 di Mons. Descapms e Mons. Onclin, i quali arrivarono alle conclusioni che “il Seminario è buono al 99%. L’1% negativo riguardò la celebrazione della Messa con il vecchio rito” …

Se è vero che “è in questo contesto [concilio e spinte selvaggiamente innovative] che egli fondò la Fraternità di San Pio X, partendo con un seminario organizzato secondo il modello tridentino a Econe, in Svizzera” e se è vero anche che “siamo agli inizi degli anni ’70”, affermare che “da quel momento in poi si assisterà a un’escalation di contrasti e prese di posizione assai critiche che opporranno la Fraternità alla Santa Sede, in una spirale ininterrotta che porterà alla scomunica del 1988 e all’unico scisma cattolico del Novecento” mi pare una visione paradossalmente riduttiva e drammatizzante insieme: riduttiva, perché appiattisce l’accaduto nel suo drammatico compimento, senza coglierne le numerose e complesse dinamiche che lo hanno preceduto accompagnato e tuttora permangono, compreso l'influsso nefasto delle forze avverse alla Tradizione perenne che non hanno mancato di condizionare quelle dinamiche; drammatizzante, per l'enfasi con cui l'evento viene definito “l'unico scisma cattolico del novecento” che fa vista di non conoscere né le ragioni addotte da molti studiosi per negare che si sia trattato di un vero e proprio 'scisma' né gli scismi reali ma “non dichiarati”, presenti nel panorama ecclesiale, sui quali non è possibile dilungarsi qui.

Risponde a verità che “oltreché sul catechismo e sull’interpretazione delle Scritture, la lotta di Lefebvre si focalizzò soprattutto sulla riforma liturgica e sulla “nuova” Messa promulgata da Paolo VI. Il contrasto mostrava, ben oltre il proprio perimetro, come la liturgia fosse (sia) non tanto e non solo una disciplina dei culti e dei riti, ma l’espressione fondamentale del credere (lex orandi e lex credendi, si dice) e la forma basilare dell’autocomprensione della Chiesa.” Ben detto e ben argomentato, ma aggiungervi che “la vicenda Lefebvre, inoltre, non fu priva di inevitabili collegamenti politici con settori della Destra autoritaria francese e internazionale”, di fatto snatura l’evento e sposta l’attenzione da una motivazione profondamente teologale su risvolti di natura politica, che aprono scenari di marginalità e di diffidenza di tutt’altro ‘sapore’ rispetto ad una decisione che, pur nella sua dirompente contrapposizione, definirei sapienziale, condensata nelle seguenti parole dirette da Mons. Lefebvre ai suoi seminaristi il 21 novembre 1974:
“Perciò senza nessuna ribellione, nessuna acredine, nessun risentimento noi continuiamo la nostra opera di formazione sacerdotale alla luce del magistero di sempre, persuasi di non poter rendere un servizio maggiore alla Santa Chiesa Cattolica, al Sommo Pontefice e alle generazioni future.”
Ora che, come sottolinea Iacobini, “Papa Benedetto XVI ha avviato un processo di ascolto e discernimento di tali esperienze e sensibilità” può essere arrivato il momento di “una purificazione che consenta di separare ciò che è essenziale e legittimo dal sovrappiù delle unilateralità, degli esclusivismi e degli equivoci”, la mossa di [Papa] Ratzinger viene inquadrata nella “sua grande opera di rifocalizzazione di una corretta ermeneutica cattolica, partendo dall’approccio alla storia della Chiesa e alla lettura teologica di questa storia, mostrando – soprattutto con riferimento alla memoria e all’attualità del Concilio Vaticano II, ma poi in senso più vasto e metodologico – come continuità e discontinuità non siano categorie egualmente utilizzabili sul piano ecclesiale, e come nella vicenda bimillenaria della fede cattolica non si diano nuovi inizi e ricominciamenti, ma solo sviluppi lungo una strada segnata e promessa irrevocabilmente”. Naturalmente sia l’approccio che la lettura di questi dati, pur condivisibilissimi, non vanno oltre dichiarazioni e proclami e mancano degli autorevoli asserti dogmatici, com’è a tutti problematicamente noto.

Dire che “in questa luce, […] non può esserci un passato da condannare come tale alla damnatio memoriae, come non può esserci una Tradizione “fossile” che non sia riguardata e non si arricchisca di forme nuove di comprensione e di segni del presente” sembra attribuire la qualifica di “fossile” alla Tradizione che non accetta la damnatio memoriae del passato. Giova quindi ricordare che chi difende la Tradizione autentica, è ben lontano da ‘fissismi’ o rischi di ‘fossilizzazione’, perché ciò non si addice alla Tradizione, che 'custodisce’ il “Depositum Fidei” Apostolico senza alcun tipo di fissismo, che non le appartiene in quanto essa è VIVA nel senso, riaffermato da mons. Gherardini, della “continuità evolutiva”, che esclude tutti quei criteri immanentistici impostisi, dall’Illuminismo ad oggi, sia alla filosofia che alla teologia. Gli Apostoli ci hanno lasciato quanto da Cristo hanno ricevuto ratione ecclesiae, non i carismi personali ma le verità riguardanti la Fede e la Chiesa. I Padri la chiamano Traditio Dominica o Traditio Apostolica “ lo Spirito Santo vi ricorderà tutte le cose che vi ho insegnato io” (Gv 14, 26). L’insufflatio dello Spirito [Presente nella Chiesa: dove c'è il Figlio, c'è anche il Padre e lo Spirito Santo] non ha per oggetto una o più, ma “quaecumque dixero vobis”: tutte le cose, acquisizioni sempre più approfondite, nova et vetera (Gv 16,13).

Iacobini sottolinea che i due provvedimenti: il motu proprio del 2007 e la revoca delle scomuniche del 2009 hanno “scatenato critiche e resistenze di ogni tipo dentro la Chiesa e fuori”, ma la sostanza dei problemi al di là degli episodi più eclatanti […] “è rimasta sottopelle e ha a che fare ancora una volta con la visione della fede e della Chiesa, su una quantità di capitoli non trascurabile. È qui, a questo punto, che è diventato evidente come la questione lefebvriana abbia finito per trasformarsi in una sorta di alibi. Alibi anzitutto per quei settori cattolici, pienamente inseriti nella Chiesa, che mai hanno digerito i frutti del Concilio Vaticano II: in loro si è mantenuto un dubbio fondamentale, se non proprio un rigetto, circa la sostanza del Concilio, non solo sulle sue distorsioni”. Mentre questa affermazione –come già dimostrato sopra- può apparire valida soltanto riguardo a gruppi e contesti marginali del mondo Tradizionista, più centrata è la seguente: “la questione lefebvriana continua a essere un alibi ancor maggiore per settori importanti di cattolici novatori e progressisti, quelli che intendono il Vaticano II come nuovo avvio, in una logica di convinta frattura col passato. E’ da questi milieu che, nel corso degli anni e con gradazioni diverse ma tutto sommato coerenti nell’ispirazione, sono provenuti orientamenti, proposte e linee di condotta volte alla progressiva rimodulazione in senso democratico della Chiesa, alla rivisitazione dello stato e dell’identità sacerdotale, a una decisa desacralizzazione. E anche su questo versante la liturgia (lex orandi e lex credendi, non dimentichiamolo) è stato il terreno del confronto e della prova, dato che l’ordine simbolico si costituisce come spazio eletto per la sperimentazione e la promozione diffusa e vissuta di una data sensibilità. La riforma liturgica postconciliare è così divenuta il punto di partenza di una serie di forzature modernizzanti, di creatività indebite, con giustificazioni altisonanti che hanno riguardato anche l’architettura sacra e che infine hanno restituito alla Chiesa un volto poco attrattivo, poco capace di evocare il Mistero e testimoniare l’Invisibile, proposto come sobrio e invece percepito troppo spesso solo come respingente se non squallido”.

Se è vero che Benedetto XVI ha sempre avuto chiaro che la disputa Tradizionalisti-Novatori si snodava lungo questi diaframmi reciproci, e che nella sua rappresentazione accentuata finiva per fornire pretesti di evasione, ciascuno a cercare quasi una propria Chiesa immaginaria, distante dalla comunione ecclesiale autentica e presa a interpretare fantomatici spiriti (del Concilio o dell’antiConcilio) più che a vivere corrette ed equilibrate realtà”, abbiamo appena analizzato, con Mons. Gherardini come il gegen-Geist (contro-spirito) non sia fantomatico ma reale e non privo di conseguenze. E se è vero anche che “oggi è sempre più chiaro, proprio grazie al coraggio e all’impegno anche solitario di Papa Ratzinger, che la vera unità della Chiesa, a partire dalla liturgia, non si conquista favorendo inclinazioni autoreferenziali, ma inserendosi nel grande insieme della comunione cattolica, riconoscendo nel magistero del Papa e dei Vescovi la guida autorevole e credibile per andare avanti, anche quando non tutte le nostre sensibilità trovano immediata accoglienza”, sarà difficile trovare la vera unità a partire dalla liturgia se dovesse essere tramontata, come recentemente affermato dal card. Canizares, la “Riforma della riforma” e in un contesto in cui agli abusi liturgici non si pone alcun freno…

E’ vero ancora che “se la primavera conciliare non fosse stata trasformata in una bollente estate di esperimenti e interpretazioni libere e talvolta irresponsabili, le spinte all’indietro e le resistenze avrebbero trovato molte meno ragioni e molti meno spazi di agibilità”. Ma solo chi non conosce l’autentico culto a Dio può affermare: “Se la liturgia riformata fosse stata compresa, celebrata e vissuta nella sua autentica profondità, e se si fosse valorizzato il suo potenziale di bellezza e significato, non si sarebbe avuto un diffuso desiderio di revanche da parte dei nostalgici del rito tradizionale”. Il fatto è che i Tradizionisti conoscono fin troppo bene le differenze ed anche in profondità…

Si afferma: “Come pure è innegabile che se i lefebvriani avessero avuto un corretto senso della Tradizione, da intendersi come patrimonio dinamico vagliato dal Magistero e dalla Chiesa nel suo insieme”, che corre seri rischi di equivalere a tradizione vivente nel senso di mutevole secondo le mode del tempo gestita da una collegialità che esclude il Primato petrino, “e non come “fissità”, non si sarebbero spinti a una rottura disciplinare e a una ribellione verso l’autorità così paradossale e incomprensibile se si guarda alla loro ispirazione”. Su fedeltà che non è fissità ho già detto sopra; il resto è modernismo.