“Quae est vita vestra? vapor est ad modicum parens” (Iac 4,15). Così è scritto nella Sacra Bibbia. La nostra vita è infatti simile ad un vapore, che con un poco di vento sparisce per sempre, non lasciando traccia.
La concezione della morte, però, oggi, è nettamente cambiata: nella società, nel sentire comune e, quel che vi è di peggio, è cambiata anche nel pensiero di coloro i quali dovrebbero farsi pastori del gregge. Inutile soffermarsi a sottolineare quanto i Novissimi, da sempre capisaldi delle meditazioni cristiane, siano diventati un tabù. Si fa di tutto per non pensare, nonostante essa sia sotto i nostri occhi in ogni istante: dalle case di riposo alle strade, dai quotidiani cartacei alla cronaca nera della televisione, capace di assuefare le menti e distogliere da una visione corretta della morte. Vedendola tutti i giorni, si pensa sempre che possa toccare agli altri e mai a noi. Vi è poi un altro dato, probabilmente uno scudo che tende a farci vedere la morte come la fine di un percorso naturale che, in fin dei conti, ci obbligherà ad invecchiare. Si nasce, si cresce, si invecchia e poi si muore. La mente umana, spinta a guardare questo corso – o, per meglio dire, decorso – mette in pace il cuore che si immagina davanti a sé ancora tanti anni da vivere. Ma nei casi in cui questo non avviene, ecco che qualcosa si infrange, qualcosa si spezza lasciando tutti attoniti.











