Peregrinatio Summorum Pontificum 2022

martedì 13 giugno 2023

Fatevi santi! 1 / 2 - Don Elia

Compendio di seguito le due parti di una riflessione di don Elia sui rischi insiti nelle deformazioni della spiritualità del nostro tempo.
Fatevi santi! / 1 

Audiam quid loquatur in me Dominus Deus, quoniam loquetur pacem in plebem suam, et super sanctos suos, et in eos qui convertuntur ad cor. Verumtamen prope timentes eum salutare ipsius, ut inhabitet gloria in terra nostra (Sal 84, 9-10).
«Ascolterò che cosa dice in me il Signore Dio» (Sal 84, 9). L’intensificarsi dell’unione con Dio sviluppa nell’anima una spiccata sensibilità per i doveri che l’uomo ha verso di Lui e un desiderio ardente di ricambiarne l’amore in ogni maniera. Essa sente così un bisogno spontaneo di pregare di più e con maggior fervore; di moltiplicare atti nascosti di adorazione, umiliazione e dedizione; di servirlo in tutte le occasioni, grandi e piccole; di offrirsi costantemente a Lui in pegno, per quanto esiguo, di riconoscenza e di affetto. Il sussurro discreto dello Spirito Santo suggerisce al cuore teso in ascolto mille modi di esprimere la gratitudine, mentre in modo ineffabile lo tormenta il Suo fuoco soavissimo, che arde dolcemente, ma in modo inarrestabile: nulla sembra bastare né essere adeguato allo scopo, mentre le lodi degli uomini causano acuta pena, in quanto percepite come inopportune verso un peccatore e lesive dell’onore divino.

Un ambiente sfavorevole
Quell’anima favorita dal Signore si trova però a vivere in una società inghiottita dal materialismo e regredita nella barbarie, nonché in un contesto ecclesiale completamente avverso, nel quale il culto dell’uomo ha trasformato la vita spirituale in ricerca di godimento emotivo, mentre la Liturgia è diventata un palcoscenico su cui esibirsi a vario titolo in vista di un effimero plauso umano. Anziché sforzarsi di inventare e iterare atti di amore, offerta e mortificazione con cui dimostrare a Dio, com’è giusto, la propria gratitudine e corrispondenza, abbiamo ridotto sempre più, fino a eliminarli talvolta del tutto, i segni e le forme non solo di pentimento e abnegazione, ma finanche di semplice rispetto: le genuflessioni, il digiuno eucaristico, l’astensione dalle carni, le penitenze, il silenzio… e tante altre espressioni di quella contrizione e dedizione che la fiamma della carità stimola in coloro che Lo amano in verità e non a parole.

Siamo andati nel senso opposto a quello verso cui ci spinge l’obbligo di ricambiare l’immensa bontà di cui il Signore ci circonda senza sosta e il desiderio di unirci totalmente a Lui. Come può Dio sopportarci ancora? Cosa sono mai le catastrofi provocate dai Suoi nemici, in confronto ai castighi che meritiamo? Chi mai prega come si deve perché essi siano allontanati? Perfino la preghiera pubblica della Chiesa è stata ridotta al minimo con la semplificazione del Breviario, l’abrogazione delle Rogazioni e tanti altri tagli che sembrano rispondere più alla volontà di distruggere che all’asserito intento di favorire una partecipazione più consapevole. In realtà la demolizione del culto è cominciata prima di quel fatidico 1969: a ben tre riprese (nel 1955, nel 1960 e nel 1962) la Liturgia era già stata picconata nelle funzioni della Settimana Santa, nell’Ufficio Divino, nel Messale e nel calendario.

Senza certo negare l’enorme salto compiuto dopo il Vaticano II col completo rifacimento del culto cattolico, non se ne può tuttavia misconoscere la continuità con gli interventi precedenti, che di fatto ne furono una preparazione. Lo spirito dell’innovazione aveva già impregnato molti esponenti della Curia Romana, nonché tanti formatori di seminario e professori di teologia, soprattutto nell’Europa centro-settentrionale. La massoneria aveva sguinzagliato ovunque i suoi agenti, incaricati di propagare simultaneamente il modernismo, il comunismo e l’omoerotismo. Queste tre componenti si ritrovano quasi sempre congiunte nei medesimi soggetti; là dove manchi un’esplicita adesione ai temi tipici della propaganda di sinistra, essa è sostituita da un irritante comunitarismo in nome del quale bisogna per forza esser tutti amici, andar tutti d’accordo, far tutti le stesse cose… una farsa grottesca che, malgrado la sua evidente falsità, deve comunque continuare.

Che cosa dobbiamo fare?
Al termine del discorso pronunciato da san Pietro il giorno di Pentecoste, che aveva trafitto il cuore degli ascoltatori, la folla domandò a lui e agli altri Apostoli: «Che faremo, uomini fratelli?» (At 2, 37). La risposta non si fece attendere: «Fate penitenza» (At 2, 38 Vulg.). Le tradizionali pratiche di mortificazione hanno il potere, per la misericordia divina, di espiare i peccati, stornare i castighi, purificare l’anima e renderla ricettiva alla grazia. Soltanto chi si astiene da ciò che fomenta peccato, impazienza e dissipazione può accogliere i doni celesti e udire come Dio «proclamerà la pace nei confronti del suo popolo, sopra i suoi santi e verso coloro che si volgono al cuore» (Sal 84, 9). I beneficiari del Suo intervento favorevole appartengono a tre categorie: il Suo popolo, del quale si è membri in virtù della fede, del Battesimo e della Cresima (cf. At 2, 38); i Suoi santi, cioè le membra vive del Corpo Mistico, quelle che, essendo in stato di grazia, sono insignite della santità ontologica dei battezzati e perseguono la santità effettiva di tutto l’agire; coloro che si volgono al cuore, ossia i fedeli che, curando la vita interiore, scoprono il Cristo nascosto nell’intimo.

La successione dei gruppi enunciati indica in realtà un progressivo restringimento di prospettiva: non basta far parte della Chiesa né vivere abitualmente in grazia, ma bisogna acquisire la capacità di rientrare in sé stessi il più spesso possibile per ascoltare cosa il Signore dice alla coscienza. In tal modo si riceve la pace soprannaturale che Egli è pronto a riversare nei cuori umili e mortificati, ma ricolmi di incrollabile fiducia; in tal modo si scopre che la «Sua salvezza è vicina a quanti lo temono, affinché la gloria dimori nella nostra terra» (Sal 84, 10). La familiarità con Dio, infatti, dona una conoscenza quasi sperimentale della verità rivelata, alla quale aderiamo, ovviamente, non a motivo di essa, ma in ossequio all’autorità di Lui; senza questa obbedienza previa sarebbe peraltro impossibile giungere a quella forma sublime di scienza che, come si vede negli scritti dei Santi, esprime asserti elementari della dottrina con impressionante profondità, chiarezza, perspicacia e forza persuasiva, cogliendone nessi e implicazioni, mostrandone l’irrefutabile veridicità e comunicandoli in modo che si imprimano indelebilmente nell’intelletto, muovendo al contempo la volontà.

Questa viva comprensione della fede, naturalmente, si dimostra autentica nel suo tradursi in atti di carità concreta: l’effusione di pace celeste e l’esperienza personale della salvezza, infatti, non possono rimanere rinchiuse nel cuore infiammato dallo Spirito Santo, ma sono per loro stessa natura contagiose. Ciò presuppone tuttavia tre condizioni. La prima è la determinazione nel perseguire la perfezione in ogni cosa, con l’esclusione di ogni peccato veniale deliberato; ben lungi dall’essere lo sforzo perfezionistico di un io tirannico, è un’esigenza che scaturisce da un amore di Dio sempre più ardente e totalizzante. La seconda è l’approdo all’infanzia spirituale, da non confondere con quell’infantilismo che pretende tutto da Dio senza alcuno sforzo e si perde nella ricerca di fatti straordinari, così pericolosa nell’esporre l’anima alle illusioni psicologiche e agli inganni diabolici; si tratta invece di quella semplicità e mancanza di ipocrisia che consente ai bambini, malgrado i difetti del loro egocentrismo, di riconoscere l’amore sincero e di abbandonarvisi senza riserve né calcoli, ma con la fiduciosa dirittura della loro innocenza.

La terza, infine, è la volontà di imitare i Santi, non certo con assurdi tentativi di elevarsi da sé alle grazie singolari di cui il Signore li ha favoriti, bensì con l’esercizio dell’umiltà, della pazienza, della mortificazione e dell’astinenza non solo dai piaceri illeciti, già esclusi in partenza, ma anche da quelli leciti ogni volta che se ne senta la chiara ispirazione (purché non si tratti di uno scrupolo o di una tentazione sotto apparenza di bene; in caso di dubbio, si consulti un buon confessore). A questo fine è molto utile leggere le loro vite e i loro scritti, possibilmente in vecchie edizioni precedenti al Vaticano II, quindi scevre da quella mania di reinterpretare tutto in funzione delle innovazioni, con la sistematica espunzione di quanto sa di miracolo, castigo e penitenza, fino a riscrivere in certi casi perfino i loro testi col pretesto di aggiornarne la lingua. La colossale opera di revisione mistificatrice non ha risparmiato proprio nulla, con un’impudenza da lasciare esterrefatti; essa è però per noi ulteriore motivo di stupore e gratitudine per l’immeritata grazia di aver potuto aprire gli occhi ed esserne gradualmente disintossicati. Laus Deo et Mariae! 

* * *
Fatevi santi! / 2

Viam iustificationum tuarum instrue me, et exercebor in mirabilibus tuis (Sal 118, 27).
«Insegnami la via dei tuoi precetti e mi applicherò alle tue meraviglie». Una reale ed effettiva santificazione personale presuppone necessariamente la pratica dei Comandamenti, prima di dare accesso alle manifestazioni straordinarie di Dio. Negli ultimi decenni, invece, si è diffusa l’idea che si potesse sostituire la loro osservanza, così come ogni forma di ascesi e penitenza, con particolari esercizi che avrebbero dovuto assicurare il raggiungimento di una pretesa perfezione ottenuta rapidamente e con poco sforzo. Che si trattasse della scrutazione della parola, dei carismi dello spirito, della ricerca dell’unità, dell’esperienza della comunità, della santificazione del lavoro o d’altro, pareva che un singolo elemento della vita cristiana, assurto quasi a entità in sé sussistente, fosse da solo completo e sufficiente a garantire il pieno successo, mentre tutto il resto rimaneva di fatto declassato ad accessorio di complemento.

In tal modo l’intera dottrina e sapienza ascetico-mistica accumulata dalla Chiesa in due millenni è inevitabilmente finita nel dimenticatoio: la nuova Pentecoste l’ha resa del tutto superflua, a meno che non sia in parte ricuperata, sebbene in modo puramente nominale oppure in ossequio a false apparizioni, non certo in continuità con la Tradizione né in conformità alla propria vera natura e ai propri veri scopi. Lo sforzo di correzione e miglioramento individuale è stato rimpiazzato dalle attività di gruppo, come se la salvezza fosse una realtà collettiva di cui si beneficia in virtù della mera appartenenza ad esso. In questo contesto han pullulato ovunque nuove comunità in cui l’ascesi viene variamente intesa come congerie di velleitari propositi o, all’opposto, impegno volontaristico estraneo a una vera cooperazione con la grazia. Il risultato, di solito, è un ottuso convincimento di essere a posto, che rende le persone refrattarie a qualsiasi richiamo.

Santità a buon mercato
In una temperie spirituale del genere, non raro è il caso di fondatori che, in forza di un presunto privilegio, si considerano esonerati dagli obblighi morali cui sono vincolati i comuni mortali e, di conseguenza, informano i loro comportamenti a un’asserita libertà evangelica che, in realtà, copre l’assuefazione all’arbitrio, all’illegalità e all’abuso. Pare che il chiaro monito paolino non sia stato ben compreso: «Voi foste chiamati a libertà, fratelli, purché la libertà non si trasformi in occasione per la carne» (Gal 5, 13). Logorroiche affabulazioni spiritualoidi o solenni documenti zeppi di titoli pomposi non valgono a nascondere la realtà di un sostanziale nulla sul piano della vita interiore, il cui spazio è riempito da parole vuote e luoghi comuni. Il peggio è che tutto questo fa scuola tra giovani e meno giovani trovando appoggio da parte della gerarchia, la quale, finché non è costretta ad aprirli dallo scoppio di uno scandalo, tiene serrati entrambi gli occhi.

Senza toccare qui il problema dei condizionamenti mentali cui spesso sono sottoposti i seguaci, ridotti a volte in balìa di un esercizio dell’autorità del tutto arbitrario e irretiti da insegnamenti manipolatori che possono giungere ad alterarne la coscienza, ci limitiamo a evidenziare come la conversione non consista in un’esperienza emotiva che instauri un rapporto di dipendenza, bensì nella decisione di abbandonare effettivamente il peccato e di impegnarsi a osservare la legge di Dio nella condotta concreta. Questo è il punto di partenza di ogni percorso autenticamente cristiano; senza iniziare da qui, non si va da nessuna parte, ma ci si perde nelle illusioni. Sicuramente è solo con l’aiuto della grazia che tale decisione può essere presa e applicata; nondimeno il Signore, che non nega mai la grazia a chi sia ben disposto, la vuole in quanto parte integrante della necessaria cooperazione umana. Essa, inoltre, è solo l’inizio di un processo di graduale purificazione e santificazione, non certo un punto di arrivo.

La commedia degli equivoci
Il credersi già arrivati in virtù dell’accettazione nel gruppo comporta un altro grave equivoco: quello di scambiare la perfezione con l’ordinaria vita cristiana, intesa oltretutto in modo riduttivo come una sorta di patteggiamento col peccato o di compromesso permanente, uno stato di tiepidezza e ipocrisia ammantato di nobili discorsi infarciti di concetti astratti e tendenti a legittimare il peccato: accoglienza, fraternità, inclusione, solidarietà, condivisione… Un errore analogo è quello con cui si presenta la perfezione come qualcosa di normale, alla portata di chiunque: le disposizioni e i fenomeni che la caratterizzano sembrano immediatamente accessibili a tutti, senza alcuno sforzo umano né speciale intervento della grazia. Il nominalismo protestante impera ormai senza pudore e senza remore: l’importante è convincersi di essere giusti grazie alle opinioni, alle parole e, per dare almeno una parvenza di concretezza, a un po’ di volontariato privo di ogni soprannaturalità.

Contro questa deriva luterana, che conduce nel vicolo cieco di un’impossibile autosalvazione, risuona possente la divina parola. Chi si è sinceramente convertito ricerca ardentemente una guida sicura per la propria condotta; sapendo che Dio solo può offrirgliela, ne medita e scruta i precetti, la cui osservanza è capace di renderlo effettivamente giusto per effetto della grazia divina. Dato però che la grazia, lungi dal sopprimerlo o soppiantarlo, si inserisce nell’agire umano per elevarlo al piano soprannaturale, è indispensabile che l’uomo faccia qualcosa, ovviamente in sintonia con la volontà di Colui che gliela dona, non in contrasto. È assurdo che Dio, suprema verità, consideri giusto chi persevera nel peccato senza volersi emendare, abusando della Sua misericordia nonché disonorandolo di fronte a quanti vedono vivere in tal modo uno che si fregia del nome di cristiano. Una religiosità costruita su questa stridente contraddizione è un’insopportabile farsa.

Quale evangelizzazione?
Ora, che cosa si intende, oggi, quando si parla di evangelizzazione? Si tratta forse di convincere chi è lontano dalla fede e dalla pratica religiosa a partecipare a questa finzione? di spingerlo a questa illusoria conversione a buon prezzo? di coinvolgerlo in un itinerario di apparente progresso spirituale? Ci sono purtroppo molte persone pronte ad accogliere simili proposte, che danno loro l’impressione di un grande cambiamento lasciandole esattamente come sono: è così facile e allettante! Poiché però, pur essendo possibile ingannare sé stessi e gli altri, è impossibile frodare Colui che tutto vede, si rivela necessario costruirsene un’immagine a proprio uso e consumo, un vitello d’oro da adorare come autore della liberazione da un Egitto nel quale, in realtà, si è rimasti sia col cuore che con la condotta; in altre parole, ci si foggia un idolo che legittimi la contraddizione e nasconda l’apostasia dietro la cortina fumogena di un culto artificiale, elaborato dall’uomo e non prescritto, com’è logico, da Colui che lo esige.

Quando, per pura grazia, si fa ritorno all’autentico rito, si prende piena coscienza della vera portata dell’insegnamento dei mistici: si capisce bene cosa sia l’odio del peccato, che essi inculcano come preliminare di ogni ascesa, e in che consista il sincero amore di Dio, il quale va dimostrato con i fatti. Il cuore si sente allora sopraffatto dal bisogno di ricambiare in modo effettivo la Sua impagabile misericordia e brama di dare sfogo alla fiamma di carità che lo tormenta. In quest’operosa tensione, dopo essersi lasciato adeguatamente istruire e purificare in successivi passaggi, esso può finalmente applicarsi alle meraviglie del Signore nell’esercizio delle virtù, che il divampare dell’amore spinge fino all’eroismo. Ecco: questo è ciò che ci insegna la tanto celebrata Parola, se letta nell’alveo della Tradizione che l’ha custodita e ce l’ha consegnata, piuttosto che secondo i vaniloqui dei moderni spiritualisti; questo è ciò che può farci realmente santi. Solo così Cristo non è relegato all’ultimo posto col pretesto di servire il prossimo, come mero puntello di un’ideologia pseudoreligiosa; solo così la verità che salva si realizza nella coscienza e nella vita.

23 commenti:

13 giugno S. Antonio ha detto...

Sant'Antonio
Sant'Antonio da Padova, o da Lisbona, è un santo conosciuto e amato in tutto il mondo.
Innumerevoli sono le grazie che per sua intercessione Dio ha concesso a coloro che lo hanno con fede pregato e invocato. Enormi e straordinari sono i fatti storici di natura miracolosa che si sono fedelmente tramandati per confermare nella Verità cattolica il popolo cristiano. Sulla vita di questo testimone dell'onnipotenza di Dio si conosce tanto e considerato che i credenti necessitano di esempi corroboranti da meditare vorrei ricordare due eventi miracolosi che non potranno che far bene alle nostre anime.

Il giorno in cui Sant’Antonio da Padova scese miracolosamente a Napoli

A Napoli, nel 1623 vennero smascherati e successivamente arrestati dei coniatori e spacciatori di monete contraffatte. La città, all’epoca, era governata dal vice re Antonio Alvarez Toledo, V duca d’Alba. I falsari furono processati con una certa superficialità e condannati alla forca. Il vice Re vietò a chiunque di entrare a palazzo per chiedere la grazia, che non sarebbe stata concessa a nessuno degli accusati. Tra questi fu coinvolto un padre di famiglia estraneo ai fatti e quindi innocente. Sua moglie fece preparare una “memoria” difensiva da un avvocato con annessa la richiesta di grazia. Come era prevedibile il documento fu respinto, la donna, addolorata, fece l’unica cosa per lei ancora possibile: un atto di fede. Si recò nella chiesa di San Lorenzo Maggiore e lasciò il documento cartaceo davanti all’altare di Sant’Antonio da Padova.
Il giorno dopo la “memoria” risultò firmata e il marito fu messo in libertà. La notizia trapelò, lasciando interdetti tutti coloro che ne vennero a conoscenza. Il vice Re interrogato a riguardo dichiarò di aver ricevuto la visita di un frate giovane, di bell’aspetto e di sorprendente cultura, che gli fornì prove certe dell’innocenza del giovane. Lo stesso religioso aveva con se il documento che il Toledo firmò. Il vice Re decise successivamente di andare a San Lorenzo Maggiore per incontrare nuovamente quel francescano così buono e carismatico. Chiese al frate Guardiamo informazioni, ma giunto all’altare posto nel transetto di sinistra riconobbe con immenso stupore il giovane sacerdote che gli aveva fatto visita. Un frate morto e canonizzato circa 400 anni prima, e che era entrato a Palazzo ignorando le guardie e le porte chiuse.
Questo fatto storico ci insegna che la Fede non solo smuove le montagne, ma fa scendere i santi dal cielo per farci ottenere quanto con la preghiera chiediamo loro, se animati dalla fiducia.


13 giugno S. Antonio ha detto...

...segue
Sant'Antonio da Padova e la mula dell'eretico.

Il santo, conosciuto come il “flagello degli eretici”, fu sfidato da uno di loro che non credeva nella presenza reale di Gesù Cristo nella Santissima eucarestia:
“Basta con le parole, andiamo ai fatti. Se per qualche miracolo potete provare davanti a tutto il popolo che il corpo di Cristo è davvero presente nell’Ostia consacrata, abiurerò le mie idee e mi sottometterò alla fede che tu professi”.
“Accetto la sfida”, replicò subito Sant’Antonio, pieno di fiducia nell’onnipotenza e nella misericordia del Divin Maestro.
“Ecco cosa propongo: a casa ho una mula. Dopo averla lasciata chiusa tre giorni senza cibo la porterò in questa piazza. Alla presenza di tutti, le offrirò un’abbondante quantità di avena da mangiare. E voi le presenterete quello che dite essere il corpo di Gesù Cristo. Se l’animale affamato abbandonerà il cibo per correre verso quel Dio che secondo la vostra dottrina dev’essere adorato da tutte le creature, crederò con tutto il cuore all’insegnamento della Chiesa cattolica”.
Il giorno stabilito, accorse gente da ogni luogo, riempiendo la piazza in cui si sarebbe realizzata la grande prova. Tutti, cattolici ed eretici, erano frementi per quell'insolito appuntamento. Lì vicino, in una cappella, fra’ Antonio celebrava la Santa Messa con angelico fervore.
Arrivò l’albigese, spingendo la sua mula, mentre una persona portava i cereali preferiti dall’animale. Una folla di eretici lo scortava, assaporando la vittoria che riteneva scontata.
In quel momento uscì dalla cappella Sant’Antonio, tenendo in mano il ciborio con il Santissimo Sacramento. Un sacro silenzio squarciò l'aria. Rivolgendosi alla mula, disse a voce alta:
“In nome e per il potere del tuo Creatore, che nonostante la mia indegnità ho realmente presente nelle mie mani, ti ordino, povero animale: vieni senza indugio a inchinarti con umiltà davanti a Lui. Gli eretici devono riconoscere che ogni creatura presta sottomissione a Gesù Cristo, Dio creatore, che il sacerdote cattolico ha l’onore di far scendere sull’altare!”.
Allo stesso tempo, l’albigese, mise l’avena sotto la bocca della mula affamata, incitandola a mangiare.
Oh, prodigio! Senza prestare alcuna attenzione al foraggio che le veniva offerto, non ascoltando altro che la voce di fra’ Antonio, l’animale si chinò sentendo il nome di Gesù Cristo, e poi si inginocchiò davanti al Sacramento di Vita, come per adorarlo.
Vedendo questo, i cattolici esplosero in manifestazioni di entusiasmo, mentre gli albigesi rimasero stupiti e confusi.
Il padrone della mula, mantenendo la parola data a Sant’Antonio, abiurò l’eresia e divenne un fedele figlio della Chiesa cattolica.
Certo che questo evento soprannaturale non è propriamente “politicamente corretto” per quel che concerne un certo ecumenismo, ma chi oserebbe mai contraddire Dio e il Suo amato Antonio? E soprattutto guardiamo a noi che spesso riceviamo Gesù eucarestia senza le giuste disposizioni d'animo e con mancanze di rispetto se non addirittura di fede.

Rimembrando la vita del grande sant'Antonio da Padova dovremmo ricordarci che la preghiera mette fine a ciò che noi etichettiamo come “impossibile”. Questa onnipotenza a noi accessibile non è certo magia; essa costa il coraggio ardito della fede, costa l’eroica virtù della perseveranza, costa le lacrime della penitenza... ma guadagna l’inimmaginabile.
Questo ci insegnano i santi e questo dobbiamo assolutamente apprendere e praticare nel tempo di questa vita.
Cit.
Roberto Bonaventura

Anonimo ha detto...

HODIE: IUNIUS, DIE XIII

DIVI ANTONII PATAVINI MINORITAE,
Olisiponensis, vulgo dicti de Padua
Ecclesiae Doctoris

De DCCXCII° ab obitu.

Ex Sermones Dominicales:

"Chi predica la verità professa Cristo. Chi invece nella predicazione tace la verità, rinnega Cristo.
La verità genera odio; per questo alcuni, per non incorrere nell’odio degli ascoltatori, velano la bocca con il manto del silenzio. Se predicassero la verità, come verità stessa esige e la divina Scrittura apertamente impone, essi incorrerebbero nell’odio delle persone mondane, che finirebbero per estrometterli dai loro ambienti. Ma siccome camminano secondo la mentalità dei mondani, temono di scandalizzarli, mentre non si deve mai venir meno alla verità, neppure a costo di scandalo"

Catholicus.2 ha detto...

O lingua benedetta, preghiera a Sant'Antonio per ottenere una grazia e invocare l'intercessione di Sant'Antonio nel giorno 13 giugno in cui si festeggia.

O lingua benedetta è la preghiera a Sant'Antonio di Padova scritta da San Bonaventura nel 1263.

Si deve recitare questa preghiera quando si vuole una grazia da Sant'Antonio, e per invocare l'intercessione del Santo il 13 Giugno, giorno in cui si festeggia.

O lingua benedetta, preghiera a Sant'Antonio

O lingua benedetta che hai tanto benedetto il Signore e l’ hai fatto benedire da molti ora si vede chiaramente quanta grazia hai trovato presso Dio.

Prega per noi glorioso Sant’ Antonio.

Perché siamo fatti degni delle promesse di Cristo.

mic ha detto...

Si quæris miracula
mors, error, calamitas,
dæmon, lepra fugiunt,
ægri surgunt sani.

Cedunt mare, vincula,
membra, resque perditas
petunt, et accipiunt
juvenes, et cani.

Pereunt pericula,
cessat et necessitas;
narrent hi, qui sentiunt,
dicant Paduani.

Cedunt mare, vincula,
membra, resque perditas
petunt, et accipiunt
juvenes, et cani.

Glória Patri et Filio et Spíritui Sancto.
Sicut erat in princípio,
et nunc et semper
et in sæcula sæcolorum.

Cedunt mare, vincula,
membra, resque perditas
petunt, et accipiunt
juvenes, et cani.

 Amen.

Ora pro nobis, Beate Antoni, Ut digni efficiamur promissionibus Christi.

Oremus.
Ecclesiam tuam, Deus, Beati Antonii Confessoris tui commemoratio votiva lætificet, ut spiritualibus semper muniatur auxiliis et gaudiis perfrui mereatur æternis. Per Christum Dominum nostrum.

O Lingua benedicta, quæ Dominum semper benedictisti et alios benedicere fecisti: nunc manifeste apparet quanti meriti extitisti apud Deum.

 Amen.

Anonimo ha detto...

LAGO MAGGIORE, IL MOSSAD: PACE IN UCRAINA, MISSIONE SEGRETA COI RUSSI?
12 Giugno 20238 min per leggere

Oremus: ha detto...

Streaming S. Messe dall'altare maggiore
Sante messe e altre celebrazioni dall'Altare maggiore della Basilica del Santo
https://www.santantonio.org/it/live-streaming

Catholicus ha detto...

Buona solennità di Sant'Antonio da Padova a tutti gli amici del blog ed alla cara dottoressa Maria Guarini.

tralcio ha detto...

Tanta sapienza da Don Elia.
Se non ci convertiamo, tutti, non c'è alcuna speranza.
Ognuno sa, lì dov'è, quanto dista dal Signore. I santi lo sanno meglio degli altri.
Allora ci deve prendere il desiderio di rivolgerci a quella luce, la Sua.
E' la luce che manca alla nostra opacità.
Stare lì, presso di Lui, cambia ogni prospettiva anche sul mondo.
Il suo principe è un eterno sconfitto, mentre Dio ci offre la beatitudine eterna.
Non lasciamoci ingannare: nessuno sarà più attivo di un contemplativo.
La dispersione dell'anima nei pensieri del loro cuore è la prima disgrazia dei superbi.
Grandi cose invece può compiere il Signore nel cuore umiliato, timorato di Dio.
Ecco, io faccio nuove tutte le cose: lo Spirito Santo invade i cuori aperti alla Grazia.
Allora ciò che faccio inizia da Lui, è da Lui condotto ed in Lui si compie.
Nella piccolezza, nell'abbassamento.... Anche nel martirio, se fosse quella la richiesta.

Anonimo ha detto...

In morte di Silvio Berlusconi.
Roberto Pecchioli 13 Giugno 2023

Anonimo ha detto...

Loggia Italia: Speciale su Silvio Berlusconi con Franco Fracassi
100 Cento Giorni Da Leoni

Anonimo ha detto...

La dispersione dell'anima nei pensieri del loro cuore è la prima disgrazia dei superbi.

Diagnosi perfetta!
Grazie, Tralcio.

Anonimo ha detto...

Viva Silvio, abbasso Silvio. Luci e ombre di Berlusconi, di Massimo Viglione.
Aldomariavalli. It

Anonimo ha detto...

La dispersione dell'anima nei pensieri del loro cuore è la prima disgrazia dei superbi.

In questa frase vi è la diagnosi e la terapia per il presente. Infatti l essere umano del presente, adulti e bambini, giovani ed anziani, è giornalmente riempito, attraverso i media di una montagna di pensieri non suoi che vengono ritenuti propri, questa pienezza nella quale la mente vagabonda dà l'illusione di un sapere, che dura però un istante perché la memoria superficiale presto lo affossa per far posto ad altri pensieri con i quali si ingozza chi non è allertato e non sa o non vuole o non può più o non può ancora distinguere i suoi pensieri da quelli non suoi. Questo pieno della mente illude l essere umano di sapere, quindi di potere, cioè di essere superiore, cioè fomenta e nutre la superbia già innata più o meno negli esseri umani. Che fare? Ridurre piano piano l esposizione ai media ed a tutte le futilità, supplendo con buone letture, con la scrittura, con qualsiasi cosa, arte, artigianato, sport che impegni gli arti, mani e/o gambe , mente, corpo, in un lavoro che richieda attenzione, concentrazione massima, sul poco sempre meglio ' ben fatto'. La grande pazienza che richiede il benfatto insegna l umiltà e piano piano insegna a riconoscere la vastità della propria ignoranza e quindi a riconoscere la superbia da cui si era partiti e che sempre bisogna combattere con buone e reali alternative alle illusioni di cui uno viene riempito e con cui quotidianamente uno si trastulla. La preghiera e l approfondimento della nostra Fede sono due punti di partenza formidabili perché offrono un terreno di partenza solidissimo che consente ad ognuno di trovare la via migliore per la sua santificazione, infatti non esiste terapia, sapere e fare, che non abbia per principio e fine Dio, Uno e Trino. Non dimentichiamo mai che l esame serale parte in tromba proprio con i pensieri e non è un caso.!

Anonimo ha detto...

Diagnosi perfetta. È il bersaglio quello su cui ci si divide.

Anonimo ha detto...

Due volte divorziato ed morto da convivente. A persone del genere, da sempre, secondo voi non si dovrebbero neanche celebrare funerali in chiesa.
Questa volta nessuna polemica? Sento odore di trito doppiopesismo in salsa tridentina.

(PS: Sarà pure cremato)

Anonimo ha detto...


# "la dispersione dell'anima nei pensieri del loro cuore..."

Il cuore non "pensa". A pensare è il cervello ossia l'intelletto.
L'immagine che la frase vuole suscitare appare poco chiara.

Anonimo ha detto...

Semplicemente sono tre le parti del nostro corpo che si identificano con le corrispettive potenze: la testa si identifica con il pensiero, il cuore con il sentimento, gli arti con la volontà. Il pensiero dovrebbe sovraintendere le altre due potenze, ma non è sempre così semplice come appare, a volte ha il sopravvento il sentimento con le sue passioni, a volte la volontà con azioni fuori controllo. Ora questo è uno schemino, ma ognuno di noi sa quanta cura sia necessaria per ogni essere umano mantenere sulla retta via queste potenze che sono tutte foriere di bene e di male. Ci sono sentimenti che salvano, altri che ci perdono, così un gesto istintivo può salvarci la vita, mentre un gesto abitudinario può farcela perdere. Quindi bisogna ammettere che ogni potenza pur avendo la sua sede principale, ha nelle altre due potenze delle residenze di passaggio dove avvengono reciproci scambi sia nel bene che nel male. Alcuni pensieri scaldano il cuore ed infiammano la volontà, alcuni sentimenti illuminano la mente e chetano la volontà e così le buone azioni quotidiane stimolano buoni pensieri mai pensati e purificano sentimenti così così. Ecco, la parola giusta è sinergia le tre potenze sono, possono essere, dovrebbero essere in sinergia, forse va bene anche osmosi mutualistica come si diceva in biologia a scuola.

Anonimo ha detto...

“Quello che in molti ignorano è che il nostro cervello è fatto di due cervelli. Un cervello arcaico, limbico, localizzato nell'ippocampo, che non si è praticamente evoluto da tre milioni di anni fa a oggi, e non differisce molto tra l'homo sapiens e i mammiferi inferiori. (E) un cervello piccolo, ma che possiede una forza straordinaria. Controlla tutte quelle che sono le emozioni. Ha salvato l'australopiteco quando è sceso dagli alberi, permettendogli di fare fronte alla ferocia dell'ambiente e degli aggressori. L'altro cervello è quello cognitivo, molto più giovane. È nato con il linguaggio e in 150.000 anni ha vissuto uno sviluppo straordinario, specialmente grazie alla cultura. Si trova nella neo-corteccia. Purtroppo, buona parte del nostro comportamento è ancora guidata dal cervello arcaico.
(…)
Bisognerebbe spiegarlo ai giovani, dei due cervelli. I giovani di oggi si illudono di essere pensanti. Il linguaggio e la comunicazione danno loro l'illusione di stare ragionando. Ma il cervello arcaico, maligno, è anche molto astuto e maschera la propria azione dietro il linguaggio, mimando quella del cervello cognitivo. Bisognerebbe spiegarglielo.”

Rita Levi Montalcini (1909-2012), Paolo Giordano, Rita Levi Montalcini e i due cervelli, la Repubblica, 19 febbraio 2009

Anonimo ha detto...

Molto interessante questa scoperta, non capisco se si tratta di di tre cervelli (arcaico/piccolo/cognitivo) oppure(arcaico /piccolocognitivo). Comunque si inserisce benissimo nelle pagine della Genesi, secondo la mia ipotesi a pelle, il cervello arcaico è quello che ha ceduto alla tentazione e li è rimasto, il cervello piccolo è stato quello salvato da tutta la Storia di Israele e rendento pienamente da Gesù Cristo. Quindi allargando l ipotesi si può azzardare e dire che il cervello arcaico è l incarnazione, l abitazione, del Nemico, mentre quello piccolo è la sala macchine del nostro Salvatore, Gesù Cristo. Con tutte le diversità e differenze tra Bene e Male che ognuno ha conosciuto e conosce a modo suo. Chiarissimo il fatto che usiamo più, ancora, il cervello arcaico...Oggi è evidente più che mai. Grazie, davvero!

Anonimo ha detto...


# Ma è davvero esistito l'australopiteco o si tratta di ricostruzioni di scienziati, con largo impiego della fantasia?

tralcio ha detto...

Per chi cerca chiarimenti alle 22.21 della tarde è utile tornare alla sapienza antica, priva delle pseudo-luci che dobbiamo prima a Cartesio e poi a Freud, fino alla Levi di Montalcini.

Veniamo da quattro secoli in cui il pensiero, rinchiuso nel cervello, ha spodestato il cuore come sede del pensare. Infatti anche i bambini oggi dicono che si pensa con il cervello e che "metterci il cuore" o "al cuor non si comanda" sono un palese rimando ad una sfera emotiva che prenderebbe il sopravvento sulla fredda razionalità.

Il problema di fondo resta l'iniziale: veniamo dall'evoluzione o dalla creazione?
Siamo prodotti di un progredire o stiamo riemergendo da un regresso che ci ha imbestialiti?
Se Dio infatti ha creato tutto buono, il male non fa(ceva) parte dell'uomo.
Dopo il peccato originale però abbiamo dis-orientato lo sguardo da Dio: ci siamo perduti.

Il cuore puro è diventato sclerocardico: è stata persa la visione di Dio.
Era il cuore-muscolo a vedere?
O erano gli occhi dell'anima, non accecati dall'opacità creaturale priva della luce di Dio?

La sapienza biblica attribuisce la visione al cuore.

Gesù spiega che è nel cuore che si è puri o impuri (Marco 7,18-19): "Siete anche voi così privi di intelletto? Non capite che tutto ciò che entra nell'uomo dal di fuori non può contaminarlo, perché non gli entra nel cuore ma nel ventre e va a finire nella fogna?".

Gesù opportunamente dice anche che "dov'è il nostro cuore là sarà il nostro tesoro"...

Oh bella: Gesù non sapeva niente di neuroscienze e noi invece sì?
Ragioniamo come quelli che pensano che al tempo dei vangeli non c'era il registratore?

I pensieri del cuore che disperdono i superbi sono fin troppo ben collocati.
Inutile contare i cervelli, attribuirli all'arcaico o all'evoluto.

Il cuore è il centro della coscienza dell'uomo, che non è un computer programmabile, ma il ricettacolo di tutto il suo essere, dai sensi, al pensiero, dalle emozioni ai sentimenti.

La scemenza di certa scienza moderna ci ha insegnato a disprezzare il cuore per parlare di cervello e in quel cervello ha equiparato sentimenti ed emozioni, il che non è vero.
I sentimenti sono segreti, quanto le emozioni sono pubbliche e destinate ad esternarsi.
Un pensiero educato a conoscere i propri sentimenti saprà interiorizzare, mentre chi si abbandona alle passioni e alle emozioni sarà facile preda del mondo e delle sue apparenze.

Il cuore puro, o che si purifica penitente, giungerà a prendere coscienza di ciò che un "pensiero" che cogita tronfio del proprio affermarsi mondano perderà del tutto di vista.
Riempito di superficie galleggerà dis-orientato, lontano dal vero, dal buono e dal bello.

E' proprio questo l'effetto del peccato originale, attirarci lontano da dove eravamo.
Ed è questo il mistero dell'incarnazione e redenzione: riportarci all'Eden, vedendo Dio.
Oggi San paolo parla di un velo ancora presente nella rivelazione ricevuta da Mosè.
Quel velo è stato strappato al momento della morte in croce di Cristo.

In quel momento tutto è stato compito: il Sacro Cuore di Gesù ha fatto la Volontà di Dio.
Ancora il cuore, di fianco a quello immacolato di Maria.
C'è proprio poco cervello... Quello è pieno dei pensieri che disperde i superbi.

Anonimo ha detto...

S. B. è morto per una malattia del sangue.