Comunicato sulla risposta del Consiglio generale della Fraternità San Pio X alla proposta del Dicastero per la Dottrina della Fede.
In occasione dell’incontro del 12 febbraio scorso tra don Davide Pagliarani, Superiore generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X, e Sua Eminenza il cardinal Víctor Manuel Fernández, Prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede, organizzato a seguito dell’annuncio di future consacrazioni episcopali per la Fraternità, quest’ultimo aveva proposto «un percorso di dialogo specificamente teologico, con una metodologia ben precisa, […] per evidenziare i minimi necessari per la piena comunione con la Chiesa Cattolica», subordinando tale dialogo alla sospensione delle consacrazioni episcopali annunciate.
Su richiesta del Prefetto del Dicastero, il Superiore generale ha presentato questa proposta ai membri del suo Consiglio e ha preso il tempo necessario per valutarla.
In data 18 febbraio, don Davide Pagliarani ha inviato la sua risposta scritta al Cardinale, accompagnata da diversi allegati e firmata dai cinque membri del Consiglio generale.
Poiché la questione è ormai di dominio pubblico, a motivo della comunicazione pubblicata dalla Santa Sede il 12 febbraio, appare opportuno rendere pubblico anche il contenuto di questa lettera e dei suoi allegati, al fine di permettere ai fedeli di conoscere con precisione la risposta fornita.
Il Superiore generale affida questa vicenda alla preghiera dei membri della Fraternità e di tutti i fedeli. Egli chiede che la preghiera del rosario, così come i sacrifici della Quaresima che si apre, siano offerti in modo speciale per il Santo Padre, per il bene della santa Chiesa, e per preparare degnamente le anime alla cerimonia del 1º luglio.
Menzingen, 19 febbraio 2026______________

31 commenti:
Sono d'accordo su tutta la linea con la posizione della Fraternità. Viviamo questo tempo in preghiera, assecondando l'opera della Divina Provvidenza e del Cuore Immacolato della Vergine Maria. Sono un sacerdote e ho mandato anche un messaggio di solidarietà ai confratelli della San Pio X che mi hanno risposto ringraziandomi. Conosco molti laici spiritualmente maturi che la pensano allo stesso modo. Sono sicuro che Dio sta lavorando in questo momento nel mondo e nella chiesa per raddrizzare la barca di Pietro affossata dai modernisti.... Areky.
C ' è un'errata corrige : Fernández non è "monsignore", è cardinale; il titolo che gli spetta formalmente è "Sua Eminenza".
Fatto bene.
Un po' di chiarezza su vescovi e giurisdizione, perché la Fraternità si appella ad argomenti fasulli, dimostrando in primo luogo di non conoscere la Tradizione che si vanta di rappresentare in esclusiva ("Nessuna Santa Messa eccetto la loro, neanche quelle della Resistenza, né tantomeno quelle Ecclesia Dei o Summorum Pontificum... Tutte pericolosissime e da evitarsi, pena il commettere un peccato mortale".)
E fa appello all'ignoranza dei suoi fedeli quando li vuole rassicurare in materia.
Ma vediamo cosa dice in data 19 febbraio 2026 la Fraternità ufficialmente a questo link:
https://fsspx.news/it/news/ordine-e-giurisdizione-inconsistenza-dellaccusa-di-scisma-57305
(Fraternità:) "La costituzione Lumen gentium sulla Chiesa enuncia al capitolo III, n° 21, che il potere di giurisdizione è conferito dalla consacrazione episcopale contemporaneamente al potere d’ordine. Il decreto Christus Dominus, sull’ufficio pastorale dei vescovi nella Chiesa, enuncia il medesimo principio nel suo Preambolo al n° 3. Tale affermazione è ripresa dal Codice di Diritto Canonico del 1983, al canone 375 § 2. Ora, nella Chiesa, la ricezione del potere episcopale di giurisdizione dipende per diritto divino dalla volontà del Papa..."
- "Ora, nella Chiesa... giurisdizione... diritto divino... volontà del Papa". Conclusione illogica e falsa, in quanto le frasi precedenti non lo dicono né lo dimostrano. Vediamo cosa dice LG 21: "La consacrazione episcopale conferisce pure, con l'ufficio di santificare, gli uffici di insegnare e governare; questi però, per loro natura, non possono essere esercitati se non nella comunione gerarchica col capo e con le membra del collegio. (...) È proprio dei vescovi assumere col sacramento dell'ordine nuovi eletti nel corpo episcopale."
Come si può ben vedere, la "volontà" del Papa di cui scrivono i lefebvriani non c'entra nulla. Sarebbe un criterio soggettivo. La "comunione gerarchica" è invece tutt'altra cosa, ed è un criterio oggettivo. I lefebvriani questa "comunione gerarchica" la professano e fanno anche mostra di ricercarla, quando per esempio dialogano col Vaticano o chiedono permessi per le consecrazioni episcopali.
Se in coscienza, contrariamente a quanto afferma il Vaticano, la comunione ritengono di averla, che procedano con le consacrazioni senza bisogno di chiedere il permesso. Se al contrario il permesso lo chiedono, ciò è una ammissione di "non comunione gerarchica". Il chiedere un permesso implica il fatto che tale permesso può venire concesso o non concesso. Se non lo si ottiene, bisognerebbe attenersi alla decisione dell'autorità, rinunciando alle consacrazioni. Andare avanti comunque dimostra una mala fede nel chiederlo. Perché se si chiede, si deve poi obbedire, qualunque sia la risposta.
(Continua)
(Segue)
(Fraternità:) "Questa argomentazione, che vorrebbe concludere che le future consacrazioni episcopali in seno alla Fraternità sarebbero scismatiche, riposa interamente sul postulato del Concilio Vaticano II, secondo cui la consacrazione episcopale conferirebbe contemporaneamente il potere d’ordine e quello di giurisdizione."
- Postulato del Concilio Vaticano II? Falso. La consacrazione episcopale conferisce contemporaneamente il potere d'ordine e quello di giurisdizione dai tempi di Gesù Cristo e da quelli apostolici immediatamente successivi. Per la giurisdizione in particolare, si vedano la scelta dei Dodici; il mandato conferito prima dell'Ascensione, fine del Vangelo di San Marco ("Andate in tutto il mondo e battezzate tutte le nazioni"). Tale mandato la Tradizione lo intende territoriale, tanto è vero che ciascuno degli Apostoli va in un paese diverso, come se fosse sua competenza esclusiva. E ciascuno di essi creerà a sua volta dei vescovi, senza chiedere il permesso preventivo di San Pietro, vedasi in primo luogo l'operato di San Paolo descritto sempre negli Atti. Ordine e giurisdizione sono dunque inseparabili.
È invece l'epoca post-conciliare ad aver separato ordine e giurisdizione in modo plateale ed esplicito, come per esempio con i cosiddetti Vescovi Emeriti, dove la giurisdizione si perde per... età (sic, 75 anni), per volontà di "san" Paolo VI e successori. Che ordine e giurisdizione prima del Concilio fossero inseparabili è testimoniato anche dal fatto che si ricorreva, quando un vescovo non aveva nessuna giurisdizione su nessun territorio, alla pia finzione di chiamarli "vescovi titolari", affidandogli la giurisdizione simbolica su di una Diocesi estinta. Tale pratica perdura ancora adesso nel caso dei già citati Emeriti, così come nel caso dei monsignorini di Curia da elevare di status per il ruolo che ricoprono a livello pubblico, ma anche soprattutto per la "giurisdizione" che essi esercitano in modo generico tramite i loro incarichi.
(Continua)
(Segue)
(Fraternità:) "Ora, secondo il parere di pastori e teologi la cui autorità era riconosciuta al tempo del Concilio Vaticano II, questo postulato non è tradizionale ed è privo di fondamento solido. Durante il Concilio, il cardinal Browne e Mons. Luigi Carli lo hanno dimostrato...
Tanto più che la maggior parte dei teologi e dei canonisti nega assolutamente che la consacrazione episcopale conferisca il potere di giurisdizione."
- "Postulato non tradizionale... privo di fondamento solido." Falso. Come abbiamo visto sopra, il postulato È tradizionale. Ciò che NON È tradizionale è la separazione di ordine e giurisdizione. Per affermare il contrario, si citano "autorità" che possono avere ciascuna la loro opinione, ma di opinioni appunto si tratta. Che non valgono nulla di fronte alla realtà dei fatti, descritti nel Nuovo Testamento ed applicati sia dalla chiesa primitiva che nel corso dei secoli fino al Post-Concilio.
- "...la maggior parte dei teologi e dei canonisti nega assolutamente..." Anche qui il teologo lefebvriano che ha compilato quello che si può ben definire un "pasticcio" si tira la zappa sui piedi da solo. Il fatto che ci sia una "maggior parte di..." dimostra che la questione sarebbe dibattuta, con varie posizioni (opinioni) al riguardo. Infatti È dibattuta. Ma è dibattuta dai post-conciliari di un certo tipo, non amanti della Tradizione. Per quanto riguarda la Tradizione, si potrebbero citare innumerevoli fonti (Padri della Chiesa, Dottori, santi i più vari, documenti ecclesiastici) tutte concordi nel definire il Vescovo "sposo della Diocesi" e "Padre dei suoi fedeli". E tali si ritenevano i vescovi fino all'infausto documento di Paolo VI che chiedeva loro di dismettere per limiti di età entrambe le prerogative. Ma come tutti sanno, il matrimonio è indissolubile e la paternità, una volta acquisita, non si possiede a giorni alterni.
- Infine, una breve parola sull'eventuale "scisma". Anche qui, per il principio esposto più sopra, le dichiarazioni lefebvriane sono contraddittorie. Lo scisma o c'è o non c'è.
Se si va a chiedere un permesso e poi si fa di testa propria, contrariamente a quello che l'autorità (riconosciuta proprio andando a chiedere il permesso) dice, lo scisma c'è.
Se invece non si vanno a chiedere permessi perché per esempio si ritiene che la Chiesa attuale sia lei stessa in stato di "scisma" dalla Tradizione, allora in coscienza si può procedere con tutte le consacrazioni del mondo senza permesso, e con uno "scisma" e "scomuniche" dichiarati e comminati dalla Chiesa ufficiale da ritenersi nulli e invalidi.
(Fine)
Si andrà quindi verso una scomunica per scisma, e questo perché è stata già minacciata da Fernandez. Inevitabile.
Detto questo, la risposta di Don Pagliarani è lucida, chiara, ineccepibile. Scontata, non fumosa, convincente.
Don Pagliarani ha buttato la palla nel campo opposto. Per trovare un minimo di base dottrinale, l'unico modo sarebbe affermare che non esiste il super dogma del CVII, che questi documenti sono interpretabili in più modi, mettendo quindi in discussione l'interpretazione dei papi postconciliari. Sarebbe l'unica rivoluzione necessaria. E siccome non potrà mai accadere, Don Pagliarani non può che chiedere carità sulla base di semplici considerazioni : siccome la fede può essere valutata dai frutti e questi frutti sono buoni, allora l'unica cosa da fare per la Chiesa è dire "non capisco, ma prendo atto e non punisco"
Non si può accusare Tucho o gli altri di fare politica, ma non si può nemmeno riconoscere loro di mettere la salvezza delle anime in cima alla loro lista di priorità. Qualunque sia la loro intenzione, hanno chiarito che la Tradizione può aspettare, e possiamo dialogare su qualcosa accaduto 60 anni fa, e possiamo fingere di reinventare la ruota già compresa dai teologi da secoli. Chiunque sappia fare una ricerca sulla manualistica dell'era pre-Vaticano II (1900 anni di tempo) sa che non tutto nel Vaticano II è vincolante, o addirittura dottrinale. Questa non è la mia opinione, è l'opinione perenne della Chiesa. Non mi credete? Beh, credete allo storico teologo Melchior Cano del Concilio di Trento che scrisse:
“L'insegnamento dei papi e dei concili, proposto a tutti con l'obbligo di credere, determina ciò che è di fede. Ma bisogna osservare con la massima attenzione quale sia la natura delle cose su cui si pronuncia il giudizio, e quale sia il senso proprio e il peso delle parole impiegate. Infatti, anche tra gli insegnamenti che siamo tenuti ad abbracciare, non tutti sono dello stesso grado, né tutti i decreti devono essere posti insieme su un piano di parità... Qualcuno chiederà, quindi, se esiste un modo per discernere quali decreti dei concili siano de fide. Certamente esiste. In primo luogo, è un segno manifesto se coloro che affermano il contrario della dottrina proposta sono giudicati eretici... Un altro segno è se il decreto prescrive: 'Chiunque creda a questo o a quello, sia anatema'... Un terzo segno è se chiunque neghi la dottrina in questione incorre nella scomunica ipso iure... Un quarto segno è se si afferma espressamente e inequivocabilmente che qualcosa deve essere creduto fermamente dai fedeli, o ricevuto come dogma della fede cattolica, o se in un linguaggio simile si dice qualcosa che è contrario al Vangelo o all'insegnamento degli apostoli... Ma tutto ciò che viene introdotto nei decreti dei concili o dei papi a titolo di spiegazione, o per rispondere a un'obiezione, o è semplicemente insegnato di sfuggita come qualcosa di distinto dal punto principale che è stato oggetto di controversia: queste cose non appartengono alla fede, cioè non possono essere considerate giudizi che determinano ciò che è di fede cattolica... Non tutte, anche quelle cose che i concili affermano in modo semplice e assoluto, sono una decisione de fide. (De Locis, lib. 5 cap. 5 q. 4)
Questa lettera di risposta risposta è tale da "asfaltare" el Tucho e chiunque nei sacri palazzi abbia collaborato (e allude persino all'Amoris Laetitia, come si era già ampiamente ironizzato).
Ma el Tucho e chi lo ha spedito in prima linea a tentare l'impossibile sapevano benissimo che sarebbe finita così. Era davvero così impellente dover accontentare i media? Di fronte a ordinazioni "senza mandato" (come quelle di mons. Williamson) c'era sempre stato silenzio, o al massimo un comunicato stampa. E comunque la "bomba" delle scomuniche ha la miccia bagnata: non siamo più nel 1988 (e all'epoca non c'erano i social), e si è visto bene il duro trattamento inflitto a chi ha voluto riconciliarsi con la Santa Sede, e si è vista pure la facile remissione nel 2009, e persino il Bergoglio concesse di confessare e benedire matrimoni validamente (lo fece per amore della Tradizione? o per quale altro motivo?).
Mi resta però una perplessità che lo spiegone su ordine e giurisdizione evita di chiarire: qualcun altro potrebbe avvalersi delle motivazioni presentate per fabbricarsi dei propri vescovi, sulla base del "siamo anche noi in stato di necessità perché Roma ci impedisce di fare quel che abbiamo sempre fatto per le anime che ci seguono". Cioè, badate, non solo in nome della Tradizione.
"Voglio dei vescovi; se il Papa non me li dà me li fabbrico io, tanto lo scisma c'è solo qualora si arroghino una giurisdizione, no?" Beh, l'Opus Dei era una "prelatura personale", cioè con una giurisdizione sui soli suoi aderenti... vi ricorda almeno concettualmente qualche Fraternità? "E poi, stanti le apparizioni taldeitali, e i nostri fondatori sicuramente santi viventi, ed avendo pure qualcuno che ci ordinerebbe dei vescovi..." Immaginate fin dove possono arrivare le tentazioni gallicane ("il Papa deve rispettare le nostre decisioni e consuetudini!"). Just imagine.
Chissà se chi sperava di poter seppellire la Tradizione e di "sinodalizzare" l'autorità sarà indotto a più miti consigli.
Che ordinazioni episcopali siano. Lo sapevo che sarebbe finita così. "Dies amara valde".
Sono perfettamente d'accordo. Se il Vaticano concedesse le consacrazioni episcopali ai lefebvriani dovrebbe concederle a chiunque le desiderasse.
Le consacrazioni senza permesso rimangono però un precedente: come ha ben scritto lei, lo stato di necessità può essere invocato da chiunque, stante il presente stato pietoso della Chiesa. E chiunque, anche i Sinodalici tedeschi, si potrebbe fare i propri vescovi, se la risposta del Vaticano fosse debole verso i Lefebvriani.
Luisella Scrosati, NBQ
Don Pagliarani gioca così la carta di ingraziarsi Fernández nel modo più cinico e opportunista possibile, ossia mostrandosi nemico del suo nemico. È colpa di Müller, di Benedetto XVI, di Giovanni Paolo II, di tutti coloro che hanno insistito su un minimum dottrinale per giungere ad un accordo, se la nave si è arenata prima di giungere al porto. La soluzione suggerita dalla FSSPX è invece quella di ricordare a Fernández il suo “primo amore”, di ritornare nel campo amico di Francesco, nella prospettiva del «todos, todos, todos», dei casi particolari di Amoris Lætitia, dell’uscita dagli schemi: «Nel corso dell’ultimo decennio, papa Francesco e Lei stesso avete ampiamente promosso “l’ascolto” e la comprensione di situazioni particolari, complesse, eccezionali, estranee agli schemi ordinari. Avete pure auspicato un uso del diritto canonico che sia sempre pastorale, flessibile e ragionevole, senza pretendere di risolvere tutto mediante automatismi giuridici e schemi precostituiti. La Fraternità non Le chiede nient’altro nel presente frangente».
Don Pagliarani e i suoi assistenti si mostrano dunque particolarmente sensibili alla linea “flessibile” di Francesco, quella che ha devastato la Chiesa per oltre un decennio e ha spinto molti cattolici, spesso in buona fede, a frequentare le cappelle della Fraternità per sottrarsi proprio a questa sciagura. E invece è proprio la “linea-Francesco”, a-dottrinale ed a-giuridica, che la Fraternità auspica; e non è un mistero che sia stato proprio Francesco il migliore interlocutore della FSSPX, la quale, forte dell’amicizia di Bergoglio con il secondo assistente generale, don Christian Bouchacourt, superiore del Distretto dell’America del Sud dal 2003 al 2015, ha cercato di sfruttare a proprio vantaggio le lacune del Papa argentino sulla dottrina e la sua allergia alla dimensione giuridica della Chiesa, per ottenere l’approvazione a continuare nella propria situazione scismatica. E il gioco era quasi riuscito: la Fraternità aveva infatti ottenuto “gratuitamente” la facoltà per le confessioni (fino ad allora invalide) e la possibilità per gli Ordinari di concedere l’autorizzazione di assistere ai matrimoni dei fedeli legati alla Fraternità.
Il colpo successivo sarebbe stato proprio quello di chiedere a Francesco una “benedizione” per le consacrazioni episcopali, senza alcuna ricomposizione della comunione con la gerarchia cattolica. Ed è esattamente quello che la Fraternità domanda adesso a Fernández, chiedendogli di applicare la dottrina “francescana” della separazione tra dottrina e pastorale: «nella consapevolezza condivisa che non possiamo trovare un accordo sulla dottrina, mi sembra che l’unico punto sul quale possiamo incontrarci sia quello della carità verso le anime e verso la Chiesa», riconoscendo «il valore del bene che essa [FSSPX] può compiere, nonostante la sua situazione canonica». Dopo l’adulterio, anche lo scisma è ormai divenuto un “bene possibile”.
https://lanuovabq.it/it/doppio-rifiuto-i-lefebvriani-respingono-le-proposte-di-roma
Il popolo di Dio adesso dovrebbe unirsi in corale preghiera e penitenza, dovrebbe supplicare il suo perdono e chiedere l’intervento dello Spirito Santo. Dio vede l’umiltà, la vera fede…e soccorre. Ci crediamo? Prostriamo il nostro “io”, i continui ragionamenti, approfittando di questo tempo di grazia che è la Quaresima.
Ma la differenza sta nel fatto che ai sinodalici tedeschi il vaticano non ha mai negato né negherà nessuna nomina. Semmai, il contrario!
Mi permetto di aggiungere che le scomuniche conciliari valgono piuttosto poco. Benedetto XVI ha rimesso le scomuniche a gennaio 2009 non perché gli scomunicati si fossero pentiti, ma solo perché riteneva essere passato "troppo tempo".
Dobbiamo dedurne che nella mentalità conciliare le scomuniche sono un atto di natura molto più politica-mediatica che spirituale. Come se lo scopo fosse non quello di "curare" il malato (con una medicina amara dopo che quelle meno amare non hanno fatto effetto), ma solo di asserire una dominanza...
Da questo punto di vista non stupiscono la pubblicità alla faccenda, la sottile minaccia di conseguenze, lo stabilire come punto di partenza il rinvio sine die delle ordinazioni. Eppure sapevano benissimo che la FSSPX non avrebbe innestato la retromarcia. O forse, sapendolo, volevano solo lavarsene pilatescamente le mani? ("Ehi, noi una proposta coerente e ragionevole alla FSSPX l'avevamo fatta, ma vedete, coi tradizionalisti non si può proprio dialogare...").
Il comunicato della FSSPX rende chiaro che rispolverare oggi vecchie proposte già rifiutate è sostanzialmente un atto di propaganda. Presentare mediaticamente la Fraternità come “ostinata” serve a giustificare eventuali provvedimenti repressivi, nascondendo il fatto che l’accordo è fallito perché Roma ha trasformato la fede in un fatto opinabile e l’obbedienza in un’accettazione dell’errore.
Il vescovo Athanasius Schneider è in disaccordo con l'affermazione del cardinale Víctor Manuel Fernández secondo cui i testi del Vaticano II "non possono essere modificati. ”
- "L'affermazione del cardinale Fernandez è completamente sbagliata perché ciò che non può essere cambiato è solo la Parola di Dio. Non puoi cambiare la Bibbia perché è la Parola di Dio."
- "Dobbiamo esaminare onestamente quelle evidenti, innegabili ambiguità di alcune espressioni del concilio. "
- "Come altri Concili Ecumenici, le dichiarazioni pastorali possono essere modificate. "
Leggi tutto su
https://x.com/i/status/2024113514382545209
Mons. Schneider avrebbe potuto essere un interlocutore adatto per la FSSPX. Come posizione è un conservatore ma non ha mai citato o approvato alcuna delle "variazioni" del concilio.
Il lato oscuro della NBQ
La Nuova Bussola Quotidiana continua a pubblicare articoli velenosi contro la Fsspx, frutto di quello che appare un inestinguibile livore.
Trova anche il tempo di far propaganda al carlismo, come proposto dagli scritti odierni di Gianandrea de Antonellis, nobile napoletano anzi "napolitano" (con la - i), che propugna la ricostruzione dell'impero "delle Spagne" che furono, alle quali sarebbero stati felici di appartenere gli italiani sotto il dominio di Madrid (vedi recensione sul numero di oggi della NBQ 20.2.25 al libro "Dio, Patria, Fueros e Re. Un'introduzione al carlismo").
Il prof. de Antonellis dà della monarchia tradizionale un'immagine mitizzata (alla dr. Plinio). Inoltre, sembra confondere il carlismo con il tradizionalismo tout court (il grande Donoso Cortes per esempio non era carlista) e quindi con il cattolicesimo tout court. Egli si rifiuta di usare il nome Italia, servendosi invece, alla maniera dei carlisti ispanici, di "penisola italiana". Del pari, si firma "napolitano", come scrivevano i sudditi di sua Maestà borbonica del tempo che fu. L ' Italia per lui non esiste, non è mai esistita. E non deve, evidentemente, esistere.
In un altro suo saggio, a riprova della mancanza di un patriottismo nazionale, ha citato il gran numero di prigionieri in seguito allo sfondamento di Caporetto (quattrocentomila circa). Si attiene evidentemente alla leggenda nera fiorita su Caporetto, secondo la quale la nostra guerra sarebbe finita con quella sconfitta e ci avrebbero salvati gli alleati. Egli sembra ignorare del tutto i fatti storici: solo un terzo delle truppe era di prima linea, nella I gm; la manovra aggirante dall'Alto Isonzo messa in atto dal nemico intrappolò molti soldati delle gigantesche retrovie. A Caporetto perdemmo l'ala sinistra dell'esercito, che per il resto si ritirò in ordine, bloccando dopo due settimane da solo (in prima linea) sul Piave e sul Grappa l'ancor poderoso nemico, in due settimane di feroci combattimenti, condotti con evidente spirito di corpo e patriottico.
I generali nemici in un secondo tempo commentarono con sorpresa come un esercito "supposto in dissoluzione" fosse risuscitato nel giro di due settimane, inchiodandoli sulla linea Altipiani, Grappa, Piave, e facendo fallire l'obbiettivo strategico dell'offensiva (la distruzione del Regio Esercito e l'uscita dell'Italia dalla guerra).
Ma su questi e altri fatti gli ideologhi del monarchismo d'antan, antiitaliani per vocazione, glissano elegantemente.
Historicus
Da quello che ho letto e dal poco che capisco direi che il caos si sta riproducendo vertiginosamente. Una sola mi par che sia la causa di questa moltiplicazione caotica: non esiste persona di autorevolezza tale da far silenzio e , in verità, capace di restaurare la Chiesa Cattolica. Tutti più o meno siamo figli del nostro tempo e neanche riusciamo a capire quanto questo tempo sia maligno e pervasivo, pur presentandosi, politicamente corretto, come si usa oggi definire l'ipocrisia.
Il problema che il Vescovo Schneider sottovaluta è che sulla base dei documenti concilisri e sulla loro interpretazione ipermodernista, sono stati scritti altri documenti ed esportazioni che sarebbero quasi impossibili da cancellare. Cadrebbe tutto il castello del post Concilio.
Una cosa di questo tipo può avvenire solo se avviene una sorta di sfracello. Del tipo che la gente non va più alla Messa.... Che i seminari chiudono e non ci sono più sacerdoti. Che si smette di credere in Maria e la sua opera, che si fanno celebrazioni ecumeniche nelle chiese, che gli ortodossi diventano più fedeli alla tradizione di noi, che le. Donne diventano sacerdotessa o diacone, che si benedico o le unioni omosessuali........
Ops, mi sa che siamo già nello sfracello, e lallora attendiamo un altro po'. Magari una decina di anni e vedrete che tornerà tutto al suo posto. Fidatevi, manca poco
La NBQ dalla parte dell'antiitalia.
Leggendo la recensione del 20 febbraio corrente al libro del prof. de Antonellis, propagandista del carlismo in Italia, vediamo che il recensore trova "interessanti" le spiegazioni dell'autore sul fenomeno carlista (un cattolicesimo arcigno, di combattenti valorosi anche se sanguinari, tipicamente spagnolo, che qualcuno vorrebbe esportare in Italia). Prescindiamo qui dalla validità della reinterpretazione della "monarchia tradizionale" da parte del prof. de Antonellis, alquanto mitizzata rispetto alla realtà storica . Come italiano mi limito a far notare che il recensore, il prof. Fontana, trova "interessante" anche la tesi dell'autore, secondo la quale l'Italia non esiste, nemmeno come "espressione geografica", per usare la famosa battuta di Metternich. Si deve dire, alla maniera dei carlisti appunto, "penisola italiana".
Chi sono i carlisti? I carlisti non riconoscono l'attuale monarchia spagnola, obbediscono ai discendenti di don Carlos di Borbone, fratello del re in carica, che, nell'Ottocento, avrebbe dovuto succedergli in base alla Legge Salica, che escludeva le donne dal trono. La legge era stata abrogata dal re precedente ma tale abrogazione non è considerata valida dai carlisti. Essi obbediscono ad una monarchia virtuale, che si è consevata sino ad oggi e cerca di darsi un'organizzazione internazionale, sulle orme dell'antico impero ispanico.
Restando all'Italia, mi chiedo: è questa la proposta politico-culturale della NBQ ai cattolici? Ovvero che dell'Italia dobbiamo cancellare persino il nome dal nostro parlar comune? E che ce ne facciamo di una proposta del genere?
Forse non guasterebbe un esame di coscienza da parte dei "tradizionalisti" della NBQ per ciò che riguarda la loro ideologia.
pp
Purtroppo in Italia è passato mezzo mondo, ognuno col suo castello e racconti di questo o quel nobile signore, racconti onorevoli o vergognosi.Ognuno racconta la sua storia. Sarebbe sufficiente per noi tutti essere cattolici, di nome e di fatto. È tempo di diventar cattolici sul serio, senza farci affascinare da culture altrui dove il più pulito ha la rogna, la quale da tempo ha contagiato anche gran parte della chiesa cattolica.
l'Italia, come sosteneva il lucido e preveggente filosofo Sciacca, è fatta di molte Italie.
L'Italia è fatta di molte Italie? In parte è vero. Ma per i carlisti le supposte "molte Italie" devono diventare "molte Spagne", se così posso dire. La penisola per loro deve ridiventare un terreno da suddividere all'interno di un nuovo impero (ispanico) da restaurare.
Siamo al delirio, provocato evidentemente da un odio inveterato per l'esser italiano, di una sola o di molte Italie non importa.
Ripeto la domanda: perché la NBQ fa propaganda ad un'ideologia di questo tipo, che può solo contribuire ad aumentare la confusione ed il disfacimento spirituali imperanti?
En passant : le "molte Italie", in quanto formazioni statali di vario tipo e forma non sono mai riuscite a riunirsi militarmente in modo da resistere alle invasioni straniere. O forse questo è un dettaglio trascurabile della storia nazionale? E nemmeno ad organizzare una valida difesa a livello nazionale contro la pirateria mussulmana, che ci ha torturato per secoli. I successi erano occasionali, temporanei.
pp
Trincerandosi dietro l'assunto che l'Italia è fatta di molte italie, non si risolve il problema della necessità di un potere statale che, a livello nazionale, sia capace di organizzare queste molte italie in modo da difendersi dai pericoli, che sempre ci sono, esterni (invasioni straniere) ed interni (crimine organizzato, disordini civili).
Il problema non si risolve da solo; non lo risolve la constata,zione (peraltro controversa) dell'esistenza di molte Italie, usata oggi come se fosse una bacchetta magica che sistema tutte le cose per il meglio.
Le molte Italie sono quelle dei dialetti, ma non esiste una cultura italiana in lingua italiana, la cui forza unificante è stata storicamente sempre operante? DAnte non ha mica scritto in dialetto toscano.
pp
Bravo!
Il problema, oggi più di settant'anni fa (di Sciacca è stato ricordato in questi giorni il cinquantesimo anniversario della morte), è quale Italia e quale Europa si vuole.
Da trent'anni almeno abbiamo un'Italia politicamente decotta, condizionata, come l'Europa del resto, dai poteri forti, tecnofinanziari, e da una anomala ipertrofia di uno dei tre poteri. Sciacca aveva già colto ai suoi tempi le problematiche della dipendenza dalla tecnica associata al barbaro laicismo. Veneziani lo ha ricordato due giorni fa con uno scritto molto lucido.
"Quale Italia o quale Europa si vuole..."
Qui si stava discutendo dell'Italia come la vedono i carlisti o neo-carlisti che dir si voglia. Una cosa è certa: sia loro che gli austriacanti alla de Mattei (tutti nostalgici degli Asburgo e Borbone) non vogliono un'Italia unita. Per loro, l'Italia è solo una penisola destinata a far parte di un impero non nazionale ma straniero. Questo sarebbe il suo destino. A loro la suddivisione regionalistica dell'Italia attuale, che riporta in primo piano l'Italia dei dialetti e ci ripropone il deleterio particolarsimo italico di un tempo, va perfettamente bene, in quanto prodromica ad una futura, mitica restaurazione di un potere cattolico sovranazionale ossia non italiano ed anzi persino antiitaliano.
Su questa base non si può costruire nulla, evidentemente; nulla di postivo per l'Italia.
E questo sarebbe il contributo di un pensiero cattolico "tradizionalista" utile a risolvere la presente crisi di valori? Il ritorno ad un passato defunto e sepolto, esorcizzato a nuova vita attraverso i giochi di prestigio del mito?
pp
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