Peregrinatio Summorum Pontificum 2022

lunedì 28 settembre 2026

L’intervista di “LifeSiteNews” a monsignor Viganò / 3. Sede e Sedente : tra sedevacantismo e papolatria

Terza parte dell’intervista di Gaetano Masciullo su Lifesitenews a monsignor Carlo Maria Viganò. Qui l'indice degli interventi precedenti e correlati. Prima parte qui; Seconda parte qui.
L’intervista di “LifeSiteNews” a monsignor Viganò / 3. Sede e Sedente : tra sedevacantismo e papolatria

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Più volte lei ha riferito di aver chiesto inutilmente a Leone XIV un chiarimento teologico. Come interpreta il fatto che un Papa che insiste tanto sul dialogo, sulla riconciliazione e sull’ascolto sia disposto a incontrare interlocutori assai lontani dalla dottrina cattolica (penso a James Martin o allo pseudo-arcivescovo di Canterbury), ma non sembri disposto ad aprire un confronto con un arcivescovo che gli chiede pubblicamente ragione di questioni teologiche fondamentali?

Lo interpreto come la prova più chiara di ciò che sostengo ormai da diversi anni. Il dialogo della chiesa sinodale non è dialogo: è un dispositivo selettivo. Si dialoga con chi non crede, perché con chi non crede non c’è nulla da difendere; non si dialoga con chi crede, perché chi crede pone domande alle quali non si vuole rispondere. L’udienza che mi era stata accordata fu cancellata senza spiegazioni; negli stessi giorni una “arcivescovessa” anglicana veniva ricevuta con onori e impartiva la sua benedizione presso la Tomba di San Pietro. La sequenza dei fatti è più eloquente di qualsiasi commento.

Ho scritto a Leone tre cose semplici: gli ho chiesto un’udienza; gli ho chiesto di ravvedersi e di confermarmi nella Fede, come Cristo ha comandato a Pietro; e gli ho chiesto di dirmi in che cosa contraddico il Depositum Fidei, perché glielo avrei mostrato punto per punto, e gli avrei detto come intendo continuare. Non ho ricevuto alcun cenno di risposta. E la ragione non è la distrazione né il troppo lavoro: è che rispondere gli sarebbe costato dire che cosa la chiesa sinodale crede, e dunque confessare in che cosa essa differisce da ciò che la Chiesa Cattolica ha sempre creduto. Il silenzio gli serve a conservare l’ambiguità; la scomunica lo dispensa dal confutare. Ma il silenzio è esso stesso una risposta, e la più eloquente. Un papa che riceve James Martin e non riceve un Arcivescovo che gli chiede di essere confermato nella Fede ha già detto da quale parte sta.

Le si obietta che separare l’istituzione dalla persona del Successore di Pietro produce un Papato astratto, disincarnato — quasi un nestorianesimo ecclesiologico — e che il principio «Prima Sedes a nemine judicatur» vieta ai fedeli di giudicare il Pontefice. Che cosa risponde?

Rispondo che l’accusa è teologicamente rovesciata. Nestorio divise ciò che in Cristo è unito ipostaticamente, cioè nella Persona stessa del Verbo: divisione impossibile, perché quell’unione è sostanziale e indissolubile. Ma l’unione di un uomo con l’ufficio papale non è ipostatica: è giuridica e morale. Il Papa non è Cristo: ne è il Vicario — e il termine stesso di Vicarius Christi racchiude la distinzione che mi si contesta, giacché vicario è per definizione colui che non si identifica con Colui di cui fa le veci. Il Conclave non muta la natura di un uomo: gli affida un ufficio. Chi entra in Cappella Sistina e chi ne esce è il medesimo uomo, con la stessa anima da salvare e gli stessi peccati da emendare; ciò che gli si aggiunge è la potestà, non una seconda natura. La grazia di stato lo assiste, non lo trasfigura, e come ogni grazia può essere accolta o respinta. Se dunque qualcuno commette qui un errore cristologico, non è chi distingue ciò che è distinto: è chi fonde la persona e l’ufficio in una sola sostanza, come i monofisiti fondevano le due nature. Il nome di quell’errore lo conosciamo, e non è nestorianesimo: è papolatria.

Del resto questa distinzione non l’ho inventata io, e nemmeno i tradizionalisti: l’ha fatta la Santa Chiesa, e con parole che converrebbe rileggere. Quando il Concilio Costantinopolitano III anatematizzò Onorio I, e Papa Leone II ne confermò la condanna, la formula adoperata fu che egli hanc apostolicam sedem non apostolicæ traditionis doctrina lustravit — non illuminò questa Sede Apostolica con la dottrina della tradizione apostolica. Si pesi ogni parola: vi è una Sede, che ha una sua dottrina e una sua luce; e vi è un uomo che a quella Sede doveva servire e non servì. Il rimprovero non è alla Sede: è al sedente, e gli è mosso in nome della Sede. Ecco la distinzione che oggi mi si rimprovera di fare, formulata da un Pontefice nell’atto di ratificare un Concilio ecumenico.

E si consideri ciò che ne segue. La condanna colpì Onorio, non la Chiesa Romana; nessuno disse che la Sede di Pietro avesse errato. Se il sedente e la Sede fossero una cosa sola, condannare l’uno avrebbe significato condannare l’altra, e l’indefettibilità della Chiesa Romana sarebbe caduta in quel medesimo istante. Che la Chiesa abbia potuto condannare un Papa senza crollare è la prova, e non l’eccezione, di ciò che sostengo.

Aggiungo, per completezza, che Onorio non fu condannato per aver definito un’eresia, ma per non aver spento l’incendio che aveva il dovere di spegnere; e che la sentenza venne dopo la sua morte, da un Concilio e da un Papa, non da privati. Ma è appunto questo a rendere l’esempio più forte, non più debole: mostra che l’ufficio ha resistito al fallimento della persona, che il Depositum non fu intaccato dalla negligenza di chi doveva custodirlo, e che la Sede rimase salda anche quando il sedente non lo fu.

Quanto al «Prima Sedes a nemine judicatur», si legga con attenzione il soggetto della proposizione: non è il sedens, è la Sedes. È la Prima Sede a non essere giudicata, e per una ragione precisa: essendo universale l’ufficio che essa esercita, non vi è sulla terra giurisdizione che le sia superiore, e dunque non vi è tribunale che possa sedere sopra di lei. L’immunità è ratione Sedis, non ratione personæ: protegge l’ufficio, non l’uomo che lo occupa. Applicarla al sedente anziché alla Sede significa commettere esattamente quella confusione fra i due termini che io denuncio — sicché l’argomento che mi si oppone è, a ben guardare, la conferma migliore della mia tesi.

Che il sedente sia invece sempre stato soggetto a possibile giudizio lo dice la storia, e prima ancora lo dice la Sacra Scrittura. Non si tratta di un aneddoto tramandato dagli uomini: è lo Spirito Santo che ha voluto fissare nel Canone ispirato la scena di Antiochia. Cum autem venisset Cephas Antiochiam, in faciem ei restiti, quia reprehensibilis erat; e poco oltre: dixi Cephæ coram omnibus (Gal 2, 11 e 14). Paolo riprende Pietro, e lo riprende davanti a tutti, in assemblea. Se il sedente fosse sottratto ad ogni giudizio, quella pagina non sarebbe stata scritta, o sarebbe stata scritta perché la si dimenticasse: invece è Parola di Dio, e la Chiesa la legge da venti secoli. Sant’Agostino ne trasse la conclusione che San Tommaso d’Aquino fa propria: ipse Petrus exemplum majoribus præbuit ut, sicubi forte rectum tramitem reliquissent, non dedignentur etiam a posterioribus corrigi — Pietro stesso diede ai superiori l’esempio di non sdegnare d’essere corretti anche dagli inferiori, qualora avessero abbandonato la retta via (S. Th., II-II, q. 33, a. 4, ad 2). E l’Aquinate aggiunge la regola che governa precisamente il nostro caso: ubi immineret periculum fidei, etiam publice essent prælati a subditis arguendi — dove incomba il pericolo per la fede, i prelati devono essere ripresi dai sudditi anche pubblicamente.

Ecco perché chi oggi applica la misura della Tradizione non giudica il Papa: giudica la conformità di una dottrina al Depositum. Se così non fosse, la Tradizione cesserebbe di essere criterio, il quod semper, quod ubique, quod ab omnibus diverrebbe lettera morta, e San Paolo avrebbe scritto invano che neppure un angelo dal cielo può annunciare un altro vangelo.

Il Papato astratto – mi consenta – è il loro. È quello di chi lo definisce a partire da chi lo occupa, e lo lascia riempire di qualunque contenuto la persona vi versi. Il mio è concreto: Tu es Petrus, confirma fratres tuos, pasce oves meas. L’ufficio ha un contenuto determinato, e proprio perché lo ha, si può constatare quando chi lo ricopre non vi adempie.

Molti Suoi critici sostengono che la distinzione tra il Papato e la persona del Papa, portata alle conseguenze che Lei ne trae, conduca inevitabilmente al sedevacantismo: se il Papa è il primo nemico del Papato, in che senso è ancora Papa? Come risponde a chi Le dice che la Sua posizione è sedevacantista senza avere il coraggio di dichiararsi tale?

Rispondo che il sedevacantismo e la papolatria sono due errori speculari, nati dalla medesima premessa: che la persona e l’ufficio coincidano. Il papolatra dice: poiché costui è Papa, tutto ciò che fa è buono. Il sedevacantista dice: poiché ciò che fa non è buono, costui non è Papa. Entrambi partono dall’identificazione che io contesto, e per questo entrambi si trovano disarmati davanti alla realtà. Io dico invece la sola cosa che i fatti consentono: che l’ufficio è di Cristo, che chi lo occupa oggi lo occupa realmente, ma che lo esercita contro il fine per cui esiste.

Che un Pontefice possa venir meno al proprio mandato non è tesi mia: la questione del Papa hæreticus è stata dibattuta per secoli dai teologi più autorevoli, e la Chiesa non l’ha mai risolta con una definizione. San Roberto Bellarmino ne enumerò le opinioni senza chiuderle, e diede ai fedeli la regola pratica che a me basta: sicut licet resistere Pontifici invadenti corpus, ita licet resistere invadenti animas — come è lecito resistere al Pontefice che assale il corpo, così è lecito resistergli quando assale le anime. Resistere: non deporre.

Perché il punto è precisamente questo. Deporre un Papa, o dichiarare vacante la Sede, è un atto di giurisdizione, e nessun privato — Vescovo o laico che sia — possiede la giurisdizione per compierlo. Chi se ne arroga il potere commette, in forma rovesciata, lo stesso abuso che rimprovera a Roma: si fa misura di ciò di cui è soltanto custode. E ne subisce la pena: una Chiesa senza Sede visibile, senza possibilità di un Papa futuro per via ordinaria, senza altro criterio che il giudizio privato di chi l’ha dichiarata vacante. È una via che finisce in un vicolo cieco, e l’ho vista chiudersi su troppe anime sincere.

Vi è poi una ragione più umile, e per me decisiva. Io non so quale sia la soluzione ultima di questo mistero, e non ho la presunzione di saperlo: lo scioglieranno un Papa o un Concilio, o Nostro Signore stesso quando vorrà. So però qual è il mio dovere nel frattempo, e non richiede alcuna sentenza. Non spetta a me deporre un Papa: spetta a me non seguirlo nell’errore, e come Pastore ho il dovere di mettere in guardia il gregge del Signore.

Dopo aver denunciato per anni quella che Lei considera una crisi senza precedenti dell’autorità nella Chiesa, e dopo aver affrontato nel suo libro la distinzione tra il Papato come ufficio e la persona del Papa, quale ritiene sia concretamente la via d’uscita? Come può la Chiesa ritrovare l’integrità della Fede, la certezza della dottrina e, soprattutto, una autorità veramente fedele al mandato petrino?

La via d’uscita non la troveremo con espedienti umani, e sarebbe presuntuoso pretendere di disegnarla a tavolino. Ma alcune cose sono certe, perché ce le insegna la storia della Chiesa. La prima è che la crisi finirà quando l’autorità tornerà a fare ciò per cui Cristo l’ha istituita: un Papa che, con un atto solenne, condanni gli errori del Concilio e del post-concilio, restituisca alla Chiesa la sua liturgia, ristabilisca la disciplina, e sconfessi la sinodalità come corpo estraneo alla costituzione divina della Chiesa. Umanamente parlando non si vede oggi come ciò possa accadere, poiché l’intera Gerarchia è corrotta e fra quanti potrebbero compiere quell’atto non ve n’è uno che mostri di volerlo. E tuttavia non è utopia: è ciò che i Papi hanno sempre fatto di fronte alle eresie, e ciò che un giorno sarà fatto, perché portæ inferi non prævalebunt. Che se poi fossimo giunti alla fine, e non vi fosse più un Papa a compierlo, sarà Nostro Signore stesso a compierlo nel Suo ritorno glorioso.

La seconda certezza riguarda noi, nel frattempo. Il nostro compito non è quello di dichiarare vacante la Sede, né di rassegnarci a un’obbedienza che ci farebbe complici. È quello di restare Cattolici: custodire la Fede intatta, celebrare e frequentare la Messa di sempre, formare sacerdoti e Vescovi che non siano contaminati, resistere ai comandi illeciti con la fermezza dei Santi e senza mai perdere la carità. Non è un caso che ovunque sopravviva la Tradizione fioriscano vocazioni, famiglie, giovani: la Chiesa di sempre è viva, e la chiesa sinodale è un cadavere: jam fœtet. Chi resta fedele oggi prepara la restaurazione di domani, come i monaci nei secoli della barbarie.

La terza certezza è soprannaturale, ed è la più importante. Questa crisi è una prova permessa da Dio per purificare la Sua Chiesa, e come tutte le prove passerà.
Il katéchon umano può essere rimosso; ma resta Colei che ha promesso «alla fine il mio Cuore Immacolato trionferà». Preghiamo il Santo Rosario, facciamo penitenza, riparazione, e chiediamo alla Vergine Santissima di ottenerci un Papa che sia davvero Pietro. Il Papato è di Cristo, e Cristo non abbandona ciò che è Suo: gli uomini possono tradirlo, ma non possono distruggerlo. Questa è la ragione per cui non ho mai perso la speranza, e per cui non la perderò. Scio Cui credidi.

3.fine

4 commenti:

tralcio ha detto...

Chi è umile non sfida il prossimo perché lo stima migliore di se’.

Oggi la Chiesa è attraversata da sfide: come la sfida dei tempi. In pratica è attraversata dalla sfiducia.

Gli sfiduciati si rimpallano la sfiducia sfidandosi e a mancare e’ l’umiltà, che è il recipiente della Grazia.

La Chiesa delle sfide non sa più misurare il limite e pone l’asticella sempre più in là, incapace di fidarsi di un compito e di una missione, inseguendo il mondo nella sua voglia di superarsi.

Anche mons. Viganò e noi che tendenzialmente lo apprezziamo siamo dentro questa dinamica sfidante, ponendo sfide e dunque sfiduciando. Non è da umili.

Invece la virtù cresce quando, dentro il nostro limite creaturale, la Grazia agisce non su anime che si commiserano ritenendosi da poco, ma che penitenti riconoscono il peccato e lo combattono (dentro prima che fuori) crescendo nella virtù, cioè nel valore che abbiamo agli occhi di Dio che ci riempie di doni.

La virtù più alta è la carità, in cima alla scala, che tutto sopporta e tutto spera, fidandosi di Dio e vivendo davvero la remissione dei peccati al peccatore (ricevuta e data).

L’umiltà della serva e l’agire misericordia e tipicamente mariano, di Colei che è piena di grazia.

Non è facile: la Madonna non ha mai sfidato nessuno, però c’era col Fiat a Nazaret, c’era a Betlemme, c’era sotto la croce e c’era a Pentecoste…

Dobbiamo essere più mariani, tutti.
Più umili, più capaci di non sfidare, più attenti alla carità, perché la verità sta li’, nella santità e non nella “ragione”, che è un movimento potenzialmente superbo.

Il Logos è amore, non l’arringa vincente di Perry Mason. Maria è nostra avvocata nell’umiltà con la sua dulcedo di Regina del Cielo.

Dobbiamo uscire dall’essere sfidanti. La Chiesa (s)caduta nelle sfide del mondo e’ poco caritatevole e ha smarrito la verità inseguendo ragioni… ma chi la sfida cade nello stesso tranello… c’è un nemico comune, molti astuto.

L’umiltà schiaccerà il suo capo con il calcagno: nel massimo della carità, nel massimo della virtù che si riempie di Grazia e non di ragioni e anche del rifiuto di certi passaggi storici riguardanti chi non ci sta simpatici.

Wisteria ha detto...

Mons. Viganò dice troppe verità per meritare che gli si facciano prediche sulla virtù dell'umiltà .
Personalmente - nonché umilmente io cerco di seguire i suoi precetti: Messa in latino, resistenza ai cattivi maestri epreghiera.

Anonimo ha detto...

Vedi Wisteria, la mia non è una predica.
Però anche Mons. Viganò abbisogna di umiltà e noi più di lui.
La risposta di chi sa già come si fa è sfidante.
I precetti non sono di Mons. Viganò ma della Chiesa che è ancora la sposa di Cristo anche dopo il 1962. E' qui che caschiamo tutti quanti, a volte ragliando.
Poi ci sono gli umili operai della vigna che devono essere disprezzati, nè più nè meno di chi ha estirpato la vigna.
Beh, almeno vedere che c'è qualcosa di strano non guasterebbe.

Anonimo ha detto...

Paolo ha "sfidato" Pietro a viso aperto. Eppure era umile, eppure era il primo papa ...

Sig. Tralcio, lei scrive ottime meditazioni, edificanti.
Ma...
Sia umile e lasci a chi conosce dal di dentro le cose di illuminare le coscienze.