Peregrinatio Summorum Pontificum 2022

lunedì 5 ottobre 2026

San Francesco d’Assisi secondo Chesterton / Il Poverello che il mondo non riesce a sopportare

Ringrazio Andrea Mondinelli per questo suo lavoro, col quale ricordiamo San Francesco d'Assisi.

San Francesco d’Assisi secondo Chesterton
Il Poverello che il mondo non riesce a sopportare

C’è una vendetta sottile che il mondo moderno compie sui santi che ammira: li addomestica. Li svuota di tutto ciò che li ha resi scomodi, pericolosi, scandalosi ai loro contemporanei, e ne restituisce una copia sbiadita, adatta ad arredare calendari e buoni sentimenti. Con nessuno questa operazione è riuscita meglio che con san Francesco. Il Poverello di Assisi è diventato il patrono degli animaletti, il cantore bucolico della natura, il precursore dell’ecologismo, il santo dei bambini e dei presepi. Tutto vero e tutto falso: vero nei dettagli, falso nell’essenziale. G.K. Chesterton, che di san Francesco scrisse nel 1923 uno dei libri più acuti del Novecento, aveva già visto chiaramente questa trappola e la smontava con la lucidità del convertito, ovvero di chi conosce il valore di ciò che ha trovato perché sa bene ciò da cui viene.

IL PROBLEMA DI SAN FRANCESCO
Chesterton apre il suo libro con una provocazione: ci sono tre modi di scrivere di san Francesco. Il primo è presentarlo come un precursore laico, un umanista ante litteram, un amico degli animali e dei poveri la cui fede fu un incidente biografico, un limite del suo tempo da cui si sarebbe liberato se fosse nato due secoli dopo. Il secondo è scriverne in modo puramente devoto, comprensibile solo a chi già condivide la sua vocazione. Il terzo, il più difficile, quello scelto da Chesterton è partire da ciò che l’uomo moderno già ammira in san Francesco per condurlo a capire ciò che non capisce ancora: ovvero che le cose che lo affascinano e le cose che lo scandalizzano sono inseparabili, perché nascono dalla stessa radice.

Il punto è preciso: chi taglia via da Francesco l’ascesi, i digiuni, la flagellazione, le stimmate, il «fratello Asino» con cui chiamava il suo corpo trattandolo con durezza sistematica, non lo semplifica ma lo distrugge. Rimane una maschera sorprendente a cui mancano le ossa. Come osserva Chesterton con ironia tagliente, liquidare la Verna e le stimmate come un’appendice infelice alla bella storia di san Francesco è esattamente come liquidare il Calvario come un finale sfortunato alla bella storia di Gesù. Sono precisamente quei culmini che danno senso alla storia; toglierli significa non aver capito che storia fosse.

NON UN RIFORMATORE: UN INNAMORATO
La chiave interpretativa che Chesterton propone è di una semplicità disarmante, e proprio per questo è stata sistematicamente ignorata: Francesco era un innamorato. Non un riformatore sociale, non un precursore del francescanesimo come movimento politico, non un poeta della natura nel senso romantico. Era un trovatore, nel senso medievale pieno del termine, e il suo amore era Cristo. Tutto il resto (la povertà sposata come una donna, le notti di preghiera nel gelo, l’abbraccio al lebbroso, la spogliazione davanti al vescovo) sono gli atti di un uomo innamorato, non di un filantropo o di un riformatore.

Questa distinzione non è retorica: è la differenza tra capire il poverello d’Assisi e non capirlo. Un uomo non si rotola nella neve per «una corrente di tendenza per cui tutte le cose adempiono la legge del loro essere», nota Chesterton. Non digiunerà in nome di qualcosa che non è una persona. Ma fará tutte queste cose quando è innamorato. "Ditela come la storia di un trovatore e le cose selvagge che farebbe per la sua donna, e tutto il rompicapo moderno svanisce". San Francesco non amava l’umanità in astratto: amava gli uomini concreti, e soprattutto, dettaglio che affiora di continuo in Chesterton, quelli che tutti disprezzavano. Amava il lebbroso, il prigioniero con cui nessuno voleva stare, il mendicante imbarazzante. Non amava il concetto di povero: amava i poveri.

IL GIULLARE DI DIO
Quando san Francesco chiamava i suoi frati Jongleurs de Dieu, i Giullari di Dio, non stava usando una metafora decorativa. Stava descrivendo una precisa esperienza spirituale. Il giullare era colui che faceva le capriole, che stava a testa in giù: e Chesterton vede in questa immagine la chiave della sua conversione. Il mondo al rovescio, visto a testa in giù coi piedi piantati nel Cielo, si vede dal verso giusto. Chi ha capito che tutto dipende da Dio, che la realtà è un dono gratuito sospeso al nulla della grazia divina, vede ogni cosa (un fiore, un lupo, le stelle, il fuoco, la morte) in una luce completamente nuova.

La conversione di Francesco fu precisamente questo capovolgimento. Non una crescita lineare, non un miglioramento progressivo: una rivoluzione interiore totale, una specie di capriola spirituale. L’uomo che entrò nella caverna non fu lo stesso che ne uscì. Egli era sceso fino in fondo — la prigione di Perugia, la malattia, il fallimento militare, il conflitto col padre, il ridicolo pubblico — e quando toccò il fondo vide la parola «pazzo» scritta davanti a sé in lettere luminose, e quella parola cominciò a brillare. Uscì dalla caverna portando quella parola come un pennacchio sul cappello, come il titolo di corte del Re del Paradiso. Era diventato il pazzo di Dio.

LA SPOGLIAZIONE: IL GESTO CHE IL MONDO NON PERDONA
Il momento più drammatico e più rivelatore della vita di San Francesco non sono le stimmate né il Cantico delle Creature. È la scena davanti al vescovo di Assisi, quando si strappò di dosso ogni indumento e li restituì al padre insieme al denaro, dicendo: «Finora ho chiamato Pietro Bernardone mio padre; ma ora sono il servo di Dio». E andò fuori nella neve, a metà nudo nel cilicio invernale, verso i boschi gelati, cantando in francese. Cantando!

Questo gesto è ciò che il mondo non riesce a metabolizzare, allora come oggi. Non la gentilezza con gli animali, non la poesia del Cantico: quello lo trovano bello. Ma la spogliazione è uno scandalo autentico, perché è la negazione radicale di tutto ciò su cui il mondo riposa: la proprietà, la famiglia, la reputazione sociale, la sicurezza economica. San Francesco non riformò questi valori: li abbandonò, letteralmente gettandoli per terra. E lo fece con la stessa impetuosità con cui prima aveva inseguito il mendicante attraverso le strade del mercato: perché era così, Francesco. Era un uomo di azione prima ancora che di contemplazione, un uomo che non aveva mai avuto paura delle proprie promesse per quanto grandi fossero.

Chesterton annota con acutezza che, visto dall’esterno, questo gesto sembrava semplicemente la pazzia di un giovane delinquente: aveva rubato dal padre, si era messo contro le autorità, aveva gettato via i vestiti in pubblico, e ora vagava nei boschi in inverno a cantare in una lingua straniera. "Quella è la scena che san Francesco doveva presentare a moltissimi dei suoi vicini e amici". E tuttavia, in quel costume improvvisato — la ruvida tunica del contadino, la corda trovata per terra al posto della cintura — sarebbe vissuto il movimento che avrebbe cambiato l’Europa. Cento anni dopo, il grande Dante chiese di essere sepolto con quell’abito improvvisato.

IL SAN FRANCESCO CHE SCOMODA, NON QUELLO CHE CONSOLA
Nel capitolo I due frati del suo libro su san Tommaso, Chesterton torna su san Francesco in un confronto folgorante col gigante domenicano. Il contrasto fisico è comico nella sua evidenza: Francesco esile e veloce come una freccia, sempre in corsa, sempre che si lancia verso il mendicante, verso il sultano, verso il fuoco; Tommaso enorme e placido come un bue, lento, schivo, assorto. Eppure, nota Chesterton, "facevano la stessa cosa: uno nel mondo della mente, l’altro nel mondo mondano". Entrambi stavano riportando Cristo nella storia: san Tommaso con la ragione, san Francesco con la strada.

Ma la cosa più importante che Chesterton dice in quel capitolo è questa: entrambi erano incompresi. Il mondo di oggi rischia di trasformare san Francesco in un ecologista ante litteram o farne un militante della povertà strutturale. In entrambi i casi, l’operazione è identica: si prende ciò che piace di lui e si taglia via il resto. Ma quel resto è il cuore. Il poverello d’Assisi non amava la natura come natura: la amava come creatura, cioè come dono gratuito di un Padre. San Francesco non combatteva la povertà come ingiustizia sociale: sposava la Povertà come una donna, e lo faceva con una gioia che nessuna ideologia potrebbe mai spiegare.

Chesterton ha una frase definitiva al riguardo, nel libro su Tommaso: «San Francesco era contento di chiamarsi il Trovatore di Dio; ma non era contento del Dio dei Trovatori». Usò la forma e il linguaggio del trovatore — la poesia, il viaggio, il servizio alla dama — ma la riempì di un contenuto che capovolge tutto: la dama era la Povertà, la corte era il Paradiso, e il trovatore era il servo di un Signore che aveva già fatto per lui qualcosa di infinitamente più grande di qualunque impresa cavalleresca.

IL SANTO CHE IL NOSTRO TEMPO HA BISOGNO DI VEDERE
Chesterton ha una teoria sul perché ogni generazione viene convertita dal santo che le è più contrario. Il santo è una medicina proprio perché è un antidoto: corregge ciò che l’epoca ha esagerato o dimenticato. Il Novecento romantico aveva scoperto san Francesco perché aveva dimenticato la grazia e la tenerezza, ma forse c’è un terzo aspetto di cui il nostro tempo ha bisogno e che non riesce a comprendere: la radicalità.

Il mondo contemporaneo è capace di ammirare la povertà volontaria come scelta etica o come stile di vita sostenibile. Non è capace di capire la povertà come gioia. Può rispettare l’ascesi come disciplina personale. Non può capire l’ascesi come passione, come qualcosa di positivo, come il san Francesco di Chesterton che «divorava il digiuno come un uomo divora il cibo». Può apprezzare l’amore per i poveri come impegno civile. Non riesce a capire che il Padre Serafico amasse davvero, personalmente, singolarmente, quel lebbroso specifico incontrato su quella strada, con la stessa improvvisa tenerezza con cui si ama una persona cara. E non riesce a capirlo perché quell’amore era Carità soprannaturale: nasceva da altrove, da quella rivoluzione interiore nella caverna buia, da quel capovolgimento che aveva reso il mondo nuovo.

Il vero san Francesco, quello così bene tratteggiato da Chesterton, è dunque uno scandalo attivo, non una decorazione passiva. È il giovane che corre attraverso il mercato di Assisi per raggiungere il mendicante che ha mancato. È l’uomo che abbraccia il lebbroso e poi, guardandosi indietro, non lo vede più sulla strada. È il folle che si spoglia davanti al vescovo e va a cantare nel bosco innevato. È il trovatore che portò Dio nel fango delle strade medievali, non perché Dio ne avesse bisogno, ma perché di Dio era talmente innamorato da non riuscire a starsene fermo.

Questo san Francesco non consola: interpella. Non si lascia appendere ai muri: fende l'aria come una freccia. San Francesco è una freccia: chi non ha il dono della fede può vederlo solo quando è ancora nell'arco — il giovane poeta, il sognatore di gloria. La saetta in volo — come le lingue del fuoco — non si riesce a inquadrare, e senza la fede teologale il bersaglio non può che essere frainteso. Chesterton lo sapeva bene, e nel 1923 scrisse il suo libro esattamente per questo: non per aggiungere un ritratto a una galleria di santi, ma per restituire a un santo la sua vera faccia, così somigliante al Salvatore da essere appellato alter Christus , pur non essendo sacerdote. Quel volto brucia ancora, otto secoli dopo. E il fatto che continuiamo ad addolcirlo è forse la prova più eloquente che san Francesco aveva ragione.
Andrea Mondinelli

LETTURE. Per approfondire: G.K. Chesterton, San Francesco d’Assisi, Morcelliana; G.K. Chesterton, San Tommaso d’Aquino, Morcelliana. Entrambi disponibili anche in edizioni economiche.

6 commenti:

Anonimo ha detto...

Basti pensare all'incontro di San Francesco col Sultano: il santo, che voleva convertirlo al cristianesimo in quanto unica vera religione, è presentato come modello del dialogo religioso stile postconcilio, che non mira più a convertire!!

Don Alberto Secci ha detto...

Omelia.XIX Domenica dopo Pentecoste
Francesco di Cristo

https://youtu.be/qZTCIy34l1c?is=HV6YBzvrvzYBfjvu

Anonimo ha detto...

Vorrei capire cosa sia rimasto nella nostra epoca del francescanesimo.

Anonimo ha detto...

SAN FRANCESCO, NON È "FRANCESCO"!

San Francesco d’Assisi è una delle figure (spesso volutamente e in malafede) più fraintese della storia.
La cultura contemporanea tende a descriverlo come un ecologista no-profit, un pacifista adogmatico o un ribelle in lotta contro le strutture della Chiesa, ma le fonti storiche e i suoi stessi scritti autografi raccontano ben altra storia.
Questi documenti ci restituiscono infatti l'immagine autentica di un asceta radicalmente cattolico, innamorato dell'Eucaristia e visceralmente fedele a Roma.
​A partire dal celebre Cantico delle Creature, San Francesco non adora la natura fine a se stessa e non propone una visione ecologista immanente, ma loda Dio attraverso la bellezza del creato.
Il testo non è un manifesto ambientalista, bensì un accorato richiamo alla penitenza e alla salvezza dell'anima, che culmina con un severo monito sulla tragica realtà del peccato mortale e della dannazione eterna.
​Anche il suo famoso viaggio a Damietta nel 1219 e l'incontro con il Sultano Al-Kamil vengono oggi spesso distorti come un primo esempio di dialogo interreligioso adogmatico.
Le testimonianze dell'epoca raccontano invece che San Francesco affrontò quella missione spinto da un profondo ardore evangelizzatore e dal desiderio del martirio, annunciando la Trinità e proponendo la conversione a Cristo, senza scendere a compromessi sincretisti.
​Infine, la sua scelta di povertà non fu mai pauperismo ideologico e tanto meno liturgico!
San Francesco fu chiarissimo nel ribadire che la povertà finisce ai piedi dell'Altare: se per la vita dei frati pretendeva infatti l'assoluta spogliazione, per il culto divino esigeva, al contrario, la massima dignità! Calici preziosi, corporali finissimi e la cura decorosa di tutto ciò che entrava in contatto con il Corpo e il Sangue di Cristo erano la regola!
Diversamente dai movimenti ereticali del suo tempo, San Francesco visse la povertà come un atto ascetico personale di conformazione al Crocifisso, accompagnato da una venerazione totale verso i sacerdoti e verso il potere sacramentale che essi custodivano.
​Questa eredità spirituale così esigente e verace ha trovato nel corso dei secoli altissimi testimoni.
Tra i suoi eredi, il più degno e quello che più di tutti ha saputo interpretarne la regola e lo spirito autentico del francescanesimo è stato, senza dubbio , Padre Pio da Pietrelcina: un frate stigmatizzato, profondamente legato alla tradizione cattolica, nemico di ogni deriva modernista, interamente speso tra il confessionale, la preghiera e il Santo Sacrificio della Messa.
​Ridurre la figura di San Francesco a un'icona secolare e politicamente corretta significa spogliarlo della sua reale identità e strumentalizzarlo contro Dio stesso.
Il Poverello di Assisi fu prima di tutto, un penitente radicale, un uomo del suo tempo la cui intera esistenza fu unicamente rivolta al Vangelo, alla Messa e alla salvezza eterna delle anime.
SANCTE FRANCISCE ASSISIENSIS, ORA PRO NOBIS.
G.Morcellini

Anonimo ha detto...

Squallide "aule liturgiche", camicioni di terital con cerniera, casule di terital, "preti" trasandati (finti, poiché i riti riformati sono invalidi), falso amore per la povertà. Ecco quel che è rimasto del francescanesimo: il suo totale STRAVOLGIMENTO.

Anonimo ha detto...

Oggi, 4 ottobre, celebriamo san Francesco d’Assisi. Quest’anno, mentre l’Italia ricorda gli ottocento anni della sua morte, mi domando che cosa possa dire la sua vita all’uomo di oggi: a noi che abbiamo mille modi per comunicare e spesso nessuno a cui confidare davvero come stiamo; che possiamo vedere ciò che accade dall’altra parte del mondo, ma fatichiamo ad accorgerci del dolore di chi vive accanto a noi. Ottocento anni ci separano da San Francesco, eppure alcune delle nostre povertà sembrano ancora aspettare il suo sguardo.

Mi colpisce pensare a quanta energia spendiamo per dimostrare di essere qualcuno. Dobbiamo essere capaci, desiderati, aggiornati, sempre all’altezza. Persino la felicità, a volte, diventa qualcosa da mostrare prima ancora di averla sentita. Poi arriva la sera, si spegne lo schermo e rimaniamo con quella parte di noi che nessuno vede. È lì che sento vicina la testimonianza di San Francesco: nella libertà di presentarsi davanti a Dio senza dover impressionare nessuno. Quanto abbiamo bisogno di riscoprire che il nostro valore rimane intatto anche quando non abbiamo risultati da esibire, quando siamo stanchi, quando la nostra vita ha preso una strada che non sappiamo ancora spiegare.

San Francesco ha preso sul serio Gesù fino a lasciare che il Vangelo cambiasse il suo modo di vivere. Questo mi interroga profondamente, perché oggi rischiamo di riservare a Dio un piccolo spazio tra i nostri impegni, chiedendogli di aiutarci senza permettergli davvero di orientarci. Ascoltiamo la sua Parola, poi torniamo alle nostre abitudini. La vita di San Francesco ci invita a fermarci su una domanda concreta: che cosa cambia, nelle mie scelte, perché credo in Cristo? Come parlo a chi dipende da me? Che cosa faccio davanti a una sofferenza che potrei facilmente ignorare? A che cosa sono disposto a rinunciare perché un altro possa stare meglio?

Anche la sua tenerezza verso il creato ha qualcosa da insegnare al nostro tempo. Viviamo circondati da cose che consumiamo, sostituiamo, dimentichiamo; questa fretta può entrare persino nei rapporti umani. Possiamo abituarci a cercare negli altri soprattutto ciò che ci serve. San Francesco ci educa a uno sguardo capace di fermarsi: davanti a una creatura, a un volto, a una fragilità. Uno sguardo che riconosce un dono ricevuto da Dio e sente la responsabilità di averne cura. Penso a quanto bene farebbe questa attenzione nelle nostre famiglie, dove talvolta sappiamo tutto di ciò che succede fuori e così poco di ciò che sta accadendo nel cuore di chi ci siede accanto.

Per questo vorrei che il centenario fosse, per l’Italia, anche un’occasione di esame di coscienza. In una terra che custodisce tante tracce di santità, ogni generazione è chiamata a dare una risposta propria al Vangelo. Il nome di San Francesco, i suoi luoghi, la sua festa possono aiutarci a ritrovare il desiderio di pregare, il rispetto per la vita, il coraggio di una fede vissuta anche quando costa. Mi piacerebbe che, tra le tante celebrazioni, ci fosse spazio per quel silenzio nel quale ciascuno possa chiedersi: «Signore, da dove vuoi che ricominci?»

Oggi chiedo a san Francesco di pregare per noi, uomini e donne di questo tempo, così raggiungibili e talvolta così soli. Per chi misura il proprio valore attraverso gli occhi degli altri; per chi ha riempito le giornate e ha perso il contatto con la propria anima; per chi desidera tornare a Dio ma teme di non sapere più come fare. Aiutaci a prendere sul serio Gesù, a lasciarci amare e a prenderci cura di ciò che ci affida. Fa’ che, dopo aver guardato per un momento la tua vita, troviamo il coraggio di abitare più profondamente la nostra.
Zarish Imelda Neno