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lunedì 12 ottobre 2026

«Tribunale» islamico a Padova, esposto di Futuro Nazionale in procura. Il fondatore: «È una camera arbitrale come altre in Europa». E invece...

Apprendiamo dal Corriere del Veneto. Ma vi fornisco un quadro completo: le notizie, in qualche modo asettiche dell'informazione mainstream, vanno completate con una nota di Anna Maria Cisint, europarlamentare della Lega e con l'intervista che segue, che mettono in luce le molteplici insidie nascoste. Qui l'indice degli articoli sul filo-islamismo.

«Tribunale» islamico a Padova, esposto di Futuro Nazionale in procura. Il fondatore: «È una camera arbitrale come altre in Europa». E invece...

L'ente privato risolve controversie seguendo i principi della Sharia: denuncia dell'avvocato Minutillo, membro del partito di Vannacci. Insorgono Lega e Fratelli d'Italia: «Tutti devono rispettare solo le leggi italiane»

La definizione corretta è «Camera arbitrale islamica italiana», non è quindi un tribunale ma un ente privato che, si legge nel sito, «fornisce una piattaforma per risolvere controversie civili e commerciali in conformità con i principi della Shari’a, ossia la legge Islamica». Le aziende estere che operano con l’Italia, e che si avviano a creare un qualsiasi contratto, possono indicare la camera arbitrale come «risolutrice delle controversie» prima di avviare una qualsiasi trattativa commerciale. La sede di questa camera arbitrale islamica è a Padova, il fondatore è un avvocato iscritto all’ordine degli avvocati di Padova, Omar Vanin, docente a contratto di Diritto Internazionale all’Università di Padova. La camera arbitrale islamica è stata fondata a marzo, ma pochi giorni fa Francesco Minutillo, avvocato di Forlì, membro dell’assemblea nazionale di Futuro Nazionale, ha presentato un esposto alla procura della Repubblica di Padova. Spiega il legale: «Non sto chiedendo di giudicare una religione, la questione è rigorosamente giuridica. In Italia può esistere un arbitrato privato, anche ispirato a valori religiosi, purché resti nei limiti dell’ordinamento. Ma quando un organismo si presenta come “Giustizia Islamica in Italia”, denomina il proprio organo “Tribunale Sciaraitico”, afferma che gli arbitri sono vincolati ai principi immutabili della Sharia e prevede il diritto italiano per ciò che la Sharia non regola, credo sia doveroso accertare una cosa molto semplice: siamo ancora davanti soltanto a un normale arbitrato privato oppure si sta costruendo un circuito di giustizia parallelo rivolto a una specifica comunità? A questa domanda dovranno rispondere gli accertamenti della Procura

Il Fondatore: «Non può contrastare con l'ordinamento italiano»

Alla denuncia dell’esponente del partito dell’ex generale Roberto Vannacci, sono seguite reazioni indignate della destra, ma a spiegare nel dettaglio che cosa fa una camera arbitrale islamica è lo stesso fondatore, l’avvocato Vanin: «La camera dirime una controversia tra privati, per esempio relativa a un prestito personale non restituito nei tempi previsti o non restituito affatto, può essere decisa da un tribunale oppure, se entrambe le parti sono d’accordo, affidata a soggetti nominati dalle parti, eventualmente secondo lo statuto e il regolamento della Camera arbitrale islamica - spiega il legale - Questi soggetti possono decidere ispirandosi alla Sharia e ai precetti religiosi, nella misura in cui ciò non contrasti con i principi fondamentali dell’ordinamento italiano». E aggiunge: «Se, per esempio, una decisione desse ragione a una parte esclusivamente perché l’altra è una donna, sarebbe una decisione palesemente contraria all’ordinamento italiano. Non potrebbe essere omologata da un tribunale italiano».

Salvini: «Tutti rispettino solo le leggi italiane»

Certo quando si parla di shari’a si evocano comportamenti inconciliabili con la cultura italiana: «È verissimo- spiega l’avvocato ai microfoni di Telenuovo - alcune norme dell’ordinamento sharaidico non sono compatibili, e infatti non trovano cittadinanza in un arbitrato». Quanto alle polemiche e agli esposti l’avvocato aggiunge: «Camere arbitrali come questa ci sono da anni in Inghilterra, Francia, Germania, credo che l’esposto del collega prenda le mosse da un pregiudizio islamofobo e che non si sia compreso veramente fino in fondo di cosa ci occupiamo qui». Della sua fede l’avvocato non vuole parlare: «Sono musulmano, ma qui stiamo parlando di lavoro». Intanto l’onda di polemiche è ben lungi dall’arrestarsi: «In Italia non possono esistere “tribunali islamici” né leggi parallele», dice Matteo Salvini, «tutti devono rispettare solo le leggi italiane», chiude annunciando una visita a Padova. Anna Maria Cisint, europarlamentare della Lega parla di vicenda «gravissima». Andrea Ostellari e Nicola Molteni, sottosegretari della Lega, chiedono «massima attenzione» e accertamenti, ricordando che la giurisdizione deve rispettare Costituzione e ordinamento italiano. Paolo Borchia,capodelegazione della Lega al Parlamento europeo, invoca un «approfondimento serio e puntuale». Il Comune di Padova, con Diego Bonavina, accerta natura e responsabili dell’organismo, parlando di possibile «regolarità istituzionale». Infine Salim El Maoued, vicepresidente regionale della Comunità Islamica in Veneto invita alla riflessione: «Non si tratta di un tribunale religioso, è un organo di conciliazione per controversie commerciali, non strumentalizziamo il caso». E invece... completiamo le informazioni con la nota e l'intervista che seguono
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Così in una nota Anna Maria Cisint, europarlamentare della Lega.

Camera arbitrale islamica, Cisint
: "Chiediamo la radiazione dall'Ordine dell'Avvocato Vanin" “Abbiamo già presentato un esposto alla Procura della Repubblica, che ha permesso l’apertura di un fascicolo contro il tribunale islamico di Padova e ora chiederemo la radiazione dell’avvocato Vanin, suo rappresentante legale, dall’Albo degli avvocati e dai registri degli arbitri.
È inaccettabile che in Italia si applichi la Sharia al posto delle nostre leggi, sovvertendo il nostro ordinamento giuridico. Chiediamo all’avvocato Vanin cosa pensi del ripudio delle mogli, delle spose bambine, della sottomissione delle donne e della poligamia, e quante di queste pratiche siano già state trattate ‘in nome di Allah’ nel suo tribunale parallelo, dove, come si legge nel regolamento, si pretende di ”risolvere le controversie civili e commerciali in conformità con i principi della Shari’a" e dove il diritto italiano si applica solo ed esclusivamente alle situazioni non regolate dalla Sharia.
Una sovversione e un ribaltamento delle nostre regole civili e del nostro ordinamento giuridico, inaccettabile, illegale e incostituzionale.
Gravissimo anche che Vanin insegni in un’università statale. Chi pretende di cancellare le leggi dello Stato e sostituirle con quelle della Sharia non può insegnare ed esercitare proprio all’interno delle istituzioni italiane”.
Fonte: TgPadova
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Tribunale islamico a Padova, l’imam Pallavicini: “Un azzardo, così si formano comunità chiuse, dei veri e propri ghetti”

Era inevitabile che la proposta di creare una Camera arbitrale islamica a Padova avrebbe sollevato un vespaio. Tuttavia, all’atto pratico, di che si tratta? Lo abbiamo chiesto a Yahya Sergio Yahe Pallavicini, Vicepresidente della Comunità Religiosa Islamica Italiana (Coreis).

Imam Pallavicini, come giudica l’iniziativa?
«In linea generale, ogni impegno che cerchi di superare una situazione di stagnazione e immobilismo può essere positiva. In questo caso, però, prevalgono gli interrogativi. Non è chiaro chi siano i promotori, quale autorevolezza e quali competenze possiedano, né soprattutto che cosa intendano per arbitrato islamico. Per queste ragioni considero l’iniziativa azzardata».

L’amministrazione della giustizia spetta esclusivamente allo Stato. Non è così?
«Certamente. La giustizia è una sola ed è amministrata dallo Stato laico. Dobbiamo evitare la nascita di tribunali paralleli e sistemi giudiziari alternativi, soprattutto quando vengono presentati sotto un’etichetta islamica dai contorni poco chiari. Questo non significa negare che le confessioni religiose possano avere proprie norme interne. Esistono il diritto canonico e i tribunali rabbinici. Una giurisprudenza che regoli aspetti specifici della vita religiosa, senza porsi in alternativa all’ordinamento statale, non rappresenta di per sé un problema. Il rischio nasce quando, in assenza di un interlocutore riconosciuto e affidabile dell’islam italiano, qualcuno si attribuisce autonomamente il ruolo di arbitro di un presunto diritto della sharia».

In Paesi come Regno Unito, Francia e Belgio si discute da tempo dell’esistenza di organismi che applicano la sharia. L’Italia è ancora lontana da questo fenomeno?
«Ci auguriamo di sì. Ed è uno scenario che dobbiamo assolutamente evitare. Ma il problema è a monte. In Italia manca ancora un interlocutore istituzionalmente riconosciuto che possa rappresentare in modo autorevole i musulmani e contribuire all’organizzazione del culto. Questa iniziativa sembra essere una reazione all’immobilismo, ma non si può pensare di colmare un silenzio istituzionale partendo dalla creazione di tribunali islamici dei quali non conosciamo nemmeno le competenze».


Di che cosa dovrebbe occuparsi questo tribunale?
«Bisognerebbe chiederlo ai promotori. Posso soltanto osservare che, nelle altre confessioni, gli organismi religiosi si occupano di aspetti complementari al diritto dello Stato: il matrimonio religioso, le celebrazioni funebri e altre questioni legate all’esercizio del culto. Non si tratta di sistemi alternativi, ma di dimensioni della fede che trovano spazio all’interno di un quadro giuridico riconosciuto e trasparente. Il rapporto tra il rabbinato e lo Stato italiano, così come quello con la Chiesa cattolica e le altre confessioni religiose, si fonda su regole e interlocuzioni definite. È questa la strada da seguire».

Quali rischi si corrono quando iniziative di questo genere nascono senza un riconoscimento istituzionale e senza regole trasparenti?
«Aggravare una situazione già poco chiara. Invece di colmare il vuoto esistente, si finisce per addensare nuove ombre».

In queste zone d’ombra potrebbero svilupparsi anche realtà estremiste, jihadiste o addirittura terroristiche?
«Vedo due rischi distinti. Il primo è la manipolazione dell’islam per costruire una società alternativa, potenzialmente conflittuale con l’ordinamento dello Stato. Il secondo è la formazione di comunità chiuse, di veri e propri ghetti che, pur senza assumere necessariamente atteggiamenti violenti, finiscono per vivere secondo regole separate. È un problema che osserviamo anche nel Regno Unito, dove determinate realtà si sono progressivamente isolate dal resto della società. Vogliamo che i musulmani possano vivere pienamente la propria fede nel rispetto dell’ordinamento giuridico italiano, attraverso un’interlocuzione trasparente e costruttiva con le istituzioni».

Il Parlamento europeo ha approvato una raccomandazione contro l’influenza dell’estremismo islamico e dei Fratelli Musulmani. Come giudica questa posizione? «Condivido la necessità di distinguere tra una rappresentanza religiosa credibile, onesta e pienamente inserita nella società europea e chi, invece, strumentalizza l’identità islamica per costruire una realtà parallela, alternativa e conflittuale. È questo il problema dell’ideologia dei Fratelli Musulmani».
Antonio Picasso - Fonte Il Riformista

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