Peregrinatio Summorum Pontificum 2022

venerdì 25 gennaio 2013

Vaticano II, 50 anni dopo: quale bilancio per la Chiesa? XI Congresso teologico del "Courrier de Rome". Resoconto - parte terza

Riprendo da Riscossa Cristiana:

XI Congresso Teologico del ‘Courrier de Rome’:
“VATICANO II, 50 ANNI DOPO: QUALE BILANCIO PER LA CHIESA?” 
Versailles-Parigi 4-5-6 gennaio 2013

resoconto di Cristina Siccardi
(terza e ultima parte - prima parte - seconda parte)

Dopo il problema del metodo deve essere affrontato il problema dell’azione, ossia della prassi e Turco pone dei quesiti: «La prassi costituisce un criterio, oppure richiede (necessariamente) un criterio? Esiste una prassi neutrale rispetto ai valori? Oppure essa è intimamente congrua o incongrua rispetto ai fini? Il primato spetta alla prassi oppure alla teoresi?».

Il razionalismo moderno presuppone l’atto del cogitare indipendentemente dal suo contenuto. In tal senso da Cartesio ad Hegel (fino al pragmatismo contemporaneo) il pensiero si identifica con la sua attività. L’essere ne costituisce un risultato e non il fondamento. La realtà si muta in effettualità, ovvero in complesso di effetti dell’attività. Questa, nella «corsa alla coerenza» dell’immanentismo moderno, diviene l’attività del tutto (degli effetti), che si identifica con il nulla (delle determinazioni).

«Esemplarmente, per Berkeley l’essere delle cose deriva dall’attività del soggetto percipiente: esse est percipi. Per Kant è attraverso l’attività del conoscente che si costituisce il conosciuto, in quanto fenomeno. Per Hegel, l’Assoluto è soggetto e non è sostanza: si identifica con il suo divenire, ovvero con la sua attività dialettica».

Il primato della prassi, affermato dal marxismo, ed il primato della libertà teorizzato dall’esistenzialismo e dal personalismo costituiscono le coerenti conseguenze delle premesse del razionalismo moderno. Il primato della prassi è il primato dell’attività trasformatrice, del produttivo e, quindi, dell’economico. È il primato dell’attività sulla realtà. È il primato della libertà sulla verità. È il primato dell’efficacia sul valore. Il primato della prassi risolve ogni cosa in un risultato attivo e fa della prassi stessa una categoria autonoma, anzi la categoria delle categorie. Ecco che «attivismo», «prassismo», «pastoralismo» vengono ad assumere nel Vaticano II un’importanza di primo piano.

«L’immanentismo prassistico fa coincidere contraddittoriamente mezzo e fine: nega la strumentalità della prassi per identificarla con la sua stessa misura. Pone la verità in dipendenza della prassi. Fa del valore un risultato della prassi. Fa dell’efficacia il criterio della verità. Come è proprio di ogni forma di pragmatismo, che giudica la verità dal successo, e non viceversa».

Nel pensiero classico, pensiero che si coniuga in ogni tempo e ad ogni stagione, è la retta ragione ad essere misura dell’agire e non viceversa. «Nulla dell’agire può essere sottratto alla valutazione del vero e del bene. Non vi è alcuna forma di agire che sia autonoma rispetto al vero e al bene, neppure quella professionale o quella pastorale».

La terza questione affrontata dal docente di Udine è quella della contemporaneità e della modernità. «Come è possibile leggere in alcuni tra i documenti più rappresentativi del Concilio Vaticano II – ed in tal senso indicativi dell’intenzione e delle premesse soggiacenti – esso intende rivolgersi agli “uomini d’oggi”, presupponendo la consistenza propria di tale nozione. Parimenti, tali testi hanno come sfondo il “mondo contemporaneo”.  Con la pretesa di rappresentare la “condizione dell’uomo nel mondo contemporaneo” e le caratteristiche più rilevanti di quest’ultimo. Fino a giungere ad affermare che “nell’età contemporanea gli esseri umani divengono sempre più consapevoli della propria dignità di persone” .

Ora, proprio la pretesa di individuare sotto il profilo tipologico una fisionomia inconfondibile della contemporaneità, identificata con una rappresentazione antropologica, sociologica e storiologica evidenzia da una parte precisi presupposti teorici e dall’altra pone ineludibili problemi filosofici. Tale impostazione pretende di ridurre l’umano all’antropologico, il sociale al sociologico, lo storico allo storiologico. Presume, cioè, senza argomenti (e senza poterli fornire) di ridurre la realtà (dell’uomo, della società e della storia) alla sua rappresentazione, ottenuta attraverso la tipificazione di generalizzazioni empiriche (quando non si tratti di apriorismi ideologici impliciti)».

La possibilità di fissare la fisionomia dell’uomo contemporaneo sottende la pretesa di conferire realtà autonoma ai caratteri accidentali, considerando così il transeunte come permanente  e l’apparente come per se stesso consistente. La tesi della mutazione antropologica dell’«uomo contemporaneo» sottende obiettivamente la negazione della permanenza della natura umana, quindi della sua universalità. Se tale mutazione fosse reale, la stessa natura umana ne risulterebbe vanificata nella sua consistenza ontologica. «Bisognerebbe derivarne l’incomunicabilità dell’umano, circoscritto come tale alla sua tipizzazione attualizzante, e la relativizzazione dei valori, almeno nella loro congruità (effettuale) con l’ “oggi”».

La contemporaneità non è la misura di se stessa. «Di essa si può ben osservare quanto sant’Agostino notava del tempo: sembra un dato evidente quando non lo si faccia oggetto di riflessione, ma appena ci si chiede che cos’è esso appare assolutamente arduo a definirsi. La contemporaneità, pur sembrando evidente, in realtà non lo è affatto. A rigore solo l’istante è contemporaneo di se stesso. Ma tale contemporaneità, proprio in quanto tale è inafferrabile e perciò indicibile. Anzi, l’istante contemporaneo a se medesimo non è che l’effimero: ciò che non dura e non può durare. Ciò che si dissolve di fronte all’incalzare di un nuovo istante. Ciò che è attuale senza essere permanente, è semplicemente effimero». La profondità del pensiero filosofico di Turco apre squarci di illuminante valore dove si comprende, alla fine, l’inconsistenza dei termini «moderno» e «contemporaneo». Se per «tempo si intende – realisticamente – come durata (di ciò che è soggetto al divenire), il contemporaneo di nulla è criterio. Esso trova la sua misura nell’eterno. L’attuale nell’universale. Il transeunte nel permanente. Lo storico nel tradizionale. Il fluire del tempo è degno di essere riscattato dall’oblio, in ragione dei valori che esso reca in sé, grazie allo scrigno della memoria. Sicché la continuità tra le generazioni attraversa gli avvenimenti. Né il passato né il futuro sono irrigiditi in una fissità che li rende ostili al presente, ma essi sono sempre, in qualche modo, presenti al presente. In esso si raccolgono. A partire da esso il passato si prolunga – attraverso la responsabilità dell’agire – nel futuro. Senza cesure ontologiche, nel bene o nel male di ciò che è deciso ed attuato».

L’essenza della modernità, come ha evidenziato la rigorosa analisi di Cornelio Fabro, è costituita dal principio d’immanenza. E proprio sul pensiero e sul mondo moderno il Concilio Vaticano II ha voluto fare i conti, conti che si sono dimostrati spesso effimeri proprio a causa della fugacità del concetto di modernità. Fabro ha rilevato che «il pensiero moderno è tutto accentrato sulla autonomia della coscienza, che è detto principio della libertà, principio dell’autocoscienza, principio dello spirito». In altri termini, la modernità «nella sua accezione propria è legata alla dialettica rigorosa del principio d’immanenza che ha avuto per esito la morte della filosofia con l’espulsione o nientificazione del problema della verità».

L’ultimo problema esposto riguarda «dall’interpretazione all’esegesi». I problemi filosofici di fronte ai quali si è trovato il Concilio Vaticano II e che si profilano attraverso i suoi stessi testi «fanno emergere una questione filosofica non solo ad extra ma anche ab intra». Si tratta di questioni interne alla stessa «lettura» dei testi, e non semplicemente di interpretazioni ad essi estranee. Proprio per questo i problemi emergono, al di là di qualsiasi interpretazione ed attraverso qualsiasi interpretazione. Ecco allora l’estrema necessità di analizzare con attenzione i testi per farne emergere le risposte, ma anche le domande e «cercarne senza infingimenti le soluzioni. Le quali potranno essere appropriate solo se vere, e non viceversa».

Emblematico risulta il caso della Nota esplicativa previa alla Costituzione Lumen Gentium e la nota 1 al Proemio della Costituzione Gaudium et Spes. Siamo di fronte ad un parossismo: un documento che dovrebbe chiarire una dottrina è ritenuto, a sua volta, bisognoso di un chiarimento, attraverso una nota esplicativa del documento stesso: «segno evidente della necessità di precisare criteri per intendere un testo che per la sua stessa natura dovrebbe fornire dei criteri».

L’agire non giustifica l’agire, pertanto la pastorale o la normativa non giustificano se stesse. Senza il fondamento nella verità, naturale e soprannaturale, «si avrebbe (anche con le migliori intenzioni) solo una prassi totalmente dipendente da risultato, quindi una prassi nichilista. Non la circolarità ermeneutica (per se stessa mai definitiva, e quindi sempre precaria) né la condivisione sociologica (per se stessa puramente accidentale, e sempre mutevole), ma solo il suo valore di verità regge l’interpretazione retta. Ma a tale condizione, l’interpretazione neppure è più propriamente interpretazione, ma esegesi, ovvero, in sostanza, lettura della realtà. Nessuna interpretazione può convalidare se stessa, a partire da se stessa. Anzi, a rigore, finché resta nell’orizzonte dell’interpretazione, non riesce a trascenderlo e si pone sul piano di qualunque altra. Restando nel labirinto delle interpretazioni, ci si impedirà ogni possibilità di uscita. Inoltre il fondamento dell’autorità è la verità, pertanto l’ordine del bene, e non viceversa. «Se il problema dei testi è ricondotto alla questione dell’interpretazione, esso è spostato senza essere risolto. L’interpretazione, infatti, rinvia al criterio in base al quale essa è valida (e quindi preferibile rispetto ad ogni altra). Sotto il profilo epistemologico, ogni interpretazione, in quanto tale, è sullo stesso piano di qualsiasi altra interpretazione. In sostanza ogni interpretazione è una sovrapposizione. Essa cioè si sovrappone al testo e lo riferisce all’interprete. L’interpretazione subordina l’interpretato all’interpretante. Il testo perde in certa misura la sua obiettività per convertirsi in strumento dell’interpretazione medesima, attraverso la quale il testo diviene, in certo modo, altro da sé. Talché il criterio si sposta dall’oggetto al soggetto, dall’interpretato all’interpretante. Fino a dovere riconoscere che, nel circuito dell’interpretazione, non possono non esserci tante interpretazioni quanti sono gli interpreti».

Diversamente dall’interpretazionismo moderno san Tommaso d’Aquino insegna che l’unica interpretazione valida è quella vera e non ve ne sono altre, e non dipendono dalle intenzioni dell’interprete, ma dal significato che esso reca in sé. Il ragionamento è cristallino: «Avendo la verità (naturale e soprannaturale) come misura, è possibile evitare ogni ibridismo epistemologico, come quello che – nell’interpretazione dei testi del Vaticano II – presume di individuarne la cifra nella “sintesi di tradizione e di aggiornamento”. Tali termini, infatti, manifestano un carattere obiettivamente anfibologico: possono cioè assumere, restando (morfologicamente) immutati, significati diversi ed opposti».

Solo passando dall’interpretazione all’esegesi possono essere affrontati i problemi senza nasconderli: la via dell’esegesi è la via del primato della verità, «diversa dalla pretesa di un’obbedienza che surroga la verità e che, come tale, svuota di verità l’obbedienza stessa, mutandola in esecuzione». È la via che esclude ogni «divieto di fare domande», tipico del razionalismo totalizzante delle ideologie; è la via epistemica capace di affrontare le questioni in maniera definitiva. «Solo l’esegesi può consentire di chiarire i termini per se stessi, di cogliere presupposti impliciti e di indagarne la consistenza (quindi la verità), di saggiare la coerenza (o meno) delle argomentazioni, di formulare (ove si rendano necessarie) integrazioni e correzioni».

L’Abbé Yves le Roux ha spiegato come tutti i Concili ecumenici sono stati indetti affinché la Chiesa rispondesse a dei problemi e ciò ha comportato approfondimenti dottrinali e conseguenti definizioni dogmatiche sui punti controversi con un preciso rilancio dell’azione pastorale, tesa a riguadagnare il terreno perduto. La convocazione di un Concilio è sempre meditata, dolorosa, sofferta in quanto viene riconosciuta una ferita, una crisi all’interno della Chiesa, alla quale bisogna rispondere. Il Concilio Vaticano II, invece, per espressa dichiarazione di Giovanni XXIII, che lo ha convocato, è il frutto di un’illuminazione istantanea, carica di ottimismo. Anzi la Chiesa è percepita dal Papa come particolarmente forte, addirittura in grado di portare aiuto al mondo in una fase di trapasso che il Concilio dovrà accelerare al fine di creare una società di pace e di giustizia sulla terra. La conseguenza è che non ci saranno più né definizioni dottrinali da dare, né errori da condannare. Sarà il primo Concilio di «bell’esempio». Una novità fu quella dell’introduzione degli osservatori acattolici all’interno del Concilio. Anche Pio IX li aveva invitati, ma nel Vaticano II essi assumono un ruolo assolutamente attivo e propositivo.

Una mansione abnorme sarà assunta dai periti: una grande quantità di Vescovi impreparati saranno in balia dei loro esperti; diventerà addirittura il «Concilio dei periti», come sarà definito dai giornalisti.

Altra differenza assoluta con i precedenti concili è stata la funzione assunta dai mezzi di comunicazione di massa, che sono stati determinanti nel dirimere le questioni conciliari e nell’indirizzare l’opinione pubblica. Come non pensare, allora, al Cardinale Suenes, che parlava spesso con i giornalisti? In tal modo, accattivandosi la stampa, egli otteneva il favore mediatico per sé e per le idee che esponeva al Concilio, per esempio quelle riguardanti la libertà religiosa.

L’Abbé Jean-Michel Gleize ha spiegato che esiste un Magistero, ma ci sono due concezioni di Magistero. Ha iniziato il suo argomentare teologico spiegando che la Rivelazione divina può essere intesa in due sensi: «Dio si manifesta liberamente e in maniera soprannaturale al genere umano, che consiste nella visione dell’essenza divina che ci parla attraverso i profeti dell’Antico Testamento e per mezzo di Cristo, comunicando alla nostra intelligenza la conoscenza dei misteri soprannaturali della fede e delle verità naturali della religione. Il secondo senso della Rivelazione è il depositum, ossia l’insieme delle verità oggettive comunicate nella Rivelazione in senso attivo e registrato nelle fonti sia scritte che non».

La Chiesa può essere intesa in due sensi: «Nel primo senso la Chiesa si definisce come l’insieme di tutti i fedeli battezzati, che sono membri della stessa società cattolica. Nel secondo la Chiesa si definisce nella sua causa formale come un insieme ordinato, secondo una relazione di dipendenza fra i pastori e il gregge, ovvero fra i membri della gerarchia che governa, insegnando e santificando in virtù della missione divina ricevuta da Cristo e l’altra parte dei semplici fedeli battezzati». San Pio X nel giuramento anti-modernista utilizza questi termini: «Io credo anche fermamente che la Chiesa è stata istituita da Cristo come la custode e la maestra della Parola rivelata» e Leone XIII spiega nell’Enciclica Satis cognitum le ragioni di questa espressione: è nella gerarchia che la Chiesa è maestra e custode della Parola di Dio. Gli Apostoli, infatti, consacrando dei vescovi e designandoli nominativamente conferiscono loro la carica e la missione d’insegnare. La responsabilità della gerarchia è, dunque, immensa. Il Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica nel 2005 n ° 15 dice che il deposito della fede è affidato a tutta la Chiesa, chiamata a trasmettere la verità. Nella Esortazione Verbum Domini Papa Benedetto XVI ha detto che «La Parola di Dio ci ha dato la vita divina che trasfigura la faccia della terra, facendo nuove tutte le cose (cfr Ap 21, 5). La Sua Parola ci rende non solo i destinatari della rivelazione divina, ma i suoi messaggeri», pertanto la missione di annunciare la Parola di Dio è il compito di tutti i discepoli di Gesù Cristo, come conseguenza del loro battesimo. Ha affermato l’Abbé Gleize: «Nessun credente in Cristo può sentirsi estraneo alla responsabilità che deriva dalla appartenenza al Corpo sacramentale di Cristo. Questa consapevolezza deve essere risvegliata in ogni famiglia, parrocchia, comunità, associazione e movimento ecclesiale. La Chiesa come mistero di comunione è missionaria e ciascuno, secondo il suo stato di vita, è chiamato a dare il suo contributo» di servizio come Chiesa, istituzione divina voluta da Cristo, dove il ruolo della Tradizione, inteso come trasmissione, è fondante. La gerarchia è chiamata ad esercitare il Magistero per insegnare con l’autorità di Dio e i fedeli ricevono questo insegnamento del Magistero. Il Vaticano II «si propone di istituire una nuova definizione del rapporto tra la fede della Chiesa e certi elementi essenziali del pensiero moderno», è questo il grande problema perché «la dottrina della fede è stata presentata in modo tale da rispondere alle esigenze del nostro tempo».

Attenzione, dunque, alle due concezioni di Magistero: quello che procede per via della ricerca scientifica, mirando a scoprire nuove verità, che si fa portavoce della Comunità e che traduce le moderne intuizioni in linguaggio concettuale, e il Magistero ecclesiastico, che non ha lo scopo di scoprire nuove verità, ma trasmette sempre la stessa identica verità rivelata. Il fondatore di questo Magistero è Cristo che ha chiamato i suoi discepoli ad attestare la verità, quella che si tramanda, attraverso l’insegnamento della e nella Tradizione, per via Apostolica. L’atto del Magistero ecclesiastico (dove si concretizza l’unità di tempo e spazio dell’educazione religiosa) non può né proclamare l’errore, né negare o semplicemente mettere in dubbio la verità già proclamata. «I frutti del Magistero pastorale inaugurato dal Concilio Vaticano II ha determinato una diffusa protestantizzazione della Chiesa e una considerevole diminuzione di fede». Nel Vaticano II è emersa una docenza diversa rispetto alla Tradizione e la progettazione dell’insegnamento ecclesiale che è maturato in questi 50 anni è profondamente cambiata rispetto al preconcilio e va di pari passo con un nuovo concetto di Rivelazione (quella storicistica), di Chiesa e di Tradizione, dove l’orizzontale ha preso il sopravvento sul verticale, l’immanente sul soprannaturale. Insomma «l’insegnamento del Vaticano II obbedisce a una logica diversa», quella dell’immanenza, «una logica completamente nuova, estranea alla definizione del Magistero cattolico» e questa nuova logica prevale all’interno della Chiesa e propone una concezione di insegnamento che segue un indirizzo soggettivistico, chiaro frutto della malattia che ha colpito la Chiesa e il Magistero: il Modernismo, il liberalismo, che sono stati introdotti «come un parassita o un corpo estraneo (un “Alien”) nel corpo della Chiesa. Ci auguriamo che questo mostro finirà per essere rimosso. E Pietro, alla fine, sarà liberato da queste catene, poiché la soluzione sta in quel: “Tu es Petrus et super hanc Petram aedificabo Ecclesiam Meam”».

La giornata di sabato 5 gennaio è stata chiusa dall’Abbé Alain Lorans, il quale ha affermato che nessuno può negare il fatto che esista una crisi della Chiesa, ma tale constatazione deve essere vista dai cattolici alla luce della fede. A differenza di tutti i Concili precedenti, il Vaticano II è stato il Concilio che ha invocato «l’aggiornamento», ossia l’adattamento della Chiesa al mondo moderno. Di fatto si è impedita la vera riforma della Chiesa che non è altro che instaurare omnia in Christo, ripristinando tutte le cose in Lui.

Come giustamente ha scritto Romano Amerio in Iota Unum: «Il mondo rifiuta la dipendenza tranne nei confronti di se stesso. La Chiesa sembra aver paura di essere respinta» da esso, allora cerca di scolorire le sue particolarità meritorie e di colorare i tratti che ha in comune con il mondo moderno, un mondo che si autocelebra nel cosiddetto «progresso umano».

Domenica 6 dicembre, giorno dell’Epifania di Nostro Signore, dopo una bellissima Santa Messa Pontificale celebrata da Monsignor Bernard Fellay a Saint Nicolas du Chardonnet nel cuore di Parigi, dai cui muri secolari trasuda il patrimonio cattolico-romano di una fede tramandata di parroco in parroco, di padre in figlio, il Superiore della Fraternità San Pio X ha chiuso i lavori del Congresso teologico facendo un bilancio complessivo: dopo 50 anni dall’apertura del Concilio Vaticano II la risposta della Fraternità, voluta dal Vescovo Monsignor Marcel Lefebvre nel 1970, continua ad essere la stessa, quella che il padre fondatore ha ricordato fino all’ultimo suo respiro, citando san Paolo: «Tradidi quod accepi» («Ho trasmesso quello che ho ricevuto»). Inoltre Monsignor Fellay ha esortato i presenti a porre la Santa Messa al centro di tutto, perché ogni cosa deriva ​​da questa inesauribile fonte. «Tutto nella vita cristiana deriva dal Sacrificio di Nostro Signore sulla Croce, rinnovato nella Messa, proprio qui troveremo la soluzione a questa crisi. La pastorale vera sta nel Santo Sacrificio e soltanto tale “pastorale” conduce le anime a Cristo». Questo lo spirito cristiano e noi «dobbiamo vivere la grazia di nostro Signore. Questa è la cura. Il sacerdote deve diventare un altro Cristo», dunque salire all’altare in persona Christi. Non è sufficiente, ha dichiarato il Vescovo, avere una tonaca e celebrare la messa in latino; il sacerdote è chiamato all’imitazione di Gesù Cristo e tale imitazione sarà il rimedio, una cura «essenzialmente soprannaturale». Egli ha poi toccato il problema esistente tra la FSSPX e Roma, che, dopo i colloqui dottrinali, è ritornato al punto di partenza. «La soluzione proposta dalla Fraternità è quella di san Vincenzo di Lerins»: se la Chiesa è malata ha bisogno di cure e la terapia si chiama Tradizione. «Cosa fare ora? Lasciare la Chiesa? Certo che no! Non vi è alcuna altra chiesa che la Chiesa cattolica! La Chiesa è nostra madre, è malata, ma è la Chiesa fondata da Nostro Signore, il quale ha promesso che le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. Non abbiamo mai inventato una chiesa per noi! Non resta che pregare, invocare la grazia e compiere ognuno il dovere del proprio stato. Chiediamo a san Giuseppe, protettore del Bambino Gesù, di proteggere la Chiesa. È per questo che il 19 marzo prossimo consacreremo a lui, ad Écône, la Fraternità San Pio X». 

(Fine)

Appello dell'Arcivescovo Sako: “Quale futuro per i cristiani in Medio Oriente?”

2013-01-23, Kirkuk (Agenzia Fides) - La situazione in Medio Oriente “è preoccupante, così come lo sono certi discorsi sulla primavera araba che si sentono da parte di certi dirigenti”. Con queste parole inizia l'appello sul futuro dei cristiani mediorientali lanciato oggi dall'Arcivescovo caldeo di Kirkuk, Louis Sako. Il messaggio, pubblicato in esclusiva dall'Agenzia Fides, auspica un'iniziativa della Santa Sede e della Chiesa universale per mobilitare la comunità internazionale a sostegno dei cristiani in Medio Oriente. 

Secondo Mons. Sako, Il “miscuglio di etnie, religioni e lingue” presenti nell'area mediorientale comporta fatalmente tensioni e conflitti, poiché in quella regione del mondo “non si è mai affermato un criterio di cittadinanza in grado di integrare tutti, a qualsiasi religione o etnia appartengano”. I processi disgregativi oggi in atto in Iraq – e che in futuro potrebbero colpire anche la Siria – secondo l'Arcivescovo “peggiorano la situazione”, perché nei vuoti di potere istituzionale la sicurezza non viene più garantita e si aprono spazi all'azione dei gruppi criminali e estremisti. 

In questo contesto, per i cristiani in Medio Oriente l'incertezza si trasforma facilmente in inquietudine e paura. “Ci chiediamo se è ancora possibile pensare a una convivenza armoniosa e degna del suo nome” scrive l'Arcivescovo caldeo, accennando alle discriminazioni subite da chi non segue quella che lui definisce la “religione di Stato”. Una condizione che, secondo monsignor Sako, viene aggravata dalle strategie mediorientali messe in campo dai diversi soggetti geopolitici: “La comunità internazionale” annota l'Arcivescovo, con evidente riferimento al conflitto siriano “crede che si possa migliorare la situazione sostenendo un incerto programma per arrivare alla democrazia attraverso le armi! Il risultato è lo scontro tra una opposizione armata e un regime che distrugge tutto”. 

La speranza manifestata da Mons. Sako è che il soccorso della Chiesa ai cristiani del Medio Oriente si manifesti in forme sempre più concrete. “Si dice che qui è fiorito il cristianesimo e che la nostra presenza è importante” nota l'Arcivescovo di Kirkuk, “ma non si dice mai cosa rende possibile perseverare nella speranza”. Secondo l'ecclesiastico iracheno, “queste Chiese di origine apostolica meritano un sostegno adeguato da parte della Chiesa universale nella loro missione di comunione e testimonianza”. Un “sostegno internazionale, favorito dalla Chiesa universale, sarebbe un grande aiuto per provare a garantire una vita degna per tutti”. In particolare, alla Santa Sede viene riconosciuto dall'Arcivescovo di rito orientale un “ruolo cruciale” per “garantire ai cristiani la possibilità di vivere nel proprio Paese e rimanere al proprio posto”. Ma vengono chiamate in causa anche le responsabilità dei cristiani autoctoni, così come quelle dei musulmani. Secondo mons. Sako, i cristiani mediorientali devono sottrarsi alla “trappola del nazionalismo” e riproporre sempre a tutti “le forme dell'amore vissute e predicate nel Nuovo Testamento”. Mentre i musulmani “devono aggiornare l'applicazione dell'insegnamento del Corano”. La formula ideale riproposta da mons. Sako è quella della "laicità positiva" che “rispetta la religione e può esprimere uno sguardo più adeguato sulla persona”. Uno sguardo – affiorato ad esempio nella Dichiarazione sulla libertà religiosa promulgata dal Concilio Vaticano II – per il quale “i diritti umani non rimangano sospesi in aria, separati dalle persone concrete che dovrebbero poterli esercitare”. [Questo discorso basato sui diritti umani, sembra esser diventato l'unico a cui i destinatari riescano a prestare l'orecchio. Anche se di per sé non tiene conto dell'ansia, derivante dall'identità e dalla missione cristiane, di diffondere l'amore evangelico, cioè il Signore e la conoscenza di Lui... E quindi deriva dal fatto che chi dovrebbe essere Annunciatore ha rinunciato ad esserlo proprio in virtù del rispetto dei diritti umani, assoggettando ad essi lo ius divinum del Signore...]

Vaticano II, 50 anni dopo: quale bilancio per la Chiesa? XI Congresso teologico del "Courrier de Rome". Resoconto - seconda parte

Riprendo da Una Fides


XI Congresso Teologico del ‘Courrier de Rome’:
“VATICANO II, 50 ANNI DOPO: QUALE BILANCIO PER LA CHIESA?” 
Versailles-Parigi 4-5-6 gennaio 2013

resoconto di Cristina Siccardi
(Parte prima - Parte seconda - Parte terza)

Alessandro Fiore ha chiuso il primo giorno compiendo una esaustiva rassegna sui dibattiti e sulle pubblicazioni sul Concilio Vaticano II che in questi ultimi anni hanno caratterizzato il panorama intellettuale italiano, sollecitato anche dal celebre discorso del 22 dicembre 2005 di Benedetto XVI alla Curia romana quando il Sommo Pontefice parlò delle diverse ermeneutiche dell’Assise.

Il 2009 è stato definito «l’année Gherardini», nel marzo di quell’anno, infatti, uno dei teologi più grandi della contemporaneità, Monsignor Brunero Gherardini, ha pubblicato il celebre libro Concilio Ecumenico Vaticano II. Un discorso da fare, dove l’autore, con approfondite argomentazioni ha posto in evidenza l’importanza di mettere sul tavolo la questione Concilio, e da allora ha pubblicato altri libri dello stesso tenore. Il suo appello non è rimasto senza risposta: nel dicembre 2010 la congregazione dei Francescani dell’Immacolata ha organizzato un importante Congresso di studi sul Concilio Vaticano II, dove sono intervenuti Padre Serafino Lanzetta, Monsignor Luigi Negri, Monsignor Brunero Gherardini, i professori Yves Chiron e Roberto de Mattei, Monsignor Athanasius Schneider, don Nicola Bux, padre Florian Kolfhaus e il Cardinale Velasio De Paolis [p. Rosario Sammarco].

giovedì 24 gennaio 2013

Film-documentario su mons. Lefebvre

Mi spiace non poter dire la mia perché, nonostante me lo fossi prefissato, non sono riuscita ad andare a vedere il film. Pubblico questa recensione di un amico, che conosco obiettivo e amante della Tradizione. Noto una visuale in parte critica su alcuni aspetti. Ma penso sia giusto prenderla in considerazione e farne oggetto della discussione. Leggerò voi, in attesa di dire la mia quando avrò visto il DVD.

Lunedì sera con alcuni amici sono andato a vedere il film-documentario sulla vita di mons. Lefebvre. Mi aspettavo di trovare solo quattro gatti corrucciati del partito lefebvriano e invece nella sala strapiena vedo molte persone in piedi, molti giovani, molti sacerdoti e religiosi e... molto pop-corn. La Fraternità è molto più viva e normale di quanto ci venga normalmente dipinta dai c.d. "vaticanisti".

Invito chi fosse interessato all'acquisto del DVD a entrare in questo link.

Speravo che il film trattasse almeno tre punti importantissimi per far comprendere l'opera di mons. Lefebvre e cioè:
  1. perché ha lottato
  2. perché dal 1974 ha portato avanti la Fraternità Sacerdotale San Pio X nel momento in cui la Santa Sede gliel'ha sciolta
  3. perché nel 1988 ha voluto ordinare quattro vescovi nel momento in cui la Santa Sede gliene stava concedendo uno
Sviluppare questi soli tre punti significa rendere ragione di tutto e spazzar via le ridicole categorie giornalistiche e curiali (come "FSSPX contro Roma" e "i picchiati del latino").

Ebbene: il primo punto è stato chiarito bene ma gli altri due punti sono stati affrontati in un'imbarazzante volata.

Il film-documentario ha dato ampio spazio alla vita di mons. Lefebvre raccogliendo testimonianze sulla sua santità fin dall'infanzia. Il film parrebbe infatti suggerire: data la santità di vita e le circostanze, le ordinazioni illecite erano il risultato della necessità. Ma questa è una tesi debole che come minimo firma cambiali in bianco: come mai lo stato di necessità ce l'ha solo mons. Lefebvre? come mai solo mons. Lefebvre è sufficientemente santo da giustificargli le ordinazioni illecite? il precedente creato potrebbe essere usato per difendere qualche altro progetto?

Per questo è necessario chiarire con onestà quei tre punti.

Il primo lo ha chiarito mons. Lefebvre stesso quando in un'omelia dice:
“Ora io faccio (…) un’opera in tutto simile a quella che ho compiuto per trent’anni [di vita episcopale] ed ecco che, improvvisamente, sono sospeso a divinis, magari fra un po’ scomunicato, separato dalla Chiesa, rinnegato, che so? E’ possibile? Forse che quello che ho fatto per trent’anni era pure suscettibile d’una sospensione a divinis? Penso, al contrario, che se in passato io avessi preparato dei seminaristi come lo si fa oggi nei nuovi seminari, io sarei stato scomunicato. Se allora avessi insegnato il catechismo che s’insegna nelle scuole, mi avrebbero considerato eretico. E se avessi detto la Santa Messa come la si dice ora, mi avrebbero considerato sospetto d’eresia, fuori dalla Chiesa…”
In questo è semplicemente impossibile dargli torto. Il card. Ratzinger dirà le stesse identiche cose pochi giorni dopo la scomunica del 1988. Non c'è bisogno di aggiungere altro.

Il film praticamente non chiarisce per niente il secondo punto: quali sono gli inoppugnabili motivi per cui non si poteva ubbidire alla Santa Sede e confidare nella Provvidenza? Non nutro troppi dubbi che esistano: esigo però che vengano esibiti, in modo da non ridurre tutto ad un comodo sentimentalismo del tipo: "Roma invariabilmente cattiva, Lefebvre invariabilmente buono". Maggiore è la stima che si ha per mons. Lefebvre e maggiore dev'essere la pignoleria nell'esporre le ragioni che hanno convinto mons. Lefebvre anche di fronte a quella tutt'altro che inattesa "sospensione a divinis". Le questioni importanti non si liquidano con gli slogan o col vittimismo.

Il film chiarisce solo parzialmente il terzo punto. Anzitutto per lo scandalo dell'incontro interreligioso di Assisi del 1986. Ma molto più col riportare uno scambio tra mons. Lefebvre e "Roma": "ordinazioni a giugno 1988 - no, più in là - all'Assunzione - no, più in là - al 15 settembre - no, più in là - a Natale - no, più in là - ma aspettate mica che io muoia? li ordinerò il 30 giugno!"

Se esiste una prova che le cose siano andate così, la si esibisca subito, per amor di verità! Se è stato solo uno scambio verbale, si presentino i motivi innegabilmente ragionevoli per cui mons. Lefebvre doveva considerare credibile ed ineludibile quel rinviare alle calende greche. O è forse indispensabile credere preventivamente e aprioristicamente alla santità di Lefebvre per poter considerare necessarie le ordinazioni illecite? C'è forse bisogno di presupporre che "Roma" equivalga al demonio? Su, siamo onesti: la stessa omelia delle ordinazioni finisce per descrivere tutto come il pio desiderio di mons. Lefebvre, che se invece avesse atteso solo per un altro mese e mezzo ("la prossima festa mariana", come promesso da Giovanni Paolo II: ma questo il film non lo dice) avrebbe potuto dimostrare concretamente chi è che faceva il gioco delle tre carte e porre la questione della Tradizione (e di conseguenza la posizione della Fraternità) sotto una luce totalmente diversa.

E invece il film tace, soprassiede, vola spedito. C'è forse qualcosa di vero che non conviene evidenziare, o qualcuno che non bisogna offendere? Il film intende forse far leva sul fattore emotivo? Sono pronto a ricredermi, ma nel mio caso non è affatto la leva adatta.

Per quanto sopra esposto considero il film dannoso per la causa della Fraternità Sacerdotale San Pio X, perché involontariamente finisce per portare acqua al mulino sbagliato. Tace - non sempre per amor di sintesi - dettagli scabrosi, come ad esempio il fatto che mons. Lefebvre fino al 1974 avesse accettato alcune variazioni liturgiche successive al 1962 (lo dice Tissier de Mallerais nella sua biografia). Coerente con l'omelia del 30 giugno 1988, il film sembra temerariamente sottintendere che la Tradizione coincida totalmente con la Fraternità, inutilmente esponendo quest'ultima alla facile accusa di essere autoreferenziale. Sarebbe forse questo un servizio alla verità?

mercoledì 23 gennaio 2013

Aberrante! L'Unione europea finanzia moschee della parte Nord di Cipro, un paese membro, che ha sofferto e continua a soffrire dell'occupazione turca!

Leggo e riporto - tradotta - dal blog L'Observatoire de la Christianophobie, la notizia che introduco col video che segue, ponendomi la domanda: in cosa consiste  e su cosa si fonda la cosiddetta Unione europea?



Bisogna reagire a ciò, perché è il colmo dell'aberrazione. Come può l'Unione Europea finanziare il restauro di moschee sotto amministrazione turca in un paese membro: la Repubblica di Cipro, una parte del cui territorio è occupata illegalmente dai Turchi ! Ecco l'informazione del 14 gennaio sul blog di Lionel Baland che lo ha rivelato...
« Il deputato europeo del Vlaams Belang [Interesse Fiammingo: è un partito politico della Comunità fiamminga del Belgio] Philip Claeys ha scoperto che l'Unione Europea finanzierà moschee turche situate nel Nord di Cipro, occupato dalla Turchia.

Nel 1974, l’armata turca ha invaso Cipro e occupato il Nord dell'isola. I Greci ne sono stati cacciati, assassinati in migliaia. Centinaia di Chiese Greche ortodosse e di monasteri sono stati distrutti dai turchi, saccheggiati, incendiati e quindi abbandonati [ Vedi ]

Dal 2004, Cipro è membro dell'Unione europea ma la Turchia prosegue l'occupazione del Nord. I turchi rifiutano di provvedere ai resti delle Chiese ortodosse situate nella loro zona.

Dopo una lunga opposizione dei turchi la Commissione europea ha ora deciso di stabilire una lista di 11 monumenti prioritari in seno alle due comunità che devono ricevere finanziamenti. I turchi, come provocazione, ha piazzato sulla lista quattro moschee. Nessun problema per l'Unione europea : essa s'impegna a versare 4 milioni di euro e altro denaro in più seguirà.

Philip Claeys dichiara : « L’Unione europea risarcisce agli occupanti costruzioni che sono il simbolo dell'occupazione. Non desta meraviglia che l’Unione europea non sia presa sul serio in alcuna parte del mondo ». [Fine citazione dell'Observatoire]

In Francia hanno reagito predisponendo questo appello, che traduco come traccia utile perché ognuno di noi può farsi portavoce presso il nostro Ministro degli esteri come privato cittadino senza bisogno di mettersi sotto una bandiera qualunque. Inutile pensare ad un intervento della Chiesa-dialogante con tutti (tranne che con la sua Tradizione)... D'altronde è anche giusto intervenire come cittadini, prima ancora che come cristiani. E come cristiani - oltre che come cittadini europei - siamo comunque coinvolti, anche se le Chiese e i monasteri distrutti erano quasi tutti ortodossi. Spero che anche in un governo dimissionario ci sia spazio per occuparsi di una cosa del genere.

No al finanziamento Europeo di Moschee a Cipro 
All’attenzione di Giulio Terzi di Sant'Agata, ministro degli Affari esteri

Signor Ministro,
Ho letto con stupore che l’Unione europea si appresterebbe a finanziare moschee nella parte occupata dell'isola di Cipro.
Desidererei sapere se quest'informazione è degna di fede.
In caso affermativo, desidererei sapere se Ella intende opporsi a questa scandalosa decisione.
È già iniquo che l'Unione europea continui a negoziare con la Turchia che occupa illegalmente, da ben quarant'anni, un paese membro.
È ancor più mostruoso che i saccheggi commessi all'occupante turco nelle chiese cipriote siano pagati dal contribuente europeo.
Ma il finanziamento con contributi europei di moschee, simbolo dell'occupazione turca di Cipro, costituirebbe un grado estremo nello scandalo per il quale non trovo parole.
Confidando nella sua buona volontà di far rispettare il diritto internazionale e la sovranità di Cipro, le invio distinti saluti.

martedì 22 gennaio 2013

Vaticano II, 50 anni dopo: quale bilancio per la Chiesa? XI Congresso teologico del "Courrier de Rome"

Riprendo da Una Fides

XI Congresso Teologico del ‘Courrier de Rome’:
“VATICANO II, 50 ANNI DOPO: QUALE BILANCIO PER LA CHIESA?” 
Versailles-Parigi 4-5-6 gennaio 2013

resoconto di Cristina Siccardi
(Parte prima - seconda parte - Parte terza)

Il dibattito sul Concilio Vaticano II è entrato nel vivo e mentre gli argomenti declamatori hanno perso consistenza di fronte all’anacronismo degli ottimistici entusiasmi di un’utopica primavera della Chiesa degli anni Sessanta (quando si volle gettare la Chiesa in un imprudente dialogo con il mondo), chi osa, con coraggio, profonda Fede e amore per la Chiesa, mettere sotto esame il più problematico Concilio della storia offre l’opportunità ai credenti di comprendere le mosse di una rivoluzione che ha reso sismica la zolla su cui poggia la cattolicità. In questi giorni, dal 4 al 6 gennaio 2013, si è tenuto, fra Versailles e Parigi, l’XI Congresso Teologico Internazionale, organizzato dalla dotta e valorosa testata Courrier de Rome, in collaborazione con D.I.C.I., sotto la Presidenza di S.E. Monsignor Bernard Fellay, Superiore Generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X. Tema della tre giorni è stato: Vatican II, 50 ans après: quel bilan pour l’Église? Ossia: «Vaticano II, 50 anni dopo: quale bilancio per la Chiesa?».
I relatori che si sono susseguiti al tavolo dei lavori hanno offerto una disamina ampia e approfondita sulle diverse problematiche sorte nel XXI Concilio. Le tesi proposte hanno realisticamente affrontato, sia da un punto di vista storico, che filosofico, che dottrinale, il problema dello scollamento fra la Chiesa della Tradizione e coloro che si sono lasciati trascinare dalle seduzioni filosofico-culturali del mondo moderno.

Il primo giorno del Congresso, quando è stato proposto il punto di vista storico, l’Abbé François Knittel, priore di Strasburgo, ha compiuto una panoramica in merito ai rapporti fra la FSSPX e la Santa Sede, Accettare il Vaticano II e la Nuova Messa: da Paolo VI a Benedetto XVI. I problemi di carattere disciplinare della Fraternità Sacerdotale San Pio X sorti sotto i pontificati di Paolo VI e di Giovanni Paolo II vengono ad assumere, secondo la spiegazione di Knittel, una prospettiva nuova sotto Benedetto XVI, il quale chiede alla FSSPX una regolarizzazione mentre si compiono alcuni importanti passi: liberalizzazione della Messa di sempre del 2007 e revoca delle scomuniche dei quattro Vescovi consacrati da Monsignor Marcel Lefebvre nel 1988.
Il problema, dunque, si è spostato dal punto di vista disciplinare a quello dottrinale; infatti vengono aperti i colloqui dottrinali tra la Santa Sede e la FSSPX nell’ottobre 2009, che si chiuderanno nell’aprile 2011.
«Sembra chiaro che, le proposte romane si sono gradualmente spostate dalla materia canonica e disciplinare», esistenza della Fraternità, dei seminari, dei priorati..., «a quella dottrinale. Ma l’accettazione del Concilio e la Messa di Paolo VI, come richiesto dalle attuali autorità della Chiesa, sono prerequisiti non negoziabili». Dunque per avere un riconoscimento canonico ed un ritorno “alla piena comunione” le autorità romane chiedono, per il momento, l’accettazione sine qua non del Vaticano II e della Nuova Messa.

Padre Knittel ha spiegato che non si tratta di una lotta statica, ma dinamica e in divenire e, pertanto, diviene basilare gettare uno sguardo sia al passato più lontano che a quello più vicino, restando «fedeli a ciò che Dio si aspetta da ciascuno di noi hic et nunc. Tuttavia, col trascorrere del tempo, siamo esposti a molti pericoli: pericolo per i giovani di ignorare il passato, quando essi non erano né attori né testimoni; pericolo per i più adulti di dimenticare il passato e di limitare la valutazione o, al contrario, di congelare il passato che si dissocia dai più recenti sviluppi».

A volte c’è bisogno di fermarsi, di esaminare tutto il “dossier”, di abbracciare in un colpo d’occhio il passato e il presente per cogliere le sfumature, il progresso, le battute d’arresto, le accelerazioni, le decelerazioni, la logica. Questo è ciò che ci proponiamo di fare oggi circa l’accettazione del Concilio Vaticano II e la riforma liturgica. Per fare un simile esame ci si può avvalere di varie fonti, fra le quali: i discorsi di Paolo VI e di Benedetto XVI sulla riforma liturgica e l’accettazione del Concilio; le proposizioni presentate alla Fraternità San Pio X dal 1975 fino a giugno 2012; le iniziative relative alla celebrazione romana della Messa tradizionale dal 1980 al 2011.

Per la Fraternità, ha detto Knittel, come per la Chiesa fino al Concilio Vaticano II, la Tradizione è il Depositum Fidei, vale a dire l’insieme di verità che costituiscono la Rivelazione, chiusasi con la morte di san Giovanni Evangelista. Pertanto la Tradizione è un insieme di verità intellettualmente accettabili ed eterne, la cui mutabilità consiste nell’immutabilità dell’oggetto, benché possano essere approfondite. In questa concezione la Tradizione è la continua ripetizione dell’esperienza di fede fatta dalla Chiesa apostolica. Ma la prospettiva ha avuto un mutamento: la continuità non risiede più nell’oggetto eterno ed immutabile, ma nel soggetto che prova e produce l’esperienza religiosa. Così il solo ricercare, tramite l’esegesi dei testi conciliari, la continuità o meno con la Tradizione viene ritenuto da alcuni un metodo che mette in discussione l’assistenza dello Spirito Santo. Tuttavia, rimane questa la via lecita da praticare per comprendere le sfasature, le ambiguità e fare spazio alla chiarezza.

«Il Vaticano II e la Messa nuova sono stati la nuova anima della Chiesa conciliare e l’accettazione dell’uno e dell’altro erano la conditio sine qua non per una regolarizzazione canonica. Sono passati dieci anni e le cose non sono cambiate. Il ragionamento delle autorità romane è sempre lo stesso: da quando c’è stato il nuovo Concilio e la promulgazione della nuova Messa ogni cattolico deve accettare l’uno e l’altra.

Senza mettere in discussione l’autorità, la Fraternità afferma che la correttezza di una legge dipende anche dalla ragione finale del bene comune. Ma oggi non c’è dubbio sulla crisi universale che affligge la Chiesa dopo il Concilio. Dottrina, catechismo morale, liturgia, educazione cattolica, università, disciplina ecclesiastica: tutto è sconvolto». Non è forse perché gli insegnamenti delle riforme conciliari e post-conciliari hanno errato qualcosa? Dunque, si è chiesto l’Abbé Knittel, come «lavorare alla salvezza delle anime in questo contesto?». In primo luogo, rifiutando di aderire alle questioni controverse del Concilio e rifiutando di riconoscere la legittimità della nuova Messa. Questo rifiuto rispettoso cerca e spera correzioni nella dottrina, nella disciplina canonica e tradizionale. «A coloro che sono stati sedotti dal miraggio delle novità e che dubitavano dei principi tradizionali, è importante mostrare, non da un ragionamento, ma dai fatti, la fertilità inesauribile di questi principi tradizionali. Non bisogna infatti dimenticare che questo era e rimane la missione della Fraternità Sacerdotale San Pio X nella Chiesa».

Con l’intervento del Professor Roberto de Mattei si è preso atto che la storia è una scienza che dovrebbe essere tenuta in maggiore considerazione nelle discipline ecclesiastiche. Certamente il pensiero cattolico del Novecento annovera grandi teologi, grandi filosofi, grandi moralisti, grandi maestri di vita spirituale, ma nessun grande storico ha saputo unire la vastità della scienza e dell’erudizione alla pienezza della fede ortodossa.

«Eppure la storia - mi riferisco soprattutto alla storia della Chiesa - può portare immensi benefici alla restaurazione culturale e morale di un popolo. Basti pensare alla benefica influenza, nel XIX secolo, della monumentale Histoire universelle de l’Eglise catholique di René Francois Rohrbacher in 28 volumi, con sette edizioni dal 1842 al 1901, e traduzioni in italiano, inglese e tedesco. Quest’opera ha avuto una influenza sul pensiero cattolico dell’Ottocento non minore delle opere del conte Joseph de Maistre. Il presidente dell’Ecuador Garcia Moreno la lesse due volte durante il suo soggiorno a Parigi e anche grazie ad essa si fece definitivamente e irrevocabilmente cattolico.

Opere di questo genere oggi mancano e la ragione principale di quest’assenza dall’orizzonte culturale ecclesiastico sta, a mio avviso, nella perdita del senso storico, che è la comprensione delle vicende umane, nelle loro cause e nelle loro conseguenze, da un punto di vista innanzitutto soprannaturale. Dom Guéranger, il grande abate di Solesmes, che appartiene alla stessa scuola ultramontana di Rohrbacher, definisce lo storico cattolico come colui che “juge les faits, les hommes, les institutions au point de vie de l’Eglise; il n’est pas libre de juger autrement, et c’est là qui fait sa force”».

Con il Modernismo si fece strada una nuova concezione della storia, la quale ha capovolto la prospettiva di dom Guéranger, affermando che sono le scienze umane, la storia e le sue discipline ausiliari, come la filologia, l’archeologia, la sociologia, ad illuminare la fede e ad offrire una migliore comprensione di essa. Mons. Louis Duchesne, maestro di Alfred Loisy all’Institut Catholique, è stato l’iniziatore di un nuovo metodo che si è progressivamente esteso all’esegesi e a tutte le discipline ecclesiastiche. «È il cosiddetto metodo storico-critico, a cui oggi tutti si rifanno, contrapponendolo al metodo apologetico tradizionale». Il professor de Mattei ha proseguito spiegando che il metodo storico-critico, ovvero la ricerca accurata delle fonti, il rigore filologico e la obiettività nell’accertamento dei fatti, venne già utilizzato da Eusebio di Cesarea e ha avuto eccellenti rappresentanti fino al barone Ludwig von Pastor, al Cardinale Hergenrother, all’eccellenza degli Annali Ecclesiastici del Cardinale Baronio. «Oggi però, con questo termine, si intende affermare una concezione secolarizzata della storia: proprio quella che dom Guéranger criticava nella sua polemica con Albert de Broglie e che san Pio X ha condannato nella Pascendi».

Lo storico cristiano deve manifestare la propria fede, deve leggere i fatti alla luce di essa e dell’intervento della Divina Provvidenza nelle falde della storia umana oppure deve scimmiottare gli scienziati acattolici? Per essere veramente cristiano deve respingere l’approccio naturalista che allontana la presenza del soprannaturale dalla storia e riduce la realtà ad una pura dimensione fenomenica e sensibile. «Lo storico cattolico non è colui che va a Messa la domenica e poi nella sua professione si adegua alle regole imposte dalla corporazione universitaria. È invece colui che nella sua opera cerca la verità dei fatti, e di questi fatti dà un’interpretazione unitaria, alla luce della fede cattolica».

La perdita del senso soprannaturale fa smarrire la teologia della storia cristiana, conducendo a derive protestantizzanti con conseguenze disastrose, come è accaduto, per esempio, a Jacques Maritain, il quale fonda il suo «“umanesimo integrale” su di un postulato storico radicalmente erroneo: quello della irreversibilità del mondo moderno, nato dalla Rivoluzione francese. Lo storico cattolico sa che nulla è irreversibile nella storia e soprattutto che la storia non crea i valori, ma è sottomessa e giudicata da essi. Il pensiero cattolico del Novecento ha fatto propria invece la concezione hegeliana della storia come Weltgeist”, “il cammino razionale, necessario dello spirito del mondo”. La storia si trasforma in un percorso irreversibile, in cui il dato cronologico del novum coincide con quello qualitativo del melius». L’idea immanentista provoca uno sconcertante ribaltamento di superbia umana: la Chiesa non ha più un ruolo guida, ma deve accompagnare e, dunque, adeguarsi, al cammino della storia. «È questa la concezione della storia espressa dal cardinale Martini quando, nella sua ultima intervista, ha affermato che la Chiesa “è indietro di 200 anni”, ovvero l’arco di tempo che la separa dall’evento fondatore della Rivoluzione francese». Ecco che l’essenza del Concilio Vaticano II sta nel tentativo di conciliare la Chiesa con il mondo moderno nato proprio dalla Rivoluzione francese; tentativo fallimentare «perché fondato su di un postulato erroneo, smentito dalla stessa storia: la tesi della irreversibilità della modernità».

De Mattei, come d’altra parte nel suo libro Concilio Vaticano II. Una storia mai scritta, formula un giudizio storico sull’Assise nel suo insieme, a differenza del giudizio teologico di Monsignor Brunero Gherardini che, in qualità proprio di teologo, separa i documenti del Concilio dall’evento, considerandoli nella loro formulazione, «sicut litterae sonant ed ognuno ha una diversa portata teologica e un diverso grado di autorità e di cogenza. Se la grandezza del teologo sta nella sua capacità di distinguere, il valore dello storico sta nella sua capacità di ridurre ad unum, cioè di cogliere l’essenza, il momento unitario, della molteplicità degli eventi nel loro fluire. La confusione dei due livelli, quello storico e quello ermeneutico, sarebbe un grave errore di ordine epistemologico.

Concordo con la scuola di Bologna, quando afferma che il Concilio Vaticano II non può essere ridotto alle sue decisioni dottrinali, ma la mia distinzione tra la dimensione fattuale e quella dottrinale del Concilio, non ha nulla a che vedere con quella proposta da Giuseppe Alberigo nella sua Storia del Concilio Vaticano II: Mentre io distinguo tra storia e teologia, e affermo il primato della teologia sulla storia, Alberigo, sulla scia della scuola di Le Saulchoir, assorbe la teologia nella storia e fa della storia stessa un locus theologicus. Per lo storico bolognese, come per il suo maestro Chenu, l’essenza della Chiesa si attua in forma storica e il compito di individuare la mutevolezza delle forme spetta agli storici. L’atto magisteriale è destinato ad essere storicizzato e relativizzato, all’interno di un processo dialettico in cui l’ “evento” prevale sulla dottrina, lo “spirito” sul documento. Lo “Spirito” non è la terza persona della Santissima Trinità, ma una sua versione secolarizzata: è lo spirito del mondo, immanente alla storia. Il principio di immanenza sostituisce quello di trascendenza, perché la trascendenza impedisce all’uomo di vivere la propria fede all’interno del mondo».

Il Concilio Vaticano II è stato presentato come una «nuova Pentecoste» che ha sostituito la metafisica alle leggi della pastoralità e dell’aggiornamento, divenute così fondanti da accantonare la dimensione dottrinale e provocando delle aspettative psicologiche entusiastiche già nella costituzione apostolica Humanae salutis (25 dicembre 1961), con la quale Giovanni XXIII convocò il Concilio al fine di interpretare «i segni dei tempi» (Mt. 16,3) e come rivelò nel discorso Gaudet Mater Ecclesia dell’11 ottobre 1962, il Papa si oppose a quei «profeti di sventura» che «annunziano sempre il peggio quasi incombesse la fine del mondo» e fra le «“profezie di sventura” Papa Roncalli considerava il Terzo segreto di Fatima, di cui, dopo averlo letto, vietò la diffusione giudicandolo certamente inadatto a comprendere i segni dei tempi», tempi moderni nei quali venne bandita la parola «inferno», un concetto che, nello spirito di «balzo in avanti», appariva a teologi come Küng, Rahner, von Balthasar, Schillebeeckx una rappresentazione nefasta, mitologica «o, pur ammettendone la realtà, lo considerarono “vuoto”. La negazione o il ridimensionamento dell’inferno era peraltro la conseguenza di una concezione implicita nella Gaudet Mater Ecclesiae, secondo cui: “Quanto al tempo presente, la Sposa di Cristo preferisce usare la medicina della misericordia invece di abbracciare le armi del rigore”». La medicina si è dimostrata mortifera sia per la fede che per la morale.

La pianificazione di carattere strettamente umano e non soprannaturale che è stata compiuta durante il Concilio Vaticano II ha prodotto cattivi frutti anche a causa di ciò che è stato volutamente omesso: Jean Madiran fu il primo a portare alla luce, sulla rivista «Itinéraires» del febbraio 1963, l’esistenza di un accordo segreto, avvenuto a Metz, nell’agosto 1962, tra il Cardinale Tisserant, rappresentante del Vaticano e il nuovo Arcivescovo ortodosso di Yaroslav, Monsignor Nikodim, i quali decisero che durante il Vaticano II non si sarebbe parlato del tema principe di quegli anni: il Comunismo. E l’Ostpolitik venne a patti proprio con le autorità sovietiche. De Mattei ha ricordato, a questo proposito, la bella figura del Cardinale Alois Stepinac che, anche nelle ore più buie della sua prigionia e del suo isolamento, non dubitò mai del crollo del Comunismo. Scrisse: «Io probabilmente non vedrò la caduta del comunismo nel mondo, a motivo della mia salute scossa, ma sono assolutamente certo di questa caduta. Tutto ciò che viene costruito contro la natura che Dio ha creato e istituito, deve crollare per intrinseca necessità. Anche qui si potrebbe dire ciò che Gesù dice nel Vangelo: “Ogni piantagione che non ha piantato il Padre mio celeste, sarà sradicata”. Poiché il comunismo nega Dio e lo espone al ridicolo, è ben certo che non lo ha piantato Dio, ma satana. E satana ha perduto la battaglia sul Calvario, e perciò sono sicuro che la perderà anche sul Calvario del Corpo mistico di Cristo, che è la Chiesa, la quale oggi sale sul suo Golgota». Ha domandato lo storico italiano a Versailles: «Ma oggi dobbiamo chiederci: erano profeti coloro che ritenevano, come gli artefici dell’Ostpolitik, che occorreva trovare un compromesso con la Russia sovietica, perché il comunismo interpretava le ansie di giustizia dell’umanità e avrebbe portato a compimento il progetto della modernità; o era profeta il Beato Stepinac e tutti coloro che in Concilio denunciavano l’oppressione brutale del comunismo reclamando una sua solenne condanna? La caduta del Muro di Berlino è la risposta a questa domanda.

Condivido il giudizio di Plinio Corrêa de Oliveira sulla mancata condanna del comunismo: “È duro dirlo. Ma l’evidenza dei fatti indica, in questo senso, il Concilio Vaticano II come una delle maggiori calamità, se non la maggiore della storia della Chiesa”».

Propizio il paragone che ha poi fatto fra il paganesimo del IV secolo e quello di oggi: «A Ponte Milvio Costantino aveva sconfitto, in nome della Croce, il paganesimo morente. A Roma, il Concilio Vaticano II abbraccia il neo-paganesimo del XX secolo, senza rendersi conto che è anch’esso morente. Sotto questo aspetto il Concilio Vaticano II può essere definito come il ralliement della Chiesa a quel mondo moderno che il suo Magistero aveva sempre condannato».

Il 12 ottobre 1963, Monsignor Franić, vescovo croato di Spalato, suggerì ai Padri conciliari che, nello schema De Ecclesia, al nuovo titolo di Chiesa «pellegrinante» fosse aggiunta la denominazione tradizionale di «militante», ma la sua proposta fu rifiutata. «L’immagine che la Chiesa avrebbe dovuto offrire di sé al mondo non era quella della lotta, della condanna o della controversia, ma del dialogo, della pace, della collaborazione ecumenica e fraterna con tutti gli uomini. La minoranza progressista ottenne non tanto un cambiamento della dottrina della Chiesa, quanto una sostituzione dell’immagine gerarchica e militante della Sposa di Cristo con l’immagine di un’assemblea democratica, dialogante e immersa nella Storia».

La Chiesa, dopo il Concilio Vaticano II, ha rinunciato alla sua dimensione militante, così alla «teologia agostiniana e ignaziana delle due città, che si combattono nella storia, quella di Dio e quella di Satana, è succeduta una teologia vittimista e catacombale, per la quale si deve cessare di difendere le verità in cui si crede: ma cessando di combattere per queste verità, si cessa di credere in esse, si cessa di amarle, perché chi ama combatte per difendere ciò in cui crede. In realtà la Chiesa che soffre in purgatorio e trionfa in Paradiso, combatte in nome di Cristo sulla terra e perciò è chiamata “militante”. Il ritrovamento di questo spirito mi sembra essere una delle urgenze della Chiesa del nostro tempo». Tuttavia il combattente cattolico continua ad esistere perché la Chiesa militante non può essere soffocata: è la verità che avanza coraggiosamente di fronte alle menzogne che arretrano miseramente, nonostante l’apparente successo di numeri. «La gioia nella lotta caratterizza il combattente cattolico del XXI secolo, un combattente che guarda al futuro senza dimenticare il passato; che nei momenti di difficoltà ricorre al Magistero vivente della Tradizione; quella Tradizione che oggi illumina i nostri passi, come illuminò i passi di Atanasio l’invitto campione della fede durante la terribile crisi ariana del IV secolo. Atanasio era mosso soprattutto dal suo sensus fidei che, come ci ricorda il beato Newman, durante i settant’anni della crisi ariana fu mantenuto dai semplici fedeli più che dai vescovi i quali, tranne poche eccezioni, quali Atanasio, Ilario di Poitiers, Eusebio di Vercelli, non testimoniarono la fede ortodossa».

Roberto de Mattei ha chiuso la sua conferenza auspicando l’intervento di protettori della Tradizione come sant’Atanasio e come santa Teresa d’Avila, la quale affermava che avrebbe affrontato mille morti per la più piccola cerimonia della Chiesa. Il suo insegnamento possa, quindi, essere di sprone per coloro che non si arrendono e sanno che tutto ciò che non è di Dio è destinato a perire, proprio come la santa dichiarava: «Nulla ti turbi, nulla ti spaventi. Chi ha Dio di nulla manca. Tutto passa, solo Dio non muta». La Tradizione è ciò che non passa, è ciò che del passato vive nel presente, ciò che deve vivere perché il presente abbia un futuro e «noi siamo convinti che nel nostro futuro sia scritta, grazie all’intervento di Dio, la restaurazione della Chiesa e della Civiltà cristiana. La nostra presenza, la nostra voce, la nostra testimonianza ne è la prova».

(seconda parte)

lunedì 21 gennaio 2013

Testo integrale della Lettera di Avvento di Mons. Augustine Di Noia, Vice-Presidente della Pontificia Commissione Ecclesia Dei alla FSSPX

Avvento 2012
Eccellenza, cari fratelli sacerdoti della Fraternità Sacerdotale san Pio X,

È con gioia che ho appreso la soddisfazione che vi ha dato [questa frase non esiste sul testo inglese] la nostra ultima dichiarazione  (28 ottobre 2012) che ha affermato in maniera pubblica e autorizzata che le relazioni della Santa Sede con la Fraternità sacerdotale S. Pio X restavano aperte e piene di speranza. Finora, a parte le sue decisione ufficiali, la Santa Sede si è, per differenti ragioni, astenuta dal rettificare certe affermazioni inesatte a proposito della sua condotta della sua competenza in queste relazioni. Comunque sia, viene il momento in cui, nell'interesse della verità, la Santa Sede sarà obbligata ad affermare alcune di queste indelicatezze. Particolarmente dolorose sono state le prese di posizione che attaccano la persona e la missione del Santo Padre : ciò, ormai, richiede una risposta.
Recenti prese di posizione di membri della Fraternità che occupano importanti posti di autorità non possono che far dubitare della possibilità effettiva d'una riconciliazione. si pensa, in particolare, a interviste rilasciate dal Superiore del Distretto di Germania, già Superiore generale della Fraternità (18 settembre 2012) e dal primo Assistente generale della Fraternità (16 ottobre 2012), come pure ad un recente sermone del Superiore generale (1 novembre 2012). Il tono e il contenuto di queste dichiarazioni hanno suscitato una certa perplessità sull'affidabilità nonché sulla effettiva possibilità d'un proseguimento delle nostre relazioni. Mentre la Santa Sede attende pazientemente una risposta ufficiale della Fraternità, alcuni suoi superiori tengono, nelle comunicazioni non ufficiali, un linguaggio che, agli occhi di tutti, appare come un rifiuto delle disposizioni richieste per la riconciliazione e la regolarizzazione canonica della Fraternità nella Chiesa cattolica.
Inoltre, ripercorrendo la storia delle nostre relazioni dopo gli anni 1970, si è indotti alla constatazione obiettiva che i termini del nostro disaccordo in ordine al Concilio Vaticano II restano, di fatto, immutati. Con la sua autorità magistrale, la Santa Sede ha sempre affermato che occorre interpretare i testi del Concilio alla luce della Tradizione e del Magistero, e non l'inverso, mentre la Fraternità ha insistito nel dire che certi insegnamenti del Concilio sono erronei e dunque non suscettibili di ricevere una interpretazione in armonia con la Tradizione e il Magistero. Col passare degli anni, questo punto morto è rimasto più o meno tale e quale. Pur permettendo un fruttuoso scambio di vedute su alcuni temi precisi, i tre anni di colloqui dottrinali appena conclusi fondamentalmente non hanno portato cambiamenti alla situazione.
In queste circostanze, mentre rimane la speranza, è chiaro che nei nostri scambi dovrebbe essere introdotto un elemento nuovo, se non vogliamo apparire alla Chiesa, al grande pubblico e, in definitiva a noi stessi, come impegnati in uno scambio cortese, ma senza uscita né frutto. Occorre sviluppare considerazioni nuove, di natura più spirituale e teologica, che trascendano i disaccordi importanti e apparentemente insormontabili sull'autorità e l'interpretazione del Concilio Vaticano II, oggetto della nostra attuale divisione; queste considerazioni saranno centrate sul nostro dovere di preservare e di amare l'unità e la pace della Chiesa, che sono volute da Dio.
Mi sembra opportuno introdurre queste nuove considerazioni sotto forma di una lettera personale per l'Avvento, indirizzata personalmente a lei così come ai membri della Fraternità sacerdotale. La sua posta in gioco non è altro che l'unità della Chiesa.

La salvaguardia dell'unità della Chiesa

In questo contesto, tornano in mente le parole di San Paolo : « Vi esorto dunque io, il prigioniero nel Signore, a comportarvi in maniera degna della vocazione che avete ricevuto, con ogni umiltà, mansuetudine e pazienza, sopportandovi a vicenda con amore, cercando di conservare l'unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace. Un solo corpo, un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. Un solo Dio Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, agisce per mezzo di tutti ed è presente in tutti. » (Ef 4, 1-6).
Con queste parole, l’apostolo Paolo ci invita a custodire l'unità della Chiesa, l'unità che è data dallo Spirito e ci unisce all'unico Dio « che regna al di sopra di tutti, agisce per mezzo di tutti ed è presente in tutti » (Ef 4, 6). La vera unità è un dono dello Spirito, e non il risultato della nostra azione.
Tuttavia, le nostre decisioni e le nostre azioni ci rendono capaci di cooperare nell'unità dello Spirito o di agire contro le mozioni dello Spirito. Conseguentemente, san Paolo ci esorta a vivere «in maniera degna della vocazione che abbiamo ricevuto » (Ef 4, 1), a vivere custodendo il dono prezioso dell'unità.
Al fine di perseverare nell'unità della Chiesa, san Tommaso d’Aquino sottolinea che, secondo San Paolo, « bisogna coltivare quattro virtù e bandire i quattro vizi che vi sono contrapposti » (Commentario alla Lettera agli Efesini, § 191). Cosa bisogna evitare sulla via dell'unità ? L’orgoglio, l'ira, l’impazienza e lo zelo disordinato. Secondo l’Aquinate, « il primo vizio rifiutato da [san Paolo] è l'orgoglio. Quando una persona arrogante decide di dirigere gli altri, mentre questi altri, nella loro fierezza, rifiutano di sottomettersi, sorgono discordie nella società, e scompare la pace … La collera è il secondo vizio. Poiché un collerico è portato all'ingiustizia, verbale o fisica, ciò che produce confusione. …Il terzo è l'impazienza. Talvolta, un uomo umile e dolce, che si vieta di provocare scompiglio, non sopporta con pazienza gli attacchi effettivi o supposti che sono portati contro di lui. … Il quarto vizio è lo zelo disordinato. Lo zelo disordinato può portare su qualunque cosa; a causa di esso, gli uomini giudicano tutto ciò che vedono, senza attendere momento e luogo opportuni, ed è una catastrofe per la società » (ibid.).
Come possiamo agire contro questi vizi ? San Paolo ci dice : « abbiate molta umiltà, dolcezza e pazienza, sopportatevi gli uni gli altri con amore » (Ef 4, 2).
Secondo l’Aquinate, facendoci vedere la bontà presente negli altri e riconoscere le nostre forze e le nostre debolezze, l'umiltà ci aiuta ad evitare lo spirito di rivalità nei nostri rapporti con gli altri. La dolcezza « appiana le difficoltà e conserva la pace » (Commentario alla Lettera agli Efesini, § 191). Essa ci aiuta ad evitare le manifestazioni disordinate di collera donandoci la serenità di fare il nostro dovere con uniformità d'umore e in uno spirito di pace.  La pazienza ci rende capaci di sopportare la sofferenza per ottenere il bene ricercato, soprattutto se è difficile da raggiungere o se circostanze esteriori si schierano contro la realizzazione dell'obbiettivo. La carità fa evitare lo zelo disordinato donandoci di sostenerci gli uni gli altri,  « assumendoci i difetti degli altri con carità » (ibid.). San Tommaso dà questo consiglio : « Quando qualcuno cade,  non bisognerebbe immediatamente correggerlo, a meno che non ci sia un tempo e un luogo per questo. Bisognerebbe attendere con compassione, poiché la carità tutto sopporta (1 Co 13, 7). Non si tratta di tollerare per negligenza o complicità, per familiarità o amicizia carnale, ma per carità. … Noi che siamo forti, dobbiamo portare le infermità dei deboli (Rm 15, 1)» (ibid.).
Il prudente consiglio di San Tommaso può esserci utile, se accettiamo di essere formati dalla sua saggezza. Nel corso degli ultimi quarant'anni, le nostre relazioni non sono state talvolta carenti di umiltà, di dolcezza di pazienza e di carità ?
Ricordiamoci di ciò che ha scritto Papa Benedetto XVI ai suoi fratelli nell'episcopato per spiegare la promulgazione del motu proprio Summorum Pontificum : «Guardando al passato, alle divisioni che nel corso dei secoli hanno lacerato il Corpo di Cristo, si ha continuamente l’impressione che, in momenti critici in cui la divisione stava nascendo, non è stato fatto il sufficiente da parte dei responsabili della Chiesa per conservare o conquistare la riconciliazione e l’unità; si ha l’impressione che le omissioni nella Chiesa abbiano avuto una loro parte di colpa nel fatto che queste divisioni si siano potute consolidare. Questo sguardo al passato oggi ci impone un obbligo: fare tutti gli sforzi, affinché a tutti quelli che hanno veramente il desiderio dell’unità, sia reso possibile di restare in quest’unità o di ritrovarla nuovamente. » (Lettera del 7 luglio 2007).
Come le virtù d'umiltà, di dolcezza di pazienza e di carità possono modellare i nostri pensieri e le nostre azioni. 
Innanzitutto se cerchiamo umilmente di riconoscere la bontà che esiste in coloro con cui possiamo essere in disaccordo anche su punti apparentemente fondamentali, siamo capaci di esaminare le questioni disputate in uno spirito di apertura e in tutta buona fede. In secondo luogo, se abbiamo una vera dolcezza, possiamo conservare uno spirito di serenità evitando di parlare con un tono che divide o di sviluppare considerazioni imprudenti che offenderanno invece di favorire la pace e la reciproca comprensione. In terzo luogo, se conserviamo una vera pazienza, riconosceremo che, nella ricerca del bene prezioso che perseguiamo, dobbiamo volere, se necessario, accettare la sofferenza dell'attesa. Infine, se ancora sentiamo il bisogno di correggere i nostri fratelli, ciò deve avvenire con carità, nel momento e nel luogo adatti. 
Nella vita della Chiesa, tutte queste virtù tendono a preservare « l’unità dello Spirito per mezzo del vincolo della pace » (Ef 4, 3). Se i nostri rapporti sono segnati dall'orgoglio, dalla collera, dall'impazienza o dallo zelo disordinato, la nostra ricerca inquieta del bene della Chiesa non ci condurrà che all'amarezza. Se, d’altra parte, la grazia di Dio ci fa crescere in verità nell'umiltà, dolcezza, pazienza e carità, la nostra unità nello spirito sarà mantenuta e noi cresceremo più profondamente nell'amore di Dio e del prossimo, portando a compimento tutta la legge che Dio ci ha donata.  
Se insistiamo tanto sull'unità della Chiesa, è perché essa riflette la comunione della santa Trinità ed è da essa operata. Come leggiamo in un sermone di Sant'Agostino : « Il Padre e il Figlio ci hanno augurato di essere in comunione con essi e tra noi ; attraverso questo dono, che entrambi possiedono come se  non fossero che uno, hanno desiderato unirci a loro e unirci fra di noi attraverso lo Spirito Santo che è Dio e dono di Dio » (Sermone 71, 18).
L’unità della Chiesa non è una cosa che non otterremmo da noi stessi attraverso il nostro proprio potere ma è un dono della grazia divina. È riconoscendo questo dono che Agostino può dire : « Un nemico dell'unità non partecipa dell'amore di Dio. Conseguentemente coloro che sono fuori della Chiesa non hanno lo Spirito Santo » (Lettera 185, § 50). Ecco parole che raggelano : un nemico dell'unità diviene nemico di Dio, perché rifiuta il dono che Dio ci ha fatto. « Come provare che amiamo il nostro prossimo ? » chiede sant'Agostino. « Non frantumando la sua unità, perché osserviamo la carità » (Omelie sulla  prima Lettera di Giovanni 2, 3). Ascoltiamo cosa dice sant'Agostino a coloro che dividono la Chiesa : « Voi non avete la carità, perché, in nome del vostro onore,  provocate divisioni nell'unità. Comprendete dunque attraverso questo che lo Spirito viene da Dio. … Voi vi separate voi stessi dall'unità del mondo, voi dividete la Chiesa con scismi, voi lacerate il corpo di Cristo. Egli è venuto nella carne per riunirlo ; voi, gridate per lacerarlo » (ibid. 6, 13). Come possiamo evitare di divenire nemici di Dio ? « Che ciascuno interroghi il suo cuore. Se qualcuno ama suo fratello, lo Spirito di Dio abita in lui. Che egli guardi, che egli metta alla prova se stesso sotto lo sguardo di Dio ! Che egli veda se esiste in lui un amore della pace e dell'unità, un amore della Chiesa sparsa su tutta la terra ! » (ibid. 6, 10).
Come dunque comportarci con coloro con cui è difficile essere amici ? Ascoltiamo sant'Agostino : « Amate i vostri nemici in modo da desiderare di averli per amici ; amate i vostri nemici in modo da farne dei compagni » (ibid. 1, 9). Per Agostino, la forma autentica dell'amore non può essere che un dono di Dio : « Chiedete a Dio di potervi amare gli uni gli altri. Voi dovreste amare tutti gli uomini, anche i vostri nemici, non perché sono vostri fratelli, ma perché possono diventarlo, in modo da poter essere sempre infuocati dell'amore fraterno, sia per colui che è divenuto vostro fratello, che per il vostro nemico, in modo che amandolo, egli possa divenire vostro fratello » (ibid. 10, 7).
L'esempio dell'amore che trasforma i nostri nemici in amici ci viene, in ultima analisi, da Cristo stesso : « amiamoci, perché Egli ci ha amati per primo (4, 19). Come potremmo amare, se Egli non ci avesse amati per primo ? Attraverso il suo amore, siamo divenuti suoi amici, ma Egli ci ha amati come [quando eravamo] nemici, in modo da far di noi suoi amici. Egli ci ha amati per primo e ci ha accordato i mezzi per di amarlo » (ibid. 9, 9).
Per sant'Agostino, l'unità della Chiesa viene dunque dalla comunione della Beata Trinità e dv'essere mantenuta, se vogliamo restare in comunione con Dio stesso. Attraverso la grazia di Dio, dobbiamo preservare questa unità con una grande determinazione, anche se ciò implica sofferenze e una paziente resistenza : « Sopportiamo il mondo, sopportiamo le tribolazioni, sopportiamo lo scandalo dei processi. Non torniamo sui nostri passi. Restiamo saldi nell'unità della Chiesa resistiamo in Cristo nell'unità della Chiesa, resistiamo in Cristo, resistiamo nell'amore. Non abbandoniamo le membra della sua sposa,  non abbandoniamo la fede, in modo da poter essere glorificati nella sua presenza, e noi saremo sicuri in lui, da subito per la fede e più tardi attraverso la visione di cui lo Spirito Santo ci ha dato il pegno » (ibid. 9, 11).

Il posto della Fraternità sacerdotale nella Chiesa

Cosa vi è dunque chiesto nella presente situazione ? Certamente di non perdere lo zelo del vostro fondatore, Monsignor Lefebvre. Lungi da ciò ! Al contrario, vi si chiede di ravvivare la fiamma del suo zelo ardente per la formazione degli uomini al sacerdozio di Gesù Cristo. È sicuramente venuto il momento di abbandonare la retorica aspra e contro produttiva che è sorta nel corso degli anni passati. 
Ritornare al carisma un tempo affidato a Monsignor Lefebvre, il carisma della formazione dei preti nella pienezza della Tradizione cattolica per esercitare presso i fedeli un apostolato che scaturisca da questa formazione sacerdotale. Ecco il carisma sul quale la Chiesa fece discernimento quando la Fraternità Sacerdotale San Pio X fu approvata nel 1970. Non abbiamo dimenticato il giudizio elogiativo formulato dal Cardinal Gagnon sul seminario di Écône nel 1987.
Il carisma autentico della fraternità consiste nel formare preti per il servizio al popolo di Dio, non a darsi la missione di giudicare e correggere la teologia o la disciplina d'altri nella Chiesa. Dovrete centrarvi sulla trasmissione di una formazione filosofica, teologica, pastorale, spirituale e umana dei vostri candidati, perché essi possano predicare la parola di Cristo e agire come strumenti della grazia di Dio nel mondo, in particolare attraverso la celebrazione solenne del santo Sacrificio della Messa.
Occorrerà certamente prestare attenzione ai passaggi del Magistero che vi sembrano difficili da conciliare con l'insegnamento magisteriale, ma queste questioni teologiche non dovrebbero costituire il centro della vostra predicazione o della vostra formazione.  
Sulla questione di sapere chi è competente per correggere un abuso, possiamo considerare il caso di san Pio X e dei suoi interventi nel campo della musica sacra. Nel 1903, san Pio X promulgò il celebre motu proprio Tra le sollecitudini, che promuoveva in tutta la Chiesa una riforma della musica sacra. Questo documento segnava lo sbocco di due iniziative antecedenti di Giuseppe Sarto : un votum sulla musica sacra scritto su richiesta della Sacra Congregazione dei Riti nel 1893, ed una lettera pastorale sulla riforma della musica sacra nella Chiesa di Venezia pubblicata nel 1895.
Questi tre documenti avevano sostanzialmente lo stesso contenuto. Eppure, il primo era una lista di suggerimenti per la Chiesa romana, il secondo una istruzione per i credenti situati sotto la giurisdizione del Patriarcato di Venezia, e il terzo una serie di disposizioni valide per la Chiesa universale. In quanto Papa, san Pio X aveva l'autorità necessaria per segnalare gli abusi in materia di musica sacra nel mondo intero, mentre, come vescovo, non poteva intervenire che nella sua diocesi. Con le sue prescrizioni disciplinari e dottrinali, San Pio X poteva trattare i problemi nella Chiesa su un piano universale,  precisamente a causa della sua autorità universale.
Anche se siamo convinti che il nostro punto di vista su una questione particolare disputata è giusto, non dobbiamo usurpare la missione del Sovrano Pontefice arrogandoci il diritto di correggere pubblicamente gli altri nella Chiesa. Noi possiamo proporre e cercare d'influire, ma non mancare di rispetto nei confronti delle legittime autorità locali o agire contro di esse. Dobbiamo rispettare il genere proprio di diverse sorta di istanze : è la fede che bisognerebbe predicare nei nostri pulpiti e non l'ultima interpretazione di ciò che crediamo problematico in un documento magisteriale. 
Fu un errore fare di ogni punto difficile dell'interpretazione teologica del Vaticano II materia di una  controversia pubblica cercando di spingere coloro che non sono competenti  in teologia ad adottare il nostro punto di vista su punti teologici delicati.
L’Istruzione Donum Veritatis sulla vocazione ecclesiale del teologo (Congregazione per la Dottrina della Fede, 1990) afferma che un teologo può « degli interrogativi concernenti, a secondo dei casi, l’opportunità, la forma o anche il contenuto di un intervento del magistero », sebbene « La volontà di ossequio leale a questo insegnamento del Magistero in materia per sé non irreformabile deve essere la regola » (§ 24).  
Tuttavia, un teologo « non presenterà le sue opinioni e le sue ipotesi divergenti come se si trattasse di conclusioni indiscutibili. Questa discrezione è dettata dal rispetto della verità e dal rispetto del popolo di Dio (cf. Rm 14, 1-15 ; 1 Co 8 ; 10, 23-33). Per le stesse ragioni il teologo rinuncerà alla loro espressione pubblica e intempestiva » (§ 27). 
Se, dopo una intensa, paziente e leale riflessione da parte sua, rimangono difficoltà «è dovere del teologo far conoscere alle autorità magisteriali i problemi suscitati dall’insegnamento in se stesso, nelle giustificazioni che ne sono proposte o ancora nella maniera con cui è presentato. Egli lo farà in uno spirito evangelico, con il profondo desiderio di risolvere le difficoltà. Le sue obiezioni potranno allora contribuire ad un reale progresso, stimolando il Magistero a proporre l’insegnamento della Chiesa in modo più approfondito e meglio argomentato. In questi casi il teologo eviterà di ricorrere ai «mass-media» invece di rivolgersi all’autorità responsabile, perché non è esercitando in tal modo una pressione sull’opinione pubblica che si può contribuire alla chiarificazione dei problemi dottrinali e servire la verità ». (§ 30).
Questa parte del compito del teologo condotta in uno spirito leale e animato dall'amore per la Chiesa può talvolta essere difficile « Può essere un invito a soffrire nel silenzio e nella preghiera, con la certezza che se la verità è veramente in causa, essa finirà necessariamente per imporsi. » (§ 31).
Tuttavia un esame critico degli atti del magistero non deve mai divenire una sorta di «  magistero parallelo » dei teologi (cf. § 34), perché esso deve essere sottoposto al giudizio del Sovrano Pontefice che ha « il compito preservare l'unità della Chiesa, con la sollecitudine di offrire a tutti l'assistenza per rispondere con i mezzi opportuni a questa vocazione e grazia divina » (Lettera apostolica Ecclesiae unitatem § 1).
Noi vediamo dunque che, per coloro che, nella Chiesa hanno il dovere o la missione canonica di insegnare c'è posto per un impegno veramente teologico e non polemico con il Magistero. Intellettualmente parlando in ogni caso non possiamo concentrarci unicamente sulla controversia. I problemi teologici difficili non possono essere adeguatamente trattati se non attraverso l'analogia della fede, cioè la sintesi di tutto ciò che il Signore ci ha rivelato. Vedremo ogni dottrina e articolo di fede come sostenendo gli altri e imparare a capire i legami interni che esistono fra ognuno degli elementi della nostra fede. 
Per intraprendere studi di teologia, dobbiamo avere un'adeguata un'esperienza culturale, biblica e filosofica. Penso, ad esempio, a un passaggio del Codice di Diritto canonico del 1917 riprodotto nell'introduzione di Benziger all'edizione inglese della Summa Teologica : « I religiosi che hanno già fatto gli studi classici dovranno studiare la filosofia per almeno due anni e la teologia per quattro anni, seguendo l'insegnamento di San Tommaso e in accordo con le istruzioni della Sede apostolica » (CIC 1917, can. 589). Consideriamo la saggezza di questa direttiva: la teologia deve essere intrapresa da coloro che sono stati ben formati sia nelle scienze umanistiche che in filosofia. La Congregrazione per l'Educazione cattolica ha recentemente richiesto che lo studio della filosofia duri tre anni durante la formazione al sacerdozio. Senza questa apertura, la nostra ricerca teologica non avrà il ricco humus culturale sul quale la fede si radica e che è indispensabile per una piena comprensione dei concetti e dei termini filosofici che sottendono le formulazioni dottrinali della Chiesa.  
Se ci focalizziamo soltanto sulle questioni più difficili e controverse, - che devono, certamente, essere oggetto di grande attenzione - possiamo finire col perdere il senso dell'analogia della fede e metterci a vedere la teologia soprattutto come una sorta di dialettica intellettuale sui soggetti conflittuali  più che come un impegno di saggezza con il Dio vivente che si è rivelato a noi in Gesù Cristo e che, attraverso lo Spirito Santo, ispira il nostro lavoro, la nostra predicazione e la nostra azione pastorale.

Conclusione

Con la sua maniera magnanima di esercitare il munus Petrinum, papa Benedetto XVI è estremamente desideroso di superare le tensioni che sono esistite tra la Chiesa e la vostra Fraternità. Una riconciliazione ecclesiale immediata e totale metterà fine ai sospetti e alla diffidenza sorte da una parte e dall'altra ? Senza dubbio non così facilmente.
Ma ciò che noi cerchiamo non è un'opera umana : noi cerchiamo la riconciliazione e la guarigione per mezzo della grazia di Dio, sotto la guida amorosa dello Spirito Santo. Ricordiamoci gli effetti della grazia enunciati da San Tommaso : guarire l'anima, desiderare il bene, realizzare il bene che ci si è proposto, perseverare nel bene e, per concludere, ottenere la gloria  (cf. Somma Teologica Ia IIae, 111, 3).
Le nostre anime hanno innanzitutto bisogno di essere guarite, purificate dall'amarezza e dal risentimento nati da trentanni di sospetti e di tormenti da una parte e dall'altra. Dobbiamo pregare il Signore di guarirci da tutte le imperfezioni  dovute alle difficoltà, soprattutto dal desiderio di autonomia che è, infatti, estraneo alle forme tradizionali di governo nella Chiesa. Il Signore ci dona la grazia di desiderare alcuni beni : in questo caso, il bene d'una unità e d'una comunione ecclesiale totali. È un desiderio che molti di noi condividono, umanamente parlando, ma ciò che abbiamo bisogno di ricevere dal Signore è la comunicazione di questo desiderio alle nostre anime, in modo da farci desiderare l'ut unum sint con lo stesso desiderio di Cristo.
Soltanto allora la grazia di Dio ci permetterà di realizzare il bene che ci proponiamo. È Lui che ci spinge a cercare una riconciliazione e la porta a compimento.
Ecco giunto il momento di una grazia straordinaria : cogliamola con tutto il cuore e con tutto lo spirito. Preparandoci alla venuta del Salvatore del mondo nel corso di quest'Avvento dell'Anno della Fede, preghiamo e speriamo con fiducia : non possiamo vedere la riconciliazione, da molto tempo attesa, della Fraternità sacerdotale San Pio X e la Sede di Pietro ?
Il solo futuro immaginabile per la Fraternità San Pio X si trova sul cammino di una piena comunione con la Santa Sede, nell'accettazione di una professione di fede incondizionata nella sua pienezza, e dunque con una vita sacramentale, ecclesiale e pastorale convenientemente ordinata.
Avendo ricevuto da Pietro l'incarico di essere strumento di riconciliazione della Fraternità sacerdotale, oso far mie le parole dell'apostolo Paolo che ci esorta a « vivere fedelmente la vocazione ricevuta, con ogni umiltà, dolcezza e pazienza, sopportandovi a vicenda con amore, avendo a cuore di conservare l'unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace ».

Sinceramente vostro in Cristo,

+ J. Augustine Di Noia, O.P.
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[Fonte: Blog francese Summorum Pontificum]
Traduzione a cura di Chiesa e post-concilio