lunedì 18 luglio 2022

Non abbandonare il gregge; non abbandonare la verità

Nella nostra traduzione da OnePeterFive la condivisione di un breve scambio di lettere del Prof. Peter Kwasniewski con un sacerdote che inizialmente difende la sua opinione secondo cui deve "rimanere in trincea" con il Novus Ordo, e che poi, circa un anno dopo, ritira la sua posizione e dice perché ha proseguito esclusivamente con la Messa tradizionale. Uno scambio di grande rilievo ed interesse.

Non abbandonare il gregge; non abbandonare la verità
Dott. Peter Kwasniewski — 13 luglio 2022

Quello che segue è uno scambio epistolare reale da cui ho espunto i dettagli che possano far identificare il mio interlocutore. La corrispondenza si è svolta circa tre anni fa.

1a Lettera
Caro Dr. Kwasniewski,
Un nostro comune amico mi ha inoltrato le lettere tra lei e un suo amico sacerdote dal titoloDiscovering Tradition: A Priest’s Crisis of Conscience” [“Scoprire la tradizione: la crisi di coscienza di un sacerdote”].
Tanto per cominciare, mi sono imbattuto nella Messa tradizionale al liceo dopo un’esperienza di ritorno alla tradizione. Come molti, ho cominciato a fare ricerche sulla Messa antica e, di conseguenza, ho iniziato a frequentare una parrocchia della Fraternità di San Pietro locale, dove ho imparato a servire durante la celebrazione. Più tardi, dopo essere entrato nel seminario diocesano, ho studiato come celebrare la Messa bassa con l’aiuto di un sacerdote della Fraternità, e la mia prima Messa (come celebrante) è stata proprio una Messa bassa. Era molto importante per me esprimere in quale “flusso” liturgico/culturale mi trovavo. Da allora celebro regolarmente la Messa Antica, sia in pubblico che in privato. La Messa tradizionale è stata il pilastro della mia vita sacerdotale. Per quanto riguarda il Novus Ordo è meglio che io taccia…

Senza dubbio, la morte di una cultura realmente cattolica, del senso del sacro e della pietà all’interno della Chiesa, la morte della catechesi, la morte della capacità di praticare la preghiera profonda (sia collettiva che privata), la morte dello spirito di penitenza e del concetto di nobiltà della sofferenza (o, sinceramente, proprio il desiderio di essere nobili...), l’abbandono dei sacramenti (soprattutto la confessione) la preponderanza del clero gay (o almeno blando ed evirato), l’ubiquità del sacrilegio, soprattutto nei confronti del Santissimo Sacramento, il triste spettacolo delle canzoni durante la Messa e la morte della cultura raffinata che è sorta dalla Messa nel corso dei secoli, la comunione nella mano, lo scambio di ruoli tra clero e laici, etc… tutto ciò mi provoca dolore e angoscia.

E quindi, ammetto che la maggior parte di ciò che sento empatia per quel che si dice in quelle lettere, ma molti dei problemi discussi nelle lettere riguardanti il Novus Ordo sono in realtà per me un motivo in più per non “abbandonare la nave”. Quando sono entrato nel seminario locale, i fedeli di una parrocchia tradizionalista sono insorti e mi hanno chiesto perché non mi fossi unito a un gruppo come la Fraternità di San Pietro, e la ragione che ho addotto allora rimane la stessa ragione per cui rimango dove sono ora: per farla breve, non mi piace proprio quel che mi sembra un ritirarsi in un “ghetto” tradizionale e abbandonare le pecore. Riconosco che si tratta di un problema e di una sofferenza più tipici del cuore di un sacerdote che di quello di un laico, ma sono sicuro che mi può capire. I fedeli sono davvero pecore senza pastori, e sicuramente parte (forse anche molta) della decadenza all’interno della Chiesa in generale — così come all’interno della parrocchia tipo — è perpetuata con malizia, anche se sono pronto ad affermare che la maggior parte non lo è. La maggior parte di essa è semplicemente frutto dell’ignoranza risultante dall’abuso spirituale perpetrato da pessimi sacerdoti che omettono di proteggere, disciplinare e prendersi cura dei loro figli spirituali.

Di nuovo, sono più che solidale con i sentimenti del suo interlocutore e, ad essere onesti, il fascino di un monastero tradizionale a volte è travolgente. Ma il mio cuore sacerdotale va in frantumi se ho la sensazione che un altro sacerdote lascia le pecore in preda ai lupi del progressismo e del modernismo. È bello che gli sia stata data la grazia di vedere l’eccellenza insuperabile della tradizione, ma come posso non essere addolorato quando l’ennesima trincea intorno a me si svuota perché l’uomo che vi si trova, apparentemente, ha perso fiducia sull’efficacia della causa? Sono diventato sacerdote affinché Dio fosse glorificato mediante la salvezza delle anime. Non sono forse i cattolici del Novus Ordo quelli che hanno più bisogno dell’aiuto di buoni sacerdoti formati dalla sacra tradizione per tirarli fuori dalla fossa dell’inferno, in senso figurato e letterale?

Ci rimango dentro perché il mio popolo sta letteralmente morendo nei suoi peccati, perché per sessant’anni a malapena gli è stato detto che esiste qualcosa come il peccato. Come non essere deluso nel vedere un altro buon prete correre verso pascoli apparentemente più verdi, quando “un nemico” ha seminato tanta zizzania e ha gettato tanto sale nel campo delle anime? Mi sento come San Francesco Saverio quando affermò:
“Abbiamo visitato i villaggi dei nuovi convertiti che alcuni anni fa hanno accettato la religione cristiana. Nessun portoghese vive qui: il paese è troppo completamente arido e povero. I cristiani nativi non hanno sacerdoti. Sanno solo che sono cristiani. Non c'è nessuno che dica Messa per loro; nessuno che insegni loro il Credo, il Padre Nostro, l’Ave Maria e i Comandamenti della Legge di Dio… Molte, moltissime persone da queste parti non stanno diventando cristiane per un solo motivo: non c’è nessuno che le converta. Moltissime volte ho pensato di girare per le università d’Europa, soprattutto Parigi, e di gridare come un matto, attirando l’attenzione di chi ha più cultura che carità: ‘Che tragedia: quante anime sono escluse dal paradiso e cadono nell’inferno per colpa vostra!’
“Vorrei che lavorassero per quest’opera con lo stesso impegno che profondono sui loro libri, e così saldassero il conto con Dio per la loro cultura e i talenti loro affidati. Questo pensiero spingerebbe sicuramente la maggior parte di loro a meditare sulle realtà spirituali, ad ascoltare attivamente ciò che Dio dice loro. Dimenticherebbero i loro desideri, le loro vicende umane e si abbandonerebbero interamente alla volontà di Dio e alla Sua scelta. Griderebbero con tutto il cuore: ‘Signore, io sono qui! Cosa volete che faccia? Mandami dove vuoi, anche in India’”.
Io aggiungerei: “anche in una parrocchia Novus Ordo”.

Grazie per prestarmi la sua attenzione e per la carità che mi dimostra leggendo quello che si è involontariamente trasformato in un manifesto, e grazie ancora di più se vorrà dedicarmi il suo tempo per rispondermi, se lo riterrà opportuno. Ogni pensiero o suggerimento che potrà offrirmi saranno più che benvenuti.
Cordialmente, in Cristo
Un sacerdote in trincea

* * * 
2a Lettera
Caro Padre,
Capisco perfettamente da dove viene e perché sta facendo quel che sta facendo. Io stesso ho diretto cori e scholae cantorum per 25 anni col Novus Ordo, e il mio obiettivo è sempre stato quello di portare la ricchezza della musica sacra della Chiesa ai fedeli seduti sui loro banchi, e anche al clero, che spesso l’ha apprezzata altrettanto o ancora di più, poiché li aiutava a recitare meglio le preghiere della Messa. Si tratta di una linea di azione nobile, lodevole, necessaria e caritatevole. Come dice lei, se ogni parrocchia Novus Ordo fosse abbandonata dai sacerdoti che amano la liturgia e le tradizioni della Chiesa, le pecore sarebbero abbandonate in preda ai lupi.

Certo, a volte il Signore chiama sacerdoti dal ministero attivo a una vita monastica contemplativa, affinché, seguendo le Sue vie misteriose, possa portare più frutti nel silenzio e nella solitudine di quanto non avrebbe potuto mietere dall’impegno pastorale. Ma questo non è il tipo di chiamata più frequente.

Nello stesso periodo in cui creavo musica per il Novus Ordo, ho anche diretto musica per la Messa tradizionale in latino. In quasi tutto quel periodo ho frequentato alternativamente entrambe le forme. Ciò mi ha fornito una prospettiva ravvicinata sulle differenze che esistono tra di esse e mi ha spinto a pensare tante volte a ciò che è stato rimosso, modificato, aggiunto, etc. Non potevo davvero evitare di farlo, dato che ero molto coinvolto nella pianificazione e nell’esecuzione della liturgia. Inoltre, come filosofo voglio sempre sapere il perché delle cose — perché è stato inserito, cancellato, rivisto, reso facoltativo questo o quell’elemento, etc. — e non mi accontento di risposte superficiali. Ciò mi ha portato a intraprendere una ricerca approfondita che ha illuminato le mie esperienze. Mi sono finalmente reso conto che nella tradizione liturgica romana c’è stata una profonda rottura che avrà effetti a catena fino alla fine dei tempi (o fino a quando la rottura stessa non sarà definitivamente cancellata). Si ripercuoterà nel nostro atteggiamento verso la dottrina e il dogma; nella nostra vita morale e sociale; nella nostra ascesi e nella nostra estetica; e ovviamente, nel nostro senso della bontà fondamentale della tradizione in quanto tale.

Riflessioni come queste mi hanno spinto a formulare la mia tesi: la riverenza non basta; bisogna essere uniti alla tradizione che si è sviluppata sotto la guida della Divina Provvidenza. (Per un’esposizione più completa, vedi questa e questa conferenza). Di conseguenza, ho iniziato a sentirmi in qualche modo complice nel perpetuare la rottura — ancora una volta, nonostante l’evidente bene che facevo promuovendo la musica sacra e ricollegando frammentariamente i laici al loro retaggio.
Ora, ciò non vuol dire che non ci dovrebbero essere soldati in trincea, o anche generali dell’esercito che sfruttino al meglio una situazione fangosa e disordinata, e si spingano verso la vittoria finale. Ammiro coloro che riescono a farlo nonostante i vincoli, le imperfezioni, le infamie, l’incomprensione, la resistenza e altri problemi che si incontrano sul campo di battaglia.

Vorrei solo affermare che ogni soldato saggio e soprattutto ogni generale prudente deve tenere in mano le sue armi migliori e usarle ogni volta che può. Quindi il sacerdote che sa celebrare il rito antico e ne apprezza il valore deve, credo, non solo tenerlo al centro della propria vita sacerdotale, ma anche condividerlo sempre di più con il suo popolo col passare del tempo. So che ciò non è sempre immediatamente possibile, e raramente lo sarà quanto lo si vorrebbe, ma bisogna fare uno sforzo in questa direzione per la salute a lungo termine della Chiesa. Papa Benedetto ha giustamente riconosciuto il potere salutare di riconnettersi con la tradizione liturgica come sancito dall’usus antiquior.

Spero quindi che lei possa, per se stesso e per le povere pecorelle, offrire l’antica liturgia — non solo la Messa, ma anche il battesimo, la penitenza, l’estrema unzione, l’ufficio divino, come suggeriscono le circostanze. La sorprendente rinascita dell’antica liturgia è un balsamo fornito da Dio nei nostri tempi difficili per coloro che soffrono il “dolore e l'angoscia” che lei così bene descrive.

Che Nostro Signore benedica abbondantemente la sua opera di cura delle anime, specialmente nei suoi momenti difficili.
Suo in Cristo,
Dott. Kwasniewski

* * *
3a Lettera
(Un anno dopo)
Salve Dottore,
Potrebbe non ricordare che tempo fa abbiamo avuto un breve scambio epistolare. Le invio una nuova email perché le debbo più o meno delle scuse. L’ultima volta che ci siamo scambiati delle email, ho difeso la posizione secondo cui i sacerdoti solidali con la tradizione dovrebbero rimanere dove sono proprio perché la situazione è così disperata.

Il mio pensiero si è evoluto, e credo di essere giunto alla conclusione secondo cui la gloria di Dio e la salvezza della mia anima sono la mia opera principale, più basilare e più necessaria, e nonostante il pensiero di ciò che potrebbe essere interpretato come lasciare il il gregge tra i lupi mi provoca un notevole disagio, non credo di poter raggiungere quegli obiettivi primari restando nella mia situazione attuale. Per questo motivo, ho iniziato a cercare ordini tradizionali per fare il mio ingresso in essi.

Ho pensato di farglielo sapere, visto il nostro precedente dibattito. Grazie per il suo lavoro in generale, e per le sue preghiere per me in particolare, e sappia che anche io prego per lei.
Pace a lei in Cristo!
Un sacerdote in trincea


* * *
4a Lettera
Caro Padre,
Sono felice di ricevere di nuovo sue notizie.
La conclusione che lei descrive sta diventando sempre più comune. Vengo contattato in modo piuttosto regolare da sacerdoti, religiosi e soprattutto seminaristi che stanno cercando di capire cosa fare quando vedono che la riforma liturgica ha aperto un vaso di Pandora che non può essere più chiuso ma deve essere seppellito (per mescolare le metafore). Si tratta di una vera e propria pandemia di abusi, e il male più sottile che c’è in questa situazione è che anche una “celebrazione riverente” è uno sforzo personale di opzioni scelte con gusto, entro parametri negoziati tra le aspettative dei vescovi e il livello di tolleranza delle congregazioni. In altre parole, è una sorta di asta in cui la liturgia viene assegnata al miglior offerente.

Mi ci è voluto molto tempo per giungere alla conclusione che la restaurazione è l'unica via da seguire; ho resistito in modo abbastanza severo a questo pensiero per circa dieci anni, durante i quali sono stato direttore di coro per entrambe le “forme” e ho fatto del mio meglio: ho diretto il canto e la polifonia nell Novus Ordo Missae e ho incoraggiato il dialogo con la Messa tradizionale in latino. Si trattava di un “arricchimento reciproco” e di “ermeneutica della continuità”.

Ma poi i miei studi hanno sconfitto la mia ingenuità e mi sono accorto, non senza notevole angoscia di spirito, che i problemi erano “infornati” nella riforma come la farina e lo zucchero di una torta; erano (per usare un’espressione forse abusata) caratteristiche intrinseche, non difetti involontari. Ciò cambia radicalmente la natura oggettiva del dono del culto in entrambi i sensi: in quanto dono ricevuto dalla tradizione della Chiesa e in quanto dono fatto a Dio, Che merita quanto c’è di più grande e di meglio, e Che lo merita per primo, prima di ogni considerazione umana.

Eppure, dopo aver visto in faccia questa verità, il mio lavoro mi ha obbligato a continuare a creare musica per entrambe le Messe. Ho cercato rifugio nei canti gregoriani e ho cercato di mettere in essi tutta la mia concentrazione, usando la loro bellezza come una sorta di scudo psicologico. Ciò, in definitiva, mi è sembrato un po’ pelagiano: assistere alla Messa era diventato uno sforzo ascetico in cui la mia volontà doveva conquistare il mio intelletto, e in cui dovevo sforzarmi di non prestare attenzione ad alcuni aspetti stridenti del rito di Paolo VI. Ciò che era rimasto bloccato, in ogni caso, era proprio quel tipo di abbandono fiducioso alla liturgia che si dovrebbe poter praticare senza nemmeno pensarci due volte.

Questo è diventato uno dei motivi principali per cui sono arrivato a un punto in cui ho avuto bisogno di abbandonare la schizofrenia di una comunità dalle “due forme” e di trasferirmi in una parrocchia tradizionale a “pieno servizio”. Volevo bene alle persone con cui lavoravo, ma la “dieta” liturgica era, in una forma, troppo magra e, nell’altra, troppo varia e contraddittoria. Mi sentivo spaccato in due; quello che avrebbe dovuto essere un luogo di “refrigerio, luce e pace” – la liturgia, a imitazione del cielo – era fonte di malcontento, stress e conflitto.

Una cosa è scegliere di essere una Marta invece che una Maria: servire Cristo attivamente può essere legittimo, anche se le monache e i monaci contemplativi hanno scelto la parte migliore. Un’altra cosa è scegliere di essere un Nicodemo che può visitare Cristo solo di notte, per così dire. È qui che ho dovuto “rompere i ranghi” allontanandomi dal partito degli scribi (Consilium) e unirmi al partito degli apostoli (tradizione romana).

Quindi credo di capire abbastanza cosa le sta succedendo. Se c’è qualcosa che posso fare per aiutarla, la prego di farmelo sapere.
Suo in Cristo,
Dott. Kwasniewski]
[Traduzione per Chiesa e post-concilio a cura di Antonio Marcantonio]

7 commenti:

Anonimo ha detto...

Anche in questa vicenda ritornano alla mente gli atteggiamenti perentori della società un po' prima del '68, quando il sì, dei nostri genitori e/o dei nostri insegnanti, era sì ed il no era no senza tante verbose spiegazioni, se non pochissime parole essenziali.
Poi si passò alla 'necessità/dovere di fare esperienze' per poter capire sulla propria pelle, con la propria testa. Fu così che i più si tuffarono in esperienze inutili fuori tempo, fuori luogo, fuori di testa e sempre poi le stesse, solite esperienze, moltissimi così ebbero la vita dilaniata da esperienze che da episodiche si trasformarono in gravi alterazioni della propria vita lungo tutta la loro vita.

Era come se la vita fosse molteplice ed ogni tot anni e/o mesi la si potesse cambiare dalle fondamenta a piacer proprio verso un nuovo inizio...illusioni su illusioni che confondono bene e male, vero e falso, bello e brutto, giusto ed ingiusto. Ma questo cambiamento compulsivo aggiornante ed aggiornato portava con sé una serie di cambiamenti anche religiosi ed il CVII ne è stata la manifestazione mondiale. Giustamente si dice che il cambiamento del rito è il cambiamento della Fede,perché nei fatti lo è.

E' l'intera comunità dei fedeli che si forma intorno al rito sacro dei padri, conformandosi al loro credo, questo vale per tutti i riti pagani e non. Quando, nel nostro caso un sacerdote celebra i due riti, lacera la su anima, si pone in una condizione di schizofrenia religiosa. E' semplicemente malsano servire due padroni. Alcuni lo capiscono nel giro di pochissimo tempo, altri hanno percorsi più lunghi, a volte lunghissimi, infine micidiali per l'anima e per il corpo.

Anonimo ha detto...

È la cronaca, l’attualità, quello che la storia ci dice ad essere la nuova Rivelazione. Con la Chiesa di Papa Francesco si realizzano le "profezie" di Hegel, di Martini e di Sarte: l’esistenza precede l’essenza e la rassegna stampa è la nuova preghiera mattutina. Migrazioni, globalismo, ecologismo, transizioni, agenda Onu, modello cinese, pianificazione familiare, abolizione della proprietà privata, omosessualismo. Non c'è tema di attualità sul quale la Chiesa oggi mantenga una posizione dura e antitetica rispetto a quella del mondo, di resistenza e di opposizione.
Stefano Fontana

Anonimo ha detto...

Laddove il clero è prontissimo a inchinarsi al mondo, le autorità civili conservano il senso delle tradizioni e pure la dignità: le campane sono mille anni che rintoccano ogni ora pure di notte, e i turisti che ne fossero infastiditi e disturbati "possono scegliere anche un'altra località di villeggiatura"! https://www.ansa.it/puglia/notizie/2022/07/18/campane-disturbano-turisti-stop-rintocchi-dalle-22-alle-7_f4ae1079-d7c4-4309-8961-907064f89a94.html

Anonimo ha detto...

Questa sgradevole nota delle campane che "disturbano", mentre i piu' vivono immersi nei rumori piu' rumorosi dei cosiddetti "concerti"°° rock al chiuso o in piazza, non e' iniziata oggi ma molti anni addietro; forse il muezzin che li chiamera' alla preghiera e/o alle frustate gli andra' piu' a fagiuolo.

°°
Se non ricordo male fu una tal Pravo a chiamare i suoi spettacoli fino ad allora detti "recital" a chiamarli "concerti", e poi.. after elle the deluge

Anonimo ha detto...

"La teologia cristiana (nel suo nucleo centrale sufficientemente rappresentata dal Credo degli Apostoli)è la maggior sorgente di energia e di sanità morale"
(Chesterton, Ortodossia)

Anonimo ha detto...

«Nella preghiera non è necessario, anzi, non è neppure conveniente guardarsi a vicenda; tanto meno nel ricevere la comunione. […] In un’applicazione esagerata e fraintesa della “celebrazione verso il popolo”, infatti, sono state tolte come norma generale – persino nella basilica di San Pietro a Roma – le Croci dal centro degli altari, per non ostacolare la vista tra il celebrante e il popolo. Ma la Croce sull’altare non è impedimento alla visuale, bensì comune punto di riferimento. È un’“iconostasi” che rimane aperta, che non impedisce il reciproco mettersi in comunione, ma ne fa da mediatrice e tuttavia significa per tutti quell’immagine che concentra ed unifica i nostri sguardi. Oserei addirittura proporre la tesi che la Croce sull’altare non è ostacolo, ma condizione preliminare per la celebrazione 𝘷𝘦𝘳𝘴𝘶𝘴 𝘱𝘰𝘱𝘶𝘭𝘶𝘮. Con ciò diventerebbe anche nuovamente chiara la distinzione tra la liturgia della Parola e la preghiera eucaristica. Mentre nella prima si tratta di annuncio e quindi di un immediato rapporto reciproco, nella seconda si tratta di adorazione comunitaria in cui noi tutti continuiamo a stare sotto l’invito: 𝘊𝘰𝘯𝘷𝘦𝘳𝘴𝘪 𝘢𝘥 𝘋𝘰𝘮𝘪𝘯𝘶𝘮 – rivolgiamoci verso il Signore; convertiamoci al Signore!» (Joseph Ratzinger)

Fonte: J. Rᴀᴛᴢɪɴɢᴇʀ, 𝘖𝘱𝘦𝘳𝘢 𝘰𝘮𝘯𝘪𝘢, vol. XI «Teologia della liturgia», Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2010, p. 536

mic ha detto...

...ma condizione preliminare per la celebrazione 𝘷𝘦𝘳𝘴𝘶𝘴 𝘱𝘰𝘱𝘶𝘭𝘶𝘮.

La celebrazione versus populum, innovazione modernista, implica l'Assemblea che celebra con la "presidenza" del sacerdote con una comunicazione orizzontale, ben lontana dalla sacralità del Rito dei secoli in cui il sacerdote celebra davanti a tutto il popolo, versus Deum, in persona Christi .