L'esperienza ci fa sentire ogni giorno il contrasto in noi tra le inclinazioni al male e gli inviti al bene, tra le tentazioni e il richiamo di Dio. Nell'Epistola è descritto questo dissidio; nel Vangelo il Signore ci mette in guardia contro la facile illusione di poter trovare un compromesso. Nelle altre parti della Messa si accenna alla felicità di quelli che vivono per il Signore, a sua immagine e gloria, mentre nel Vangelo ci è promesso aiuto anche per le difficoltà materiali. Superiamo anche noi dunque le vanità della terra, rimanendo attaccati a ciò che veramente ci è utile (Orazione). Colpisce un termine dell'Orazione di oggi: propitiatione : propitiatio è “compimento, espiazione, propiziazione”. E anche “favore”. Dunque Dio è stato placato e reso nuovamente favorevole a noi peccatori dalle azioni propiziatorie che Cristo ha compiuto sulla Croce. Lo ritroviamo ogni volta soprattutto nella Santa Messa. La propiziazione è un concetto quasi sradicato dalle orazioni del Novus Ordo. Qui trovate l'Ordinario e qui il proprio della Santa Messa di oggi.
Domenica XIV dopo la Pentecoste
Volgi lo sguardo a noi, o Dio protettore, volgi lo sguardo al volto del tuo Cristo. Oggi la Chiesa si accosta all'altare cominciando con le parole riferite. La Chiesa è la Sposa dell'Uomo-Dio, è la sua gloria (1Cor 11,7), ma lo Sposo, dice san Paolo, è a sua volta immagine e gloria di Dio (ibidem) e capo della Sposa (ivi 3; Ef. 5,23). Realmente dunque e con la certezza di essere ascoltata, la Chiesa, volgendosi a Dio tre volte santo, lo prega di volgere i suoi occhi, guardando Lei, sul volto del suo Cristo.
La gloria futura, pensando alla quale la Chiesa esulta, e la dignità dell'unione divina che, già in questo mondo, la rende veramente Sposa, non le impediscono di sentire sempre il bisogno di un soccorso dall'alto, perché, se per un solo istante il cielo l'abbandonasse, vedrebbe i suoi figli portati dalla umana fragilità all'abisso dei vizi, che l'Apostolo descrive, e lontano dalle virtù, che egli esalta.
| Introitus Ps.83,10-11 - Protéctor noster, áspice, Deus, et réspice in fáciem Christi tui: quia mélior est dies una in átriis tuis super míllia. Ps. 83, 2-3 - Quam dilécta tabernácula tua, Dómine virtútum! concupíscit, et déficit ánima mea in átria Dómini. Glória Patri… Ps.83,10-11 - Protéctor noster,… Oratio Custódi, Dómine, quaésumus Ecclésiam tuam propitiatióne perpétua: et quia sine te lábitur humána mortálitas; tuis semper auxíliis et abstrahátur a nóxiis, et ad salutária dirigátur. Per Dóminum nostrum Iesum Christum, Fílium tuum, qui tecum vívit et regnat in unitáte Spíritus Sancti, Deus, per ómnia saécula saeculórum. M. - Amen. |
Introito Sal. 83, 10-11 - Sei il nostro scudo, o Dio, guarda e rimira il tuo Consacrato: poiché un giorno passato nei tuoi atrii vale più di mille altrove. Sal. 83, 2-3 - O Dio degli eserciti, quanto amabili sono le tue dimore! l’ànima mia anela e spàsima verso gli atrii del Signore. Gloria al Padre… Sal. 83, 10-11 - Sei il nostro scudo… Orazione O Signore, Te ne preghiamo, custodisci propizio costantemente la tua Chiesa, e poiché senza di Te viene meno l’umana debolezza, dal tuo continuo aiuto sia liberata da quanto le nuoce, e guidata verso quanto le giova a salvezza. Per il nostro Signore Gesú Cristo, tuo Figlio, che è Dio, e vive e regna con Te, nell’unità dello Spirito Santo, per tutti i sécoli dei sécoli. M. - Amen. |
EPISTOLA (Gal 5,16-24). - Fratelli: Camminate secondo lo spirito e non soddisferete i desideri della carne. Infatti la carne ha desideri contrari allo spirito e lo spirito desideri contrari alla carne, essendo queste cose opposte fra loro in modo che non potete fare tutto quel che vorreste. Ma se siete guidati dallo spirito, non siete sotto la legge. Si conoscono facilmente le opere della carne che sono la fornicazione, la impurità, l'impudicizia, la lussuria, l'idolatria, i venefici, le inimicizie, le contese, le gelosie, l'ira, le risse, le discordie, le sette, le invidie, gli omicidi, le ubbriachezze, le gozzoviglie, ed altre simili cose, riguardo alle quali vi avverto, come vi ho già avvertiti, che chi fa tali cose non conseguirà il regno di Dio. Invece è frutto dello Spirito la carità, la gioia, la pace, la pazienza, la benignità, la bontà, la longanimità, la mansuetudine, la fedeltà, la modestia, la continenza, la castità. Contro siffatte cose non v'è legge. Ora quelli che sono di Cristo hanno crocifisso la carne coi suoi vizi e le sue concupiscenze.Spirito e carne.
Nell'Epistola che abbiamo letto l'Apostolo ci presenta gli intimi rapporti che nella nostra vita uniscono questi tre elementi: spirito, libertà, carità. San Paolo dice a noi, come diceva ai Giudei, che vi è una legge sola: la carità. Chi ama osserva tutta la legge e la legge non è che spezzettamento della carità. La carità elimina tutti gli egoismi e perciò le contestazioni, le rivalità, le divisioni, tutto quanto minaccia e rovina la gioia della vita cristiana.
Obbediamo allo spirito, egli insiste, al principio interiore della nostra vita soprannaturale e respingiamo le tendenze della carne. Sono carne per lui l'egoismo e l'insieme delle disposizioni e tendenze che si ribellano all'azione di Dio. Portiamo infatti in noi stessi, anche dopo il Battesimo, che è spirituale rinascita, un focolaio di desideri e tendenze, che contrastano lo Spirito di Dio e ne risulta un conflitto tra la carne, che vuole riprendere il suo predominio, e lo spirito che vuole conservare il suo.
Il conflitto cessa soltanto quando, riedificati in Cristo Gesù, nostro Signore, ci lasciamo guidare dallo Spirito, quando le opere dell'egoismo hanno perduto tutto il loro fascino.
Opere della carne, egli dice, sono quelle che procedono dall'amore di se stessi ...: coloro che ad esse si abbandonano non hanno posto nel regno di Dio. Conoscere le opere dello Spirito, che sono le opere sane, sante, vive, alle quali l'Apostolo da il nome di frutti, non solo perché sono il prodotto finale della nostra attività spirituale, ma perché si compiono nella gioia, e perché ne raccogliamo, Dio e noi, il sapore e il beneficio. Tali frutti ci legano a Dio, ci danno riposo in Lui e, in mezzo agli avvenimenti più diversi, ci dispongono opportunamente verso il prossimo e ci rendono padroni di noi stessi.
"Coloro che sono con Cristo, che fanno parte di Cristo, per il Battesimo, hanno soffocato la carne e la precedente vita avuta in Adamo coi suoi desideri, con le sue tendenze e le sue brame. Essi sono portati in un ordine nuovo nel quale lo Spirito di Dio è per loro principio di vita e devono conservare morto ciò che nel giorno del Battesimo è veramente morto, vivendo nello Spirito e lasciandosi guidare dallo Spirito in tutta la loro attività" (Dom Delatte, Lettere di San Paolo, I, 536-538).
VANGELO (Mt 6,24-33). - In quel tempo: Gesù disse ai suoi discepoli: Nessuno può servire a due padroni, sicuramente o odierà l'uno e amerà l'altro, o sarà affezionato al primo e disprezzerà il secondo. Non potete servire a Dio e a mammona. Perciò vi dico: Non siate troppo solleciti per la vita vostra di quel che mangerete, né per il vostro corpo di che vi vestirete. La vita non vale più del cibo, e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli dell'aria: non seminano, non mietono, non raccolgono in granai, e il vostro Padre celeste li nutre. Or non valete voi più di loro? E chi di voi, con tutto il suo ingegno può aggiungere alla sua statura un sol cubito? E perché vi prendete cura per il vestito? Guardate come crescono i gigli del campo: non faticano, né filano; eppure vi assicuro che nemmeno Salomone, con tutta la sua gloria, fu mai vestito come uno di loro. Or se Dio riveste in questa maniera l'erba del campo, che oggi è e domani viene gettata nel forno, quanto più vestirà voi, gente di poca fede? E non vogliate angustiarvi dicendo: Che mangeremo, che berremo, di che ci rivestiremo? Tutte queste cose preoccupano i Gentili; or il Padre vostro sa che avete bisogno di tutto questo. Cercate prima di tutto il regno di Dio e la sua giustizia e tutte queste cose vi saranno date per giunta.Le tre concupiscenze.
Per fiorire veramente nelle anime, la vita soprannaturale deve vincere tre nemici, che san Giovanni chiama concupiscenza della carne, concupiscenza degli occhi e superbia della vita (1Gv 2,16). Nell'Epistola del giorno abbiamo veduto l'ostacolo frapposto allo Spirito dal primo di questi nemici e come lo si possa superare. L'umiltà, sopra la quale nelle domeniche precedenti ci ha spesso richiamati la Chiesa, è il rovesciamento della superbia della vita. Oggetto del Vangelo che abbiamo letto è la concupiscenza degli occhi o attacco ai beni del mondo, che di bene hanno soltanto la speciosa, ingannevole apparenza.
Il buon uso delle ricchezze.
Nessuno, dice l'Uomo-Dio, può servire due padroni. - I due padroni dei quali parla sono Dio e Mammona, cioè la ricchezza. La ricchezza non è cattiva per se stessa e, se acquistata con mezzi legittimi e usata secondo i disegni di Dio, supremo padrone, serve ad assicurarci i beni veri, ad accumulare nella patria eterna tesori che non temono ne ruggine, né ladri (Mt 5,19-20). Sebbene la povertà, dopo che il Verbo la fece sua sposa, sia la nobiltà dei cieli, resta grande la missione del ricco chiamato a sfruttare, in nome dell'Altissimo, le varie parti della creazione materiale. Dio si degna affidare a lui il nutrimento e il sollievo dei suoi figli prediletti, le membra nude e sofferenti del Cristo, lo chiama a sostenere gli interessi della Chiesa, a promuovere le opere della salvezza, gli confida lo splendore dei suoi templi.
È felice e degno di lode colui, che in tale modo riconduce i frutti della terra e i metalli che essa chiude nel seno a glorificare il loro autore! Non abbia paura: gli anatemi, usciti così spesso dalla bocca dell'Uomo-Dio contro i ricchi e i felici del mondo, non lo riguardano. Egli infatti ha un solo padrone: il Padre che è nei cieli, del quale si considera umilmente il tesoriere. Mammona non lo domina, anzi egli lo riduce suo schiavo e lo pone al servizio del suo zelo. La diligenza, che usa nell'amministrare i suoi beni con giustizia e carità, non è l'attaccamento condannato dal Vangelo: anche per mezzo di essa egli segue la parola del Signore e cerca prima il regno di Dio, e la ricchezza che dalle sue mani è destinata ad opere buone, non distoglie i suoi pensieri dal cielo dove sono i suoi tesori e il suo cuore (Mt 6,21).
Cattivo uso della ricchezza.
È cosa molto diversa quando la ricchezza non è più considerata mezzo, ma fine dell'esistenza e fa trascurare o magari dimenticare il fine ultimo di essa. Le parole dell'avaro rapiscono l'anima, dice lo Spirito Santo (Pr 1,19) e veramente, spiega l'Apostolo al discepolo Timoteo, l'amore del denaro spinge l'uomo alla tentazione, lo avvolge nelle reti del demonio con la moltitudine di pensieri cattivi e vani che suscita, lo sprofonda sempre più nell'abisso inducendolo a vendere, se occorre, anche la fede (1Tm 6,9-10). L'avaro più possiede meno sa donare e la sua vita si riduce a custodire il suo tesoro, a contemplarlo (Eccli 5,9-10), a pensarlo quando per necessità ne è lontano: la sua passione diventa idolatria (Ef 5,5; Col 3,5). Presto Mammona per lui non è soltanto un padrone, ma un dio davanti al quale, prostrato giorno e notte, immola amici, parenti, patria e se stesso, sacrificandogli l'anima sua e buttandogli davanti, come osserva l'Ecclesiastico, il cuore (Eccli 10, 10).
Non ci deve stupire che il Vangelo presenti Dio e Mammona come rivali inconciliabili: solo Mammona sacrificò sul suo altare Dio stesso per trenta monete d'argento! È Mammona un angelo decaduto la cui gloria infame balena del più sinistro splendore sotto le volte infernali, perché il demone del guadagno consegnò ai carnefici il Verbo eterno! Pesa sugli avari il deicidio: la miserabile loro passione, qualificata dall'Apostolo radice di ogni male (1Tm 6,10), fa legittimamente suo il maggior delitto che il mondo abbia commesso.
Lezione di confidenza.
Senza giungere agli eccessi, che fecero dire agli autori dei libri ispirati dell'antico testamento: - Nulla più delittuoso dell'avaro, nulla più iniquo dell'amore del denaro (Eccli 10,9-10) - riguardo ai beni del mondo è facile lasciarsi portare ad una esagerata sollecitudine, che la prudenza non ammette. Il Creatore, che non trascura gli uccelli dell'aria e i gigli del campo, potrebbe dimenticare di nutrire e vestire l'uomo per il quale furono creati gli uccelli e i gigli? Da quando l'uomo può dire a Dio: Padre, l'inquietudine, che la stessa ragione condanna, è per i cristiani un'ingiuria a Colui del quale sono figli e la loro viltà d'animo meriterebbe l'abbandono da parte del Signore di tutte le cose.
La parola precisa del Signore assicura ad essi i beni di questa valle d'esilio, nella misura utile al viaggio che li deve portare al cielo, se, tenendo presente la nobiltà della loro origine, essi cercano prima di tutto il regno di Dio, che serba per essi la corona nella vera patria.
Preghiamo
O Signore, nella tua bontà, custodisci sempre la tua Chiesa formata da uomini che senza il tuo aiuto soccombono al peccato, liberala dal male e indirizzala verso il bene.
(da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - II. Tempo Pasquale e dopo la Pentecoste, trad. it. L. Roberti, P. Graziani e P. Suffia, Alba, 1959, p. 484-488)

9 commenti:
NON C'È NULLA DI PIÙ SOLENNE SULLA FACCIA DELLA TERRA DELL'ISTANTE DELLA CONSACRAZIONE
Poiché l’uomo si era separato da Dio, Egli, espiando, ha permesso che il suo Sangue fosse separato dal suo Corpo. Il peccato era entrato nel sangue dell’uomo; e come se tutti i peccati del mondo fossero su di sé, lasciò scorrere tutto il suo sacro Sangue dal calice del suo Corpo. Possiamo quasi sentirlo dire: «Padre, questo è il mio Corpo; questo è il mio Sangue. Vengono separati l’uno dall’altro come l’umanità è stata separata da te. Ecco la consacrazione della mia croce».
Ciò che accadde quel giorno sulla croce avviene ora nella Messa, con questa differenza: sulla croce il Salvatore era solo, nella Messa è insieme a noi. Nostro Signore ora è in Cielo alla destra del Padre, intercedendo per noi. Pertanto, non può tornare a soffrire nella sua natura umana. Allora come può la Messa ri-presentare il Calvario? Come può Cristo rinnovare la croce?
Egli non può soffrire più nella sua natura umana, che gode la beatitudine celeste, ma può soffrire nelle nostre nature umane. Non può rinnovare il Calvario nel suo Corpo fisico, ma può farlo nel suo Corpo mistico, la Chiesa. Il sacrificio della croce può essere ri-presentato, purché gli offriamo il nostro corpo e il nostro sangue e lo facciamo in maniera così completa che, a sua volta, Egli può offrire nuovamente sé stesso al Padre celeste per la redenzione del suo Corpo mistico, la Chiesa.
Cristo va per il mondo a radunare altre nature umane desiderose di essere altrettanti Cristi. Affinché i nostri sacrifici, i nostri dolori, i nostri Golgota, le nostre crocifissioni non restino isolati, disgiunti e scollegati, la Chiesa li raduna, li raccoglie, li unifica, li fonde, li ammassa, e l’insieme di tutti i sacrifici delle nostre singole nature umane nella Messa viene unito al grande sacrificio di Cristo sulla croce.
Quando partecipiamo alla Messa non siamo meri individui della Terra o solitarie unità, ma parti viventi di un grande ordine spirituale in cui l’Infinito penetra e avvolge il finito, l’Eterno fa irruzione nel temporale e lo Spirituale si riveste degli abiti della materia. Non c’è nulla di più solenne sulla faccia della terra dell’istante sbalorditivo della Consacrazione; infatti, la Messa non è una preghiera né un inno o qualcosa da dire, è un’azione divina con cui entriamo in contatto in un dato momento del tempo.
(Fulton J. Sheen, da “Il Calvario e la Messa”, opera all’interno del libro “Signore, insegnaci a pregare” edizioni Ares)
I frutti dello Spirito sono quelli buoni che identificano l’albero buono.
Le virtù teologali (l’agire divino nell’uomo) e i sette doni dello Spirito santo (collegati alle virtù teologali) sono un’infusione di Grazia che predispone il fedele alle beatitudini evangeliche (tali nell’afflizione e nel bisogno, nella prova della croce ) che lo chiede nella preghiera insegnata da Gesù: la preghiera scuola di umiltà e l’umiltà recipiente della Grazia. Allora, da questa prospettiva, fruttifica lo Spirito nutrito dai sacramenti.
Ma senza frutti significa che c’è stata dispersione della Grazia, che il recipiente è bucato, che i sacramenti non vengono vissuti, che la poca umiltà rifiuta la Grazia preferendo un agire in proprio, magari zelante ma superbo.
La tragedia di una Chiesa protestantizzata, la cui sola fides è romanescamente una sola, perché si fida dell’umano e rende culto all’uomo fattosi “dio”.
La beatitudine di certi miti operatori di pace, di certi miseriko(r)diosi, di certi poverissimi di spirito è come il fico che Gesù trova privo di frutti… l’uomo che fa? Critica Gesù che chiede frutti fuori stagione. Chi vive di natura non capisce il soprannaturale. Chi si riempie di mondo fa fatica ad accettare i miracoli. Sa solo accampare diritti.
Ma se mi penso in diritto con Dio i frutti non li faccio, restano solo tutte le mele marce, tutte le contese, i pateracchi, il sinodaleggiare per imporre riforme a maggioranza, la malafede e pure il malanimo.
XIV Domenica dopo Pentecoste.
"Veníte exsultémus Dómino, jubilémus Deo salutári nostro"
30 agosto 2026 - La Piccolissima Via d'Amore
Santa Maria in Aula Regia
Oggi inizia la Novena a Maria Bambina.
Quest’anno mediteremo sulla Piccolissima Via d’Amore tracciata dalla Venerabile suor Maria Consolata Betrone.La Novena di Maria Bambina è il tempo propizio per rinnovare la nostra vita spirituale, per rinverdirla, per ritrovare lo slancio perduto.
https://www.youtube.com/watch?v=ZHEENHjJ-jU
Santa Messa XIII Domenica dopo Pentecoste in rito tradizionale a Vocogno in Val Vigezzo (VB).
Omelia di don Alberto Secci:
Primum quǽrite.
Domenica 23 Agosto 2026
https://youtu.be/2-6b4kTpRPs?is=zhWHIAbRNGy-DHPe
Lo scisma capitale.
Il nuovo libro dirompente di Mons. Vigano'.
Interessante l'epistola ai Galati di oggi, in cui S.Paolo ci ricorda il contrasto insanabile tra carne e spirito. Chissa' cosa ne pensano lorsignori di S.Paolo. Diranno che parlava al suo tempo.
-Credere attivamente osservando la Legge di Dio, farsi vivificare dallo Spirito Santo-
Non bisogna supporre che per far vivere in noi Gesù Cristo basti uno sterile atto di fede o una più sterile invocazione fatta a fior di labbra. Per molte anime infatti la vera e profonda pietà potrebbe prendere l'aspetto di una poesia più o meno fantastica, o rivestire il carattere di un idealismo più o meno vaporoso. La pietà vera è "via, verità e vita", è via che ci conduce a Dio e all'eternità, è fondata saldamente sulla Verità divina, ed è vita di Gesù Cristo. La nostra vita dev'essere nascosta con Gesù Cristo in Dio, e dobbiamo vivere noi, ma non noi, bensì Gesù Cristo in noi, come dice in una sintesi mirabile san Paolo.
Per far vivere in noi Gesù Cristo è necessario amarlo praticamente, osservando i suoi Comandamenti, e per far questo è necessaria la Grazia. La Grazia viene a noi dallo Spirito Santo, e perciò Gesù Cristo, dopo aver parlato del Padre e di Lui stesso, Figlio del Padre, accenna allo Spirito Santo, che realizza la nostra unione con Lui e ci rende glorificazione di Dio. Essendo poi Egli il nostro mediatore presso Dio come Verbo Incarnato, e potendoci Egli solo ottenere la Grazia per amarlo e per osservare i suoi Comandamenti, soggiunge: "Io pregherò il Padre, ed Egli vi darà un altro Paraclito, affinché rimanga sempre in voi lo Spirito di verità, che il mondo non può ricevere, perché non lo vede né lo conosce; voi però lo conoscerete perché abiterà con voi e sarà in voi."
Paraclito significa "difensore, avvocato, consolatore, intercessore, esortatore, incitatore, colui che dà l'impulso"; ora Gesù Cristo era per gli apostoli e per le anime tutte il difensore perché le liberava dalle insidie di satana, l'avvocato come dice san Paolo perché mediatore loro presso Dio, il consolatore perché effondeva in loro il balsamo della sua carità, l'intercessore, perché sempre vivente in preghiera per loro, l'esortatore come Maestro divino, l'incitatore e colui che dà l'impulso, come nostro aiuto, nostro esempio e nostra vita.
Egli quindi, primo Paraclito, dovendo andare via dal mondo, e dovendo lasciare gli apostoli, promette loro un altro Paraclito, un'altra Persona della Santissima Trinità, cioè lo Spirito Santo, che doveva essere per loro intimamente, e nella Chiesa ch'Egli fondava, difesa, avvocato, consolatore, intercessore, esortatore, incitamento al bene ed impulso di vita novella nelle debolezze della natura. Gesù Cristo promette questo altro Paraclito perché rimanga nelle anime che lo riceveranno e nella Chiesa ch'Egli vivificherà, e perché sia conservato integro il patrimonio della fede e la Chiesa viva nel perenne splendore dell'infallibile Verità.
(Dal commento al Vangelo di San Giovanni del Sacerdote Dolindo Ruotolo)
Don Dolindo camminava portando valigie piene di sassi… il penitente raccoglie pesi non suoi. Umili, povere, minuscole figure dell’Agnello che si carica del peccato del mondo. Il peso schiaccia a terra il corpo, ancorandolo alla realtà. L’anima è tutta rivolta al Cielo, ma non abbandona il corpo affaticato, ristorandolo e conferendogli l’energia nutrita dalla Provvidenza.
Si suda, si viene compatiti e derisi. Ma quanta gioia e pace nel cuore di chi si fida del Signore camminando contemplandone i misteri pregandoli con la piena di Grazia.
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