Peregrinatio Summorum Pontificum 2022

sabato 15 agosto 2026

Vescovo Mutsaerts: Lettera aperta a Papa Leone XIV

Dal blog del vescovo Mutsaerts, che non ha mai fatto mancare la sua voce. Alcuni precedenti qui - qui - qui - qui. Qui l'indice degli articoli sul Sinodo.
Vescovo Mutsaerts: Lettera aperta a Papa Leone XIV

Rob Mutsaerts, Vescovo ausiliare della Diocesi di ‘s-Hertogenbosch (Olanda) 

Santo Padre,
Con rispetto per il ministero che Le è stato affidato in quanto successore di Pietro, e in solidarietà con la Chiesa che Cristo ha edificato sugli apostoli, mi rivolgo a Lei con questa lettera aperta. Non lo faccio con leggerezza. Ciò che mi spinge a pronunciare pubblicamente queste parole è una preoccupazione che, in ultima analisi, supera ogni altra considerazione ecclesiale: la salvezza delle anime. Salus animarum suprema lex — la salvezza delle anime è la legge suprema. La mia domanda è semplice e seria: il processo sinodale contribuisce davvero ad avvicinare le anime a Cristo e alla salvezza eterna? Questa è per me la domanda decisiva.

Santo Padre, mi rendo pienamente conto che il ministero petrino comporta una responsabilità di cui chi non ricopre tale ministero può solo avere un’idea. Proprio per questo scrivo queste parole non per mancanza di rispetto verso il ministero papale, ma per amore verso quello stesso ministero. Pietro, infatti, ha ricevuto da Cristo non solo il mandato di unire i fratelli, ma anche di rafforzarli nella fede: «E tu, una volta tornato in te, rafforza i tuoi fratelli.» Al mondo, in fin dei conti, serve ben poco una Chiesa che si limiti a ripetere ciò che il mondo stesso già pensa. Ha bisogno di una Chiesa che, con amore ma senza timore, gli indichi Cristo.

La mia preoccupazione circa il Sinodo sulla sinodalità va letta in questa ottica. E soprattutto mi chiedo cosa significhi tutto questo per il semplice fedele che dalla sua Chiesa non si aspetta un processo permanente, ma chiarezza sul cammino verso Dio.

Questa lettera non è quindi un atto di accusa contro le persone. Né intendo negare le buone intenzioni delle numerose persone impegnate sinceramente nel processo sinodale. Le buone intenzioni vannk riconosciute, ma non ci esonerano dal dovere di esaminarne i frutti. Cristo stesso ci ha fornito un criterio semplice a tal fine: «Dai loro frutti li riconoscerete». Per questo ritengo che, dopo anni di consultazioni sinodali, incontri, relazioni e documenti, sia giunto il momento di interrogarsi in tutta franchezza su tali frutti. Non per cinismo, ma per amore della Chiesa. Non per nostalgia di un passato idealizzato, ma per cura del suo futuro. E non per condurre una lotta politico-ecclesiale, ma perché dietro tutte le discussioni si cela una realtà infinitamente più importante: la salvezza eterna delle anime che Cristo ha affidato alla sua Chiesa. Spinto da questa cura, Santo Padre, le sottopongo la seguente riflessione.

Il Sinodo sulla sinodalità
Chi valuta il Sinodo sulla sinodalità esclusivamente alla luce dei suoi stessi obiettivi, può senza difficoltà tracciare un bilancio positivo. Si è ascoltato. Si è parlato. Sono state consultate migliaia di persone. Vescovi, sacerdoti, religiosi e laici si sono riuniti. Si è parlato di comunione, partecipazione e missione. È nato persino un nuovo vocabolario ecclesiale: sinodalità, ascolto, discernimento, partecipazione, conversazione nello Spirito, avviare processi.

Ma si può guardare alla stessa storia anche da una prospettiva completamente diversa. Permettetemi di porre la domanda scomoda: Cosa ha prodotto tutto questo, in realtà? Non: quanti incontri sono stati organizzati? Non: quanti rapporti sono stati redatti? Non: quante persone hanno partecipato?

Ma: la fede si è rafforzata? Cristo è stato annunciato in modo più chiaro? L’identità cattolica si è approfondita? Più persone si sono convertite? La partecipazione alla Messa domenicale è aumentata? Ci sono più vocazioni sacerdotali? La catechesi è diventata più incisiva? È sorto un maggiore rispetto per l’Eucaristia? La dottrina morale della Chiesa è diventata più chiara? Il coraggio missionario è aumentato?

Quando ci si pone domande del genere, è impossibile considerare il Sinodo un successo. A ciò si aggiunge ora un altro aspetto. L’iniziativa sinodale non si è realmente conclusa. La fase ufficiale di attuazione prosegue e, attraverso incontri diocesani, nazionali e continentali, dovrà culminare in un’assemblea ecclesiale a Roma nell’ottobre 2028. A maggio 2026 il Vaticano ha pubblicato nuovamente un percorso dettagliato a tal fine. Ciò rende la critica ancora più pertinente. Quello che un tempo era iniziato come un sinodo dal 2021 al 2024 rischia di diventare una forma di governo permanente.

Un sinodo su un sinodo
Il primo aspetto degno di nota è già nel nome stesso: Sinodo sulla sinodalità. Tradizionalmente, un sinodo veniva convocato perché la Chiesa doveva discutere di qualcosa: dell’evangelizzazione, del matrimonio e della famiglia, del sacerdozio, dell’Eucaristia, della Scrittura, di un’eresia, di una crisi pastorale o di un problema concreto. Nel Sinodo sulla sinodalità, invece, è il processo stesso a diventare l’argomento. Si potrebbe paragonarlo a una riunione che si protrae all’infinito per discutere su come si debba riunirsi d’ora in poi.

La Chiesa conosce concili e sinodi fin dall’antichità. Gli apostoli si riunivano a Gerusalemme. I vescovi deliberavano tra loro. I papi consultavano i vescovi. I grandi concili ecumenici sono inconcepibili senza una consultazione ecclesiale congiunta. Ma questo è ben diverso dalla sinodalità intesa come paradigma ecclesiale permanente. Il sinodo classico era uno strumento. Nel discorso sinodale odierno, la sinodalità rischia di diventare essa stessa un fine. Ed è proprio qui che, da una prospettiva cattolica tradizionale, inizia il problema.

La Chiesa non è un dialogo, ma una realtà ricevuta

La Chiesa, infatti, non ha inizio dal nostro dialogo. Ha inizio da Cristo. Sembra ovvio, ma ha conseguenze di vasta portata. Cristo non ha fondato un gruppo di discussione. Ha chiamato gli apostoli. Ha conferito loro l’autorità. Li ha inviati a predicare, battezzare e insegnare: «Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli». La direzione è fondamentale in questo contesto. La fede non nasce dal fatto che la Chiesa prima faccia un inventario di ciò in cui credono le persone e poi distilli da tutte quelle esperienze una convinzione comune. La fede viene ricevuta.

Paolo usa costantemente parole come ricevere, trasmettere, conservare. La Chiesa non possiede la Rivelazione perché l’ha ideata, ma perché l’ha ricevuta. Ciò significa che il cristianesimo, per sua natura, non può essere democratico. Non perché la democrazia come forma di governo sia negativa, ma perché la verità non nasce dalla maggioranza dei voti. Se domani il 90 per cento dei cattolici non credesse più nella presenza reale di Cristo nell’Eucaristia, Cristo non sarebbe per questo meno realmente presente. Se l’80 per cento rifiutasse una determinata dottrina morale, tale dottrina non diventerebbe automaticamente falsa. La verità non viene prodotta dal consenso. Questo costituisce il primo grande punto di tensione attorno al progetto sinodale.

Ascoltare: chi?

Una parola chiave durante l’intero processo è stata ascoltare (come se non l’avessimo mai fatto). Di per sé, non c’è nulla da obiettare. Un vescovo deve ascoltare. Un sacerdote deve ascoltare. I cristiani devono ascoltarsi a vicenda. Un pastore che non ascolta mai il proprio gregge non è un buon pastore. Ma subito sorge la domanda: a chi deve ascoltare soprattutto la Chiesa? La risposta tradizionale è: a Cristo, alla Scrittura, alla Tradizione apostolica, ai santi, alla testimonianza di venti secoli di cristianesimo, al magistero. E naturalmente anche ai fedeli.

In alcuni testi sinodali, tuttavia, l’ordine sembra facilmente invertirsi. Si parte dalle esperienze, dai desideri, dalle frustrazioni e dalle aspettative delle persone di oggi e ci si chiede poi come la Chiesa debba reagire a tutto ciò. Ciò sembra pastoralmente allettante, ma nasconde un pericolo. Perché cosa succede quando i desideri dell’uomo moderno si scontrano con il Vangelo? Allora non è il Vangelo che deve cambiare; è l’uomo che deve cambiare. Nel cristianesimo questo si chiama conversione. Ed è proprio questa parola a risuonare sorprendentemente poco in molte discussioni ecclesiali moderne.

Grande assente: la conversione

Qui sta la debolezza più profonda dell’intero progetto. La Chiesa non esiste in primo luogo per confermare le persone in ciò che già sono. Esiste per condurle a Cristo. Le prime parole della predicazione pubblica di Gesù non sono: «Ditemi prima come vi sentite rispetto alle attuali strutture ecclesiali». Ma: «Convertitevi e credete al Vangelo». Questo è decisamente meno burocratico. E decisamente più radicale.

La Chiesa dei martiri non ha cambiato il mondo romano organizzando incontri di ascolto su come i romani potessero percepire la comunità cristiana in modo più inclusivo. Ha annunciato Cristo. Pietro ha annunciato Cristo. Paolo annunciò Cristo. Francesco annunciò Cristo. Domenico annunciò Cristo. Francesco Saverio annunciò Cristo. Giovanni Maria Vianney annunciò Cristo. Madre Teresa annunciò Cristo. Giovanni Paolo II annunciò Cristo. Senza dubbio ascoltarono le persone. Ma l’ascolto non fu mai il punto di arrivo. Il punto di arrivo era la conversione a Cristo.

L’elefante nella sala sinodale

Esiste inoltre una curiosa discrepanza tra i problemi di cui si discute ampiamente nel processo sinodale e la crisi effettiva in cui versa soprattutto la Chiesa occidentale. I problemi fondamentali della Chiesa nei Paesi Bassi, in Belgio, in particolare in Germania, ma anche in gran parte dell’Europa occidentale, non sono difficili da riconoscere. Le chiese si stanno svuotando. Le parrocchie vengono accorpate. I monasteri scompaiono. Gli ordini religiosi invecchiano. La conoscenza della fede cattolica sta diminuendo. La confessione è praticamente scomparsa per molti cattolici. Il numero delle vocazioni sacerdotali rimane esiguo in molti luoghi. Molti battezzati credono a malapena nelle verità fondamentali della fede. Tra ampi gruppi di cattolici la vita sacramentale è gravemente indebolita. In questo contesto ci si aspetterebbe che un’iniziativa ecclesiale di portata mondiale ponesse soprattutto una domanda: come possiamo riconquistare il mondo a Cristo?

Ma gran parte dell’attenzione è rivolta alle strutture, alla partecipazione, ai processi decisionali, alla responsabilità delle donne, all’inclusività, ai rapporti di autorità e al modo in cui funzionano gli organi ecclesiastici. Questi possono essere argomenti legittimi. Ma una casa in fiamme ha priorità diverse rispetto alle questioni di natura amministrativa.

Una sorta di «legge di Parkinson» ecclesiastica

Le istituzioni che perdono di vista il loro scopo originario tendono spesso a parlare sempre più intensamente della propria organizzazione. Le aziende parlano allora all’infinito di processi. Le università di governance. Le amministrazioni pubbliche di modelli di partecipazione. E le organizzazioni ecclesiastiche di strutture. Meno evangelizzazione c’è, più commissioni sull’evangelizzazione si creano. Meno vocazioni ci sono, più documenti sulle vocazioni vengono redatti. Meno persone frequentano la chiesa, più lunghe diventano le riunioni sull’essere chiesa. Può sembrare cinico, ma dietro c’è una riflessione seria: la burocrazia può creare l’illusione di attività mentre la realtà mostra il contrario. Si naviga senza bussola.

Le aspettative che non possono essere soddisfatte

Il processo sinodale ha suscitato aspettative. Ciò è avvenuto soprattutto perché durante le diverse fasi consultive sono stati ammessi temi che toccano questioni sulle quali la Chiesa possiede già una dottrina chiara. Il diaconato femminile. Il sacerdozio. La morale sessuale. Le relazioni omosessuali. Il rapporto tra laici e clero. L’autorità ecclesiastica. Il decentramento. La posizione delle donne. Quando argomenti del genere vengono «discussi» per anni, si crea spontaneamente l’impressione che alla fine possano anche essere modificati. Altrimenti, infatti, non se ne parlerebbe all’infinito.

Si crea così un paradosso pastorale. Alle persone viene chiesto di esprimere le proprie aspettative. Successivamente, alcune di queste aspettative si rivelano impossibili da soddisfare senza mettere a repentaglio la continuità con la dottrina cattolica. Cosa succede allora? Delusione generale. La Chiesa ha quindi suscitato essa stessa aspettative che alla fine non può soddisfare. Questo non è un risultato pastorale positivo. È una ricetta per la frustrazione.

La protestantizzazione della concezione cattolica di Chiesa

Da una prospettiva tradizionalista, qui si intravede inoltre un’ironia storica. Alcuni elementi della moderna cultura sinodale presentano infatti analogie con sviluppi che si osservano già da decenni nelle Chiese protestanti. Maggiore enfasi sulla partecipazione. Maggiore voce in capitolo a livello amministrativo. Maggiori strutture di consultazione. Maggiore peso per le comunità locali. Maggiore enfasi sull’esperienza individuale. Maggiore dibattito sui mutamenti delle concezioni sociali. Minore scontatezza dell’autorità gerarchica. Tutto ciò, di per sé, non deve necessariamente essere sbagliato. Ma la domanda storica è inevitabile: questo modello ha portato, nel mondo protestante, a una spettacolare rinascita cristiana? In gran parte dell’Europa occidentale la risposta è chiara: no. Perché allora la Chiesa cattolica dovrebbe proprio adottare i modelli amministrativi e pastorali di comunità ecclesiali che hanno spesso subito la stessa secolarizzazione ancora prima e in modo più marcato? Un malato raramente guarisce assumendo la medicina del malato nel letto accanto al suo, che sta ancora peggio.

L’alternativa dimenticata: tendere alla santità

Le grandi riforme cattoliche non sono quasi mai iniziate dalle strutture. Sono iniziate dai santi. Dopo periodi di corruzione sono arrivati i riformatori. Benedetto, Bernardo, Francesco, Domenico, Caterina da Siena, Ignazio di Loyola, Teresa d’Ávila, Carlo Borromeo, Francesco di Sales, Giovanni Bosco, Teresa di Lisieux, Massimiliano Kolbe, Giovanni Paolo II. Il loro programma era sorprendentemente semplice: diventare santi.

Perché un santo possiede una forza missionaria che nessun documento programmatico può eguagliare. Una parrocchia con un parroco santo ha più futuro di una diocesi con venti gruppi di lavoro sulla sinodalità e dirigenti pagati a caro prezzo. Un convento con dieci religiosi ardenti evangelizza più di cento pagine di gergo ecclesiastico. Un sacerdote che crede visibilmente di trovarsi davanti a Dio all’altare può portare più persone alla fede di una conferenza sulla liturgia partecipativa.

Forse è proprio qui che risiede l’alternativa che il Sinodo non ha sufficientemente sottolineato: non meno ascolto, ma più santità. Non meno partecipazione, ma più conversione. Non meno dialogo, ma più annuncio.

La liturgia come cartina di tornasole

Da una prospettiva tradizionale, è inoltre sorprendente che la crisi della liturgia abbia avuto un ruolo relativamente marginale. Perché se si vuole davvero sapere come sta una Chiesa, bisogna guardare al suo culto. Lex orandi, lex credendi. Il modo in cui si prega è l’espressione della fede.

Quando i cattolici non comprendono quasi più che la Messa rende sacramentalmente presente il sacrificio di Cristo, quando il senso del sacro si indebolisce, quando il silenzio scompare, quando i confessionali sono vuoti e l’adorazione eucaristica diventa marginale, allora la Chiesa non ha un problema di gestione. Ha un problema di fede. Una nuova struttura di partecipazione non può risolvere questo problema. Né una nuova assemblea. Forse una riscoperta di Dio.

Il paradosso della partecipazione

Il progetto sinodale pone l’accento sulla partecipazione. Ma qui emerge un paradosso curioso. Le persone che partecipano intensamente ai processi di consultazione ecclesiale non sono necessariamente rappresentative dell’intera Chiesa. Il cattolico silenzioso che ogni mattina va a Messa, recita il rosario e impartisce la catechesi ai propri nipoti, di solito non redige un rapporto sinodale. Il giovane cattolico che viaggia tre ore per partecipare a una liturgia tradizionale, di solito non fa parte del gruppo di lavoro diocesano. La madre di sei figli che cerca di educare la propria famiglia alla fede cattolica ha probabilmente poco tempo per partecipare agli incontri di ascolto. Una suora contemplativa non compila un questionario. Ma la loro fede può essere più profondamente radicata di quella dei partecipanti professionali alle riunioni ecclesiastiche. Chi ascolta solo coloro che si avvicinano al microfono può facilmente dimenticare che il Popolo di Dio è più grande della cerchia attorno al tavolo delle riunioni.

Sinodalità o collegialità?

Forse parte della confusione scomparirebbe se si tornasse a usare un linguaggio più preciso. La tradizione cattolica conosce un concetto chiaro: la collegialità. I vescovi, insieme a Pietro e sotto la sua guida, formano il collegio episcopale. Esistono inoltre consigli presbiterali, consigli pastorali, sinodi, capitoli, comunità religiose e innumerevoli altre forme di deliberazione. Perché era necessaria una nuova categoria onnicomprensiva: sinodalità?

Proprio perché il concetto è così ampio – non se ne può concepire una definizione – ognuno può intenderci qualcosa di diverso. Per alcuni significa ascolto. Per altri, decentralizzazione. Per altri ancora, democratizzazione. Per altri, rinnovamento pastorale. Per altri, riforma del ministero. Per altri, una diversa morale sessuale. Un concetto che può significare tutto, alla fine non significa nulla. Per questo è giustificata la domanda sulla proporzionalità. Quanta energia bisogna ancora investire in questo? Quante riunioni? Quanti gruppi sinodali? Quanti rapporti? Quante valutazioni delle valutazioni?

E soprattutto: cosa accadrebbe se la stessa quantità di tempo, denaro, energia intellettuale e attenzione episcopale venisse investita nella catechesi, nei seminari, nell’istruzione cattolica, nella liturgia, nella confessione, nell’adorazione eucaristica, nella pastorale matrimoniale e nell’evangelizzazione diretta? Mi sembra una domanda retorica.

Il problema più profondo: l’ecclesiologia

In definitiva, quindi, la discussione non riguarda realmente le riunioni. Riguarda la domanda: che cos’è la Chiesa? È innanzitutto una comunità che cerca insieme ciò che deve diventare? Oppure è innanzitutto una realtà divina che ha ricevuto ciò che deve essere? La risposta cattolica non può che essere la seconda. La Chiesa deve convertirsi continuamente, ma è fondata sugli apostoli. Essa custodisce una fede che non ha inventato da sé. Per questo ogni sinodalità deve, in ultima analisi, essere delimitata da qualcosa che non è oggetto di discussione sinodale: la verità rivelata da Cristo. Il mondo non aspetta una Chiesa sinodale

E qui sta forse la tragedia più grande. Il mondo moderno sta attraversando una straordinaria crisi spirituale. Le persone cercano un senso. I giovani cercano un’identità. La solitudine aumenta. Le famiglie si disgregano. La tecnologia penetra sempre più profondamente nell’esistenza umana. La pornografia distorce la sessualità. Il materialismo non soddisfa. Il cambiamento climatico sta diventando per molti una religione surrogata. Le persone hanno paura della morte, ma non sanno quasi più per cosa vivono. E nel mezzo di quel mondo, la Chiesa possiede qualcosa di straordinario. Possiede il Vangelo. I sacramenti. L’Eucaristia. La confessione. Duemila anni di saggezza. La Scrittura. I Padri della Chiesa. Tommaso d’Aquino. Agostino. I mistici. I santi. Una tradizione senza pari di arte, musica, filosofia, morale e spiritualità. E soprattutto: Gesù Cristo.

Il mondo non aspetta l’ennesima organizzazione che lo ascolti. Di quelle ce ne sono già abbastanza. Il mondo aspetta qualcuno che gli dica per cosa è stato creato.

Da Emmaus a Gerusalemme

Forse il Vangelo dei discepoli di Emmaus offre, in definitiva, il modello migliore per un’autentica sinodalità cattolica. Cristo cammina insieme ai discepoli. Li ascolta davvero. Chiede loro cosa li turba. Li lascia parlare. Dà spazio alla loro delusione. Fin qui, qualsiasi manuale sinodale potrebbe concordare con entusiasmo. Ma poi accade il fatto decisivo. Cristo non conferma la loro interpretazione. La corregge. Apre loro le Scritture. Insegna loro come comprendere gli avvenimenti. E alla fine lo riconoscono nello spezzare il pane. Questa è la sinodalità cattolica nella sua forma più pura. E dopo ciò i discepoli non rimangono all’infinito riuniti a Emmaus per valutare la loro esperienza di cammino. Si alzano. Tornano a Gerusalemme. Vanno ad annunciare il Vangelo. Il processo sinodale si è arenato a Emmaus e la domanda è se riusciranno ancora a uscirne. Siamo così impegnati a discutere su come la Chiesa debba camminare insieme, che a volte dimentichiamo verso dove sta andando.

La Chiesa cattolica, in fin dei conti, non ha bisogno di un sinodo permanente su se stessa. Ha bisogno di santi. Di vescovi che insegnino. Di sacerdoti che preghino. Di religiosi che vivano radicalmente per Dio. Di genitori che trasmettano la fede. Di giovani che scoprano che la verità è più di un’opinione. Di una liturgia in cui Dio sia davvero al centro. Di confessioni in cui i peccatori trovino il perdono. Di seminari in cui si formano uomini disposti a donare la propria vita a Cristo. Di cattolici che non si chiedono continuamente come la Chiesa debba adattarsi al mondo, ma che hanno il coraggio di invitare il mondo a lasciarsi trasformare da Cristo.

Perché, in fin dei conti, Cristo non ha mandato la sua Chiesa nel mondo dicendo: Andate e organizzate ovunque processi sinodali. Ha detto: «Andate in tutto il mondo e annunciate il Vangelo a ogni creatura.» È così che è nata la Chiesa. E ogni volta che è stata veramente rinnovata, è ripartita da lì.

Santo Padre,

mi permetta di concludere questa lettera con lo stesso pensiero con cui l’ho iniziata: la salvezza delle anime. Spero e prego che sotto il tuo pontificato possa tornare a essere visibile con grande chiarezza che la Chiesa non è chiamata a discutere all’infinito di sé stessa, ma ad annunciare Cristo; non a rispecchiare lo spirito del tempo, ma a condurre il mondo alla vita eterna.

Proprio dal successore di Pietro i fedeli possono aspettarsi che, in mezzo alla confusione del nostro tempo, egli rafforzi i fratelli nella fede. Che ci ricordi che la verità che la Chiesa annuncia non è un bene di cui possiamo disporre a nostro piacimento, ma un tesoro prezioso che abbiamo ricevuto e che dobbiamo trasmettere intatto. Che infonda coraggio ai sacerdoti che adempiono fedelmente alla loro vocazione, ai religiosi che hanno consacrato la propria vita a Dio, ai genitori che, controcorrente, cercano di educare i propri figli alla fede cattolica, e ai giovani che, proprio in un’epoca di relativismo, anelano alla verità, alla santità, alla bellezza e all’avventura radicale di una vita con Cristo.

La mia preghiera per Lei è quindi semplice: ci dia chiarezza. Quando il mondo parla con incertezza, faccia sì che Pietro parli con chiarezza. Quando la Chiesa si stanca a causa delle discussioni interne, ci indirizzi nuovamente verso Cristo. Quando ci perdiamo in procedure e strutture, ci ricordi la nostra missione. Quando abbiamo paura di annunciare il Vangelo nella sua pienezza perché potrebbe infastidire l’uomo moderno, ci ricordi le parole dello stesso Pietro: «Signore, da chi andremmo? Le tue parole sono parole di vita eterna.»

Santo Padre, scrivo tutto questo con sincero rispetto per il suo ministero e con amore per la Chiesa. La mia critica al processo sinodale non nasce dal desiderio di seminare divisione, ma dal timore che stiamo perdendo tempo prezioso mentre tante persone non conoscono più Cristo. La messe è molta. Gli operai sono pochi. Le chiese dell’Occidente si stanno svuotando, mentre allo stesso tempo le nuove generazioni sembrano cercare nuovamente la verità e la trascendenza. Proprio ora non abbiamo bisogno di una Chiesa esitante, ma di una Chiesa missionaria che sappia qual è il suo tesoro e che non abbia paura di mostrarlo al mondo.

Per questo prego affinché il Suo pontificato possa essere caratterizzato da una rinnovata concentrazione su ciò che, in definitiva, costituisce il cuore di ogni vera riforma ecclesiale: Cristo, la conversione, la santità, l’Eucaristia, l’evangelizzazione e la salvezza delle anime. Perché, una volta che tutti i sinodi saranno terminati, tutti i documenti saranno stati redatti, tutte le commissioni saranno state sciolte e i nostri nomi saranno stati dimenticati, rimarrà solo la domanda che conta davvero: abbiamo avvicinato a Gesù Cristo le persone che ci erano state affidate?

Possa san Pietro intercedere per Lei. Possa la Beata Vergine Maria, Mater Ecclesiae, custodirLa sotto la sua protezione. E possa il Signore donarLe la saggezza, il coraggio e la fermezza paterna per guidare la sua Chiesa nella verità e nell’amore.

Con sentimenti di sincera venerazione, uniti nella preghiera,

in Cristo,
+Rob Mutsaerts
Vescovo ausiliare della Diocesi di ‘s-Hertogenbosch

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